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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

febbraio 06, 2009

Angry Young Men (Giovani Arrabbiati)

You’ve never had it so good, “Voi non siete mai stati così bene” era lo slogan con cui, nel 1959, il conservatore Harold Macmillan vinse le elezioni britanniche e si piazzò per sei anni a Downing Street. Supermac, come lo soprannominarono, non aveva tutti i torti. Sembrava davvero finito il lugo e macilento dopoguerra, quando il castagnaccio della working class si chiamava Crumble o Carrot cake, torta di carote. Il razionamento alimentare era stato revocato nel ’54. E, anche grazie alle politiche tory di compromesso tra liberalismo e stato sociale, i ceti medio bassi iniziavano ad assaporare se non il benessere almeno un miglioramento degli standard di vita. Ma siccome per canalizzarsi in un linguaggio il disagio ha spesso bisogno di un minimo di agio, quella fu pure l’epoca in cui, nei circoli radical, cominciarono ad affermarsi i cosiddetti Angry Young Men, i Giovani Arrabbiati. Romanzieri, commediografi, filosofi che – con uno schizzo di esistenzialismo- puntavano il dito contro la nuova felicità sociale smascherandola come un’anestetica menzogna.
A coniare il termine “arrabbiato” era stato Lesile Allen Paul (scrittore ed attivista catto-marxista di cui oggi non si ricorda più nessuno), ad importlo fu invece il drammaturgLowero John Osborne con la scabrosa pièce Look Back in Anger (Ricorda con rabbia) che nel ’56 venne presentato al Royal Court Theatre di Londra e scatenò il putiferio.
L’etichetta di “arrabbiato” fu affibbiata anche a un giovane scrittore di nome Alan Sillitoe che nel ’59 – mentre il premier Macmillan prometteva serenità materiale per tutti – pubblicò un’urticante raccolta di novelle azzeccate in tutto, a parte dal titolo: The loneliness of the Longe-Distance Runner (La solitudine del maratoneta), che ora, dopo troppi anni di amnesia, le edizioni minimum fax riportano nelle librerie.
Quando un intervistatore gli annunciò: “Lei è un capofila dei Giovani Arrabbiati” Allan Sillitoe rispose: “Ah sì? E che roba è?”. A quell’epoca viveva alle Baleari con la poetessa newyorchese Ruth Fainlight che sarebbe diventata sua moglie (oggi abitano a Londra e hanno due figli). Gli Angry Young Men? “Io me ne stavo seduto sotto un arancio a Maiorca.Non c’entravo niente”. Anche socialmente Sillitoe c’entrava poco. Non era figlio della lower middle class come Osborne o Harold Pinter né - figurarsi - della borghesia oxoniense come Kingsley Amis (padre di Martin): veniva dagli slums di Nottingham, dov’è nato nel 1928, secondo d’un bel nugolo di fratelli.
Suo padre lavorava in una conceria, la madre in una fabbrica di merletti. Un’infanzia grama e violenta. Un’adolescenza da cipputi: a 14 anni Sillitoe lascia la scuola e si mette a fare il tornitore in una fabbrica di biciclette. A 18 si arruola nella Royal Air Force. Presta servizio come operatore radio. La guerra è appena fiita. Lo spediscono in Malesia. Dove si becca la tisi. Confinato in un ospedale militare, legge come un matto e inizia a scrivere. Tentoni, cerca il suo stile. Lo troverà a Marioca. Con l’aiuto dello scrittore Robert Graves, che risiede sull’isola e gli dà un consiglio hemingwayano: “Racconta quel che conosci”. Le fabbriche, i vicoli, le case, i pub, i poliziotti, i malandrini, le ragazze, la gente di Nottingham. Detto fatto.
Anno 1958: dopo una sfilza di rifiuti, esce il romanzo d’esordio Saturday Night and Sunday Morning (Sabato sera e domenica mattina) e diventa un caso. Il protagonista del libro si chiama Arthur Seaton. È un giovane operaio sgobbone ma indomabile, rissoso, beone, seduttore.
In Inghilterra diverrà una specie di Golden Caufield: eroe eponimo di una generazione bizzosa, scontrosamente lirica. Ma a pari merito con Colin Smith, lo scugnizzo maratoneta (più esattamente fondista: sgambetta in corse campestri) che dà il titolo al secondo libro di Sillitoe. Furfantello quindicenne s’è fatto sbattere al riformatorio dopo uno scalcinato colpo in una panetteria. È svelto di cervello, ma soprattutto di gambe (s’è tanto allenato, però come Charlot: per sfuggire agli sbirri). Al correzionale se ne accorgono e puntano tutto su di lui per la grande gara di primavera tra baby detenuti da tutta l’Inghilterra “quando tutti quei signori e signore dai musi porcini e la puzza sotto il naso vengono a farci tanti bei discorsi sullo sport che è proprio quello che ci vuole per ricondurci a una vita onesta”.
Ora, Smith è si un manigoldo, però provvisto d’una sua deontologia. Un’onestà che significa lealtà alla propria condizione di outsider, di incoercibile asociale. Non si autocommisera. Non fa nulla per rendersi simpatico (nemmeno col lettore). Non vuole sottomettersi né comandare (“Si muore appena si mettono i piedi sul collo di qualcuno”). Non si considera né buono né cattivo, ma una creatura arcaica, rudemente libera (mentre corre si sente “il primo uomo sulla terra”). Perciò, dopo aver notato come nell’Inghilterra della religione equestre dei cavalli da corsa siano trattati di certi esseri umani, decide che – pur essendo il più forte – perderà la gara. Per non darla vinta al nemico, al direttore del riformatorio e a tutto ciò che costui incarna. “Perderò la gara, perché non sono un cavallo da corsa”. E infatti: dopo essere rimasto solitario in testa fin quasi alla fine, lo vediamo rallentare, passeggiare, farsi superare e battere. Con uno di quei ghigni ancestrali che sembrano usciti da una caricatura di William Hogarth.
La vita di un eroe letterario è sempre tutta condensata in un gesto, uno solo: quello del corridore Smith è la diserzione. Lui è un marginale ma non un loser, un perdente e neppure un fuggitivo (durante gli allenamenti potrebbe squagliarsela nei boschi – come il ragazzino dei 400 colpi di Truffaut, che uscì nello stesso anno del libro – ma non lo fa): lui è uno che non vuole vincere, diventare un fasullo simbolo di riscatto, consegnarsi agli ipocriti valori dell’avversario: “Vincere significa correre dritto nelle loro robuste mani inguantate di bianco e rimanervi per il resto della mia lunga vita di spaccapietre, sì, ma di spaccapietre come voglio io e non nella maniera in cui mi dicono loro”.
La sua rinuncia è un calcio in bocca all’etica del successo – inclusa tanta retorica sportiva (“Dai, dai, corri. Impiccati con quel pezzo di nastro” del traguardo) e dunque attualissima in tutta la sua triste inattualità. Di recente, Sillitoe ricordava: “Raccontavamo storie di gente di cui, fino ad allora, non si era interessato nessun scrittore, almeno in Inghilterra. Ma non lo facevamo in chiave neorealista. La nostra idea di realtà non aveva a che fare con le ideologie o la sociologia: era un racconto in presa diretta”. Che – a differenza della vecchia letteratura militante – parla di individui nudi, ispidi asociali che non si riconoscono più in partiti o in sindacati e forse neppure in una classe. Figli di una società dove l’antico sfruttamento si è mitigato, certo, ma per far posto alla nuova alienazione, , al rimbambimento mediatico, al benessere di paccottiglia, al diluvio delle merci. “Le pubblicità in televisione ci avevano mostrato che al mondo c’erano assai più cose da comprare quante ne avessimo mai sognate” dice il corridore Smith.
La solitudine del maratoneta e Sabato sera, domenica mattina divennero famosi grazie ai film, giustamente leggendari, che ne furono ricavati da due portabandiera del cosiddetto New Free Cinema inglese: Tony Richarson e Karel Reisz. Colin Smith aveva la faccia segaligna di Tom Courtenay, l’operaio Arthur Seaton quella da schiaffi di Albert Finney. Con l’abituale pressappochismo, l’industria culturale sbatte ora quei due ragazzacci dei primissimi Sixties nello stesso calderone dei Beatles, di Mary Quant e di quella Swinging London di cui pure era la perfetta antitesi. Senza di lor, invece, non ci sarebbe stata, forse, l’onesta insurrezione dei punk. Né, chissà, lo sconsolato umanismo di un Ken Loach.
Marco Cicala

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