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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

gennaio 19, 2009

Capire l'eguaglianza per poterla difendere

Ritratto di Amartya Sen
Il vivo interesse, che si può ritrovare nella vasta produzione teorica di Amartya Sen, per le problematiche dell'eguaglianza si è accompagnato per lungo tempo a una scarsa "volontà di sistema": fino a qualche anno fa, infatti, Sen non ha mai organizzato le sue brillanti intuizioni sull'eguaglianza in una teoria in qualche modo coerente e articolata, ma le ha, per così dire, disseminate nei suoi numerosi scritti [1]. La mancanza di una teoria organica in passato ha sicuramente costituito un limite delle analisi di Sen sull'eguaglianza; ora, però, con la pubblicazione nel 1992 de La diseguaglianza, questa lacuna può dirsi colmata.
Ne La diseguaglianza Amartya Sen sostiene due tesi di fondo: 1) la domanda fondamentale nell'analizzare e giudicare la diseguaglianza è "eguaglianza di che cosa?"; per cui le battaglie in filosofia politica riguardano non l'idea di eguaglianza in sé, ma, piuttosto, quello che ciascuna teoria politica ritiene essere l'aspetto sociale fondamentale in cui l'eguaglianza deve essere valutata; 2) l'approccio più gravido di risultati per valutare l'eguaglianza consiste nel porsi dal punto di vista delle capacità e dei funzionamenti.
La prima tesi costituisce la questione metodologica e la analizzeremo nel paragrafo 1; la seconda configura la questione sostantiva e ne tratteremo nel paragrafo 2. Infine, col paragrafo 3, approfondiremo, alla luce della riflessione di Larry Temkin, un aspetto più specifico della teoria di Sen, ovvero l'utilizzo di un approccio intersezione per l'ordinamento di due diverse situazioni in relazione al loro grado di diseguaglianza.

1. Nella prima parte de La diseguaglianza, Sen vuole mostrare come la domanda fondamentale nell'analizzare e giudicare la diseguaglianza negli assetti sociali sia "eguaglianza di che cosa?".
La riflessione di Sen prende avvio dalla constatazione che "tutte le teorie normative che hanno resistito all'usura del tempo sembrano richiedere l'eguaglianza di qualcosa - qualcosa che riveste particolare importanza nella teoria di volta in volta presa in considerazione" (pag. 29). Secondo questo schema interpretativo, Sen ritiene di poter leggere tanto teorie dichiaratamente egualitarie (quali, ad esempio, la giustizia come equità di John Rawls, che ha difeso una tendenziale eguaglianza di beni primari[2]), quanto quelle espressamente definite antiegualitarie dai loro autori (come la teoria dello stato minimo di Robert Nozick, che finisce per sostenere, secondo Sen, l'eguaglianza di diritti alla libertà[3], o anche le varie dottrine utilitariste, laddove esse assegnino egual peso agli interessi eguali delle parti coinvolte[4]).
Nell'evidenziare questa somiglianza di fondo, Sen deve, però, contemporaneamente ammettere l'esistenza di un vistoso disaccordo su quale eguaglianza vada perseguita (se, appunto, di beni primari, di diritti alla libertà, ecc.): ogni teoria ha, in proposito, la sua risposta, spesso in irrimediabile conflitto con quella delle altre (pag. 32). Alla luce di queste considerazioni, Sen reputa, allora, utile, prima di tutto, distinguere analiticamente le due domande che l'etica dell'eguaglianza finisce per porsi: 1) perché eguaglianza? 2) eguaglianza di che cosa?; successivamente, Sen suggerisce di concentrarsi, anziché sulla prima (è sostanzialmente condivisa, infatti, dalle varie teorie sostantive dell'etica degli assetti sociali l'esigenza di una considerazione eguale per tutti a un livello giudicato importante), sulla seconda, essendo assai controverso in filosofia politica quale eguaglianza debba essere ritenuta fondamentale.
Purtroppo, molta filosofia politica non ha saputo separare le due questioni e ha dichiarato di combattere l'eguaglianza in sé, quando, invece stava attaccando una particolare eguaglianza a favore di un altro tipo di eguaglianza (Nozick non combatteva forse l'eguaglianza economica per difendere l'eguale diritto alla libertà?): al contrario, occorre avere consapevolezza del fatto che le battaglie sull'eguaglianza si riducono a conflitti circa quale eguaglianza privilegiare e che "richiedere l'eguaglianza in uno spazio [...] può costringere a essere anti-egualitari in qualche altro spazio, l'importanza della qual cosa deve essere valutata criticamente nella formulazione di un giudizio globale" (pag. 34).
Ora, questa diversa impostazione del problema pare in grado di risolvere due difficoltà spesso avanzate contro le prospettive egualitarie: a), non accade che l'eguaglianza trascuri le differenze? E b), non ha come conseguenza una limitazione a volte insopportabile della libertà?
Per quanto concerne il primo problema, Sen è sin dall'inizio molto chiaro: gli esseri umani sono diversi per caratteristiche personali e per le circostanze esterne che tocca loro vivere, per cui "la valutazione delle esigenze poste dall'eguaglianza deve scendere a patti con l'esistenza di una diffusa diversità umana" (p. 15) e non calpestarla in nome di una retorica egualitarista che spesso sa di semplificazione.
Circa il secondo problema, Sen osserva che "la libertà è uno dei possibili campi di applicazione dell'uguaglianza, e l'uguaglianza è una delle possibili configurazioni della distribuzione delle libertà" (pag. 42); pertanto, la libertà costituisce una specifica variabile focale nella quale valutare l'eguaglianza (una variabile che, in quanto tale, può entrare in conflitto con altre variabili), non un valore contrapposto all'eguaglianza[5].

2. Nella seconda parte della sua opera, Sen si propone di identificare, sviluppare e difendere la scelta di uno specifico spazio in cui valutare la diseguaglianza, precisamente quello delle capacità di scegliere funzionamenti.
Possiamo pensare che l'essere di una persona sia costituito da molteplici funzionamenti, quali, ad esempio, un'adeguata nutrizione, una buona salute o anche la partecipazione alla vita sociale; le varie combinazioni di funzionamenti che la persona può acquisire rappresentano, invece, le capacità (di funzionare): l'insieme delle capacità configura, a sua volta, la libertà degli individui per la scelta tra le vite possibili (pagg. 63-4).
Non sembra qui fuori luogo una specificazione: per Sen libertà significa la concreta opportunità, il potere effettivo di acquisire ciò che si sceglierebbe avendone la possibilità; in questo senso, è corretto parlare, ad esempio, di libertà dalla malaria, dal momento che gli uomini, avendone la possibilità, sceglierebbero una vita priva di malaria. Ciò comporta, conseguentemente, il rifiuto di interpretare la libertà esclusivamente come controllo diretto su tutto ciò che influisce sulla propria vita: infatti, le possibilità di un mio controllo diretto sulla malaria sono pressoché nulle, dato che solo grazie a delle politiche sanitarie a livello nazionale e anche internazionale la malaria può essere sconfitta[6].
Su queste premesse, sembrerebbe che una valutazione del well-being (dello star bene) di una persona debba assumere la forma di un giudizio sui funzionamenti; siccome, però, le capacità riflettono, come abbiamo visto, la libertà (nel senso appena chiarito) di perseguire gli elementi costitutivi del well-being (ovvero i funzionamenti) e siccome decidere e scegliere fanno anch'essi parte della vita e la rendono più ricca, le capacità possono, secondo Sen, avere anche un ruolo diretto come elementi costitutivi del well-being e non solo una funzione strumentale per ottenere well-being (pag. 78).
Ne discende che il well-being individuale non va valutato tanto in relazione ai funzionamenti acquisiti quanto in funzione delle capacità realmente a disposizione dell'individuo (almeno in linea di principio, dal momento che vi sono, poi, difficoltà pratiche nel ricostruire e, quindi, utilizzare l'insieme delle capacità); in questo senso, è diverso il well-being di due persone egualmente affamate ma di cui una soffre la fame perché digiuna per sua libera scelta e l'altra perché priva di mezzi e, perciò, impossibilitata a nutrirsi: stante per entrambe un funzionamento non acquisito, quella, a differenza di questa, possiede, infatti, in qualsiasi momento la capacità di ottenere un'adeguata nutrizione.
Allo stesso modo, secondo Sen, risultano tutt'altro che persuasivi alcuni recenti tentativi di concentrare l'attenzione sugli strumenti per le acquisizioni, come, ad esempio, la teoria dei beni primari di Rawls[7]. Indubbiamente, "lo spostamento dalle acquisizioni agli strumenti di acquisizione può senz'altro aver agevolato un mutamento di interesse nella letteratura verso l'apprezzamento dell'importanza della libertà, ma il mutamento resta inadeguato per catturare l'estensione della libertà" (pag. 56); questa estensione è definita solo in modo molto imperfetto dagli strumenti, in quanto, osserva Sen, "le caratteristiche personali e sociali di individui diversi, che tendono a loro volta a differire grandemente, possono condurre a sostanziali variazioni interpersonali nella conversione di beni primari o risorse in acquisizioni" (pag. 61). Alla fine, perciò, quello della libertà di acquisire e, quindi, delle capacità sembra lo spazio migliore nel quale valutare la diseguaglianza[8].
La prospettiva delle capacità consente a Sen anche una revisione dei tradizionali approcci a un problema purtroppo assai poco teorico: la povertà. Gli approcci tradizionali sono soliti determinare la povertà in funzione del reddito, attraverso l'individuazione di un reddito (la linea di povertà) al di sotto del quale una persona viene definita come povera e la successiva costruzione di un indice di povertà[9]. Questa impostazione, secondo cui povertà equivale a basso reddito, non coglie, però, a parere di Sen, la natura della povertà: come gli strumenti per la libertà abbiamo visto che non catturano l'estensione della libertà, così "il grado di adeguatezza dei mezzi economici non può essere giudicato indipendentemente dalle effettive capacità di conversione dei redditi e delle risorse in capacità di funzionare" (pag. 156).
Da questo punto di vista, un uomo con disturbi renali e, perciò, sottoposto a dialisi con un'apparecchiatura che gli costa moltissimo risulta più povero di un altro senza questi disturbi ma con un reddito leggermente inferiore; si può, pertanto, dedurre che "nello spazio del reddito, il concetto rilevante di povertà deve essere basato sull'inadeguatezza (a generare livelli minimi accettabili di capacità), piuttosto che sulla scarsezza (indipendentemente dalle caratteristiche individuali)" (pag. 157). Non il reddito, bensì le capacità debbono, pertanto, costituire il metro attraverso cui misurare la povertà.
Naturalmente, qualunque sia lo spazio valutativo che prendiamo in considerazione, è necessario specificare il suo contenuto sostantivo, ovvero individuare cosa concretamente rientri in questo spazio; nel caso, quindi, della proposta di Sen occorre 1) costruire un indice di funzionamenti/capacità che influiscono sul well-being (atteso che molti non sono realmente importanti[10]) e, poi, 2) stabilire all'interno di questo indice un ordine di priorità (pare, ad esempio, evidente che la capacità di muoversi abbia un peso specifico superiore rispetto alla capacità di giocare a pallacanestro). Sen è consapevole che tutto questo non è per nulla facile: ciò non autorizza, però, a far passare queste difficoltà pratiche come limiti teorici dell'approccio delle capacità.

3. In questo terzo paragrafo, ci proponiamo di approfondire la seguente questione, che ci sembra non completamente esaurita da La diseguaglianza: a quali condizioni è possibile confrontare, alla luce delle dotazioni individuali di well-being, due o più situazioni e stabilire quale sia la più egualitaria?
In breve, la proposta di Sen è questa: poste le due situazioni x e y, si può affermare che x è più egualitaria di y se e solo se x è più egualitaria di y in base a tutte le variabili che sono ritenute importanti nella valutazione della diseguaglianza. Al contrario, se y fosse più egualitaria di x rispetto a una sola di queste variabili (ma non rispetto a tutte le altre), l'ordinamento di questa coppia di situazioni dovrebbe essere lasciato inattuato, almeno finché una più attenta analisi non ci consentisse di eliminare ogni conflittualità (p. 186-7).
Sen ritiene che questo ragionamento (applicato nello specifico all'approccio delle capacità) possa essere abbastanza fruttuoso: l'uso di un ordinamento parziale intersettivo nei confronti interpersonali e nella valutazione della diseguaglianza, infatti, sarebbe in grado, secondo Sen, di fare i conti tanto con le molteplici sfumature delle idee di well-being e diseguaglianza quanto con una probabile carenza di informazioni (pag. 187).
Alla prova dei fatti, però, questa proposta rivela un'eccessiva rigidità: come osserva Larry Temkin nel suo Inequality[11], l'approccio intersezione suggerito da Sen non riesce a operare alcun trade-off: basta, infatti, che nella comparazione di due differenti situazioni una sola variabile di quelle ritenute importanti per la valutazione diverga dalle altre perché l'ordinamento debba essere lasciato incompleto. Non è questo un vincolo eccessivo? Supponiamo, afferma Temkin, di mettere a confronto secondo l'approccio intersezione due giocatori di basket, uno molto bravo e l'altro di medio valore: difficilmente il primo si rivelerà superiore al secondo in tutti quegli aspetti che riteniamo importanti per giudicare i giocatori di basket (ad esempio, il tiro, il controllo di palla, l'abilità difensiva ecc.); non per questo, però, se solo abbiamo un minimo di competenza sull'argomento, ci rifiuteremo di esprimere un giudizio, lasciando incompleto l'ordinamento. Quale procedimento ci permetterà di pronunciarci? Si tratterà semplicemente di stabilire quanto conta ciascuno degli aspetti considerati rilevanti nella valutazione della bravura dei giocatori di basket, Ora, osserva Temkin, applicando questo metodo nella valutazione di quale di due situazioni sia più egualitaria, è possibile andare oltre l'approccio intersezione di Sen: infatti, il procedimento suggerito da Temkin non si limita a fare quello che già faceva Sen, cioè 1) selezionare le variabili importanti per questa valutazione e 2) determinare i loro singoli valori, ma si preoccupa anche di 3) individuare il peso relativo di ciascuna di queste variabili: in questo modo, rispetto a Sen, è possibile confrontare due diverse situazioni anche se le variabili considerate non danno una risposta univoca.
Certo, non deve sfuggire che quello che suggerisce Temkin non fornisce la garanzia che l'ordinamento venga completato: questo per il semplice motivo che spesso potranno non esservi a disposizione sufficienti informazioni per farlo. Si tratta, però, anche in questo caso di una difficoltà squisitamente pratica, che non inficia, dunque, il vigore teorico del metodo proposto da Temkin; al contrario, è teorica l'obiezione che si può avanzare nei confronti dell'approccio intersezioni di Sen, che, a causa delle sue eccessive richieste, a volte non è in grado di ordinare situazioni che, invece, lo potrebbero essere.
Concludendo: la proposta di Sen è sicuramente illuminante per quel che concerne l'individuazione della domanda quale eguaglianza? come problema centrale dell'analisi sulla diseguaglianza; la risposta a questo interrogativo, attraverso l'esplicazione del concetto di capacità, sembra interessante, anche e soprattutto perché adeguata alle convinzioni morali che predominano nel nostro angolo di mondo, nonché utile a una miglior comprensione di alcuni fenomeni sociali come la povertà. Il fatto che il metodo dell'approccio intersezioni per il confronto di due diverse situazioni sociali si sia rivelato emendabile, non toglie, nel complesso, spessore a La diseguaglianza: non pare, anzi, azzardato prevedere che questo testo costituirà sempre più uno snodo fondamentale della ricerca etico-politica contemporanea.

di Corrado Del Bò cfs.unipv.it


[1] Cfr., ad esempio, On economic Inequality, Oxford 1973; Equality of What? in S.M. Mc Murrin, Tanner Lectures on Human Values, i, Salt Lake City 1980 (trad. it. Eguaglianza, di che cosa?, in Scelta, benessere, equità, Bologna 1986, pp. 336-360); Well-being, Agency and Freedom: The Dewey Lectures 1984, in «Journal of Philosophy», 1985, 82; Justice: Means versus Freedom, in «Philosophy and Public Affairs», 1990, 19.
[2] Cfr. John Rawls, A Theory of Justice, Cambridge 1971 (trad. it. Una teoria della giusizia, Milano 1982).
[3] Cfr. Robert Nozick, Anarchy, State and Utopia, Oxford 1984 (trad. it. Anarchia, Stato e utopia, Firenze 1981).
[4] Cfr., ad esempio, R. M. Hare Ethical Theory and Utilitarianism, in Contemporany British Philosophy, a cura di H. D. Lewis, vol. IV, London, ristampato in Sen e Williams, Utilitarianism and Beyond, Cambridge 1982 (trad. it. Teoria etica e utilitarismo pp. 31-49).
[5] Sul fatto che il conflitto tra libertà ed eguaglianza sia più apparente che reale, cfr. anche Steven Lukes Equality and Freedom: Must They Conflict?, in Moral Conflict and Politics, Oxford 1991, (trad. it. Eguaglianza e libertà: un conflitto necessario, in Libertà e eguaglianza, a cura di Sebastiano Maffettone, Torino 1991, pp. 39-68)
[6] Questa interpretazione della libertà è, comunque, piuttosto controversa. Ad esempio, G. A. Cohen (in Amartya Sen's Unequal World, «New Left Review» 1994, 203, pp. 117-129) evidenzia come, laddove non esiste la possibilità di un controllo (quantomeno indiretto) su ciò che influisce sulla nostra vita e benché ciò che accade sia in armonia con i nostri desideri, non si possa parlare plausibilmente di libertà.
[7] Cfr. Rawls, op. cit.
[8] A questo discorso si aggiungano due specificazioni: 1) una maggior libertà di scelta può anche significare una riduzione del well-being acquisito (come nel caso dell'asino di Buridano che morì di fame per non aver saputo scegliere tra due mucchi eguali di fieno); 2) nella vita umana a obiettivi di well-being si intrecciano obiettivi di agency, ovvero obiettivi che una persona ha motivo di perseguire, indipendentemente dal fatto che siano connessi con il suo well-being (ad esempio, l'indipendenza del proprio paese, la realizzazione del comunismo, la diffusione della propria religione ecc.); la stessa nozione di libertà finisce, quindi, per racchiudere in sé tanto la libertà di well-being quanto la libertà di agency (pag. 85).
[9] Questa operazione può essere compiuta individuando: 1) la quota di persone con un reddito inferiore alla soglia di povertà; 2) il divario di reddito tra reddito effettivo e soglia di povertà; 3) una misura della diseguaglianza nella distribuzione del reddito tra poveri. Collegando questi indicatori di povertà, è possibile ricavare il coefficiente di Gini. Per un'analisi dettagliata del problema, rimandiamo direttamente al testo di Sen, alle pagine 145-51.
[10] Non è un caso, da questo punto di vista, che, in un lavoro precedente, Sen utilizzasse il concetto di capacità di base proprio a indicare che non tutti i funzionamenti e le capacità corrispondenti hanno il medesimo valore (cfr. Eguaglianza, di che cosa?, cit., nonché La diseguaglianza, p. 70, nota 18).
[11] Larry S. Temkin, Inequality, Oxford 1993. Le considerazioni qui sintetizzate si possono ritrovare alle pp. 141-53.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

quello che stavo cercando, grazie

Anonimo ha detto...

necessita di verificare:)