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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

febbraio 25, 2009

Epicuro: Le cose e il cosmo

La scienza della natura, per Epicuro, non si risolve in una fisica quale è la cosmologia di Democrito o, per altro verso, quella di Aristotele. La scienza epicurea si distingue da ogni sapere sistematico o di universale coerenza dei fenomeni naturali. Essa non riguarda l’origine da cui le cose iniziano e di cui sono costituite, né illustra una natura prima e ultima delle cose (è il nobile silenzio del Buddha sulle questioni metafisiche), bensì illustra il modo della relazione tra il soggetto e le cose. Se per la fisica di Democrito gli elementi originari sono in primo luogo l’atomo e il vuoto, per Epicuro gli elementi originari sono gli aggregati. L’oggetto, la cosa, non è più in sé, ma, vicina o distante, albero o stella, è nell’ordine dell’insieme che procede la conoscenza (synoràn: vedere insieme, riferire di nuovo insieme) . Nella Lettera ad Erodoto, il testo in cui Epicuro illustra la dottrina fisica, l’uomo è soggetto conoscente in quanto è corpo, ossia unità fisiologica in trasformazione continua, secondo la teoria atomica, che in tal modo diventa il fondamento scientifico dell’intera dottrina. ..ogni cosa esistente: sasso, pianta, animale, uomo o dio, è sempre soltanto un aggregato di atomi; ogni evento che accade, ogni processo di aumento o diminuzione, di alterazione, di nascita e di morte, è sempre soltanto il risultato di uno spostarsi degli atomi nello spazio vuoto. Da questa concezione dell’universo segue, sempre con limpida coerenza, la risposta al problema della verità: se non esiste altra realtà fuori del corpo, non esisterà altra conoscenza fuori del contatto con il corpo e cioè della sensazione.
Al momento, basti meditare quanto abbiamo appena appreso: la corporeità della conoscenza che, per il tramite della sensazione, diventa il pilastro su cui innalzare ogni discorso; l’aggregarsi degli atomi, come costituzione di una tale corporeità; e, in fine, o meglio in origine, l’atomo (indistruttibile ed eterno) e il vuoto (che si inferisce dalla realtà del movimento). E’ il momento di assaporare la prosa epicurea: Dobbiamo indagare su quello che sfugge all’esperienza sensibile prendendo questo come punto fermo: in primo luogo, non v’è nulla che derivi dal non essere; altrimenti tutto nascerebbe da tutto, né ci sarebbe alcun bisogno di semi. E analogamente se ciò che viene meno si dissolvesse nel nulla tutte le cose avrebbero già finito col dissolversi, non esistendo ciò in cui si sono risolte. Inoltre il tutto fu sempre quale ora è e quale sempre sarà; nulla esiste in cui esso possa mutarsi, né al di là del tutto vi è alcunché che, penetrando in esso, possa provocare in esso un mutamento. Il tutto è costituito di corpi e vuoto. Che i corpi esistano, lo attesta di per sé in ogni caso la sensazione.. Se poi non esistesse ciò che noi chiamiamo vuoto, o luogo, o natura intangibile, i corpi non avrebbero né dove stare né dove muoversi così come evidentemente fanno. (Lettera a Erodoto ) I corpi, perciò, esistono. La sensazione li attesta. Insieme a ciò, nel momento stesso in cui attestiamo così, dobbiamo ammettere che i corpi mutano, che quel che era piccolo si fa grande, quel che era umido si fa secco, e che quel che viveva, muore. Non esiste, per Epicuro, altra lezione se non questa che ci viene dalla sensazione, cioè dal nostro essere vivi e ricettivi. Nel sostanziale realismo con il quale Epicuro affronta il problema della conoscenza, schematizzando, è possibile dire che: Tutto è qualcosa/corpo, aggregato di atomi indistruttibili ed eterni. (E qui, Epicuro ha necessità di porre l’atomo indistruttibile ed eterno, per non cadere sotto la mannaia dell’eleatismo - Parmenide - non v’è nulla che derivi dal non essere) ; Tutto è qualcosa/corpo che muta. Gli atomi, si muovono senza posa in eterno. Ciò presuppone l’esistenza del luogo di questo muoversi eterno, che è appunto il vuoto, lo spazio. Inoltre il tutto fu sempre quale ora è e quale sempre sarà. E’ merito teorico di Epicuro quest’architettura nella quale, l’atomo indistruttibile ed eterno farà da composto per altro da sé – gli aggregati in continuo mutare – per niente indistruttibili e per niente eterni; ciononostante, in tale vorticoso mutamento, niente finisce mai e niente si perde mai. Questa sorta di quadratura del cerchio, di sistema ad entropia zero entro il quale, veramente, è il caso di dire che nulla si crea e nulla si distrugge, è resa possibile dal fatto che la fisica epicurea parla della realtà delle cose a partire dal tutto, e non a partire dalla nozione di essere; altrimenti tutte le cose si fonderebbero su un presupposto, su un a-priori, che è quanto dire sul nulla. Da un lato, il pensiero imperante e con il quale Epicuro dovette fare i conti: l’essere, l’idea; dall’altro, Epicuro e le cose, realtà piena attestata dalla sensazione e perciò tutto. E se il tutto-è, e se questo tutto-che-è comprende ogni cosa nel suo divenire, il tutto è corpo (può mutare solo qualcosa che c’è: la molteplicità delle cose la cui natura ultima è il pieno dell’atomo) e vuoto (ciò che permette alle cose di essere nel loro divenire). Il tutto è , infine, il mutamento stesso, la dinamica realtà che ritaglia in ogni cosa un’intangibile ( condizione delle cose, atomo indistruttibile, eternità) ma anche un divenire, (aggregazione e aggregati, relazioni mutevoli ed interdipendenti, tempo). Se così non fosse, se l’insieme di corpo e vuoto in continua trasformazione non fosse tutto quel-che-c’è, nulla potremmo concepire poiché vivere è sentire, e possiamo sentire solo ciò-che-c’è . E ciò-che-c’è, necessariamente, deve essere un corpo in uno spazio. Detto in altro modo: se l’atomo indistruttibile e perciò eterno non fosse la natura delle cose nel loro farsi e disfarsi, non ci sarebbe nulla data l’insostanzialità e mutevolezza delle cose, degli aggregati; dall’altra parte, se l’atomo indistruttibile ed eterno non desse luogo alle cose fenomeniche, cosa attesterebbe la sensazione? E se la sensazione non potesse attestare niente cosa se ne farebbe l’essere umano del suo sistema nervoso e della sua coscienza? Di più: cosa attesterebbe di sé, vista la sua natura di cosa nel cosmo, aggregato fra gli aggregati? Ora, fortunatamente, quello che la sensazione attesta, quello che noi sentiamo, è che c’è qualcosa e che ci siamo noi; .. In ogni occasione infatti la sensazione attesta di per sé che i corpi esistono, ed è necessario che su di essa si fondi il ragionamento.. (Lettera a Erodoto, 39); qualcosa e noi che costantemente diviene, così lo stesso atto che ci fa vivere –poiché sentiamo- ci dice anche che moriremo –che tutto cambia-. Ma morire, per Epicuro, non è una terribile cosa da esorcizzare poiché significa soltanto che non sentiremo più: da cui la celeberrima tesi secondo la quale quando noi siamo, la morte non è presente, e allorquando essa è presente, noi non esistiamo. (Lettera a Meneceo) Visto che è per la sensazione che accediamo alla conoscenza del mondo e di noi; e visto che morire è assenza di sensazione; chi sarà il soggetto del morire? Vertiginoso!

febbraio 23, 2009

Gugliemo Castelli

I lavori di Guglielmo Castelli (Torino, 1987) appaiono “chiari e infelici”. Ma l’eco rovesciata del brano di Carmen Consoli torna utile solo per definire alcuni disegni e stati d'animo di questo giovane artista perché, mentre la cantante catanese incideva il suo album, Gugliemo Castelli stava probabilmente ancora imparando a leggere. Parlare di giovani artisti significa spesso considerare la categoria secondo l’età anagrafica dei singoli, escludendo quindi le reali novità che ogni lavoro può proporre. Bisogna dunque autenticamente chiedersi se la generazione dei "bamboccioni" sia effettivamente svogliata e povera d’ideali. Sicuramente, e a più livelli - cioè anche sul versante letterario e musicale -, non vi sono molti libri, installazioni e tracce sonore che affrontano temi di attualità o politica, vale a dire che si pongono con prese di posizione ferree e punti di vista forti. Ma quest’assenza critica costituisce indubbiamente una delle possibili risposte a un momento di scarsa fiducia nella collettività, nella classe dirigente e in speranzose e inaspettate prospettive. Più facile, dunque, per un giovanissimo, rifugiarsi nella propria autoreferenzialità narcisistica, perché nell’impossibilità di un cambiamento radicale le certezze di un artista emergente non possono altro che coincidere con il suo mondo casalingo, il microuniverso che ben conosce e di cui viene immediato parlare.
E nell’oceano sovraproduttivo dell’arte, Cor Meum Vulneravit non è la versione elitaria e colta di un libro di Federico Moccia, ma il titolo della nuova personale del ventiduenne Castelli. Titolo di per sé poetico, benché rimandi all’iscrizione posta ai piedi della statua di un angelo in una nota piazza romana, la mostra esplora il tema dell’infanzia. Con tutti i segni, i miti e gli oggetti che - secondo un’idea di fascinazione per gli stessi - non intendono esprimere particolari significati per il fatto di rappresentati, ma che vogliono invece esplicitare semplicemente se stessi, in tutta la loro fisicità. Questo avviene in Ne bis in idem, la scultura in cui un colletto e un gonnellino appaiono come fossili recenti dell’età scolare dell’artista. Ma è anche quanto prende forma nei numerosissimi disegni di piccolo formato dove, preziose come tavolette dipinte, le tele diventano paesaggi della memoria, in cui ritornano ciclicamente maschere da coniglio, alberi, santi e personaggi delle fiabe. Che ribaltano, come nei migliori desideri infantili, le regole del gioco e della tradizione. Mentre nel dittico Amor Sacro, Amor Profano una lolita-cappuccetto rosso sembra fondersi in un abbraccio con il lupo, in Porno un ragazzino si nasconde dietro una maschera colante secrezioni. Vergogna o seduzione, il movimento è quello di chi si offre anziché sottrarsi, di chi sceglie di esporsi senza difese, di chi - come i bambini - osa confessioni svelate. Con il rischio, quasi inevitabile, di essere ferito.

di Claudio Ravero http://www.exibart.it/

dal 29 gennaio al 28 febbraio 2009
Guglielmo Castelli - Cor Meum Vulneravita cura di Maria Cristina Strati
Novalis Fine Arts Gallery
Via Carlo Alberto, 49/51 (zona Porta Nuova) - 10123 Torino
Orario: da lunedì pomeriggio a sabato ore 9-12 e 15-18
Ingresso libero
Catalogo disponibile
Info: tel. +39 01119717497; fax +39 01119717498;
http://www.novalisfinearts.com/

febbraio 20, 2009

Le campane di Bicêtre: un Simenon che avvince descrivendo l'immobilità


Le campane di Bicêtre va messo tra i capolavori di Georges Simenon, uno ci quei “romans durs”, come li chiamava, nei quali diventa grande scrittore e riesce a scrutare fino in fondo, come appunto sanno fare i grandi scrittori, l’animo umano. Il protagonista René Maugras è un uomo arrivato, come si dice. Dirige un importante quotidiano parigino, frequenta ambienti e persone all’altezza. Un giorno, mentre è a cena con amici, va alla toilette e cade a terra. Ha avuto un colpo, si risveglia in clinica semiparalizzato e afasico: non può muoversi, non può parlare. Su questa situazione iniziale Simenon riesce a costruire una vicenda straordinariamente appassionante, anche se per buona parte interiore. Muto e immobile, Maugras piomba in una condizione di assoluta indifferenza non solo rispetto agli amici, alla moglie Lina, al mondo, ma persino rispetto a se stesso. Pensa che probabilmente dovrà morire e non riesce a darsene pena, tale è il suo distacco.
Vengono a trovarlo alcuni illustri medici, suoi amici, che lo rincuorano, gli descrivono le fasi che dovrà passare, i collaudati protocolli di terapia. Loro sorridono, sono affabili, spiritosi. Lui li guarda da dietro la sua maschera forzatamente immobile notando le sottili ipocrisie, gli stereotipi, i tic, le reticenze. Viene a trovalo sua moglie, che in fondo ama, ma con la quale non è mai riuscito davvero a comunicare. La donna sta sprofondando nell’alcolismo e René sa che la colpa è almeno in parte sua.
Intorno a lui si muovono due infermiere: Blanche è carina, leggera, giovane. Josefa è più pesante ma anche più sensuale, dorme su una branda in camera sua. La guarda dormire e immagina come farebbe l’amore. Le ragazze hanno cura di lui: lo assistono nelle funzioni più umili, lo lavano. René talvolta ha vergogna, talaltra reagisce nel sentirsi così manipolato. Le ragazze sorridono perché sono abituate, lui no. Poi ci sono i ricordi, gli episodi semidimenticati dell’infanzia nella cittadina di Fécamp, porticciolo normanno dove suo padre svolgeva un umile lavoro.
Ci sono altri romanzi di Simenon all’altezza di questo. Qui però lo scrittore gioca anche di bravura perché tenere inchiodato alla pagina sulla vicenda di un uomo immobile non è una cosa da poco. Lui ci riesce.
di Corrado Augias

febbraio 19, 2009

Mike Kelley: la mostra a Bolzano

Mike Kelley (Detroit, 1954; vive a Los Angeles) intende la negazione letteralmente come buco all’interno della nostra esistenza, come lasso di memoria che risulta da un abuso subito. Applica infatti le teorie psicanalitiche della “memoria repressa”, ma non agli eventi tragici che trasformano in un assassino seriale, bensì alla vita quotidiana. Gli abusi a cui Kelley fa riferimento sono le prevaricazioni della nostra individualità. Inizia così un articolato iter di ricostruzione dei luoghi in cui sono avvenuti questi atti di controllo sull’identità dell’artista e, in particolare, sulla sua formazione. Per far ciò, Kelley torna ai momenti vissuti in casa e soprattutto a scuola, considerata il principale centro di potere. Pezzo su pezzo, mette insieme tutti i ricordi e tutte le stanze di quegli edifici. Innumerevoli disegni (l’estesa serie Schematic Architecture), suddivisi e isolati in postazioni di visione che somigliano a banchi di scuola (l’installazione Repressed Spatial Relationship Rendered as Fluid), narrano questo percorso mentale. Una ricostruzione fisica in scala lo riproduce fedelmente, al punto che alcune parti sono mancanti, in corrispondenza di qualcosa che il protagonista proprio non ricorda. È l’Educational Complex (1995/2008) che dà il titolo alla mostra bolzanina. I colori tornano in un assemblaggio di emblemi scolastici (Gauntlet), che associano la scuola alla bandiera, simbolo di appartenenza e potere. Un altro elemento d’identità collettiva imposta è il cartello di benvenuto in città (evidentemente, una in cui l’artista ha abitato), con la sottostante lista delle associazioni in essa presenti, tipica della provincia statunitense (Entry Way. Genealogical Chart). Lo stretto legame tra l’influenza esercitata dalla scuola e dalla città si concretizza in Timeless/Authorless (1995).
L’artista ha preso le prime pagine di quotidiani locali di cittadine in cui ha vissuto e ha sostituito le immagini con vecchie fotografie di attività extra-scolastiche, integrandole nel bianco e nero. Sono scene di momenti ricreativi, di divertimento popolare che sfocia nel carnevalesco. Carnevalesco. Ecco un aggettivo rassicurante per chi conosce Kelley. Questo termine ci porta al piano terra, dove si conclude la mostra. Qui troviamo il sovrapporsi di più video-proiezioni con messe in scena fittizie di attività scolastico-ricreative, mentre alle pareti si affollano le immagini reali recuperate dagli annali scolastici. È Extracurricular Activity Projective Reconstruction. Non mancano gli affastellamenti di bottoni (Memory Ware), che Kelley ha iniziato a realizzare nel 2000, riprendendo l’abitudine comune di accumulare oggetti insignificanti ma legati a un preciso ricordo. In coerenza però con il rigoroso approccio psicanalitico è esposta l’opera Endless Morphing Flow of Common Decorative Motifs (Jewelry Case) del 2002, letteralmente una “stanza dei bottoni”.
Le piccole cianfrusaglie colorate dimostrano infatti il loro peso e potere, ordinate come sono nel ricostruire un diagramma di flusso, di flusso della memoria. E in forma di diagramma di flusso è stato costruito dallo stesso artista anche il pieghevole che accompagna lo spettatore lungo la visita.



fino al 19.IV.2009
Mike Kelley
Bolzano, Museion

febbraio 18, 2009

Criminalità minorile: in Sicilia un progetto per le scuole.


C'è chi dice no.

Si chiama così il progetto per la diffusione della legalità ideato da un assistente capo della Polizia penitenziaria minorile, Francesco De Martino, per le zone dove la criminalità dei più giovani è un'emergenza. Il progetto coinvolge una decina di ragazzi detenuti nel carcere Malaspina di Palermo, 65 mila alunni delle prime medie dei nove capoluoghi siciliani con le rispettive famiglie, oltre tremila docenti e seicentocinquanta giovani delle scuole siciliane a rischio criminalità.

L'idea è affrontare il tema della legalità con incontri in carcere con operatori sociali e cineasti.

Ma sono previste anche iniziative d'animazione nelle scuole delle aree a rischio e di sensibilizzazione dei docenti alla campgna per la legalità.

Principale partner sostenitore di "C'è chi dice no" è la Fondazione Vodafone Italia, ma la realizzazione e possibile grazie anche agli operatori della Giustizia minorile siciliana, alle varie forze di Polizia, agli assistenti sociali, agli insegnati, ai magistrati coinvolti a vario titolo nelle iniziative.

di Carlo Ciavoni


Per informazioni.
066783211

febbraio 17, 2009

Milk, il film.


Su Gus Van Sant ci sono ormai due visioni contrapposte. Quella probabilmente maggioritaria, lo esalta per i suoi prodotti ultrautoriali (tra cui la Palma d'oro a Cannes, Elephant, o la biografia non dichiarata di Kurt Cobain, Last Days), in cui il tempo scorre lentamente e le vite dei personaggi vengono raccontate in maniera fredda e spesso distaccata. Sebbene sia un'opinione assolutamente rispettabile, così come i prodotti di questo tipo, devo dire di preferire assolutamente il Gus Van Sant che si 'sporca le mani' con l'establishment hollywoodiano. Per carità, non è che le cose abbiano sempre funzionato al meglio (Scoprendo Forrest era una sorta di Will Hunting 2, il remake di Psycho... beh, diciamo che non era strettamente necessario). Ma quando Van Sant ha trovato una perfetta sintonia tra le sue esigenze d'autore e una narrazione più tradizionale (e commerciale) sono arrivati probabilmente i suoi lavori migliori e più completi: Will Hunting e appunto questa pellicola. Diciamo subito che la prima mezz'ora di Milk è probabilmente la più bella ed efficace che il regista abbia mai realizzato nella sua carriera. Van Sant, infatti, riesce a trovare un mix stilistico che non confonde mai e che soprattutto non ci allontana dai personaggi, ma al contrario ce li rende ancora più umani e vicini. Sembra quasi di vedere una pellicola della nouvelle vague o del free cinema inglese degli anni sessanta, con lievi tocchi da François Truffaut, Lindsay Anderson o Richard Lester (forse il punto di riferimento maggiore di questa prima parte). Magari la camera rimane spesso fissa, ma comunque questo non impedisce di regalarci immagini stupende (la piscina, le foto in bianco e nero di James Franco, l'immagine dei protagonisti riflessa in un fischietto). In questo, un plauso deve sicuramente andare all'ottima fotografia di Harris Savides (lo straordinario professionista che si è occupato, tra le altre cose, di Zodiac), che riesce a risultare curatissima senza apparire eccessiva o enfatica. E non va assolutamente sottovalutato l'apporto di Danny Elfman, che lavora anche lui sulla sottigliezza, dovendo barcamenarsi tra l'opera e canzoni celebri del periodo. Ma basterebbe il lavoro fatto nei trenta secondi in cui Harvey Milk pensa di essere seguito per promuoverlo a pieni voti.Forse, nella seconda parte si ha l'impressione che Van Sant si 'soffochi' un po', limitando il suo lavoro e risultando meno convincente. Va detto, però, che questa scelta stilistica è perfettamente in sintonia con la storia, quando Harvey Milk deve conciliare (talvolta senza riuscirci) il suo ruolo pubblico con la vita privata. Certo, di sicuro nel finale la metafora della Tosca risulta un po' troppo pesante e il climax avrebbe meritato una minore retorica. Ma sono peccati veniali, soprattutto considerando che Van Sant è riuscito a fare tutto questo con soli 15 milioni di dollari di budget, che vengono gestiti benissimo e che sullo schermo sembrano almeno il doppio. In tutto questo, la strana corte dei miracoli che è protagonista della storia non sarebbe stata possibile senza un cast semplicemente fantastico, in cui anche i piccoli ruoli vengono riempiti perfettamente. Ovviamente, il grande mattatore è Sean Penn, in una prova magari meno appariscente di quella di Mystic River (che gli è valsa l'Oscar), ma più concreta e sottile, decisamente una delle migliori della sua carriera. Certo, il personaggio lo aiuta molto, considerando che fa un certo effetto sentire parlare di 'speranza' trent'anni prima che questa diventasse la parola d'ordine di Barack Obama. Ma Penn è bravo nel conciliare senza remore le battaglie politiche del personaggio con i suoi legami con ragazzi molto più giovani di lui (almeno sullo schermo), anche se non mi sarebbe dispiaciuto che si mostrassero anche le lotte sbagliate di Milk, come quella su Oliver Sipple. Per il resto, Emile Hirsch dimostra ancora una volta di essere uno dei migliori attori della sua generazione e anche uno dei più bravi a scegliersi i ruoli (vabbeh, quel film lunghissimo e coloratissimo recente ce lo dimentichiamo volentieri). Josh Brolin, nel tempo non enorme a sua disposizione, riesce a creare un ritratto interessante di un personaggio fondamentale nella storia. E se Diego Luna è una conferma, ho l'impressione che questa prova possa lanciare definitivamente Alison Pill nell'olimpo delle giovani attrici più interessanti di Hollywood. Ovviamente, impossibile dimenticarsi di James Franco, che nello stesso anno passa ottimamente da un prodotto come Strafumati a un titolo del genere e, oltre a un'interpretazione memorabile, ha anche la battuta migliore di tutto il film. Speriamo che se lo ricordi anche l'Academy e non limiti le sue scelte interpretative al solo Penn...

di Colin Mckenzie http://www.badtaste.it/

febbraio 13, 2009

Nei terremoti c'è l'ira di Dio?


C'è un precedente nella Storia della Letteratura: il Candido di Voltaire riuscì a smontare l'intolleranza di chi vedeva nel terremoto di Lisbona il castigo di Dio. La sua fu un'operazione riuscita. E poi ancora: il terremoto in fondo all'oceano, che oggi si tende a valutare come di potenza 9 della scala Richter, colpì decine e decine di paesi che si affacciavano sulla costa. Trenta minuti dopo, uno tsunami, con onde di 6 metri, uccise forse più persone di quelle che erano perite sotto le macerie e negli incendi. Non fu il più devastante della storia (si contarono solo le vittime nelle contrade più "civilizzate", quelle che turismo e commercio avevano reso famose, delle altre si è persa la memoria). Ma i suoi effetti sulla coscienza e l'immaginazione del mondo furono enormi, si protrassero per decenni.Era il 1 novembre 1755, giorno di Ognissanti. Il terremoto di Lisbona è solo una delle tantissime catastrofi orripilanti in cui incappano Candide e gli altri personaggi del romanzo pubblicato anonimamente da Voltaire quattro anni dopo, nel 1759. Nell'allegra "giostra di disastri" di ogni specie, a catena, di questo esilarante "giro del mondo in 80 pagine" (come lo definì un lettore eccezionale, Italo Calvino) è tra le pochissime del tutto "naturali" e non di mano umana. E nemmeno la peggiore ("Avete mai visto la peste?... Se l'aveste vista ammettereste che è assai superiore al terremoto").Quella tragedia aveva fatto discutere a non finire gli "opinionisti" del tempo, giornalisti, filosofi, diplomatici, politici, predicatori, fustigatori di costumi e libertini, progressisti e codini, scienziati, tecnici e chiacchieroni (T.D. Kendrick, nel suo "The Lisbon Earthquake", del 1957, ne fornisce un catalogo impressionante). Spesso e volentieri coinvolgendo a sproposito Dio, che coi terremoti (e nell'opinione di chi scrive anche con la procreazione assistita) c'entra quanto il cavolo a merenda.Quasi un quarto di millennio dopo, succede ancora per lo tsunami nell'Oceano indiano. "Dov'era Dio, come ha potuto consentire qualcosa del genere, la morte e la sofferenza di tanti innocenti, tanti bambini?" è una domanda ricorrente in molti commenti sulla stampa occidentale (e in particolare quella americana). Da uomini di ogni fede sono venute le risposte più disparate. Alcune di buon senso, altre banali, altre da far venire l'orticaria. In Indonesia, la parola d'ordine degli imam - che pure, assieme ai capi di villaggio sono quelli che più hanno fatto per organizzare i soccorsi - sembra essere che Allah "è in collera con il popolo di Aceh perché si sono allontanati dai precetti del Corano". Secondo alcuni, i "moderati", perché contravvenendo ai suoi precetti "dei musulmani hanno ucciso altri musulmani" nella guerra separatista; secondo i "puristi" e i simpatizzanti dei ribelli perché "c'è corruzione al governo (a Giakarta)", le gente "si comporta male", "si erano messi a far l'amore prima del matrimonio, i ragazzi stavano con le ragazze".Per molto meno, quarant'anni prima era scattato il massacro di un milione di "comunisti" e di "cinesi" infedeli. Il più immane cataclisma da quelle parti del mondo era stata l'eruzione del vulcano Krakatoa, nel 1883. Anche allora un mullah arrivato dall'Arabia a convertire gli indù all'islam, Abdul Karim, aveva dato vita ad una sanguinosa ribellione predicando che si trattava della collera di Dio per il fatto che le popolazioni di Giava e di Sumatra si lasciavano governare dagli imperialisti olandesi. In Sri Lanka ci sono buddisti che danno la colpa ai cristiani "carnivori", che "avevano ucciso molti animali" per il pranzo di Natale, o ai musulmani. O ai pescatori, che "uccidevano i pesci", mentre i contadini vegetariani e buddisti dell'entroterra "non hanno avuto problemi". C'è chi ricorda l'esempio ammonitore dello tsunami di 2200 anni fa, provocato, secondo la leggenda, da un re che aveva ucciso un monaco buddista, discettando su quale sia il leader politico le cui malefatte hanno scatenato la nuova punizione. Ma ci sono anche fondamentalisti cristiani che su internet attribuiscono l'ira divina alle persecuzioni subite dai cristiani in paesi a maggioranza buddista o islamica. Dall'India viene una versione "ambientalista" della punizione divina: "Se si dimentica la natura, questo è il modo in cui la natura, stressata e devastata, inorridita per i crimini, si fa sentire", ha spiegato il guru Sri Ravi Shankar. Argomenti simili sono abituali per i predicatori della destra religiosa Usa, che alla "retribuzione" divina non avevano mancato di attribuire ogni sorta di disastro, dall'Aids all'11 settembre.Ma fa ancora più impressione che stavolta ci si sia messo, da Israele, anche il rabbino capo sefardita Shlomo Amar, che nello tsunami ha visto "un'espressione della collera di Dio col mondo, la punizione del mondo per le malefatte, l'inutile odio di ciascuno nei confronti di ciascun altro, la mancanza di carità, la turpitudine morale". Senza accorgersi di quanto suona osceno se si pensa ad Auschwitz, incomparabilmente più blasfemo di chi si è chiesto dov'era il Dio degli ebrei quando massacravano il suo popolo. Non tutti per fortuna le hanno sparate così grosse.Un rabbino americano molto "volterriano", Jonathan Sacks, si è ad esempio premurato di spiegare, in un intervento sul Los Angeles Times perché gli ebrei (o almeno alcuni) "leggono la Bibbia diversamente". Osserva che forse in nessun altro testo sacro le domande più brutali a Dio perché dia conto del "male" inspiegabile vengono non dagli scettici ma dai campioni della fede. Da Abramo ("Non dovrebbe il giudice della Terra far giustizia?"), a Mosè ("Perché hai fatto del male a questo popolo"?), a Giobbe "il primo dissidente", che vuol sapere perché ce l'abbia con lui."La fede si incentra nella domanda, non nella risposta", sostiene, notando che "quel che distingue i profeti biblici dai loro predecessori è il rifiuto di considerare le catastrofi naturali come forza indipendente del male, opera di divinità ostili. La spiegazione più semplice, aggiunge, sarebbe quella che Mosè Maimonide, il filosofo ebreo della tolleranza, aveva già dato nel XII secolo: che "i disastri naturali non hanno altra spiegazione a parte quella che Dio, mettendoci nel mondo fisico, avrebbe posto la vita entro i parametri di questo mondo fisico, per cui si formano i pianeti, succedono i terremoti, e talvolta muoiono degli innocenti".Per cui la questione, dal punto di vista religioso, non dovrebbe mai essere "perché Dio ha permesso che succeda?", ma solo "cosa facciamo ora?". Il che suona, anche a un non credente, molto più ragionevole del volerlo coinvolgere a tutti i costi, per giunta con la pretesa di fornire un'interpretazione autentica delle sue intenzioni.Anche il miscredente Voltaire non ce l'ha con Dio, ma con tutti i suoi interpreti troppo zelanti. Quelli più rozzi, ma anche e soprattutto quelli più raffinati, dotti e intelligenti. A Lisbona, come nel resto del romanzo, i guai prodotti dagli uomini superano e moltiplicano quelli della natura. "Dopo il terremoto che aveva distrutto tre quarti di Lisbona, i savi del luogo non avevano trovato di meglio, per scongiurare una totale rovina, che offrire al popolo un bell'autodafé; l'università di Coimbra aveva proclamato che lo spettacolo di alcune persone bruciate a fuoco lento, in pompa magna, è l'infallibile segreto per impedire alla terra di tremare" (Capitolo VI).Vengono così bruciati "un biscaglino accusato di aver sposato la matrigna, due portoghesi che mangiando il pollo avevano scartato la pancetta" (di maiale, rivelandosi ebrei, o musulmani), impiccato il super ottimista dottor Pangoss "per aver parlato", frustato il suo discepolo Candide "per aver ascoltato con aria di approvare". Orrendo: "Se questo è il migliore dei mondi possibili, che saranno dunque gli altri?", si dice sgomento Candide. Solo che nella sua foga polemica il buon Voltaire si lascia un po' trascinare (succedeva anche allora ai liberal meglio intenzionati). Sbaglia bersaglio, intenzionalmente, o per semplice comodità di argomentazione che sia. In realtà le cose erano andate in modo un pochino diverso.Subito dopo il terremoto a Lisbona erano state in effetti erette un'ottantina di forche, che funzionavano parecchio. Ma per scoraggiare lo sciacallaggio, non per motivi di religione. Una delle prime preoccupazioni del marchese di Pombal, cui erano stati dati i pieni poteri nell'emergenza, era stato seppellire i morti e ripristinare l'ordine. Gli attribuirono il motto: "Sotterriamo i morti e sfamiamo i vivi". Gli riuscì una "ricostruzione modello", grazie all'aiuto di urbanisti ed architetti fatti venire da tutta Europa, e grazie all'oro delle miniere brasiliane. Per farlo aveva però finito per mettersi contro molti aristocratici, i preti, i predicatori fanatici che attribuivano la catastrofe all'ira divina e che aizzavano il popolino ai pogrom contro miscredenti e gli stranieri.I roghi, che erano stati migliaia negli anni precedenti, dando al Portogallo la nomea di paese più oscurantista d'Europa invece diminuirono. L'autodafè che più gli venne rimproverato fu quello del gesuita Gabriel Malagrida, sant'uomo barbuto e un po' matto, che nei suoi sermoni denunciava come "scandalosa" l'attribuzione del terremoto a cause puramente naturali, tuonava contro la corruzione dei costumi, le danze immodeste, i teatri ("Sappi, o Lisbona, che la causa della distruzione delle nostre case, palazzi, chiese e conventi, la causa della morte di così tanta gente e delle fiamme che hanno divorato così vasti tesori sono i vostri abominevoli peccati…"), e profetizzava nuove imminenti sciagure dovute all'empietà con cui ci si era accinti alla ricostruzione, a cominciare dai mancati onori funebri secondo i crismi. Fu strangolato e bruciato sulla pubblica piazza nell'ultimo autodafé sancito dall'Inquisizione portoghese prima dell'espulsione dei gesuiti.Nello stesso rogo fu bruciato in verità, tanto per non scontentare nessuno, anche il cavaliere de Oliveira, un riformatore che denunciava invece i fanatici, la "diabolica, infernale e ridicola" adorazione delle immagini, tutte le "false religioni che adoperano il ferro e il fuoco per costringere gli uomini ad abbracciare i loro dogmi", considerava demenziale il maltrattamento degli ebrei ("forse è così che pensiamo di promuovere il commercio e far fiorire arti e scienze?"). Ma lui, a differenza del gesuita, fu bruciato solo in effigie. Capita ai migliori. Aveva già scritto d'impeto, subito dopo il terremoto, un "Poème sur le Desastre de Lisbonne " per prendersela coi colleghi filosofi che tendono a giustificare e trovare una causa necessaria a tutto, anche alle cose più sgradevoli. Ce l'aveva con Leibnitz e l'idea che "tutto va bene", "viviamo nel migliore dei mondi possibili".Leibnitz in realtà non diceva questo, ma qualcosa di più complicato, che il migliore dei mondi rischia di essere peggiore di questo con tutti i suoi difetti (e Dio sa se aveva ragione).Ma si sa, la teodicea (giustificazione di Dio), è terreno scivoloso, rischia di trasformare anche i migliori ragionamenti in clichè. Dice Voltaire, nella prefazione al poema, che se ai superstiti di Lisbona, Méquinez, Tétuan e tante altre città inghiottite" qualcuno avesse detto: "tutto va bene, gli eredi dei defunti aumenteranno le loro fortune; i muratori ci guadagneranno nella ricostruzione…, il vostro male particolare non conta, contribuirete al bene generale", sarebbe suonato "più crudele del già di per sé funesto terremoto".Ma dirgli che non poteva che andare di male in peggio, non gli era molto più d'aiuto. E comunque non servì alla ricostruzione. Jean Jacques Rousseau aveva bacchettato Voltaire, contrapponendo al pessimismo pantofolaio del philosophe rivale il proprio entusiastico ottimismo della volontà. E qualche argomento che sembra anticipare quelli dell'ultra conservazione ambientalista: "Mi consenta, tanto per restare all'argomento Lisbona, che non è stata la natura a riunire nello stesso luogo 27.000 case di 5 o 6 piani ciascuna…, come la vedo io le disgrazie che ci impone la natura sono meno gravi di quelle che noi vi aggiungiamo". Voltaire gli avrebbe risposto con la satira a 360 gradi di "Candide, ou l'optimisme" (questo il titolo completo).Un libricino gioiello il cui fascino però sarebbe inspiegabile se ci si fermasse alla rissa filosofica scatenata dal terremoto di Lisbona. Parla di disastri dalla prima all'ultima riga. Di ogni tipo e natura. Ma con un grandissimo "humour nero" che si rivela dotato di un insuperabile, gioioso potere scaramantico. Quel che a Candide e ai suoi amici capita a Lisbona impallidisce rispetto a quel che gli capita altrove. Cacciato "a grandi pedate nel sedere" dal suo "paradiso terrestre", "il più bello dei castelli terrestri", quello del barone Thunderten-tronckh in Vestfalia (capitolo I). Soldato tra i "bulgari" (i prussiani), costretto a implorare, dopo due passate di punizione tra le verghe dei commilitoni, "quattromila vergate che, dalla nuca del collo fin al sedere gli avevano messo a nudo muscoli e nervi", che finiscano di farlo soffrire, spaccandogli la testa (II). In guerra, a scavalcare "mucchi di morti e morenti", prima in un villaggio avaro (francese) "che i bulgari avevano incendiato secondo le leggi del diritto pubblico", "qui vecchi crivellati di ferite che guardavano morire sgozzate le loro donne coi lattanti alla mammella insanguinata; là ragazze, sventrate dopo aver saziato i naturali bisogni di alcuni eroi… cervelli sparsi per terra, accanto a braccia e gambe tagliate" (III). In terra cristiana preso a secchiate di escrementi in mezzo alla querelle tra cattolici e protestanti, con particolare punzecchiatura antifemminista ("O cielo, a quali eccessi porta la religione tra le dame!").In terra d'islam peggio ancora, stando a quel che gli racconta la vecchia: "Il Marocco nuotava nel sangue quando ci arrivammo. Cinquanta figli dell'imperatore Muley-Ismael avevano ciascuno il loro partito: cosa che finì per produrre cinquanta guerre civili, di neri contro neri, mezzo sangue contro mezzo sangue, mulatti contro mulatti, un macello continuo…" (XI).La quale vecchia ha una natica sola, perché l'altra gliel'hanno mangiata i giannizzeri affamati, nella difesa di Azof assediata dai russi, grazie alla geniale idea caritatevole dell'imam, che li aveva convinti a tagliuzzare gli ostaggi un po' per volta, anziché sprecare tanto ben di Dio ammazzandoli in una volta sola.Va in America sperando di trovarvi qualcosa di molto diverso. "Andiamo in un altro universo, diceva Candide, è in quello che certamente tutto va bene. Perché bisogna effettivamente ammettere che ci sarebbe un po' da lagnarsi di quel che succede nel nostro" (X). E invece vi trova lo schiavismo e lo sfruttamento imperialista, nelle sembianze di "un negro steso a terra e con solo la metà del suo vestito, cioè di un paio di calzoni di tela azzurra; a quello poveretto mancava la gamba sinistra e la mano destra". "Ci danno in tutto un paio di calzoni due volte l'anno.Quando lavoriamo negli zuccherifici, e la macina ci afferra un dito, ci tagliano la mano; quando tentiamo di scappare, ci tagliano una gamba… A questo prezzo mangiate zucchero in Europa" (XIX). E insieme vi trova l'utopia opposta, eppure eguale, del comunismo ante litteram dei gesuiti in Paraguay, repubblica nella quale "los Padres hanno tutto, il popolo niente". Le cose sono rovesciate rispetto alla vecchia Europa: qui i gesuiti "fanno la guerra al re di Spagna e al re del Portogallo, mentre in Europa lo confessano; qui ammazzano spagnoli, a Madrid li mandano in cielo…". Ovverosia identiche, non fosse che in mezzo ci sono anche i cannibali che mangiano volentieri gli uni e gli altri. Peraltro ragionevolissimi. Ingenuo come al solito, il buon Candide suggerisce argomenti per convincerli a non metterlo allo spiedo: "Non tralasciare di dimostrargli che spaventosa e disumana cosa sia far cuocere uomini, e come poco cristiana". Il saggio e pratico Cacambo, che ne sa meglio trovare gli argomenti giusti: "Signori, avete dunque l'intenzione di mangiare un gesuita quest'oggi; benissimo; nulla di più giusto che trattare in codesto modo i nemici.Infatti il diritto naturale ci insegna ad ammazzare il prossimo, e così si fa nel mondo intero. Se noi non profittiamo del diritto di mangiarlo, non è che possiamo mangiare benissimo altrimenti; ma voi non avete le risorse che noi abbiamo; e certamente è meglio mangiare il nemico che abbandonare ai corvi e alle cornacchie il frutto della vittoria. Ma signori miei, voi non mangerete i vostri amici. Siete persuasi di mettere un gesuita allo spiedo, ma state per arrostire il vostro difensore, il nemico dei vostri nemici" (XVI).Nello specifico gli va bene. Molte altre volte, in altre storie, sarebbe finita malissimo. Non si salva niente e nessuno. Non i paesi "reali". Non la natìa Francia dove "in alcune province la metà degli abitanti è matta, in altre sono troppo furbi, in altre sono di solito abbastanza mansueti e sciocchi, in altre fanno gli spiritosi; in tutte l'occupazione è l'amore, la seconda sparlare, e la terza dire sciocchezze" (XXI). E nemmeno l'Inghilterra, la tanto ammirata America dei democratici e degli spiriti illuminati del Settecento, che d'improvviso gli cade dagli occhi, tanto che a Candide, cui in procinto di sbarcarvi capita di assistere alla fucilazione di un ammiraglio "perché è buona cosa ammazzarne di tanto in tanto uno per far animo agli altri", rimane talmente "stordito e offeso da quanto vedeva e udiva, che non volle nemmeno mettere piede a terra" (XXIII). Non le quattro-cinque utopie d'invenzione. Delle tre in America, il comunismo dei gesuiti si rivela un incubo, la società degli Orecchioni cannibali è una presa in giro del mito del "buon selvaggio" di Rousseau, l'Eldorado fantascientifico e supertecnologico dove tutti sembrano felici e le strade sono lastricate d'oro e pietre preziose cui nessuno attribuisce valore potrebbe fare eccezione, ma non è di questa terra, e comunque gli manca qualcosa. Tanto che decidono di andarsene. Delle due in Europa, il castello-Eden non esiste più, e la periferia di Costantinopoli dove finiscono a "coltivare il proprio orto" è qualcosa che ogni lettore ha interpretato a modo proprio: volta a volta come star lontani dal potere e dalla politica, dedicarsi al "particolare" e ai fatti propri, far solo quello che si può fare terra terra, senza lasciarsi andare ai grilli per la testa, oppure "lavorare per dimenticare". Non si salvano i personaggi. A Candide viene da dirgli che ben gli sta quel che gli capita. Cunegonde è insopportabile.Il dottor Pangloss troppo ottimista, Martin troppo pessimista. Il senatore Pococuranté ha troppo dalla vita per poter apprezzare alcunché. Gli altri sono servi, farabutti, o vittime che fanno a gara a lagnarsi. Tutto, ogni avventura, si riferisce a qualcosa di ben noto ai contemporanei, un episodio, un personaggio dell'attualità, diremmo oggi. Ma con non maggiore precisione "storica" del riferimento agli autodafé di Lisbona. Ogni riga è una punzecchiatura di qualcuna delle opinioni del suo tempo. Ma se si trattasse solo di una geremiade sui mali del proprio tempo, di una sfilza di polemiche filosofiche e di una collezione di indignazioni morali e prediche, sarebbe stato illeggibile anche allora, per non dire oggi.Il fascino, come per ogni "classico" che si rispetti, è che anche Candide riesce a dire, evocare ancora qualcosa di diverso ad ogni diverso lettore. Per giunta divertendo. Anche quando narra di catastrofi, supplizi, atrocità a non finire. Anche, e soprattutto quando esagera, anche quando ciurla nel manico, per non dire mente sapendo di mentire. Calvino in una deliziosa quanto brevissima introduzione al libro, aveva già notato che "la grande trovata del Voltaire umorista è quella che diventerà uno degli effetti più sicuri del cinema comico: l'accumularsi di disastri a grande velocità". Come nelle vecchie comiche, anzi soprattutto come nell'altra grande invenzione di Hollywood, i cartoni animati. Se le disavventure che si susseguono a ritmo cinematografico hanno a tratti la materia di Sade e macabro e sangue da effetti speciali, la particolarità che ce le rende più accettabili è che quasi nessuno si fa mai male davvero.Come nei cartoon. Candide è scuoiato vivo dalla fustigazione, resta sotto le macerie del terremoto, finisce nelle peggiori prigioni ed è sul punto di essere arrostito, ma non demorde nella sua passione per la bella e infedele Cunegonde. Questa viene ripetutamente violentata, sventrata, accoltellata, venduta, concupita non senza successo, uccisa e riuccisa, ma ne esce ogni volta più vispa di prima. Tranne l'inatteso crollo finale, dovuto al più sadico ed inesorabile dei mali, e al tempo stesso quello più comune, che è l'invecchiamento, per cui la ritroviamo "inscurita, con gli occhi cisposi, il seno piatto, le guance rugose, le braccia rosse e screpolate" (XXIX).Tanto da fare schifo persino all'innamoratissimo Candide, che a questo punto "in fondo al cuore non aveva nessuna voglia di sposarla" (XXX). Ma lo fa lo stesso, più per tigna e ripicca, che per onorare un impegno. Il Dottor Pangloss, l'incorreggibile filosofo dell'ottimismo, marcisce dalla sifilide, diventa "un pezzente tutto coperto di pustole, con gli occhi spenti, la punta del naso corrosa, la bocca di traverso, i denti neri, la voce roca, tormentato da una tosse violenta che gli fa sputare un dente a ogni sforzo" (III), viene impiccato, gli fanno l'autopsia col taglio a croce, lo legano al remo di una galera, e ogni volta, non solo torna vivo e vegeto, ma neanche accenna a cambiare idea e a farsi venire qualche dubbio. Risuscitano quasi tutti gli altri che a un certo punto erano stati trafitti, annegati, dati per dispersi, anche quelli di cui non si sentirebbe nessun bisogno. Il "talvolta ritornano", che si suole dire, diventa "spesso". Il che è certo consolante, ma per altri versi inquietante.Nulla e nessuno si perde, nel nostro mondo come in quello di Voltaire. Neanche i fantasmi o le idiozie del cui ritorno faremmo anche a meno.

di Giovanni Santucci http://www.rottanordovest.com/

febbraio 12, 2009

Voglio morire da imbecille

Col cielo in tempesta che nutre
miei sentieri sin dall'infanzia
tra i tuoni vincenti silenzio
e luci filtranti le vette,

rinunciar alla nostalgia
-potrei- in quanto "qui non sono",
in questo tutto Assoluto,
nessun Padrone, a me servo...

In questo tutto Assoluto
mi sento assalir da dentro
il coraggio d'esser cento

e mille e più voltieventi.
Non pensar, sentir da imbecille
e imbecille correr ovunque.

Pek

febbraio 09, 2009

Aristotele e l'amicizia.


L’amicizia

Aristotele parla dell’amicizia nell’VIII e nel IX libro dell’Etica Nicomachea. In Grecia l’Amicizia era il sentimento che legava l’uomo nel suo rapporto con gli altri.
Più specificatamente era l’insieme delle disposizioni sentimentali ed emotive tra due esseri viventi. Aristotele, anche in questo caso, riprende il pensiero di Platone, per il quale l’amicizia è una forza cosmica che eleva lo spirito dei due contraenti del rapporto, per rivederlo con le sue opinioni in materia. Aristotele teorizza tre tipi di amicizia: l’amicizia interessata, basata sui vantaggi economici o sociali che si possono ottenere dall’altro, l’amicizia che riscontra il proprio collante nei piaceri mondani e l’amicizia basata su una condivisione di ideali e valori che mira alla formazione e alla crescita spirituali dei contraenti. Le prime due amicizie sono labili e destinate al fallimento , perché dipendono da elementi mutevoli e focalizzano l'attenzione non sull’altra persona, ma su quello che si può ottenere da essa. Il terzo tipo d’amicizia, sebbene anch’esso possa decadere con il tempo, è il più solido e duraturo in quanto fondato su una comunanza abitativa, spirituale e formativa.

Questo tipo d’amicizia può decadere per le seguenti cause:

● È possibile che i valori condivisi cambino in quanto cambiano anche i contraenti.
● La lontananza fisica e prolungata nel tempo può logorare il rapporto d’amicizia in quanto essa
si tramuta da “in potenza” a “potenziale”, cioè rimane come una forza pronta all’utilizzo ma
non utilizzata.
● Si può rompere un’amicizia a causa della disillusione senile, in quanto gli anziani, forti di tutta
l’esperienza di una vita, sono meno portati a credere nel valore dell’amicizia.


L’Amicizia possiede le seguenti caratteristiche:

● Il frequentarsi costantemente (τό συζήν), cioè la convivenza: essa implica una condivisione
totale di ideali, esperienze, interessi ed educazione.
● Consapevolezza reciproca, in altre parole il reciproco riconoscersi tra i due contraenti.
● Deve essere un mutuo scambio di valori e di virtù.

A questo punto sorge lecitamente una domanda: l’uomo virtuoso, l’uomo felice, lo σπουδαιος, insomma, ha bisogno di amici per essere ̃ realmente appagato? Aristotele non esplicita il concetto, ma è lecito supporre che da solo egli non possa essere realmente felice, perché non può esercitare pienamente la sua virtù e perché è per definizione, uno ζώον πολιτικόν, in pratica un animale politico, dedito alla vita sociale. Ad un uomo virtuoso servono però solo pochi amici perché è difficile mantenere molti rapporti di amicizia intensi e autentici, nei quali i due contraenti condividono ogni aspetto della vita e si accrescono spiritualmente reciprocamente.

febbraio 06, 2009

Angry Young Men (Giovani Arrabbiati)

You’ve never had it so good, “Voi non siete mai stati così bene” era lo slogan con cui, nel 1959, il conservatore Harold Macmillan vinse le elezioni britanniche e si piazzò per sei anni a Downing Street. Supermac, come lo soprannominarono, non aveva tutti i torti. Sembrava davvero finito il lugo e macilento dopoguerra, quando il castagnaccio della working class si chiamava Crumble o Carrot cake, torta di carote. Il razionamento alimentare era stato revocato nel ’54. E, anche grazie alle politiche tory di compromesso tra liberalismo e stato sociale, i ceti medio bassi iniziavano ad assaporare se non il benessere almeno un miglioramento degli standard di vita. Ma siccome per canalizzarsi in un linguaggio il disagio ha spesso bisogno di un minimo di agio, quella fu pure l’epoca in cui, nei circoli radical, cominciarono ad affermarsi i cosiddetti Angry Young Men, i Giovani Arrabbiati. Romanzieri, commediografi, filosofi che – con uno schizzo di esistenzialismo- puntavano il dito contro la nuova felicità sociale smascherandola come un’anestetica menzogna.
A coniare il termine “arrabbiato” era stato Lesile Allen Paul (scrittore ed attivista catto-marxista di cui oggi non si ricorda più nessuno), ad importlo fu invece il drammaturgLowero John Osborne con la scabrosa pièce Look Back in Anger (Ricorda con rabbia) che nel ’56 venne presentato al Royal Court Theatre di Londra e scatenò il putiferio.
L’etichetta di “arrabbiato” fu affibbiata anche a un giovane scrittore di nome Alan Sillitoe che nel ’59 – mentre il premier Macmillan prometteva serenità materiale per tutti – pubblicò un’urticante raccolta di novelle azzeccate in tutto, a parte dal titolo: The loneliness of the Longe-Distance Runner (La solitudine del maratoneta), che ora, dopo troppi anni di amnesia, le edizioni minimum fax riportano nelle librerie.
Quando un intervistatore gli annunciò: “Lei è un capofila dei Giovani Arrabbiati” Allan Sillitoe rispose: “Ah sì? E che roba è?”. A quell’epoca viveva alle Baleari con la poetessa newyorchese Ruth Fainlight che sarebbe diventata sua moglie (oggi abitano a Londra e hanno due figli). Gli Angry Young Men? “Io me ne stavo seduto sotto un arancio a Maiorca.Non c’entravo niente”. Anche socialmente Sillitoe c’entrava poco. Non era figlio della lower middle class come Osborne o Harold Pinter né - figurarsi - della borghesia oxoniense come Kingsley Amis (padre di Martin): veniva dagli slums di Nottingham, dov’è nato nel 1928, secondo d’un bel nugolo di fratelli.
Suo padre lavorava in una conceria, la madre in una fabbrica di merletti. Un’infanzia grama e violenta. Un’adolescenza da cipputi: a 14 anni Sillitoe lascia la scuola e si mette a fare il tornitore in una fabbrica di biciclette. A 18 si arruola nella Royal Air Force. Presta servizio come operatore radio. La guerra è appena fiita. Lo spediscono in Malesia. Dove si becca la tisi. Confinato in un ospedale militare, legge come un matto e inizia a scrivere. Tentoni, cerca il suo stile. Lo troverà a Marioca. Con l’aiuto dello scrittore Robert Graves, che risiede sull’isola e gli dà un consiglio hemingwayano: “Racconta quel che conosci”. Le fabbriche, i vicoli, le case, i pub, i poliziotti, i malandrini, le ragazze, la gente di Nottingham. Detto fatto.
Anno 1958: dopo una sfilza di rifiuti, esce il romanzo d’esordio Saturday Night and Sunday Morning (Sabato sera e domenica mattina) e diventa un caso. Il protagonista del libro si chiama Arthur Seaton. È un giovane operaio sgobbone ma indomabile, rissoso, beone, seduttore.
In Inghilterra diverrà una specie di Golden Caufield: eroe eponimo di una generazione bizzosa, scontrosamente lirica. Ma a pari merito con Colin Smith, lo scugnizzo maratoneta (più esattamente fondista: sgambetta in corse campestri) che dà il titolo al secondo libro di Sillitoe. Furfantello quindicenne s’è fatto sbattere al riformatorio dopo uno scalcinato colpo in una panetteria. È svelto di cervello, ma soprattutto di gambe (s’è tanto allenato, però come Charlot: per sfuggire agli sbirri). Al correzionale se ne accorgono e puntano tutto su di lui per la grande gara di primavera tra baby detenuti da tutta l’Inghilterra “quando tutti quei signori e signore dai musi porcini e la puzza sotto il naso vengono a farci tanti bei discorsi sullo sport che è proprio quello che ci vuole per ricondurci a una vita onesta”.
Ora, Smith è si un manigoldo, però provvisto d’una sua deontologia. Un’onestà che significa lealtà alla propria condizione di outsider, di incoercibile asociale. Non si autocommisera. Non fa nulla per rendersi simpatico (nemmeno col lettore). Non vuole sottomettersi né comandare (“Si muore appena si mettono i piedi sul collo di qualcuno”). Non si considera né buono né cattivo, ma una creatura arcaica, rudemente libera (mentre corre si sente “il primo uomo sulla terra”). Perciò, dopo aver notato come nell’Inghilterra della religione equestre dei cavalli da corsa siano trattati di certi esseri umani, decide che – pur essendo il più forte – perderà la gara. Per non darla vinta al nemico, al direttore del riformatorio e a tutto ciò che costui incarna. “Perderò la gara, perché non sono un cavallo da corsa”. E infatti: dopo essere rimasto solitario in testa fin quasi alla fine, lo vediamo rallentare, passeggiare, farsi superare e battere. Con uno di quei ghigni ancestrali che sembrano usciti da una caricatura di William Hogarth.
La vita di un eroe letterario è sempre tutta condensata in un gesto, uno solo: quello del corridore Smith è la diserzione. Lui è un marginale ma non un loser, un perdente e neppure un fuggitivo (durante gli allenamenti potrebbe squagliarsela nei boschi – come il ragazzino dei 400 colpi di Truffaut, che uscì nello stesso anno del libro – ma non lo fa): lui è uno che non vuole vincere, diventare un fasullo simbolo di riscatto, consegnarsi agli ipocriti valori dell’avversario: “Vincere significa correre dritto nelle loro robuste mani inguantate di bianco e rimanervi per il resto della mia lunga vita di spaccapietre, sì, ma di spaccapietre come voglio io e non nella maniera in cui mi dicono loro”.
La sua rinuncia è un calcio in bocca all’etica del successo – inclusa tanta retorica sportiva (“Dai, dai, corri. Impiccati con quel pezzo di nastro” del traguardo) e dunque attualissima in tutta la sua triste inattualità. Di recente, Sillitoe ricordava: “Raccontavamo storie di gente di cui, fino ad allora, non si era interessato nessun scrittore, almeno in Inghilterra. Ma non lo facevamo in chiave neorealista. La nostra idea di realtà non aveva a che fare con le ideologie o la sociologia: era un racconto in presa diretta”. Che – a differenza della vecchia letteratura militante – parla di individui nudi, ispidi asociali che non si riconoscono più in partiti o in sindacati e forse neppure in una classe. Figli di una società dove l’antico sfruttamento si è mitigato, certo, ma per far posto alla nuova alienazione, , al rimbambimento mediatico, al benessere di paccottiglia, al diluvio delle merci. “Le pubblicità in televisione ci avevano mostrato che al mondo c’erano assai più cose da comprare quante ne avessimo mai sognate” dice il corridore Smith.
La solitudine del maratoneta e Sabato sera, domenica mattina divennero famosi grazie ai film, giustamente leggendari, che ne furono ricavati da due portabandiera del cosiddetto New Free Cinema inglese: Tony Richarson e Karel Reisz. Colin Smith aveva la faccia segaligna di Tom Courtenay, l’operaio Arthur Seaton quella da schiaffi di Albert Finney. Con l’abituale pressappochismo, l’industria culturale sbatte ora quei due ragazzacci dei primissimi Sixties nello stesso calderone dei Beatles, di Mary Quant e di quella Swinging London di cui pure era la perfetta antitesi. Senza di lor, invece, non ci sarebbe stata, forse, l’onesta insurrezione dei punk. Né, chissà, lo sconsolato umanismo di un Ken Loach.
Marco Cicala

febbraio 01, 2009

La Musica è finita


Gentile pubblico, i lavoratori delle quattordici Fondazioni Lirico Sinfoniche italiane sentono il dovere di fornirvi delle informazioni che i media ufficiali stanno eludendo o deformando. I Teatri d’Opera italiani sono a rischio chiusura a causa del taglio indiscriminato previsto dalla legge finanziaria che entro tre anni ridurrà le risorse, già erose negli anni scorsi, di un ulteriore 35 per cento.
Con tali risorse non sarà possibile programmare le prossime stagioni teatrali e migliaia di lavoratori rischiano di perdere il lavoro.
Questi tagli letali ad un settore già strutturalmente deficitario, oltre a creare ulteriore disoccupazione e precarietà nell’intero settore, causeranno inestimabili danni all’indotto, produrranno un’immagine di declino del Paese e lo priveranno dei suoi più rappresentativi simboli di identità nazionale. Il tutto a fronte di un risparmio irrisorio per le casse dello Stato.
Perché questi tagli? Come si è giunti a tale emergenza? D chi sono le responsabilità?
Molti mass-media hanno ritenuto opportuno dar voce solo ed unicamente a personaggi disinformati che tentato goffamente di attribuire la genesi del problema ai presunti costi elevati del personale dipendente e alla scarsa produttività- Basterebbe consultare le dichiarazioni dei redditi dei dipendenti ed i verbali delle trattative sindacali per verificare la falsità di tali affermazioni. Mai un accenno ai veri responsabili, ai dirigenti (C.d.A. – Sovrintendenti) di molti Teatri che persino in presenza di rovinosi bilanci, mai hanno risposto in prima persona del loro operato. Le poche virtuose eccezioni, come quella del Teatro Regio di Torino: (costo del personale basso e alta produttività) oltre a non essere imitate, vengono anche emarginate politicamente. Solo silenzio su bilanci incontrollati frutto di un fallimentare sistema produttivo, costellato da produzioni inutili quanto costose, da agenzie artistiche eccessivamente invasive da dubbie consulenze, da ingerenze partitiche e da un clientelismo diffuso.
Adesso ci si appella a quel “senso di responsabilità” che generalmente precede la liquidazione di un settore.
Così anche quei lavoratori che riusciranno ad evitare il dramma del licenziamento rischieranno di subire gli effetti di riforme contrattuali e salariali talmente estreme che persino in seno all’ANFOLS (l’organizzazione dei Sovrintendenti) sono sorte delle conflittualità così aspre da portare alle dimissioni il loro Presidente e la fuoriuscita dell’associazione datoriale di importanti Sovrintendenti.
Strategie politiche interessate stanno tentando da anni di fare apparire questo settore come un’inutile spesa e fonte di sperpero improduttivo. Tale tentativo non è forse una semplice operazione di risparmio economico ma risponde ad un’esigenza di emarginazione di una possibile fonte di crescita e di coscienza sociale dei cittadini.
Questi sono i motivi che spingono i lavoratori delle Fonazioni ad intraprendere una stagione di lotte che avranno come strumento questo primo comunicato, conferenze stampa illustrative della realtà dei teatri, giornate di apertura al pubblico delle Fonazioni, (come hanno già fatto alcune di queste nei mesi scorsi) ed Internet, dove potrete trovare anche i CUD dei dipendenti
(http://www.salviamoiteatri.net/).
Attiveremo altresì ogni forma di resistenza e di forte contrapposizione per contrastare un disegno ormai palese di destrutturazione della Fondazioni Lirico Sinfoniche.
Nel 2008 sono state rappresentate circa 19.000 serate d’opera in tutto il mondo, di queste oltre una su tre è in lingua italiana. Qui, nel paese dove l’opera è nata, qualcuno lavora per ridurla al silenzio. Così arriveremo presto a dire che la musica è finita e sarà dilapidato un patrimonio culturale unico fortemente identitario per il Paese.


Fondazioni:
Teatro Regio Torino, Teatro La Scala Milano, Teatro Carlo Felice Genova, Arena di Verona, Teatro La Fenice Venezia, Teatro Verdi Trieste, teatro Comunale Bologna, Teatro Maggio Musicale Fiorentino Firenze, Teatro dell’Opera Roma, Accademia di Santa Cecilia Roma, Teatro San Carlo Napoli, Teatro Petruzelli Bari, Teatro Lirico cagliari, Teatro Massimo Palermo.