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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

gennaio 15, 2009

De Sade e le rivoluzioni

Man Ray - Ritratto Immaginario di D.A.F. de Sade

Tra gli scritti di de Sade, uno in particolare, inserito nella Philosophie dans le boudoir, definisce con precisione la sua posizione verso la rivoluzione del 1789 e verso la Rivoluzione in genere. Si tratta del breve opuscolo Francesi! Ancora uno sforzo se volete essere repubblicani!, in cui si prevedono, con eccezionale lucidità, le tappe del processo rivoluzionario che dovranno fare seguito alla Rivoluzione francese. Lo schema attraverso cui de Sade articola questi momenti è quello della negazione di tutti i doveri che il pensiero tradizionale impone all'uomo: doveri verso Dio, doveri verso il prossimo, doveri verso sé stesso.
Non esistono doveri verso Dio, perché Dio non esiste: e comunque la Repubblica lo ha ucciso. Secondo l'espressione di uno dei più noti studiosi del pensiero sadiano, Klossowski, per de Sade il regicidio di Luigi XVI è il "simulacro della messa a morte di Dio", che permette di sostituire "alla fraternità dell'uomo naturale quella solidarietà del parricidio adatta a cementare una comunità che non poteva essere fraterna perché cainica" (14). Per "consolidare la rivoluzione" occorrerà, dunque, consolidare il deicidio: de Sade propone, in particolare, la lotta sistematica contro la religione cattolica, e si abbandona alle più turpi bestemmie contro Cristo, la Vergine, i santi. "Sì, distruggiamo per sempre ogni idea di Dio - urla il più coerente corifeo dell'ateismo illuministico - e facciamo soldati dei suoi preti": "condanniamo a essere beffeggiato, deriso, coperto di fango in tutte le piazze delle grandi città di Francia il primo di questi ciarlatani benedetti che verrà ancora a parlarci di dio o di religione"; "le bestemmie più insultanti, le opere più atee siano poi pienamente autorizzate, allo scopo di finire di estirpare dal cuore e dalla memoria degli uomini gli orribili trastulli della nostra infanzia" (15).
Altrettanto inesistenti dei doveri verso Dio sono, secondo de Sade, i doveri verso gli uomini, in nome dei quali si reprimono, da sempre, la calunnia, il furto, i "delitti causati dall'impurità", l'assassinio: tutte azioni che "in un governo repubblicano" devono essere al contrario incoraggiate e permesse. La calunnia, anzitutto, non può essere un male "in un governo come il nostro in cui tutti gli uomini, più legati, più vicini, hanno evidentemente un più grande interesse a conoscersi bene": in uno Stato repubblicano la calunnia è "un lume, uno stimolante, in tutti i casi qualcosa di molto utile". Quanto al furto, il suo effetto "è di livellare le ricchezze", effetto benefico e perfino necessario "in un governo il cui fine è l'uguaglianza". La proprietà privata è "una barbara ineguaglianza", e la prova dell'ingiustizia della proprietà sta appunto nel furto, che dimostra come chi detiene i beni di solito non li custodisce con diligenza. "Punire i ladri" è, dunque, "orribile crudeltà", e al legislatore repubblicano de Sade consiglia il contrario: "punite l'uomo tanto negligente da lasciarsi derubare, ma non pronunciate alcuna condanna contro colui che ruba" (16). Attraverso la paradossale apologia del furto, de Sade prevede l'abolizione della proprietà privata - storicamente realizzata dal comunismo - come momento rivoluzionario successivo alla Rivoluzione
francese: mentre la difesa della calunnia annuncia sinistramente le società totalitarie moderne fondate sulla delazione e sulla menzogna. "Sade - scrivono Adorno e Horkheimer - ha pensato fino in fondo il socialismo di Stato, mentre Saint-Just e Robespierre erano incespicati ai primi passi" (17).
Ma de Sade non si limita a prevedere il comunismo: egli prospetta anche una rivoluzione ulteriore, il cui paradigma è la Rivoluzione sessuale. Tra i doveri verso gli uomini, de Sade attacca con particolare violenza il dovere di rispettare il pudore e la libertà sessuale altrui. Uno Stato repubblicano deve essere "immorale per necessità": sarà pertanto opportuna l'organizzazione di "numerosi edifici sani, vasti, decorosamente ammobiliati e sicuri sotto tutti gli aspetti", in cui "si obblighino le donne [e gli uomini] a prostituirsi", in cui ognuno possa convocare qualunque altra persona, senza limiti di sesso, di età, di parentela, e obbligarla a sottomettersi a tutti i suoi capricci (18). Infatti, anche l'omosessualità, l'incesto, la bestialità e ogni tipo di perversione devono essere considerati leciti, seguendo l'argomentazione che già abbiamo incontrato nel brano citato di d'Holbach e che è fondata sul presupposto dell'uomo-macchina, dell'uomo come pura res extensa: "queste inezie, derivando da una conformazione naturale, non potrebbero mai rendere più colpevole colui che vi è incline di quanto non lo sia colui che la natura creò mostruoso" (19). L'effetto secondario di questa prostituzione generalizzata, e cioè i "bambini che non avranno padre", sarà del resto altamente positivo per lo Stato rivoluzionario: "non crediate di fare dei buoni repubblicani - ammonisce de Sade - fino a quando isolerete nelle loro famiglie i bambini che devono appartenere unicamente alla repubblica".
Proseguendo nella negazione dei doveri verso gli uomini, de Sade annuncia ancora tappe successive del processo rivoluzionario. In pagine che sono oggi di tragica attualità, il marchese illuminista inneggia all'aborto: "non è ingiusto impedire dì nascere a un essere che sarà certamente inutile. La specie umana deve essere epurata sin dalla culla: un individuo che sarà inutile alla società dev'essere strappato del suo seno: ecco i soli mezzi ragionevoli per limitare una popolazione, la cui sovrabbondanza è il più dannoso degli eccessi". Più coerente di molti abortisti contemporanei, de Sade propone immediatamente, accanto all'aborto, l'infanticidio, e consiglia alla repubblica francese di imitare quegli Stati pagani dove "si esaminavano attentamente tutti i bambini che venivano al mondo, e se non li si trovava fisicamente adatti a difendere un giorno la repubblica venivano immediatamente immolati; non si giudicava infatti indispensabile conservare questa vile feccia della natura umana". Infine, l'assassinio stesso deve essere incoraggiato: esso rappresenta la rottura più radicale dei legami dell'uomo con il suo prossimo, ed è dunque un momento decisivo della metafisica sadiana della Rivoluzione. L'assassino, "uomo molto coraggioso", è "prezioso in un governo repubblicano"; del resto, l'omicidio rituale di Luigi XVI ha iniziato un processo irreversibile: la repubblica "è già nel delitto, e se volesse passare dal crimine alla virtù cadrebbe in un'inerzia il cui risultato sarebbe la sicura rovina" (20).
Francesi! Ancora uno sforzo se volete essere repubblicani!, si conclude con la negazione, dopo i doveri verso Dio e verso gli altri, dei doveri verso sé stessi. Il momento conclusivo e vessillare della Rivoluzione in interiore homine prospettata da de Sade - quella che Corrêa de Oliveira chiama IV Rivoluzione - è l'apologia del suicidio. Il suicidio, rottura dell'ultimo legame che è possibile spezzare, quello che lega l'uomo alla propria esistenza, è l'epifania dello spirito rivoluzionario; contro "l'imbecillità di quella gente che giudica questa azione un delitto", de Sade propone il ritorno a tempi in cui "ci si uccideva in pubblico e si faceva della propria morte uno spettacolo fastoso", e conclude: "seguendo l'esempio di questi fieri repubblicani supereremo tosto le loro virtù: è il governo che fa l'uomo"

di Massimo Introvigne http://www.francocenerelli.com/

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