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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

gennaio 16, 2009

James Joyce tra Trieste e Dublino.


Nel 1917, a 35 anni, James Joyce cominciò ad accusare gravi disturbi alla vista. Glaucoma, irite, cataratta…Da lì in poi avrebbe subito una ventina di interventi. Sul finire – come Gisèle Freund – nemmeno gli occhiali fortemente graduati bastavano più: lo scrittore leggeva a fatica, aiutandosi con una lente. Oltre ai libri, un’altra antica passione ne risultava severamente compromessa: il cinema. Joyce c’era entrato per la prima volta tra il 1904 e il 1905 a Pola (dove insegnava inglese presso la Berlitz School). E ne era uscito entusiasta. Benché l’invenzione dei Lumière attraversasse ancora uno stadio di rozza, per quanto ambiziosa, gestazione JJ ne aveva afferrato tutta la carica eversiva in fatto di linguaggio e percezione. Insomma aveva intuito che il cinema era la sola vera arte del ‘900 perché incarnava la metamorfosi psichica dell’individuo moderno.
È a Trieste però che l’autore di Ulysses scopre davvero il cinematografo e ne assorbe la lezione rivoluzionaria. Da spettatore assiduo, ma anche da aspirante, e un po’ velleitario, businessman. Tra il 1905 (anno in cui Joyce si trasferisce con la moglie Nora) e il 1918, esistevano in città ben 35 sale di proiezione. Ma i primi film erano arrivati già nel 1896, mentre i Lumière rendevano pubblica la loro invenzione.
Indiavolato e occhiuto, lo spirito commerciale triestino non ci aveva messo molto a fiutare che il cinema non era semplice prolungamento tecnologicamente avanzato di tradizionali forme di spettacolo, ma che – col suo potenziale ipnotico – sarebbe potuto diventare una formidabile industria della suggestione. Anche se, certo, agli albori, seducevano il pubblico con il vecchio linguaggio zingaresco da fête foraie, da parco delle attrazioni: “molte delle sale erano baracconi itineranti. E – dagli investitori ai tecnici passando per gli imbonitori – quella che lavorava nel cinema era un’umanità subprime, sottobosco industrioso e pittoresco” ricorca Erik Schneider. Èil curatore di Trieste, James Joyce e il cinema: storia di mondi possibili, mostra multimediale apera nel quadro della 20^ edizione del Trieste Film Festival, che fino al 22 gennaio indagherà i rapporti tra lo scrittore irlandese, la rivoluzione filmica e la città con un fittissimo calendario di appuntamenti.
“L’Ulisse? È grandissimo cinema” sosteneva Carmelo Bene. In linea con quelle parole , scoprirete in quali e quante pagine joyciane si sia infiltrata la tecnica cinematografica; o come a Trieste si proiettassero già all’epoca film a luci rossi, in serate settimanali alle quali gli spettatori (JJ compreso, pare) si presentavano col volto coperto da una maschera; oppure quanto Ulysses, abbia influenzato Rossellini, Godard, Scorsese. Soprattutto scoprirete la breve corsara avventura imprenditoriale di Joyce cinematografaro in Irlanda con capitali triestini.
“ I signori Iames Joyce [sic], Giuseppe Karis [sic], Giovanni Rebez e Caterina Machnich s’uniscono in società per l’impianto e l’esercizio di cinematografi in Dublino, Belfast e Cork (Irlanda) conferendo i tre ultimi il capitale d0impianto nell’importo di non meno di corone ventimila e il sig. Joyce la sua conoscenza dei luoghi per l’opera sua per l’impianto e per l’avviamento dell’impresa”: così recitava il contratto stipulato a Trieste nell’ottobre 1909. Era il battesimo del cinema Volta, che il 20 dicembre di quell’anno avrebbe aperto i battenti nella capitale irlandese.
“A Dublino i primi filn si erano visti a fine ‘800 ma una vera sala di proiezione non esisteva. Come sempre a corto di soldi – m non di idee per farne – Joyce si mosse subito per sfruttare quella lacuna” spiega John McCourt, che insegna letteratura inglese a Roma Tre e a Trieste ha fondato la Joyce School. Èanche l’autore di James Joyce. Gli anni di Bloom, la migliore biografia sugli anni triestini (dodici in tutto dell’irlandese errante. Che – spiantato professore con moglie e un bambino, a carico – si catapultò nell’impresa “forse memore di un’operetta buffa, La geisha, allora molto in voga, che cantava: “Ormai con i film/si fanno un sacco di danari/stan diventando milionari/i cinematografari”.
I quattrini, lui, li trovò alleandosi con i signori Antonio Machnich (negoziante di tappeti e proprietario di cinema triestini), Giuseppe Caris (venditore di stoffe e titolare del più importante cinema della città, l’Americano) e Giovanni Rebez (commerciante di pellami e anch’egli patron di cinema).
L’operazione (che vide coinvolti anche altri due triestini: Francesco Novak, in veste di gestore, e Guido Lenardon, proiezionista) partì bene, ma presto si afflosciò. Lo si può capire: il “biscopio italiano (così si chiamava all’epoca il proiettore) regalava agli spettatori film difficilmente digeribili: cortometraggi con intertitoli in italiano i francese. Perché ci capisse qualcosa, al pubblico venivano distribuiti depliant con il sunto delle trame. In più, dopo il lancio Joyce era rientrato in Italia e i triestini rimasti in loco masticavano male l’inglese. Risultato : il cinema Volta fu venduto in perdita nel luglio 910 (ma rimase in attività fino al ’47). Con James Joyce imbellito perché la pretesa liquidazione d’un dieci per cento non gli venne corrisposta dai soci (e giustamente: lui nell’iniziativa non aveva messo un soldo).
“La vicenda del Volta risveglio i suoi fantasmi paranoie” sorride McCourt, “per tutta la vita evve l’impressione di esser stato raggirato da qualcuno”. Però nella biografia joyciana “quell’esperienza resta molto significativa. Per lui la cosmopolita, ibrida, Trieste fu la città del Moderno, in contrapposizione a Dublino, bloccata e tradizionalista” dice Elisabetta d’Erme, giornalista, studiosa di letteratura irlandese, fra i curatori del Festival. Affari a parte, per valutare l’impatto del cinema sullo sguardo di Joyce, Erik Schenider ci segnala una lettera che nel giugno 1924 lo scrittore indirizza alla sua benefattrice Harriet Shaw Weaver. Dopo l’ennesima operazione oculistica, Joyce confessa: “Ogni volta che sono costretto a restare sdraiato xon gli occhi chiusi vedo un cinematografo che va e rivà avanti e questo mi riporta alla memoria cose che avevo quasi dimenticato”. L’intuizione pionieristica dell’intima affinità tra il cinema e il funzionamento del ricordo.
di Marco Cicala






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