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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

marzo 31, 2009

Giovanni Jervis: Pensare diritto, pensare storto.


Basta assistere ad un telegiornale per accorgersi di quanto il dibattito pubblico sia dominato da una serie di termini e concetti - relativismo, etica laica, bioetica, laicismo, dottrine, religioni, scontro di civiltà - che da un lato sembrano essere divenuti patrimonio comune (tutti crediamo di poterne parlare con cognizione di causa, grazie ad un discutibile conformismo mediatico e culturale), mentre dall'altro mantengono un carattere ambiguo e quasi sfuggente. Allo stesso modo, è sufficiente assistere ad un dibattito tra intellettuali (o sedicenti tali) per capire quanto le posizioni perorate dagli uni o dagli altri siano, il più delle volte, del tutto soggettive, giustificate solo dal gusto e dall'opinione personali, e non suscettibili di verifica. Per fare un esempio molto banale, è come chiudersi in una stanza buia e sostenere a gran voce che è notte, rifiutandosi di uscire per controllare.Ecco, di fronte a tanta confusione e autoreferenzialità, penso che la lettura di questo saggio dello psichiatra Giovanni Jervis, il cui sottotitolo è Introduzione alle illusioni sociali (2007), possa risultare interessante o comunque invitare ad un riflessione meno sommaria e più circostanziata. Nell'opera, Jervis propone un percorso agevole, a tutto vantaggio dei non addetti ai lavori, alla scoperta delle scienze cognitive e delle loro implicazioni nello studio delle relazioni interpersonali, della coesistenza degli individui e della vita sociale. A partire da episodi di cronaca più o meno recenti, dal delitto di Novi Ligure alla strage di Columbine, e attraverso una critica al diffuso analfabetismo scientifico e ad un certo "egocentrismo metodologico", l'autore affronta il tema delle cosiddette 'illusioni', ovvero di quegli errori e fraintendimenti che si annidano in modi di pensare comuni e condivisi, e che sono alla base dei giudizi che esprimiamo e dei convincimenti che ci formiamo.Da profana, ho trovato il volumetto molto interessante: certo, non saprei prendere posizione nel confronto tra cognitivisti e psicologi analitici, e ho poca dimestichezza con concetti come 'mente', 'inconscio' e 'profondo', ma posso dire che la lettura ha suscitato in me numerosi spunti di riflessione, portandomi ad osservare alcuni dibattiti, soprattutto in materia di aggressività sociale, relativismo e rapporti tra fedi e culture, da un altro punto di vista, meno speculativo e più empirico, meno teorico e più concreto. Un esperimento che sento di potervi consigliare, anche perchè sono appena duecento pagine e lo stile è davvero molto scorrevole.

di lisavagnozzi.blogspot.com

marzo 27, 2009

La Sapienza, il diritto negato.


Ho aspettato qualche giorno a scrivere queste righe: avevo bisogno di mettere in fila i pensieri che, disordinati, si affollavano nella mia mente; scenari lugubri ad altri più invitanti si assommavano nelle mie riflessioni, e l'impostazione da dare al mio discorso non era molto chiara.Credo comunque di dover fornire alcune spiegazioni, oltre che il resoconto diretto di quanto avvenuto mercoledì diciotto marzo alla Sapienza, per sconfessare i resoconti faziosi di alcuni quotidiani, ma soprattutto per informare su quanto i quotidiani non dicono o desiderano tacere.Partiamo dall'inizio: lo sciopero del 18 marzo era visto da tutti come un'occasione importante di rilancio dell'Onda. In molte città italiane gli universitari si erano organizzati per protestare assieme alla Cgil, con presidi e cortei: e difatti sono state molte le città in cui gli studenti, come in autunno, sono tornati per le strade affiancati da genitori e insegnanti, lavoratori della conoscenza e precari della formazione, a gridare la loro contrarietà alla gestione della crisi e del dissenso che il governo sta portando avanti.Anche alla Sapienza si era discusso dell'opportunità di prendere parte al presidio che il sindacato aveva indetto per la giornata: un presidio stanziale, una manifestazione di piazza - senza corteo - a Santissimi Apostoli. Ma se n'era discusso cercando di allargare lo sguardo per includere i conflitti sociali nella loro interezza e, soprattutto, la risposta che a tali conflitti sta fornendo un esecutivo sempre più autoritario e autocratico, sempre più confuso nei meandri della recessione, spaventato dal dissenso e bisognoso di capri espiatori. In sostanza: nelle assemblee d'ateneo "verso il 18" erano state analizzate le contromisure amministrative del comune di Roma sulle manifestazioni di piazza - il cosiddetto protocollo romano - e quelle legislative del governo sul diritto di sciopero nel settore della mobilità; e, preso atto della tendenza liberticida e normalizzatrice delle stesse, si era deciso di non limitarci a stare in piazza col sindacato, ma di raggiungerla, quella piazza, con un corteo, uno dei tipici cortei dell'Onda, autorganizzato e spontaneo e volto al blocco delle strade, perché "se ci bloccano il futuro noi blocchiamo la città" - com'è stato gridato per mesi.La mattina del 18 ci siamo incontrati nella città universitaria, siamo partiti per un breve corteo interno e poi ci siamo diretti, come al solito, all'uscita di piazzale Aldo Moro.Subito siamo stati circondati da un nutrito gruppo di agenti, in tenuta antisommossa: caschi, scudi, visiere abbassate. Tutti in cerchio intorno a noi, un bel ferro di cavallo. Abbiamo iniziato le trattative con i funzionari, per concordare un percorso e trovare una mediazione tra le nostre necessità e i loro ordini - come al solito. Come al solito alcuni discutevano, altri chiacchieravano, altri si sedevano a leggere il giornale; alcuni prendevano un sole già primaverile sdraiati sul prato, lo stivale del celerino a pochi passi di distanza.C'era un clima di lucida rassegnazione, mista a una determinazione pacata: saremmo rimasti lì finché non si fosse giunti a un accordo. I funzionari sbandieravano la necessità di ottemperare al protocollo; noi ribattevamo che a quel protocollo nessuno di noi aveva aderito, che era protocollo - appunto - e non legge, che il diritto a manifestare non poteva in nessun caso essere negato.Dialogo o dialettica che fosse, stavamo solo parlando. Ma poi, all'improvviso, sono partite le cariche.La gente ha cominciato a correre a destra e manca per tutto il piazzale, attimi di confusione hanno disperso la massa di studenti lasciando uno spazio vuoto fra quei pochi delle prime file che, nel tafferuglio, erano inciampati e gli altri, che erano corsi a cercare riparo dentro le mura. A poco più di un metro da me ho visto un carabiniere inseguire un ragazzo, raggiungerlo, afferrarlo per la maglietta e sbatterlo a terra con violenza; e poi cominciare a picchiarlo, alla cieca, col manganello impugnato al contrario così da colpirlo col manico - la parte più dura, quella che fa più male. Un attimo dopo, addosso al ragazzo erano ben quattro. Grida, strepiti, urla, ognuno cercava di tirarsi d'impaccio; i feriti venivano strappati via dalle mani dei celerini e portati al sicuro dai loro compagni, mentre la folla a mani alzate urlava "vergogna" e la polizia avanzava, di più, sempre di più, fino a costringerci dentro.Abbiamo provato a uscire altre due volte, dagli sbocchi laterali. Non abbiamo fatto in tempo nemmeno ad avvicinarci ai cancelli che subito le forze dell'ordine hanno alzato braccia ed armi e hanno caricato, ancora. Correvamo da una parte all'altra, incrociando altri studenti; gridavamo loro ciò che stava accadendo. Uno di loro si è alzato, gettando a terra libri e quaderni: e subito si è unito a noi. Iniziavano ad arrivare le borse di ghiaccio a medicare le botte, fazzoletti che asciugassero il sangue. La tensione cresceva. "Non è possibile!". Ho visto volare ciabatte e bottigliette d'acqua, le cariche ormai si erano fatte incessanti. A viale Regina Elena le forze dell'ordine, prese dall'enfasi, sono entrate dentro l'università ed hanno rinchiuso le prime file in un quadrato; altri lanci, qualche sasso è volato sbattendo contro il cancello di ferro e rimbombando nel tumulto: è bastato per far rientrare i ranghi, allontanare i poliziotti e farci uscire dall'empasse.Alla fine eravamo stremati, contusi, sfiancati. Ci siamo riuniti sulle scale del rettorato per indire una conferenza stampa, cercando dell'acqua, calmando il respiro, accompagnando al pronto soccorso chi ne aveva bisogno. Provando a schiarirci le idee.Ma farlo è difficile; o meglio, terribilmente inquietante.Improvvisamente, i dati sparsi di queste ultime settimane s'incastrano fra loro con perfetta armonia, contribuendo a comporre un quadro unitario: ovunque gli studenti siano tornati a far sentire la loro voce sono stati ingiustificatamente caricati dalle forze dell'ordine; attivisti del movimento sono stati continuamente aggrediti e malmenati da gruppuscoli neo-fascisti che, nella loro impunità boriosa, accomunano tutta la penisola. Padova, Torino, Pisa, Napoli, Roma... E' bastato riattivare un livello minimamente pubblico di protesta per essere picchiati, sprangati, sedati, ora dai manganelli dei poliziotti, ora dai tirapugni degli estremisti invasati e xenofobi che tanto hanno successo ultimamente.In particolare, va notato che le istituzioni ormai non si vergognano più di intrattenere rapporti con fascisti dichiarati come i militanti del Blocco Studentesco - quelli delle mazze tricolori a Piazza Navona, per intenderci: solo poche settimane fa il comune di Roma ha promosso un convegno dal titolo "Tempo di essere madri", affiancando senza remore lo stemma capitolino al simbolo del centro sociale para-nazista Casa Pound. All'interno del panorama politico della destra italiana, infatti, fazioni fin'ora rimaste nell'ombra stanno conquistando pian piano legittimità politica attraverso un progressivo sdoganamento mediatico delle stesse, in uno scenario complesso e in continua mutazione.Non ho le prove per accusare nessuno, né tantomeno posso permettermi di dire che vi sia una connivenza - o una continuità - fra le aggressioni individuali e le cariche statali; ma certo tutti noi abbiamo notato con preoccupazione un numero sempre crescente di coincidenze che, non essendo seguite da pubbliche condanne o prese di distanza nette da parte degli organi politici e istituzionali, alimentano i sospetti. Del resto non era forse Roberto Fiore, segretario nazionale di Forza Nuova - partito di stampo dichiaratamente neo-fascista -, sullo stesso palco di Casini, Fini e Berlusconi durante la manifestazione di quasi due anni fa "contro il regime di Prodi"? E non sono state trovati materiali inneggianti al nazismo a Roma Tre, negli armadietti di Azione Universitaria - costola giovanile di Alleanza Nazionale?Quello che abbiamo visto mercoledì si può riassumere con una sola parola: repressione. Repressione nuda e cruda, come solo la violenza sa essere. Ci hanno accusato di provocazioni, di insulti e di pratiche di lotta illegali e illegittime, mentre io che c'ero lo posso dire con chiarezza: eravamo e siamo profondamente pacifici. Ma mercoledì ci siamo dovuti difendere, abbiamo dovuto strappare a braccia i nostri amici, i nostri fidanzati e i nostri compagni dalle grinfie di una mattanza irrazionale. Perché molti sono stati feriti, e alcuni - i più sfortunati - sono finiti all'ospedale con la testa spaccata. Per cosa, poi? Quale atto rivoltoso stavamo compiendo? Volevamo uscire dall'università per manifestare: una pretesa senza dubbio sovversiva!Non c'è stata alcuna forzatura, benché ci fosse il blocco: l'ho già detto, stavamo solo parlando. Non c'è stata alcuna provocazione da parte nostra: le provocazioni le hanno messe in campo le forze dell'ordine, che hanno caricato a freddo studenti disarmati e inermi. Il protocollo tanto sbandierato per noi non vale, non può valere: non l'abbiamo mai approvato. E non lo approveremo mai, sia chiaro, perché è un protocollo liberticida e inutile, visto e considerato che con la scusa della mobilità si proibisce ai dissidenti di manifestare sotto i ministeri e i palazzi del potere, anche in quelle zone chiaramente pedonali come Montecitorio. La reazione di mercoledì non può e non deve essere giustificata dalla violazione di un accordo fra parti che, tra le altre cose, non ci annoverano fra i loro iscritti. Perché è stata insensata, esagerata: o pensate che permettere agli autobus di circolare valga il cranio a pezzi di un vostro figlio, fratello o nipote? A questo punto, anche invocare la neutralità della legge significa farsi inghiottire dallo specchietto per le allodole messo lì per intontire gli assenti.Perché il tutto è stata fatto - chiaramente - in nome dell'ordine, della disciplina, della legalità, la stessa che viene sbandierata contro gli immigrati, i senzatetto, i presunti stupratori, i bulli delle scuole, gli operai cassaintegrati; e apparentemente anche la stessa che viene calpestata, ignorata, sbeffeggiata ogni qual volta si tratta di accusare un potente, un politico, un banchiere famoso o un palazzinaro qualsiasi. La stessa che quando si tratta di picchiare gli studenti e mandare all'ospedale ragazzi poco più che ventenni dev'essere applicata alla lettera, senza eccezioni, mentre quando bisogna mandare in galera qualche farabutto della politica allora no, allora può essere comodamente interpretata.Sequestrati: questo eravamo. Sequestrati e rinchiusi dentro la nostra università. "Perché in fondo siete studenti", sembravano dire la questura, il prefetto, il sindaco e il rettore nel giustificare un sopruso incivile. "E' quello il vostro posto. Vi siete divertiti per un po' a criticare il governo, va bene. Ma ora, basta". Come si diceva un tempo: la ricreazione è finita.Perché in effetti stiamo sul groppone a molti, visto e considerato che non ci limitiamo a studiare, ma mettiamo in pratica ciò che all'università studiamo. Stiamo sul groppone per le nostre alleanze che si allargano e si fortificano, e parliamo di reddito, di salario, di diritto allo studio ma anche di welfare, di diritto di sciopero e dissentiamo, tenacemente, a fianco dei medici e degli immigrati, a fianco dei disoccupati e dei precari di tutta Italia. Perché ancora una volta abbiamo incontrato le scuole e gli studenti medi, perché stiamo organizzando per il ventotto una grande manifestazione a latere del G14 sul welfare insieme ai sindacati di base e a tutti gli altri movimenti territoriali e di lotta per la casa. Perché noi davvero questa crisi non la vogliamo pagare, perché non ne va solo del nostro presente, ma del nostro futuro.Ci stanno levando tutto: lavoro, giustizia, pensione, casa, diritti civili. A vent'anni vorrebbero imporci d'ingoiare disillusione e paura, vorrebbero vederci rassegnati e proni, lo sguardo a terra e il capo coperto di cattolicissima cenere. Pronti a pagare lo scotto di errori che non abbiamo commesso e che subiamo, ingiustamente, da sempre.E il nostro unico difetto è quello di non volerci arrendere alla sopravvivenza, continuando a pretendere di vivere una vita migliore. E' questa pretesa che ho visto mercoledì negli occhi degli altri; ma con grande dolore ho visto anche la rabbia a cui ci stanno portando, l'ho vista nei volti di compagni più che pacifici, che hanno sempre sfilato a mani alzate accanto a me, che continuano a discutere con professori e studenti per cambiare veramente l'università che vivono, che ci credono profondamente e che anche per questo non farebbero male a una mosca. L'ho vista montare, quella rabbia, ho visto quelle guance diventare rosse mentre, le braccia alzate e piene di lividi, gridavano "fuori! fuori!" ai poliziotti che, incauti, sorpassavano il confine. Li ho visti trattenersi a vicenda, abbracciarsi l'un l'altro per evitare di scoprire fino a che punto potesse spingerli l'indignazione.Abbiamo chiesto alla Cgil di schierarsi, di ritirare la firma dal protocollo; il responsabile della Flc Cigl ha espresso tutta la sua solidarietà, ma noi ancora aspettiamo un gesto concreto, una presa di posizione netta con delle conseguenze altrettanto nette. Forse l'avremo giovedì prossimo, quando incontreremo alla Sapienza i delegati della Cgil e i sindacati di base per un incontro pubblico sul diritto di sciopero e la libertà di movimento. Del resto, ormai è palese: lasciarci soli adesso significherebbe armare il braccio della repressione. Brunetta l'altro giorno ci ha apostrofati come guerriglieri e ha dichiarato, lapidario: "come guerriglieri verranno trattati". Sarebbe a dire? Che verremo sequestrati, incarcerati, torturati, mandati al confino? Non è chiaro. Il ministro ha poi definito un movimento eterogeneo e variegato come il nostro "associazione": sì, esatto, l'associazione Onda. Un primo passo verso la burocratizzazione del nemico, la sua identificazione in uno schema prestabilito e per questo incasellabile, all'occorrenza, dentro il lungo capitolo dei nemici di Stato. E tornano alla memoria le parole sussurrate da un casco blu, mercoledì mattina: "Godetevi questa campana di vetro. Finché dura".

Gaia Benzi per Micromega.it

marzo 26, 2009

Ugo Tognazzi: il sito ufficiale di un grande attore.


Il 23 marzo, il Prime di Roma, ha ospitato la famiglia Tognazzi e gli amici stretti per festeggiare quello che sarebbe stato l’86° compleanno di Ugo Tognazzi, occasione speciale, in cui è stato presentato il tanto atteso sito http://www.ugotognazzi.com/. Gian Marco ha spiegato con il suo Web designer e l'aiuto di uno schermo, i contenuti e le particolarità delle 250 pagine che formano il sito, on line da ieri , ma ancora da terminare Una “casa virtuale” per ricordare il grande attore Ugo Tognazzi scomparso diciannove anni fa. Il figlio Gian Marco Tognazzi ha voluto realizzare un sito che raccogliesse attraverso informazioni e curiosità la vita artistica del padre Ugo. Ci sono voluti tre anni di lavoro per mettere in piedi il sito in cui si potranno trovare pagine sulla vita privata di Ugo Tognazzi e la famiglia, sul suo lavoro, in cinema e televisione, la cucina e le sue ricette. Curiosità varie, oltre a video e foto inedite con aggiornamenti sulle iniziative a lui intitolate, le programmazioni dei suoi film tv e tanto altro, in modo da diventare così uno strumento di approfondimento per tutti coloro che lo stimano.Gian Marco Tognazzi di questo progetto ne va fiero: “Sono orgoglioso di aver realizzato questa iniziativa. E’ un progetto a cui tenevo molto. Ci ho lavorato tanto, insieme agli esperti. E ora che è in rete sono davvero soddisfatto, è un omaggio ai tanti estimatori e fans di mio padre”.
Biografia Ugo Tognazzi:
Nato a Cremona il 23 marzo del 1922, figlio di un assicuratore, Ugo Tognazzi è presto costretto ad abbandonare gli studi (cosa della quale non poco si dorrà col passare del tempo) e già a quattordici anni lavora negli stabilimenti del Salumificio Negroni. Segnato nell'estro dalle esperienze teatrali fatte sin dalla più tenera infanzia (a soli quattro anni aveva preso parte ad alcuni spettacoli di beneficenza), lo troviamo ben presto impegnato nelle recite della filodrammatica cittadina, presso il Dopolavoro, attività che durante la guerra, chiamato alle armi nei ranghi della Marina, lo porterà di stanza a La Spezia, impiegato nelle attività di intrattenimento dei soldati, protagonista di piccoli spettacoli a base di barzellette e imitazioni.
Il settembre del '43 lo vede recuperare Cremona, determinato a continuare la sua attività artistica organizzando piccoli spettacoli di rivista nelle ore libere dal lavoro che svolge all'Ufficio Ammasso e Fieno. Ma la provincia gli sta ormai stretta, così si sposta a Milano in cerca di fortuna. È il 1945 e un concorso per dilettanti lo vede trionfare, procurandogli la prima scrittura con una compagnia di giro, che ben presto lo porta a farsi notare dall'ambitissima corte di Wanda Osiris: scritturato dalla "wandissima", non esita a liberarsi dal contratto precedente pagando un'esosa penale e, pur stipendiato, resta in attesa di calcare le scene per la diva. Ma il tempo passa e la fine della guerra vede l'impresario svanire nel nulla e la compagnia della Osiris sciogliersi: per Tognazzi questa resterà la prima grande delusione della sua carriera. Ma ormai il suo nome è nel giro e il giovane attor comico non tarda a trovare una nuova scrittura con la compagnia di Erika Sandri, che lo porta in giro per l'ltalia, dal nord al sud, con "Viva le donne" di Marchesi. È solo l'inizio di una intensissima stagione che, sino al '56, lo vede impegnato in un crescendo di successi: nella stagione 1946-'47, dopo essere stato in scena con "Bocca baciata", è accanto a Macario in "Cento di queste donne"; nel 1948-'49 è ancora con Macario in "Febbre azzurra" e poi passa con la Masiero in "Paradiso per tutti"; nel '49-'50 è tra i protagonisti di "Castellinaria" di Amendola, Gelich e Maccari, seguito nel '50-'51 da "Quel treno che si chiama desiderio". Mentre le scene salutano con successo i suoi numerosi impegni, il cinema inizia ad accorgersi di lui: è infatti del 1950 la sua prima esperienza su un set, chiamato tra gli interpreti de "I cadetti di Guascona" di Mario Mattoli. E se il decennio vedrà Tognazzi partecipe di altre 30 leggerissime commedie per lo schermo, il palcoscenico non cesserà certo di essere tra i suoi impegni, in un susseguirsi frenetico di lavori prestigiosi: "Dove vai se il cavallo non ce l'hai?" ('51-'52), "Ciao, fantasma" ('52-'53), "Barbanera, bel tempo si spera" ('53-'54), "Passo doppio" ('54 '55).
Il 1955 è un anno cruciale per l'evolversi della carriera di Tognazzi: registra infatti il suo debutto nel teatro di prosa con la commedia di Bracchi "Il medico delle donne", ma segna anche il consolidarsi del successo televisivo che, dalla fine del '54, lo vede protagonista, in inseparabile coppia con Raimondo Vianello, di "Un, due, tre", il fortunatissirno varietà della Rai che lo impegnerà con immutato entusiasmo sino al 1959. Sempre il 1955, d'altronde, porta a Tognazzi il prirno figlio, Ricky, avuto con la ballerina inglese Pat O'Hara, ma tanto non basta a placare la sua fama di tombeur de femmes, che alimenta i rotocalchi dell' epoca contribuendo a fare di lui un personaggio chiacchieratissimo. E se nel 1956 assieme ad Agus e Zoppelli mette insierne una sua compagnia, con la quale porta in giro "Il fidanzato di tutte", "Papà mio marito" e "L'uomo della grondaia", va detto che Tognazzi appare sempre più preso nel vorticoso mondo del cinerna, che, sul far dei Sessanta, finirà per coinvolgerlo del tutto, non prima però di averlo visto debuttare nella regia teatrale, portando in scena e interpretando al Quirino di Roma "Gog e Magog".
L'occasione per dare una svolta alla sua carriera giunge con "Il federale" di Luciano Salce: è il 1961 e, con la sua brillante e umanissima caratterizzazione del graduato delle brigate nere Primo Arcovazzi, Ugo Tognazzi rivela finalmente anche sul grande schermo le sue doti di interprete destinato a offrire il suo volto alla stagione d'oro della commedia italiana. D'altro canto, a conferma dell'impegno col quale negli anni Sessanta l'attore si dedica all'attività cinematografìca, nel '61 giunge anche il suo esordio nella regia con "Il mantenuto", primo di cinque film che, a cadenze più o meno regolari, l'attore vorrà dirigere nel corso degli anni (gli altri saranno: "Il fischio al naso", '67; "Sissignore", '68; "Cattivi pensieri", '76; "I viaggiatori della sera", '79; ai quali è da aggiungere, nel '70, l'esperienza di regista della serie televisiva "F.B.I. Francesco Bertolazzi lnvestigatore"). Sono anni, questi, in cui il cinema è prodigo con Tognazzi di collaborazioni qualifìcate e di titoli rimasti fondamentali per la nostra cinematografia: con Salce gira "La voglia matta" ('62) e "Le ore dell'amore" ('63); con Dino Risi fa "La marcia su Roma" ('62) e subito dopo trova la consacrazione definitiva con "I mostri" ('63), entrambi interpretati accanto a Vittorio Gassman. Ma è soprattutto con Marco Ferreri che trova la chiave per definire un personaggio umanamente surreale in opere discusse e fondamentali come "Una storia moderna: l'ape regina" ('63), "La donna scimmia" ('64), "Controsesso" ('64) e "Marcia Nuziale" ('66).
La vita privata, intanto vede Tognazzi sposo per pochi mesi del '63 dell'attrice norvegese Margarete Robsahm, dalla quale ha il secondo figlio, Thomas. Di questi stessi anni è del resto l'incontro con l'attrice Franca Bettoja, destinata a diventare prima sua compagna e poi (dal '72) sua sposa. Polo d'attrazione di tutte le certezze degli anni della sua maturità, Franca Bettoja darà a Tognazzi altri due figli: Gianmarco, nel 1967, e Maria Sole, nel 1973.
L'ultimo scorcio dei Sessanta trova Tognazzi impegnato a smungere dalla sua già ricca filmografia le prestazioni più immediatamente d'evasione, cercando soggetti e autori in grado di qualificarne sempre più le acute doti d'interprete degli umori e delle debolezze della società contemporanea: in questo senso vanno le collaborazioni con Pietrangeli ("Io la conoscevo bene", '65), Germi ("L'immorale", '67), Giraldi ("La bambolona", '68), Scola ("Il commissario Pepe", '69) e Pasolini ("Porcile", '69). Ma questo è anche il periodo che registra la seconda grande delusione della carriera di Tognazzi: Fellini lo mette sotto contratto per il poi mai realizzato "Viaggio di Mastorna", ma poi rinuncia a girare il film, lasciando l'attore con l'amarissima delusione di una consacrazione mancata, dalla quale cercherà di rifarsi accettando di interpretare Trimalcione nel "Satyricon" ('69) che Polidoro mette in cantiere a tempo di record per battere il contemporaneo progetto di Fellini.
Gli anni Settanta trovano Tognazzi interprete sempre più acuto, anche se non esente da scelte discutibili. L'incontro con Mario Monicelli produce due grandi successi come "Romanzo popolare" ('74) e "Amici miei" (campione d'incassi nel '75), quello con Lattuada il pungente "Venga a prendere il caffé da noi" ('70), mentre con Risi realizza, tra gli altri, "ln nome del popolo italiano" ('71), "La stanza del vescovo" ('77) e "Primo amore" ('78). Accompagna lo scrittore Alberto Bevilacqua nelle prove cinernatografìche de "La Califfa" ('70) e "Questa specie d'amore" ('72) e ritrova il miglior Ferreri con "L'udienza" ('71) e soprattutto "La grande abbuffata" ('73), che gli regala il successo internazionale, bissato poi nel '78 in chiave completamente diversa con "Il vizietto" di Edouard Molinaro.
Gli anni Ottanta lo accolgono sulla "Terrazza" di Ettore Scola ('80) ma soprattutto lo salutano straordinario interprete della "Tragedia di un uomo ridicolo" di Bernardo Bertolucci che gli procura il prernio per l'interpretazione al Festival di Cannes dell'81: è un traguardo che Tognazzi tocca con orgoglio, ma che purtroppo si tramuterà in motivo d'amarezza quando, negli anni successivi, constaterà che il cinema italiano non è più capace di offrirgli altri ruoli in grado di valorizzarlo. A parte "Il petomane" di Pasquale Festa Campanile ('83) e "Ultimo minuto" di Pupi Avati ('87), gli anni Ottanta cinematografìci di Tognazzi sono poco magnanimi. Il personaggio pubblico brilla come cuoco d'alta cucina in TV e nei libri di ricette che pubblica, e l'artista torna a calcare il palcoscenico accettando con orgoglio l'invito di Strehler a Parigi per recitare in francese alla Comédie Française i "Sei personaggi in cerca d'autore" e poi portando in scena in ltalia "L'avaro" di Molière con la regia di Missiroli ('88) e "M. Butterfly" ('89) a Milano.
Sono anni tristi, questi, tagliati dalla vena malinconica di una vitalità in esaurimento che declina spesso nella depressione. Bisognoso di conferme, Tognazzi le trova nel calore del clan familiare che affettuosamente lo circonda e nel successo col quale il pubblico accoglie il suo ritorno teatrale.
Muore per un ictus il 27 ottobre del 1990, a 68 anni: reduce dal set del telefilm Rai "Una famiglia in giallo" e in procinto di replicare a Roma il trionfo milanese del "M. Butterfly".

marzo 25, 2009

Filmforum Udine Gorizia Gradisca dal 24 marzo al 2 aprile 2009


Grandi protagonisti del cinema internazionale, come il cineasta tedesco Edgar Reitz, videoartisti, autori e registi sperimentali si avvicenderanno, dal 24 marzo al 2 aprile a Udine, Gorizia e Gradisca, in occasione di FilmForum 2009, Grandi protagonisti del cinema internazionale, come il cineasta tedesco Edgar Reitz, videoartisti, autori e registi sperimentali si avvicenderanno, dal 24 marzo al 2 aprile a Udine, Gorizia e Gradisca, in occasione di FilmForum 2009, dieci giorni di proiezioni, incontri, workshop nuove pubblicazioni, studi e premi di scrittura sul cinema e sulla sua evoluzione, dalle origini ai nuovi media, dai Fratelli Lumière a Internet, al cinema per telefono cellulare. Giunto alla XVI^ edizione, FilmForum è come sempre promosso dall’Università degli Studi di Udine, per la direzione artistica del docente e studioso Leonardo Quaresima, ed è organizzato in collaborazione con la Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, la Fondazione CRUP, il Ministero per i Beni Culturali – Direzione Generale per il Cinema, la Fondazione CARIGO ed altri enti.FilmForum 2009 si arricchirà, per la seconda fase dedicata alla Spring School e al binomio Cinema/Contemporary Visual Arts, di una nuova importante sede: la città di Gorizia, che si affianca alle sedi storiche della manifestazione, Udine e Gradisca.FilmForum si articola in una prima parte - Udine, 24 / 26 marzo - che impegnerà esperti di fama internazionale nel consueto Convegno mondiale di Studi sul Cinema, integrato da proiezioni e ospiti di assoluto primo piano sulla scena cinematografica, come il regista di “Heimat” Edgar Reitz, che ha stretto una preziosa collaborazione con il laboratorio di restauro cinematografico “La camera ottica” del Dams di Gorizia - Università degli Studi di Udine; e in una seconda fase, la Spring School - Gorizia e Gradisca, 27 marzo / 2 aprile - incentrata su Cinema e arti visive contemporanee, un progetto che permetterà di indagare i rapporti tra cinema, cartoon, animazione digitale e forme di animazione performativa, nonché i rapporti tra cinema, media e videogame, con la presenza di celebri video-artisti contemporanei, da Stefano Ricci a Davide Toffolo, fumettista e frontman della Band Tre Allegri Ragazzi Morti. Anche la fase di Gorizia sarà scandita da serate di proiezione, con pellicole-evento legate al rapporto fra cinema e nuovi media e performance, e inoltre da incontri e workshop con i protagonisti.
Dall’inizio, alla fine (In The Very Beginning, At The Very End): questo il tema del Convegno Internazionale di Studi sul Cinema di Udine, che si svolgerà dal 24 al 26 marzo, nelle sedi dell’Università degli Studi di Udine, a Palazzo Antonini e Palazzo Caiselli (ore 9.30 / 19), con la collaborazione del Permanent Seminar on History of Film Theories, per il coordinamento di Francesco Casetti e Jane Gaines. Settanta relatori, provenienti da Stati Uniti, Canada ed Europa, si alterneranno a Udine nelle Giornate del Forum: tra questi, diversi importanti studiosi di fama mondiale, come Marc Vernet (Francia), Roger Odin (Francia), Charlie Musser (Stati Uniti), Laurent Jullier (Francia), Phil Rosen (Stati Uniti). Per la prima volta, al centro del Forum saranno da un lato il cinema delle origini, definito e inquadrato tra i fenomeni artistici e culturali della sua epoca, e dall’altro, il cinema di oggi, in costante trasformazione sotto la spinta della rivoluzione digitale, così come viene ri-definito e re-inquadrato nel rapporto con gli altri media contemporanei, dal computer al telefonino. Giovedì 26 marzo, alle 12.00, nell’ambito dei lavori del Convegno, è prevista la tavola rotonda dedicata al “caso” di Sergej Ejzenštejn, in rapporto agli studi teorici sul cinema. In occasione dell’iniziativa, sarà presentata la pubblicazione curata da Francesco Pitassio “La forma della memoria. Memorialistica, estetica, cinema nell’opera di Sergej Ejzenštejn”. Il volume, edito Forum, contiene un testo inedito a firma di Sergej Ejzenštejn, “Le cinque epoche. A proposito della realizzazione del film La linea generale”, uscito unicamente sulla Pravda del 6 giugno 1926. Contestualmente ai lavori del convegno, nella mattinata di giovedì 26 marzo, alle 11.30, nella Sala Convegni, Palazzo Antonini è in programma l’assegnazione del VII Premio “Limina” per libri di cinema italiani e internazionali pubblicati nel 2008.Dal 24 al 26 marzo, al Cinema Visionario di Udine (dalle 21), FilmForum 2009 proporrà le serate di Forum Movies, con proiezioni legate al cinema delle origini ed al cinema contemporaneo, in dialogo con i nuovi media: appuntamento con uno spaccato davvero affascinante e cronologicamente ‘trasversale’ della produzione di cineasti teorici, dai pionieri del muto alla cinematografia del nostro tempo. Evento speciale sarà la presenza, a Udine, del grande regista tedesco Edgar Reitz, già al Premio Amidei nel 2007 e ospite d’eccezione, al Visionario, del FilmForum 2009, per illustrare e raccontare al pubblico due opere esemplari degli esordi, “Yucatan” e “Geschwindigkeit Kino Eins”. Classe 1932, celebre per l’acclamata serie di Heimat ed autorevole protagonista del “nuovo cinema tedesco”, Edgar Reitz ha stretto una preziosa collaborazione con il Laboratorio di restauro cinematografico “La camera ottica” del Dams di Gorizia - Univ. degli studi di Udine, incaricato di restaurare una sua storica e importantissima installazione di expaded cinema del 1965, Variavision. Il restauro sarà presentato in occasione dell’edizione 2010 di FilmForum. Curato da Francesco Pitassio, il programma delle proiezioni (al cinema Visionario dal 24 al 26 marzo, ore 21), prevede tre serate declinate seconda la tematica generale, “In the very begininng, At the very end”, ovvero “dall’inizio alla fine”. Si indagheranno autori come Dziga Vertov, Jacques Rivette, Jean Marie Straub e Danièle Huillet, e contemporanei come Pedro Costa, Harun Farocki e Eugene Green. L’ingresso è libero per tutte le proiezioni.
La Spring School, in programma a Gorizia e Gradisca dal 27 marzo al 2 aprile, scandisce la seconda parte del FILMFORUM 2009. Il progetto coinvolge diverse università europee (Paris III, Amsterdam, Bochum, Bremen, Valencia, Lugano, Praga, Milano Cattolica, Pisa, Udine) e sarà caratterizzato dal percorso CINEMA AND CONTEMPORARY VISUAL ARTS, incentrato quest’anno sul tema della performanceOgni giorno, dalle 18 al Palazzo del Cinema di Gorizia, gli incontri della Spring School permetteranno al pubblico di conoscere artisti italiani e internazionali del mondo del fumetto e dell’animazione, e di avviare con loro un dialogo aperto e “interattivo”. Di primissimo piano il parterre degli artisti che animeranno gli incontri pubblici alla VII Spring School: si parte sabato 28 marzo con Anke Feuchtenberger, quindi il 29 marzo Michelangelo Setola, e ancora il 30 marzo Cristiano Carloni e Stefano Franceschetti, il 31 Stefano Ricci, per chiudere il 2 aprile con Davide Toffolo. Di Gianluigi Toccafondo a Gorizia sarà presentato l’ultimo lavoro, “La piccola Russia”, in cartellone al Torino Film Festival. Celebre in tutto il mondo per il suo stile inconfondibile, nell’animazione e l’illustrazione, che l’ha reso uno degli artisti italiani più noti al mondo, Toccafondo è stato aiuto regia a Matteo Garrone per Gomorra.
I quattro giorni centrali del FILMFORUM 09 a Gorizia, saranno dunque ricchi non solo di proiezioni, ma anche di veri e propri momenti spettacolari, comparabili ad eventi concertistici: imperdibile la Live Animation di Davide Toffolo, nella serata conclusiva del 2 aprile, dedicata a Pier Paolo Pasolini. Ogni sera, dalle 21.00, Spring School Movies con un fitto programma di proiezioni e installazioni, presentati da artisti e curatori e aperti al pubblico (Gorizia, Palazzo del Cinema e Kulturni Center Bratuz). Così si spiega la presenza, al FILMFORUM 09, di star-curators come, Benjamin Weil, Jean-Pierre Rehm, dell’americano Phill Niblock e del giovane artista/filmmaker documentarista Carlos Casas (pluripremiato nei festival internazionali del cinema documentario), che, per la prima volta (prima internazionale dunque), collaboreranno a Gorizia in un live. Inoltre, dal 28 marzo al 2 aprile al Kinemax di Gorizia sarà allestita la videoinstallazione della Socìetas Raffaello Sanzio, Tragedia Endogonidia, di Romeo Castellucci, con video di Cristiano Carloni e Stefano Franceschetti. La sezione dedicata a fumetto e animazione presenterà il meglio in assoluto in questo momento sulla scena italiana, forse la più vivace e apprezzata, al momento, dalla stampa di settore e non solo, sul piano internazionale. Sul versante del cinema sperimentale avremo a Gorizia da una parte due pionieri assoluti, Guy Sherwin e Phill Niblock, e dall’altra la presenza prestigiosa di Bruce McClure, con i suoi spettacoli per più proiettori. Inoltre, ospite d’eccezione sarà il misterioso collettivo sloveno (abbiamo guardato lontano e vicino in un certo senso) attivo dagli anni ‘70, OM productions, a sua volta specializzato in live per più proiettori.
Martedì 24 marzo FilmForum 09, TEORICI DEL MUTOGli uomini con la macchina da presa. I registi-teorici del muto 1. Dziga Vertov: Entuziazm - Simfonija Donbasa (Entusiasmo - Sinfonia del Donbass), 19302. Abel Gance: La Folie du Docteur Tube (La follia del Dottor Tube), 1915 Mercoledi’ 25 marzo FilmForum 09, TEORICI DEL CINEMA MODERNO Il cinema è il cinema. I registi-teorici della modernitàpresente il regista Edgar Reitz 1. Edgar Reitz: Yucatan, 1959-1960Edgar Reitz: Geschwindigkeit Kino Eins (Velocità), 19632. Jacques Rivette: Le Coup du Berger (Il colpo del pastore), 19563. Jean-Marie Straub / Danièle Huillet: Une Visite au Louvre (Una visita al Louvre), 20034. Nöel Burch: Noviciat (Noviziato), 1960 Giovedì 26 marzo FilmForum 09, TEORICI CONTEMPORANEINostos. I registi-teorici contemporanei 1. Thierry Kuntzel: Echolalia, 1980 2. Eugène Green, Pedro Costa, Harun Farocki: Memories (Memorie), 2007

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marzo 24, 2009

Filosofare con i bambini.



"Quello che è in primo piano nell'attività del "filosofare" con i bambini ed i ragazzi è l'esercizio auto-regolato del pensiero complesso..."
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"Filosofia con i bambini" e "filosofia dei bambini". La prima incontra la seconda o si tratta di due approcci diversi per avvicinare i bambini alla filosofia?
La denominazione "Philosophy for children", etichetta ormai accolta in tutto il mondo per denotare il curricolo costruito da Matthew Lipman presso lo IAPC (Institute for the Advancement of Philosophy for Children) della Università di Montclair (N. J. - USA) include - direi - sia la "filosofia con i bambini" che la "filosofia dei bambini"; ma, proprio perché si tratta di un curricolo, integra organicamente una molteplicità di elementi. Provo a fare un elenco essenziale:
a)
una epistemologia della filosofia, alla luce della quale viene posta in primo piano, con la mediazione "discreta" della disciplina e della sua storia, la pratica sociale del "filosofare" riconducibile ai processi di sviluppo dell'attività riflessiva in un contesto intersoggettivo e dialogico;
b)
una pedagogia che consiste essenzialmente nel valore della "democraticità" perseguito e implementato nella pratica educativa nelle classi scolastiche. La democraticità è intesa come forma sia dell'agire che del conoscere (ragionevolezza). Nella classe trasformata in "comunità di ricerca" la democraticità dell'agire non è altro che l'atra faccia di una attività di pensiero socializzata la quale ha come esito la costruzione di conoscenza condivisa o condivisibile. La conoscenza così intesa prende le mosse da problemi connessi con il contesto e con i vissuti dei soggetti che vivono in quel contesto e procede, per via di argomentazione (nel rispetto della logica formale ed informale), verso ipotesi e teorizzazioni che si proiettano verso la formulazione di un "giudizio". Quest'ultimo rappresenta, in questa prospettiva, il "prodotto" dell'attività di pensiero distribuito e, nello stesso tempo, una presa di posizione nei confronti del mondo oltre che una assunzione di responsabilità;
c)
un impianto metodologico che non è una didattica generale applicata dall'esterno, ma è l'insieme delle competenze necessarie all'insegnante-facilitatore e progettista per organizzare adeguatamente un setting tale da garantire le condizioni sufficienti perché l'ambiente scolastico sia più vicino possibile ad una "forma di vita" e necessarie per promuovere una comunicazione funzionale al perseguimento degli obiettivi generali e specifici del curricolo. Le opzioni di metodo, non rigide e non racchiudibili in un ricettario, hanno a che fare con una ridefinizione complessiva del ruolo e delle funzioni del docente in una scuola che voglia trasformare il rapporto con la tradizione da "trasmissione" ad "appropriazione" attiva e significativa, che si voglia prendere cura in modo competente non solo dei contenuti ma, soprattutto, degli orizzonti di senso e delle strutture cognitive degli allievi;
d)
degli strumenti ad hoc che sono testi narrativi pensati e scritti seguendo diverse logiche, tutte strettamente coerenti con la struttura del curricolo. In primo luogo, la logica della narrazione crea contesti vitali e stimola il coinvolgimento del lettore e la sua immedesimazione nei personaggi e nelle vicende della trama. In secondo luogo la logica di una proficua dialettica tra oralità e scrittura: la prevalenza accordata nei racconti alla forma dialogata da una parte fissa e modella nella scrittura l'attività del dialogare e, dall'altra, invita i lettori a proseguire in un contesto reale un dialogo vivo e attuale. La logica del rispecchiamento per cui il testo, presentando "comunità di ricerca" virtuale in azione funge da modello implicito per la "comunità di ricerca" reale;
e)
una teoria e una pratica valutativa basata sul principio dell'autovalutazione qualitativa focalizzata essenzialmente sui processi ed esercitata come momento saliente della metacognizione.
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Il bambino/a fa domande che l'adulto classifica come domande filosofiche: è una esperienza di cui tutti siamo testimoni; c'è chi dubita che il bambino possa fare ragionamenti filosofici, usando gli strumenti concettuali della filosofia, anche quando, preadolescente, comincia ad essere capace di ragionamento formale. Fin dove arriva - secondo lei - la capacità del bambino non semplicemente di parlare degli oggetti della filosofia, ma di parlarne con 'linguaggio' filosofico?
Il "linguaggio" filosofico va ripensato sulla scorta del pensiero sia del primo che del secondo Wittgenstein. Un altro riferimento storico importante per impostare questo problema è la riflessione di Jonh Dewey sull'identità e il ruolo della filosofia. In breve, direi che si può incominciare a "filosofare" anche usando il linguaggio ordinario (non pochi filosofi lo hanno fatto efficacemente) e, per quanto riguarda gli "oggetti" della filosofia, essi non rappresentano un ostacolo per nessuno se - come voleva Dewey - coincidono con i problemi della vita e non quelli dei filosofi.
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Uno degli straordinari vantaggi del dialogo filosofico con il bambino è (per l'adulto) quello di potersi confrontare con la visione del mondo 'vergine' del bambino, spesso ricca di intuizioni fulminanti e di domande originali. Ma incanalare il dialogo, come dovrebbero fare genitori e insegnanti, verso il dialogo filosofico comporta l'assunzione di sistemi di riferimento che un bambino non è in grado di discutere in quanto tali. Può cogliere singoli aspetti, simpatizzare con altri, persino rilevare aporie e contraddizioni, ma sostanzialmente 'fuori contesto'. Questo mi sembra un punto molto delicato. Può darsi 'dialogo filosofico', in una situazione di questo tipo?
Se per "fuori contesto" si intende una posizione che prescinde dai contenuti storico-linguistici della tradizione, allora è proprio questo il luogo privilegiato. In uno spazio in cui si tende ad imparare a pensare con la propria testa i sistemi di riferimento possono essere un freno inibitore: quello che è in primo piano nell'attività del "filosofare" con i bambini ed i ragazzi è l'esercizio auto-regolato del pensiero complesso (nella dimensione critica, creativa e valoriale). In questo esercizio la relazione con la filosofia (questa volta intesa come disciplina) è molto filtrata, opportunamente mediata sia dai racconti che dal docente-facilitatore e, se vogliamo, ri-contestualizzata. Questa forma del filosofare è pensata per prendere corpo non nel contesto codificato della tradizione disciplinare, ma nel contesto vivo e reale della "comunità di ricerca".
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Come affrontare il problema delle domande del bambino "filosoficamente illegittime"?
La "legittimità" di una domanda può essere assunta a sua volta come un problema filosofico. Credo che qualunque domanda, nella misura in cui tende verso la radicalizzazione e, quindi, ad aprire nuovi orizzonti per possibili risposte, è una domanda legittimamente filosofica. In ultima analisi la legittimazione di una domanda dipende più dalla risposta che dalla domanda stessa. Un modo per ottenere questo risultato è non rispondere ad una domanda apparentemente banale (Cos'è il peperoncino?) con una risposta standard, ma rilanciare con domande "maieutiche" del genere "Tu cosa pensi che sia?", "In base a che cosa pensi che io dovrei saperlo?", "Come fai a sapere che la mia risposta sia quella giusta?", e così via. Come si vede, questo rispondere con altre domande sposta il piano logico della comunicazione da quello della trasmissione dei risultati già codificati della conoscenza a quello della conoscenza della conoscenza.
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Se - a suo parere - la filosofia con i bambini è possibile, è necessario a questo scopo introdurre una nuova materia scolastica, o è piuttosto importante la capacità di cogliere la domanda di filosofia che emerge dalle varie discipline e dall'incontro di diverse discipline su particolari temi trasversali?
Non è da escludere che partendo dalle diverse discipline o da incroci interdisciplinari si possano realizzare validi percorsi di riflessione filosofica: tutte le forme di espressione artistica contengono attività di pensiero e la dimensione creativa del pensiero è al centro (insieme a quella critica e a quella caring) del curricolo della Philosophy for children. Allo stesso modo possiamo ritenere che le discipline scientifiche sono porte aperte verso la pratica del pensiero critico. Tuttavia sono convinto, anche sulla base delle esperienze fatte, che nella realtà dei fatti è più efficace e più facilmente realizzabile un progetto di "filosofare" come pratica distinta, con un suo tempo (mediamente una volta alla settimana), un suo spazio (un'aula laboratorio), con una sua sistematicità di obiettivi e di strumenti e, soprattutto, con insegnanti opportunamente formati. Quello che gli alunni acquisiscono è una forma mentis, uno stile che poi estenderanno spontaneamente alle altre discipline e, potenzialmente, anche alla vita.
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Nel libro di Vittorio Hösle e Nora K., "Aristotele ed il dinosauro", il confronto 'a tu per tu' con i grandi filosofi gioca un ruolo importante nel fare filosofia con i bambini. Il fatto che si partisse dal fortunato romanzo "Il mondo di Sofia" rappresentava in certo qual modo un condizionamento. L'incontro con i grandi del passato, partendo da un problema attuale, è un valido approccio per introdurre i bambini al ragionamento filosofico, secondo lei?
Molta della recente letteratura di divulgazione filosofica, rivolta ai non-filosofi compresi i bambini, ha come finalità quella di rendere digeribile anche ad un pubblico di non-addetti una forma di sapere - la filosofia - molto complessa, per lo più sradicata dalla quotidianità, affidata ad un linguaggio fatto di un lessico specialistico e di una sintassi molto impegnativa. A volte questa operazione, per andare a buon fine, richiede non poche semplificazioni, se non banalizzazioni. Non è questo il caso della Philosophy for children. Nella pratica di questo curricolo, il pensiero degli studenti non si incontra con i grandi del passato, ma con gli enigmi che stanno sotto la superficie del mondo di tutti i giorni. Al contrario, in questo caso si tratta di de-banalizzare ciò che appare generalmente banale e scontato, aiutando i ragazzi a rivivere quella "meraviglia" di fronte al mondo che ha generato la filosofia fin dalle sue origini greche. Per fare un esempio, Pixie, la protagonista di uno dei racconti del curricolo, sta cercando in uno zoo un animale che si chiama "mammifero". La sua scoperta che un animale simile non esiste apre il suo pensiero alla problematica delle classi, della loro esistenza e dei paradossi che la relazioni tra classi può generare. Tutto questo senza incontrare né Aristotele né Russell. Tutt'al più si può valorizzare questa esperienza come una propedeutica che faciliterà e darà un diverso senso ad un eventuale successivo incontro con la storia della filosofia.
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Vittorio Hösle sostiene polemicamente la "non eccezionalità" della sua interlocutrice bambina 'filosofa', o meglio la convinzione che sia solo la nostra incapacità di sviluppare il talento dei bambini che ne limita le potenzialità straordinarie. Queste potenzialità sarebbero sviluppate - ad esempio - dove il bambino/a possa contare su di una famiglia responsabile, colta e 'presente'. Il professor Hösle collega inoltre lo sviluppo dei talenti all'auspicio di un numero maggiore di scuole private, non ritenendo che, al momento, la scuola pubblica sia all'altezza di questa sfida. Qual è il suo parere al riguardo?
Su questo sono d'accordo con Hösle, se stiamo all'idea che essere "filosofi" non significa, in questo caso, conoscere la filosofia dei grandi pensatori, ma saper pensare con la propria testa in modo critico, creativo e valoriale. Non sono d'accordo, però, con la distinzione tra scuole private e scuole statali (almeno per quanto riguarda l'Italia). Né le une né le altre dispongono, per definizione, di docenti preparati a fare questo lavoro. D'altre parte alcune scuole statali in Italia (soprattutto scuole primarie e istituti comprensivi), utilizzando creativamente la loro autonomia, stanno investendo risorse per la formazione specifica degli insegnanti. È questo che può fare la differenza.
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Ha mai incontrato insegnanti che abbiano sperimentato il fare filosofia con i bambini?
Continuamente. Prima fuori d'Italia e, a partire dai primi anni '90 del secolo scorso anche in Italia, dove - a dire la verità - un numero sempre più grande di insegnanti hanno incominciato a fare filosofia nella scuola primaria e nella scuola media dopo aver incontrato me e altri esperti di questo curricolo. Il Centro che ho fondato e che dirigo (il CRIF) si occupa di formazione dei docenti da una diecina di anni organizzando un corso annuale residenziale (nel 2005 si terrà il settimo) e corsi locali in istituti scolastici o presso IRRE (Sardegna, Molise).
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Gli insegnanti di scuola primaria e media in Italia hanno nella loro formazione un approccio alla filosofia, nella forma prevalente di storia della filosofia. Questo li mette in posizione di vantaggio rispetto ad insegnanti altri paesi, che possono non avere mai studiato filosofia, ma non sono certo filosofi professionisti. Non c'è il rischio che posti di fronte a domande che non hanno risposte facili, non possano trovarsi a mal partito, e i bambini con loro?
Quel poco (o niente) che gli insegnanti ricordano della storia della filosofia non serve per svolgere il ruolo di "facilitatori" nella "comunità di ricerca". Serve di più l'attitudine alla ricerca, la capacità di ascolto attivo, la prontezza a riconoscere le tipologie di attività mentale in corso, la competenza ad intervenire con domande aperte al momento giusto per spingere il dialogo verso livelli logici più distanziati dall'esperienza e dall'aneddoticità dei racconti, la competenza a progettare e controllare l'ambientazione e le procedure. Per quanto riguarda le "domande che non hanno risposte facili", il problema si risolve a monte, nel momento in cui l'insegnante mette da parte il suo abito di "dispensatore di risposte". Socraticamente, potrebbe diventare capace di "insegnare" ciò che non conosce e, forse, di imparare insegnando.
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Dopo un decennio di sperimentazioni, come si può sintetizzare lo stato dell'arte sulla questione, almeno tra voi filosofi? Crescente entusiasmo? Scetticismo? Ripensamenti?
Non ci sono dubbi. Quella che 10 anni fa in Italia appariva come una difficile sfida, oggi è ampiamente riconosciuta nella sua legittimità e in tutto il suo potenziale formativo. Questo significa che la Philosophy for children è pienamente accreditata nell'ambito del dibattito pedagogico come una proposta innovativa in linea con le aspettative e le linee di tendenza più avanzate. Sembra fornire risposte promettenti all'istanza di apprendimento significativo, al bisogno di personalizzazione dell'apprendimento che chiama in causa la categoria della responsabilità e dell'autonomia della persona; rende l'educazione alla cittadinanza attiva una pratica concretamente esercitata nella scuola e promuove negli studenti l'etica del dialogo, ossia il confronto autentico con le differenze e il riconoscimento dei pregiudizi.Il crescente entusiasmo (registrato recentemente a Villa Montesca di Città di Castello in occasione delle giornate di studio "Filosofare con i bambini e i ragazzi") è il meritato riscontro di un curricolo complesso e impegnativo che, dietro l'immagine di apparente novità, affonda le sue radici in luoghi focali della tradizione (Socrate, Dewey, Mead, Vygotskji, ecc.). La Philosophy for children è spesso confusa con altre interpretazioni dell'idea generica di portare la filosofia anche nei gradi più bassi del sistema scolastico o in contesti particolari non scolastici. La parola "filosofia" può evocare molte suggestioni ed entusiasmi, ma la pratica del filosofare da sempre ha insegnato a controllare e a raffreddare i facili entusiasmi anziché ad alimentarli. Gli insegnanti che sperimentano questo curricolo saranno gratificati dall'entusiasmo dei loro studenti e dai risultati che otterranno, ma sanno bene quanto sia faticoso ed impegnativo prepararsi al ruolo di facilitatore e quanto sia difficile esercitarlo efficacemente nelle classi scolastiche, quanto rigore ed auto-controllo richieda, quanto impegno a tenere vivo lo spirito della ricerca e l'attività di auto-formazione continua.



Antonio Cosentino è docente di filosofia nei licei e supervisore di tirocinio presso la S.S.I.S. dell’Università della Calabria. Ha pubblicato numerosi contributi su tematiche pedagogiche e sulla didattica della filosofia. È fondatore e direttore del CRIF (Centro di Ricerca sull'Insegnamento Filosofico), che diffonde in Italia il programma di Matthew Lipman attraverso studi, ricerche, sperimentazioni ed un'ampia attività di formazione degli insegnanti.

marzo 20, 2009

L'aberrazione dell'avvalimento nel restauro.

Intervista a Fabiano Ferrucci
L'indagine della Procura di Terni, giornalisticamente definita Arte e mazzette, investe fatti gravissimi, che non sono circoscrivibili ad un problema di mera corruzione, ma implicano la qualità stessa dei restauri e la responsabilità di chi è preposto alla tutela del nostro patrimonio artistico.
Da ciò che è stato riportato sui giornali sembrerebbe infatti che gli stessi funzionari ministeriali "avrebbero ricevuto tra 18 e 27 mila euro per far finta di niente quando i lavori non erano conformi al capito­lato d'appalto o non erano ade­guati, per quantità e qualità, i materiali impiegati nei restau­ri" (Corriere della Sera, 6/11/08).
L'indagine della Procura di Terni sembra riguardare anche lavori a Roma per "le chiese di Sant'Ignazio di Loyola, di Santa Maria della Vittoria, di San Marcello, un cantiere al Palatino e il complesso monu­mentale San Michele ... lavori di restauro al Pantheon e San Lorenzo in Miranda. Alcune indicazioni portano in altre regioni italiane" (Corriere della Sera, 6/11/08).
Mentre l'inchiesta segue il suo corso, facendo luce su una vicenda inquietante per tutti coloro che hanno a cuore il nostro patrimonio culturale, continuiamo l'iniziativa di periodiche conversazioni con Fabiano Ferrucci, docente di Restauro all'Università degli Studi di Urbino Carlo Bò, restauratore titolato presso l'Istituto Centrale del Restauro ( I.C.R.), oltre che laureato in Lettere Moderne con indirizzo Storico Artistico all'Università degli Studi di Roma La Sapienza. (Arte & Dintorni Restauro e tangenti: Intervista a Fabiano Ferrucci, 15/1/2009).

Come si fa a verificare la correttezza di un restauro?
Il problema della verifica della qualità dei restauri è un problema delicato e a tutt'oggi di difficile soluzione, soprattutto all'interno di un quadro normativo nato per il settore edile e che male si adatta ai restauri delle opere d'arte, probabilmente perché non sono solo prodotti ma processi, mai seriali e sempre conoscitivi, che si realizzano su beni unici e irriproducibili.
Unicità ed irriproducibilità sono infatti caratteristiche distintive del bene culturale e fanno sì che mentre l'artigiano generico se sbaglia e danneggia la propria creazione può ricominciare da capo, il restauratore non può fare altrettanto. Un tavolo realizzato male da un falegname incapace può essere ricomissionato ad un altro falegname, scegliendolo con più cura. Ciò non vale per il restauro delle opere d'arte. Il danno ce lo teniamo!
Alcuni intellettuali di indiscusso spessore culturale sono arrivati anche, polemicamente, a lanciare una moratoria sui restauri. Mi riferisco all'intervento di Carlo Ginzburg e Salvatore Settis apparso su "La Repubblica" del 03-10-2007: «riflettiamo, sospendiamo i restauri ad eccezione di quelli di conservazione, chiediamo una moratoria». Nell'articolo i due studiosi evidenziano come da un lato la spettacolarizzazione di restauri di opere celebri (come gli affreschi della Camera degli Sposi di Mantegna a Padova; La Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca ad Arezzo; La Cappella Sistina; Masaccio e Masolino alla chiesa del Carmine a Firenze) diventano eventi mediatici grazie agli sponsor mentre dall'altro vengano ignorate urgenze relative ad opere meno note, ma comunque di imprescindibile valore. Ginzburg e Settis sottolineano inoltre l'irreversibilità di ogni intervento di restauro, operazione che spesso cancella stratificazioni storiche per recuperare leggibilità.
Il breve dibattito, che ha seguito l'intervento di Ginzburg e Settis, è rimasto incentrato su aspetti teorici e di gestione delle risorse. Non è emerso purtroppo una riflessione più mirata alla tragedia che sta accadendo nella realtà operativa dei cantieri, dominati da logiche puramente imprenditoriali.
Che il restauro sia comunque un atto lesivo dell'integrità dell'opera d'arte (concetto già presente in autori dell'Ottocento) è oggi un fatto accettato. Una pulitura di un dipinto o di una statua comporta, al pari di uno scavo archeologico, perdita e contemporanea acquisizione di informazioni. L'acquisizione compensa la perdita nella misura in cui il lavoro di restauro avviene in un regime di studio, ricerca, registrazione ed elaborazione di dati. Quando il restauro è mera esecuzione di operazioni di routine allora è solo perdita di informazioni.

Chi verifica che il restauro sia realizzato correttamente e non si trasformi in un mero danno?
In base alla normativa sui lavori pubblici, compito del direttore dei lavori è che l'esecuzione dei lavori cui è preposto siano effettuati "a perfetta regola d'arte". E' lui che emette il certificato di regolare esecuzione. La commissione di collaudo (obbligatoria solo per importi oltre un milione di euro) verifica la conformità dell'esecuzione dei lavori con quanto previsto da progetto e contratto.
Ma è doveroso chiedersi in che misura la specificità del restauro permetta un controllo sicuro sul lavoro eseguito. Mentre su molte opere pubbliche (come ponti, centrali elettriche o altre opere edili o tecnologiche) la verifica del lavoro è più attendibile in quanto si "prova" l'opera realizzata, così non è per i restauri delle opere d'arte che, tranne rare eccezioni, non permettono una vera e propria verifica funzionale.
Ammettendo anche che sia possibile un reale controllo sul lavoro eseguito o su fasi di lavoro, è comunque arduo pensare che possa essere esercitato dai funzionari delle soprintendenze, scarse di personale, di disponibilità economica e che tuttavia dovrebbero controllare nel marasma generale le capacita di imprese, la maggior parte delle quali operano ormai unicamente in base alla logica di profitto.
Nel concreto, giudicare la qualità di un restauro a posteriori diventa questione di lana caprina, perché il restauro non è un prodotto ma un processo che porta ad un risultato. Se la garanzia migliore di un processo è la selezione di chi lo progetta, di chi lo dirige e di chi lo realizza allora l'unica garanzia possibile nel restauro è una selezione accurata dei progettisti, dei direttori dei lavori, delle ditte operanti sul mercato.
Le componenti di un buon restauro possono essere riassunte in tre: un buon progetto, una buona direzione lavori e una ditta di restauro affidabile costituita da valenti restauratori.
Se i primi due elementi fossero carenti ci si potrebbe ancora affidare alla preparazione ed all'onestà degli esecutori, ma se anche il terzo elemento manca, il restauro diventa una tragedia ed il danno è assicurato.
Mentre il problema della formazione dei restauratori fu affrontato in tempi anche precoci, con la creazione delle scuole di stato a partire dal 1939 (I.C.R; O.P.D; Scuola del Mosaico di Ravenna), il problema della selezione d'impresa, impensabile in quegli anni perché non esisteva un mercato dei grandi appalti, si è iniziato ad affrontarlo solo a partire dagli ultimissimi anni del secolo XX, ormai troppo tardi, quando i buoi erano usciti dalla stalla da almeno un ventennio.
Per quanto riguarda la selezione dei direttori dei lavori il problema non è mai stato posto. Non c'è mai stata una reale selezione dei funzionari più esperti o capaci nella direzione dei lavori di restauro. Gli incarichi sono ancora oggi distribuiti secondo criteri territoriali.
L'Istituto Centrale per il Restauro ne aveva forse già avvertito il problema quando, sotto la direzione di Michele Cordaro, attivò una serie di corsi di aggiornamento per i funzionari delle soprintendenze.

Sembrerebbe che le logiche perverse ed i vizi atavici del settore degli appalti pubblici abbiano contagiato anche il campo dei restauri. Perché si è arrivati a questa assimilazione "forzata" del restauro delle opere d'arte al settore edile?
Il problema di base dell'applicazione della normativa sui lavori pubblici al restauro delle opere d'arte è la cultura stessa che la informa: per interessi specifici o per semplice ignoranza la modernizzazione del settore del restauro è stata identificata con l'assimilazione alla logica imprenditoriale; il settore è stato visto principalmente come risorsa economica legata al turismo, alla promozione dell'immagine del Bel Paese.
L'elemento, che pesa sulle scelte legislative, è la precisa volontà dell'Unione europea di accentuare la concorrenza nel mercato delle forniture di opere, beni, servizi finanziati con fondi pubblici. Negli intenti del legislatore si vogliono favorire le strutture più competitive, spingendo verso la concentrazione del settore nelle mani di poche grosse imprese ramificate in molti settori, segregando le piccole imprese artigiane o scaraventandole nel girone infernale dei subappaltatori.

Ci faccia un esempio di applicazione "talebana" delle normative sui lavori pubblici al restauro delle opere d'arte.
Una delle tante aberrazione del sistema S.O.A è l'introduzione nel 2006 dell'istituto dell'avvalimento. Se già prima la certificazione S.O.A si poteva comprare da un'altra società che la cedeva (spesso poco prima di dichiarare fallimento), ora la S.O.A si può anche prendere in prestito. Così recita il decreto 163/2006:"Il concorrente, singolo o consorziato o raggruppato ai sensi dell'art. 34, in relazione ad una specifica gara di lavori, servizi, forniture può soddisfare la richiesta relativa al possesso dei requisiti di carattere economico, finanziario, tecnico, organizzativo, ovvero di attestazione della certificazione SOA avvalendosi dei requisiti di un altro soggetto o dell'attestazione SOA di altro soggetto". (L'art. 49, c. 1 del D.Lvo 12.4.2006, n. 163;).
Ovvero l'imprenditore concorrente alla gara, carente dei requisiti tecnico professionali, può avvalersi di altra impresa al fine di soddisfare quanto richiesto dalla stazione appaltante.

Ma cosa è questo sistema S.O.A?
Nel 2000 un nuovo sistema di qualificazione delle imprese sostituisce I'A.N.C., l'albo nazionale dei costruttori. La verifica dei requisiti viene delegata ad organismi privati e non più pubblici. Questi organismi sono chiamati S.O.A. (Società Organismi di Attestazione) e rilasciano il certificato necessario e sufficiente alla partecipazione alle gare d'appalto per restauri di opere mobili e superfici di pregio artistico (categoria 0S2). La qualificazione è indispensabile per appalti al di sopra dei 150.000 Euro.

Torniamo all'"avvalimento", argomento piuttosto inquietante. L'ente appaltante affida quindi l'opera d'arte da restaurare ad un operatore che non ha mai svolto un lavoro di restauro e che per l'occasione "prende in prestito" i requisiti da altro imprenditore? Esattamente. C'è poco da stare tranquilli!
L'avvalimento è introdotto dal "Codice dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture" (D.Lvo 12.4.2006, n. 163), con il quale il legislatore recepisce le direttive comunitarie 2004/18/CE e 2004/17/CE del 31.3.2004. Il pericolo in generale derivante dall'introduzione nel nostro ordinamento del suddetto istituto era ben noto agli operatori coinvolti nel recepimento della direttiva, i quali, già nella relazione all'art. 49 del codice, evidenziarono la necessità di adottare accorgimenti atti ad "evitare manovre elusive, turbative di gara e infiltrazione di associazioni criminali o comunque di soggetti che non potrebbero partecipare in proprio alle procedure di affidamento". A quali ulteriori rischi espone l'istituto dell'avvalimento applicandolo anche in un settore così delicato come è il restauro delle opere d'arte probabilmente non se lo è ancora chiesto nessuno.

di Marcello Mottola

marzo 18, 2009

La strategia di imbavagliamento della cultura

La foto prende spunto dalla vicenda del super
manager dei musei ex direttore di Mac Donald's Mario
Resca, insediato da Sandro Bondi
.
Quattro minuti dopo aver ricevuto le dimissioni di Salvatore Settis da presidente del Consiglio Superiore dei Beni culturali, il ministro Sandro Bondi ha nominato subito al suo posto l’archeologo Andrea Carandini che negli ultimi tempi si è guadagnato molte benemerenze dicendo alcuni autorevoli “sì” alla linea del governo, da ultimo al trasloco dei Bronzi di Riace alla Maddalena per il G8 e allo stesso clamoroso commissariamento delle aree archeologiche di Roma e Ostia (peraltro non ancora formalizzato con un decreto). Dunque era tutto pronto, predisposto da giorni. Da quando sul “Giornale” – quotidiano della famiglia Berlusconi (elemento di finezza non trascurabile) – Bondi aveva attaccato frontalmente Salvatore Settis, uno degli intellettuali più prestigiosi, direttore della Normale di Pisa, chiedendogli di cessare dalle critiche rivolte alla politica del governo in materia di beni culturali (tagli, commissariamenti, rinvii, ecc.) e ordinandogli, in pratica, di allinearsi o di dare le dimissioni. Dal Consiglio Superiore – la cui prossima riunione è prevista per il 4 marzo – stanno fioccando le dimissioni: Salvatore Settis, Andrea Emiliani, Andreina Ricci, Gianfranco Cerasoli segretario della Uil-Bac, Mariella Guercio, Walter Santagata, probabilmente Cesare De Seta e Antonio Paolucci, cioè otto consiglieri su diciotto. Mentre i presidenti di tre Comitati di settore (Dalai, Carbonara e Sassatelli) resterebbero, in quanto eletti, ma soltanto per testimoniare la loro opposizione. La limpida e incisiva lettera di dimissioni di Settis (pubblicata su “Repubblica” di oggi) – al quale è andata la unanime solidarietà del Consiglio Superiore - non lascia spazio a dubbi: il governo Berlusconi vuole imbavagliare la cultura italiana, ridurla al silenzio e fare quello che gli pare dei beni culturali e paesaggistici e dell’amministrazione che li tutela: immettere manager esterni ed esautorare i dirigenti attuali, rimandare sine die i piani paesaggistici previsti dal Codice Settis-Rutelli (già allontanati di sei mesi), autorizzare la cementificazione dell’Agro romano, del litorale ostiense e di quant’altro, trasferire competenze decisive al Comune di Roma e, dopo, ad altri grandi Comuni, dividere musei, monumenti e siti archeologici fra quelli che possono rendere e quelli invece che non incassano soldi privatizzando la gestione dei primi. Rischia così di venire travolto in poche battute l’intero impianto legislativo delle tutela a favore di un decisionismo tutto politico che ritiene d’impaccio e puramente consultivo il ruolo dei tecnici del Ministero e delle Soprintendenze. E’ vero che c’è di mezzo l’articolo 9 della Costituzione (“La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”), ma, nei fatti, il suo aggiramento, grazie anche al Titolo V della Costituzione che pesa sulla coscienza del centrosinistra, verrà perseguito con ogni mezzo. Per puntare a valorizzare quanto può venire commercializzato.Questa è la devastante strategia del centrodestra che probabilmente si prepara a mettere l’aggressivo senatore Quagliariello al posto di Bondi (il quale, peraltro, qui ha agito con pesante determinazione). Ma qual è invece la linea di opposizione del centrosinistra? Al di là di alcune singole voci polemiche levatesi anche ieri (gli onorevoli De Biasi, Ghizzoni, Giulietti, Tocci, il senatore Della Seta, l’ex ministro Rutelli), si aspettano prese di posizione forti e convincenti in proposito dai vertici del Partito Democratico e dell’Italia dei Valori. Arriveranno?
di Vittorio Emiliani per Articolo 21

marzo 16, 2009

L'ideologia


Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l'adesione ai modelli imposti dal Centro, è tale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L'abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la "tolleranza" della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all'organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d'informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno oramai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d'informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l'intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un'opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè - come dicevo - i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un "uomo che consuma", ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.
L'antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l'unico fenomeno culturale che "omologava" gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale "omologatore" che è l'edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c'è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s'intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina). Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo? No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d'animo collettivi. Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà. Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i "figli di papà", i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli. Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l'hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l'analfabetismo e la rozzezza. I ragazzi sottoproletari - umiliati - cancellano nella loro carta d'identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di "studente". Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piccolo borghese, nell'adeguarsi al modello "televisivo" - che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale - diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio "uomo" che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali. La responsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme. Non certo in quanto "mezzo tecnico", ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c'è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l'aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l'anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l'ha scalfita, ma l'ha lacerata, violata, bruttata per sempre.

Pier Paolo Pasolini 1971

Pensate alle riflessioni che dobbiamo sorbirci, come un brodino acquoso imposto, dagli attuali "intellettuali" italiani, mettetelo a confronto con questo brano e vi renderete conto della miseria culturale in cui siamo caduti. Ed era già tutto scritto prima.

marzo 10, 2009

Locke, La ragione determina ciò che compete alla fede

Molti sono i significati che può avere la parola “ragione”: Locke, che intende dare ad essa il significato piú ampio possibile, la indica come la facoltà che distingue gli uomini dagli animali. A questo punto dell'analisi del processo conoscitivo Locke è in grado di indicare con chiarezza le diverse funzioni della ragione, di valorizzarne le enormi potenzialità e di metterne in evidenza i limiti: alcuni “oggetti” risultano inaccessibili alla ragione perché sono superiori o contrari ad essa. Quanto è superiore alla ragione - ma non ciò che le è contrario - può essere oggetto della fede.

a) La ragione, le sue facoltà e il suo ambito di azione (J. Locke, Saggio sull'intelletto umano, IV, cap. XVII, 1-3, 9-13, 23-24)

La parola ragione ha in inglese significati diversi: talvolta essa è intesa nel senso di princípi veri e chiari, talvolta nel senso di deduzioni chiare e corrette da quei princípi, talvolta nel senso di causa, e in modo particolare di causa finale. Ma io la considererò qui in un significato diverso da tutti questi, e cioè nel significato in cui quella parola indica una facoltà nell'uomo, la facoltà per cui si suppone che l'uomo si distingua dalle bestie, e in cui è evidente che egli le sorpassa di gran lunga. Che bisogno c'è della ragione? Moltissimo, sia per l'ampliamento della nostra conoscenza, sia per regolare il nostro assenso. Essa infatti ha un compito sia nella conoscenza sia nell'opinione, è necessaria a tutte le altre nostre facoltà intellettuali, e le assiste, anzi contiene due di esse, cioè la sagacia e l'illazione. Con una trova le idee intermedie [fra le premesse e le conclusioni di un ragionamento] con l'altra le ordina in modo da scoprire quale connessione c'è in ciascun anello della catena, dalla quale gli estremi sono tenuti insieme; cosí in certo modo pone sotto gli occhi la verità cercata, ed è questo che chiamiamo illazione o inferenza, e che consiste in nient'altro che nella percezione della connessione che c'è tra le idee, in ciascun passo della deduzione. Con ciò lo spirito giunge a vedere o l'accordo e il disaccordo certo di due idee qualsiasi, come nella dimostrazione, nel qual caso arriva alla conoscenza, o la loro connessione probabile, sulla base della quale dà o rifiuta il proprio assenso, come nell'opinione. Perciò nella ragione possiamo considerare questi quattro gradi; I) il primo e il piú alto consiste nello scoprire e trovare le verità; II) il secondo nel disporle in modo regolare e metodico, nel metterle in un ordine chiaro e opportuno, nel far sí che la loro connessione e forza sia chiaramente e facilmente percepita; III) il terzo è la percezione di quella connessione; IV) il quarto il trarre una giusta conclusione. La ragione, sebbene penetri nelle profondità del mare e della terra, e levi i nostri pensieri all'altezza delle stelle, ci conduca nel vasto spazio e nelle grandi estensioni di questa possente costruzione, tuttavia si arresta molto prima dei confini dell'estensione reale perfino dell'essere corporeo. [...] 1) Essa ci manca completamente dove ci mancano le nostre idee, perché essa non può estendersi, né si estende al di là di dove giungono le idee. 2) La nostra ragione è spesso confusa e incapace a causa dell'oscurità, confusione o imperfezione delle idee intorno alle quali è impiegata; in questo caso noi siamo involti in difficoltà e contraddizioni. 3) La nostra ragione è spesso bloccata perché non percepisce le idee che potrebbero servire a mostrare l'accordo o disaccordo certo o probabile tra due altre idee qualsiasi; e in questo campo le facoltà di alcuni superano di gran lunga quelle di altri. 4) Lo spirito, procedendo sulla base di falsi princípi, si trova spesso impegnato in assurdità e difficoltà, condotto in strette e contraddizioni, senza sapere come liberarsene. 5) Come idee oscure e imperfette spesso imbrogliano la nostra ragione, cosí, per lo stesso motivo, parole dubbie e segni incerti usati nei discorsi e nei ragionamenti, spesso, quando non vengono attentamente presi in considerazione, mettono in imbarazzo la ragione degli uomini e li conducono a situazioni senza uscita.
Possiamo fare qualche congettura sulla distinzione delle cose in quelle che sono concordi con la ragione, in quelle che sono sopra la ragione e in quelle che sono contrarie alla ragione. a) Secondo ragione sono le proposizioni la cui verità possiamo scoprire esaminando e seguendo le idee che abbiamo dalla sensazione e dalla riflessione, e che troviamo vere o probabili sulla base della deduzione naturale. b) Sopra la ragione sono le proposizioni la cui verità o probabilità non possiamo derivare mediante la ragione da quei princípi. c) Contrarie alla ragione sono le proposizioni che sono incompatibili o inconciliabili con le nostre idee chiare e distinte.
C'è un altro uso della parola ragione, uso in cui essa è opposta a fede. Questo è un modo di parlare molto improprio, tuttavia l'uso comune lo ha autorizzato, e sarebbe folle cercare di opporsi a esso o sperare di porvi rimedio. Soltanto io penso che non sia inutile rendersi conto che, per quanto la fede sia opposta alla ragione, la fede non è nient'altro che un saldo assenso dello spirito; ora se esso è regolato, come è nostro dovere regolarlo, non può essere concesso a una cosa se non sulla base di una buona ragione, e questo non può essere opposto alla ragione.

b) Ragione e fede (J. Locke, Saggio sull'intelletto umano, IV, cap. XVIII, 2-5, 7, 9) -189)

Prendo qui la ragione, in quanto contraddistinta, rispetto alla fede, come la scoperta della certezza o della probabilità delle proposizioni o delle verità, alle quali lo spirito arriva mediante la deduzione, operata a partire dalle idee che ha ottenuto con l'uso delle proprie facoltà naturali, cioè mediante la sensazione o riflessione. La fede, d'altro canto, è l'assenso a una proposizione che non sia stata costruita a questo modo, sulla base delle deduzioni di ragione, ma accettata, sulla base del credito di chi la propone, come proveniente da Dio, in qualche modo straordinario di comunicazione. Questo modo di scoprire la verità agli uomini si chiama rivelazione. Allora sostengo: I. Nessuno ispirato da Dio può sulla base di una rivelazione, comunicare ad altri un'idea semplice nuova, che essi prima non avessero ricevuto dalla sensazione o dalla riflessione. II. Mediante la rivelazione possono essere scoperte e condotte a noi le stesse verità che possono essere scoperte mediante la ragione e mediante le idee che possiamo avere naturalmente. Nessuna proposizione può essere ricevuta come rivelazione divina, oppure ottenere l'assenso dovuto a tutte le proposizioni di rivelazione divina, se è contraddittoria alla nostra conoscenza chiara e intuitiva. III. Ci sono molte cose delle quali abbiamo nozioni molto imperfette, o non ne abbiamo affatto; ci sono altre cose, della cui esistenza passata, presente o futura non possiamo avere affatto conoscenza sulla base dell'uso naturale delle nostre facoltà. Queste cose, essendo al di là della possibilità di scoperta da parte delle nostre facoltà naturali, ed essendo sopra la ragione, sono, quando vengono rivelate, la materia propria di fede. Una qualsiasi proposizione rivelata, nella quale il nostro spirito non possa giudicare la verità mediante le proprie facoltà e nozioni naturali, è soltanto materia di fede, ed è sopra la ragione. In secondo luogo, tutte le proposizioni di cui lo spirito, con l'uso delle proprie facoltà naturali, può arrivare a determinare e a giudicare a partire dalle idee naturalmente acquisite, sono materia di ragione. Tuttavia c'è ancora una differenza, ed è questa. Ci sono proposizioni che riguardano ciò che ha soltanto un'evidenza incerta; della loro verità si è persuasi sulla base di fondamenti probabili; esse ammettono ancora una possibilità di verità di ciò che è contrario, senza far violenza alla evidenza certa della conoscenza, e senza capovolgere i princípi di tutta la ragione; in queste proposizioni probabili, sostengo, una rivelazione evidente deve determinare il nostro assenso, anche andando contro la probabilità.

(Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, vol. XIII, pagg. 658-661)

marzo 06, 2009

Non chiederci parola


Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

(Eugenio Montale, Ossi di seppia)

marzo 04, 2009

Campus Sviluppo Documentari: Open Pitching


Fondazione Aldini Valeriani, via Bassanelli 9/11, Bologna
Campus Sviluppo Documentari è un Corso di Alta Formazione organizzato da Fondazione Aldini Valeriani, diretto da Alessandra Alessandri, titolare di Labmedia Media Consulting, e coordinato da Stefano Tealdi, coordinatore nazionale di Documentary in Europe e di Input – Television In the Public Interest, e Edoardo Fracchia, direttore di Stefilm Development Campus, una delle maggiori realtà italiane nella produzione di documentari.

Nel corso del Campus dodici giovani partecipanti hanno imparato ad ideare e progettare audiovisivi con i requisiti per essere successivamente prodotti e acquisiti dal mercato.
Sabato 7 marzo 2009 si confronteranno con l’attività di pitching, ovvero la presentazione dei loro progetti, sviluppati durante il percorso, ad importanti commissioning editors, distributori, committenti, finanziatori istituzionali .
Un Open Pitching in questo caso, ovvero un’occasione aperta a tutti coloro che sono interessati ad assistere all’evento, una straordinaria opportunità per vivere un confronto tra creatività e mercato, comprendere logiche e dinamiche del mercato audiovisivo italiano, “toccare con mano” i risultati e le caratteristiche di un percorso formativo di questo tipo, scoprire le figure professionali che può fornire.

Hanno confermato la loro presenza:
Lorenzo Hendel, Responsabile Doc3, Rai3 Davide Scalenghe, Director Prime Time Programming, CurrentGioia Marchetti, Responsabile Sviluppo Progetti e Vendite Internazionali GA&AFilippo D’Angelo, Titolare Società di Distribuzione Internazionale Vitagraph Claudia Belluzzi, Responsabile Emilia Romagna Film Commission Paolo Manera, Responsabile Doc Film Fund, Film Commission Torino Piemonte Gianfilippo Pedote, Socio fondatore Associazione Filmmaker , Produttore Mir Cinematografica.

Per una migliore organizzazione dell’evento preghiamo gli interessati di confermare le presenza.
Contatti

Fondazione Aldini Valeriani - Area Tecnomediale
Tel. 051.4151911