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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

marzo 20, 2009

L'aberrazione dell'avvalimento nel restauro.

Intervista a Fabiano Ferrucci
L'indagine della Procura di Terni, giornalisticamente definita Arte e mazzette, investe fatti gravissimi, che non sono circoscrivibili ad un problema di mera corruzione, ma implicano la qualità stessa dei restauri e la responsabilità di chi è preposto alla tutela del nostro patrimonio artistico.
Da ciò che è stato riportato sui giornali sembrerebbe infatti che gli stessi funzionari ministeriali "avrebbero ricevuto tra 18 e 27 mila euro per far finta di niente quando i lavori non erano conformi al capito­lato d'appalto o non erano ade­guati, per quantità e qualità, i materiali impiegati nei restau­ri" (Corriere della Sera, 6/11/08).
L'indagine della Procura di Terni sembra riguardare anche lavori a Roma per "le chiese di Sant'Ignazio di Loyola, di Santa Maria della Vittoria, di San Marcello, un cantiere al Palatino e il complesso monu­mentale San Michele ... lavori di restauro al Pantheon e San Lorenzo in Miranda. Alcune indicazioni portano in altre regioni italiane" (Corriere della Sera, 6/11/08).
Mentre l'inchiesta segue il suo corso, facendo luce su una vicenda inquietante per tutti coloro che hanno a cuore il nostro patrimonio culturale, continuiamo l'iniziativa di periodiche conversazioni con Fabiano Ferrucci, docente di Restauro all'Università degli Studi di Urbino Carlo Bò, restauratore titolato presso l'Istituto Centrale del Restauro ( I.C.R.), oltre che laureato in Lettere Moderne con indirizzo Storico Artistico all'Università degli Studi di Roma La Sapienza. (Arte & Dintorni Restauro e tangenti: Intervista a Fabiano Ferrucci, 15/1/2009).

Come si fa a verificare la correttezza di un restauro?
Il problema della verifica della qualità dei restauri è un problema delicato e a tutt'oggi di difficile soluzione, soprattutto all'interno di un quadro normativo nato per il settore edile e che male si adatta ai restauri delle opere d'arte, probabilmente perché non sono solo prodotti ma processi, mai seriali e sempre conoscitivi, che si realizzano su beni unici e irriproducibili.
Unicità ed irriproducibilità sono infatti caratteristiche distintive del bene culturale e fanno sì che mentre l'artigiano generico se sbaglia e danneggia la propria creazione può ricominciare da capo, il restauratore non può fare altrettanto. Un tavolo realizzato male da un falegname incapace può essere ricomissionato ad un altro falegname, scegliendolo con più cura. Ciò non vale per il restauro delle opere d'arte. Il danno ce lo teniamo!
Alcuni intellettuali di indiscusso spessore culturale sono arrivati anche, polemicamente, a lanciare una moratoria sui restauri. Mi riferisco all'intervento di Carlo Ginzburg e Salvatore Settis apparso su "La Repubblica" del 03-10-2007: «riflettiamo, sospendiamo i restauri ad eccezione di quelli di conservazione, chiediamo una moratoria». Nell'articolo i due studiosi evidenziano come da un lato la spettacolarizzazione di restauri di opere celebri (come gli affreschi della Camera degli Sposi di Mantegna a Padova; La Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca ad Arezzo; La Cappella Sistina; Masaccio e Masolino alla chiesa del Carmine a Firenze) diventano eventi mediatici grazie agli sponsor mentre dall'altro vengano ignorate urgenze relative ad opere meno note, ma comunque di imprescindibile valore. Ginzburg e Settis sottolineano inoltre l'irreversibilità di ogni intervento di restauro, operazione che spesso cancella stratificazioni storiche per recuperare leggibilità.
Il breve dibattito, che ha seguito l'intervento di Ginzburg e Settis, è rimasto incentrato su aspetti teorici e di gestione delle risorse. Non è emerso purtroppo una riflessione più mirata alla tragedia che sta accadendo nella realtà operativa dei cantieri, dominati da logiche puramente imprenditoriali.
Che il restauro sia comunque un atto lesivo dell'integrità dell'opera d'arte (concetto già presente in autori dell'Ottocento) è oggi un fatto accettato. Una pulitura di un dipinto o di una statua comporta, al pari di uno scavo archeologico, perdita e contemporanea acquisizione di informazioni. L'acquisizione compensa la perdita nella misura in cui il lavoro di restauro avviene in un regime di studio, ricerca, registrazione ed elaborazione di dati. Quando il restauro è mera esecuzione di operazioni di routine allora è solo perdita di informazioni.

Chi verifica che il restauro sia realizzato correttamente e non si trasformi in un mero danno?
In base alla normativa sui lavori pubblici, compito del direttore dei lavori è che l'esecuzione dei lavori cui è preposto siano effettuati "a perfetta regola d'arte". E' lui che emette il certificato di regolare esecuzione. La commissione di collaudo (obbligatoria solo per importi oltre un milione di euro) verifica la conformità dell'esecuzione dei lavori con quanto previsto da progetto e contratto.
Ma è doveroso chiedersi in che misura la specificità del restauro permetta un controllo sicuro sul lavoro eseguito. Mentre su molte opere pubbliche (come ponti, centrali elettriche o altre opere edili o tecnologiche) la verifica del lavoro è più attendibile in quanto si "prova" l'opera realizzata, così non è per i restauri delle opere d'arte che, tranne rare eccezioni, non permettono una vera e propria verifica funzionale.
Ammettendo anche che sia possibile un reale controllo sul lavoro eseguito o su fasi di lavoro, è comunque arduo pensare che possa essere esercitato dai funzionari delle soprintendenze, scarse di personale, di disponibilità economica e che tuttavia dovrebbero controllare nel marasma generale le capacita di imprese, la maggior parte delle quali operano ormai unicamente in base alla logica di profitto.
Nel concreto, giudicare la qualità di un restauro a posteriori diventa questione di lana caprina, perché il restauro non è un prodotto ma un processo che porta ad un risultato. Se la garanzia migliore di un processo è la selezione di chi lo progetta, di chi lo dirige e di chi lo realizza allora l'unica garanzia possibile nel restauro è una selezione accurata dei progettisti, dei direttori dei lavori, delle ditte operanti sul mercato.
Le componenti di un buon restauro possono essere riassunte in tre: un buon progetto, una buona direzione lavori e una ditta di restauro affidabile costituita da valenti restauratori.
Se i primi due elementi fossero carenti ci si potrebbe ancora affidare alla preparazione ed all'onestà degli esecutori, ma se anche il terzo elemento manca, il restauro diventa una tragedia ed il danno è assicurato.
Mentre il problema della formazione dei restauratori fu affrontato in tempi anche precoci, con la creazione delle scuole di stato a partire dal 1939 (I.C.R; O.P.D; Scuola del Mosaico di Ravenna), il problema della selezione d'impresa, impensabile in quegli anni perché non esisteva un mercato dei grandi appalti, si è iniziato ad affrontarlo solo a partire dagli ultimissimi anni del secolo XX, ormai troppo tardi, quando i buoi erano usciti dalla stalla da almeno un ventennio.
Per quanto riguarda la selezione dei direttori dei lavori il problema non è mai stato posto. Non c'è mai stata una reale selezione dei funzionari più esperti o capaci nella direzione dei lavori di restauro. Gli incarichi sono ancora oggi distribuiti secondo criteri territoriali.
L'Istituto Centrale per il Restauro ne aveva forse già avvertito il problema quando, sotto la direzione di Michele Cordaro, attivò una serie di corsi di aggiornamento per i funzionari delle soprintendenze.

Sembrerebbe che le logiche perverse ed i vizi atavici del settore degli appalti pubblici abbiano contagiato anche il campo dei restauri. Perché si è arrivati a questa assimilazione "forzata" del restauro delle opere d'arte al settore edile?
Il problema di base dell'applicazione della normativa sui lavori pubblici al restauro delle opere d'arte è la cultura stessa che la informa: per interessi specifici o per semplice ignoranza la modernizzazione del settore del restauro è stata identificata con l'assimilazione alla logica imprenditoriale; il settore è stato visto principalmente come risorsa economica legata al turismo, alla promozione dell'immagine del Bel Paese.
L'elemento, che pesa sulle scelte legislative, è la precisa volontà dell'Unione europea di accentuare la concorrenza nel mercato delle forniture di opere, beni, servizi finanziati con fondi pubblici. Negli intenti del legislatore si vogliono favorire le strutture più competitive, spingendo verso la concentrazione del settore nelle mani di poche grosse imprese ramificate in molti settori, segregando le piccole imprese artigiane o scaraventandole nel girone infernale dei subappaltatori.

Ci faccia un esempio di applicazione "talebana" delle normative sui lavori pubblici al restauro delle opere d'arte.
Una delle tante aberrazione del sistema S.O.A è l'introduzione nel 2006 dell'istituto dell'avvalimento. Se già prima la certificazione S.O.A si poteva comprare da un'altra società che la cedeva (spesso poco prima di dichiarare fallimento), ora la S.O.A si può anche prendere in prestito. Così recita il decreto 163/2006:"Il concorrente, singolo o consorziato o raggruppato ai sensi dell'art. 34, in relazione ad una specifica gara di lavori, servizi, forniture può soddisfare la richiesta relativa al possesso dei requisiti di carattere economico, finanziario, tecnico, organizzativo, ovvero di attestazione della certificazione SOA avvalendosi dei requisiti di un altro soggetto o dell'attestazione SOA di altro soggetto". (L'art. 49, c. 1 del D.Lvo 12.4.2006, n. 163;).
Ovvero l'imprenditore concorrente alla gara, carente dei requisiti tecnico professionali, può avvalersi di altra impresa al fine di soddisfare quanto richiesto dalla stazione appaltante.

Ma cosa è questo sistema S.O.A?
Nel 2000 un nuovo sistema di qualificazione delle imprese sostituisce I'A.N.C., l'albo nazionale dei costruttori. La verifica dei requisiti viene delegata ad organismi privati e non più pubblici. Questi organismi sono chiamati S.O.A. (Società Organismi di Attestazione) e rilasciano il certificato necessario e sufficiente alla partecipazione alle gare d'appalto per restauri di opere mobili e superfici di pregio artistico (categoria 0S2). La qualificazione è indispensabile per appalti al di sopra dei 150.000 Euro.

Torniamo all'"avvalimento", argomento piuttosto inquietante. L'ente appaltante affida quindi l'opera d'arte da restaurare ad un operatore che non ha mai svolto un lavoro di restauro e che per l'occasione "prende in prestito" i requisiti da altro imprenditore? Esattamente. C'è poco da stare tranquilli!
L'avvalimento è introdotto dal "Codice dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture" (D.Lvo 12.4.2006, n. 163), con il quale il legislatore recepisce le direttive comunitarie 2004/18/CE e 2004/17/CE del 31.3.2004. Il pericolo in generale derivante dall'introduzione nel nostro ordinamento del suddetto istituto era ben noto agli operatori coinvolti nel recepimento della direttiva, i quali, già nella relazione all'art. 49 del codice, evidenziarono la necessità di adottare accorgimenti atti ad "evitare manovre elusive, turbative di gara e infiltrazione di associazioni criminali o comunque di soggetti che non potrebbero partecipare in proprio alle procedure di affidamento". A quali ulteriori rischi espone l'istituto dell'avvalimento applicandolo anche in un settore così delicato come è il restauro delle opere d'arte probabilmente non se lo è ancora chiesto nessuno.

di Marcello Mottola

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