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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

febbraio 20, 2009

Le campane di Bicêtre: un Simenon che avvince descrivendo l'immobilità


Le campane di Bicêtre va messo tra i capolavori di Georges Simenon, uno ci quei “romans durs”, come li chiamava, nei quali diventa grande scrittore e riesce a scrutare fino in fondo, come appunto sanno fare i grandi scrittori, l’animo umano. Il protagonista René Maugras è un uomo arrivato, come si dice. Dirige un importante quotidiano parigino, frequenta ambienti e persone all’altezza. Un giorno, mentre è a cena con amici, va alla toilette e cade a terra. Ha avuto un colpo, si risveglia in clinica semiparalizzato e afasico: non può muoversi, non può parlare. Su questa situazione iniziale Simenon riesce a costruire una vicenda straordinariamente appassionante, anche se per buona parte interiore. Muto e immobile, Maugras piomba in una condizione di assoluta indifferenza non solo rispetto agli amici, alla moglie Lina, al mondo, ma persino rispetto a se stesso. Pensa che probabilmente dovrà morire e non riesce a darsene pena, tale è il suo distacco.
Vengono a trovarlo alcuni illustri medici, suoi amici, che lo rincuorano, gli descrivono le fasi che dovrà passare, i collaudati protocolli di terapia. Loro sorridono, sono affabili, spiritosi. Lui li guarda da dietro la sua maschera forzatamente immobile notando le sottili ipocrisie, gli stereotipi, i tic, le reticenze. Viene a trovalo sua moglie, che in fondo ama, ma con la quale non è mai riuscito davvero a comunicare. La donna sta sprofondando nell’alcolismo e René sa che la colpa è almeno in parte sua.
Intorno a lui si muovono due infermiere: Blanche è carina, leggera, giovane. Josefa è più pesante ma anche più sensuale, dorme su una branda in camera sua. La guarda dormire e immagina come farebbe l’amore. Le ragazze hanno cura di lui: lo assistono nelle funzioni più umili, lo lavano. René talvolta ha vergogna, talaltra reagisce nel sentirsi così manipolato. Le ragazze sorridono perché sono abituate, lui no. Poi ci sono i ricordi, gli episodi semidimenticati dell’infanzia nella cittadina di Fécamp, porticciolo normanno dove suo padre svolgeva un umile lavoro.
Ci sono altri romanzi di Simenon all’altezza di questo. Qui però lo scrittore gioca anche di bravura perché tenere inchiodato alla pagina sulla vicenda di un uomo immobile non è una cosa da poco. Lui ci riesce.
di Corrado Augias

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