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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

gennaio 29, 2009

L'Università delle cattedre grigie

I professori universitari italiani sono i più vecchi d'Europa e godono del privilegio di andare in pensione più tardi dei colleghi europei senza dover produrre risultati scientifici. Il decreto legge 180/08 del ministro Gelmini fissa le quote d'immissione dei giovani ricercatori nel sistema universitario, ma non affronta il nodo dell'età pensionabile dei docenti ordinari. All'università serve una riforma che diminuisca rapidamente il numero degli ordinari, preservando al contempo la trasmissione del sapere fra le generazioni.
La composizione del corpo docente universitario è cambiata nel corso degli anni. Fino al 1980 i professori ordinari erano poche migliaia. Con l'approvazione della legge 382/1980, si è verificata un’ingente immissione di docenti che in modo quasi automatico sono stati trasformati da assistenti in ricercatori e in professori grazie a una valanga di concorsi ad personam: un vero e proprio “tsunami” di assunzioni come è stato definito da Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi, ovvero “un'onda anomala” di nuovi docenti per stare alla definizione di Salvatore Settis. (1)
I PIÙ VECCHI D'EUROPA
Negli anni, la tendenza dell'università a investire risorse negli avanzamenti di carriera è stata mantenuta e anzi è diventata ancor più massiccia. In seguito all'introduzione dei concorsi locali a idoneità tripla voluti dal ministro Berlinguer nel 1998, il numero degli ordinari è aumentato fino a eguagliare, e addirittura superare nel 2001, il numero degli associati e dei ricercatori. Rispetto al 1998 il numero di ordinari è aumentato del 46 per cento, a fronte di un aumento complessivo del corpo docente del 24 per cento. (2) Oggi, la composizione delle tre fasce si equivale con circa 20mila docenti per fascia e forma la cosiddetta “struttura a cilindro” del corpo docente. L'allargamento a dismisura del numero di ordinari ha contribuito a ingrossare le spese di personale degli atenei, oggi prossimi al tracollo finanziario.La classe docente italiana è anche la più vecchia d'Europa. Come riportato nel rapporto Miur, il 55 per cento dei docenti di ruolo supera i 50 anni con una distribuzione dell’età diversa fra le tre fasce. Gli ultra-cinquantenni costituiscono l’82 per cento degli ordinari, il 55 per cento degli associati e il 31 per cento dei ricercatori. Se poi si osserva la fascia d’età degli ordinari, si rileva che il 45 per cento ha più di 60 anni e che addirittura il 24 per cento ne ha oltre 65. Nel panorama internazionale ed europeo in particolare, l’Italia è tra i paesi con la quota più alta di docenti ultra-cinquantenni, come si vede nella figura 1. Una riduzione dell'età dei docenti si è avuta dal 2003 anche se in una misura ancora insufficiente.Le cause dell'elevata età media dei docenti sono essenzialmente due: i tempi troppo lunghi per l'immissione in ruolo dei ricercatori, che avviene secondo percorsi non definiti, e una normativa troppo generosa sull'età pensionabile dei professori ordinari. Il primo aspetto viene affrontato dal decreto legge 180/08 che fissa al 60 per cento la quota di immissione dei ricercatori. Il secondo aspetto richiederebbe un intervento mirato di riduzione dell'età pensionabile. In Italia, i lavoratori vanno in pensione a 65 anni, mentre i professori universitari lo fanno molto più tardi. Come notanoSylos Labini e Zapperi, si tratta di un'antica tradizione italiana. La legge 498/1950 introduce la collocazione fuori ruolo a 70 anni e la pensione definitiva a 75. Il limite viene mantenuto fino alla legge 382/1980 che abbassa l’età di collocamento fuori ruolo a 65 anni e quella della pensione a 70. Un cambiamento superato con la legge 230/1990 che ripristina la normativa precedente, definendo opzionale il collocamento fuori ruolo a 65 anni. Come se ciò non bastasse, con il decreto legge 503/1992 si permette ai docenti di rimanere in servizio per un ulteriore biennio oltre il limite di età, innalzando quindi l’età di permanenza in ruolo sino a 72 anni. A questa opzione favorevole si è aggiunta la possibilità di ottenere il fuori ruolo per tre anni in modo automatico. Molti docenti immessi in ruolo negli anni Ottanta godono di questo privilegio, che tuttavia dopo la riforma dell'allora ministro Mussi (articolo 2 legge Finanziaria 2008) è in progressiva abolizione. Infine, la riforma Moratti (203/2005) abolisce la permanenza fuori ruolo e fissa a 70 anni l’età della pensione, ma questo solo per i nuovi assunti.
QUANTO COSTA L'ORDINARIO ANZIANO
L'idea del pensionamento in tarda età era in linea di principio condivisibile poiché riconosceva ai pochi professori, provenienti da un duro percorso di selezione, un valore intellettuale e professionale tale da rendere vantaggioso per il sistema universitario una vita lavorativa prolungata. I cambiamenti legislativi che hanno aumentato il numero degli ordinari e svuotato il processo di selezione con le sanatorie e le idoneità multiple ha però di fatto reso controproducente e costoso per il sistema una vita lavorativa protratta fino a 72 anni e più. Nell'enorme massa dei circa 20mila ordinari che popolano le facoltà italiane sono difatti ben pochi quelli in grado di rimanere intellettualmente attivi nella ricerca e nella didattica fino a tarda età. I sette anni aggiuntivi rispetto ai comuni lavoratori che vanno in pensione a 65 anni costano agli atenei una cifra elevata: un ordinario a fine carriera costa al proprio ateneo circa 120mila euro all'anno, che per sette anni diventano 840mila. Con questa cifra si potrebbero pagare 28 ricercatori per un anno o, se si preferisce, un ricercatore per 28 anni. Lo svecchiamento del sistema universitario e l'aumento dei giovani ricercatori, necessari per rimettere in moto l'università italiana, passa anche attraverso una revisione dell'età pensionabile che andrebbe riportata a 65 anni per i docenti oggi in servizio. (3)È altresì vero che nella massa dei 20mila ordinari ci sono personalità di grande spessore scientifico e culturale, i quali costituiscono un patrimonio importante per la trasmissione del sapere. Ispirandosi al sistema anglosassone, per loro andrebbe prevista la costituzione della figura del “professore emerito”. Un titolo da conferire unicamente ai professori meritevoli e di chiara fama che dopo il raggiungimento dell'età pensionabile desiderano continuare l'attività di insegnamento e di ricerca. Per evitare i soliti automatismi dell'università italiana, il titolo andrebbe riconosciuto solo su richiesta motivata e attribuito solo per alti meriti scientifici dopo una rigorosa valutazione. Infine per evitare abusi il numero massimo di professori emeriti andrebbe fissato per legge, ad esempio al 5 per cento del numero di professori ordinari della facoltà di appartenenza.

di Giuseppe Caputo lavoce.info

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