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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

aprile 23, 2009

Per dodici punti: Gli insegnanti che lavorano gratis nelle scuole private che si arricchiscono.

La loro giornata è uguale a quella di un insegnante statale: interrogazioni, scrutini, riunioni con i colleghi. C’è una differenza, però, ed è sostanziale: la busta paga. Che spesso è vuota.
È dura la vita dei docenti delle scuole private italiane, un corpo di oltre centomila insegnanti che ha di fronte a sé ogni mattina una platea di settecentomila alunni, dalle materne ai licei. Uomini e donne con una laurea, a volte anche un dottorato, ma che spesso non percepiscono un euro per il loro lavoro. Sperano, un giorno, di conquistare una cattedra nella scuola pubblica, un contratto a tempo indeterminato. E, per assicurarsi un futuro insegnano per stipendi da miseria o addirittura gratis. Perché? Perché un anno di lavoro, anche gratuito, permette di guadagnare dodici punti nelle graduatorie che un giorno li faranno diventare insegnanti di ruolo.
In Italia, secondo il ministero dell’Istruzione, esistono 41.603 scuole statali e 15946 tra private e parastatali. Queste ultime si distinguono in paritarie e non: solo le prime rilasciano titoli di studio con valore legale, le altre si occupano di assistenza didattica. Le scuole paritarie sono 12.895. Si tratta soprattutto di primarie (come l’ex ministro Moratti ha ribattezzato le elementari), ma le secondarie sono in costante aumento. Attualmente, un alunno su dieci frequenta una scuola paritaria. Quello che colpisce è il trend degli ultimi anni: se si paragonano i dati del 2007/2008 a quelli dell’anno precedente, ci si accorge che gli iscritti alle scuole statali sono calati del 6 per cento, mentre quelli delle paritarie sono cresciuti del 2,5.
Di sicuro non mancano istituti dagli elevati standard qualitativi. Ma ciò non significa necessariamente che a insegnarvi siano docenti dai diritti garantiti, anzi. A febbraio, l’inchiesta televisiva La scuola tagliata di Riccardo Icona ha mostrato un lato della questione, raccontando dei molti docenti che in Campania, appena ottenuta l’abilitazione, decidono di insegnare per le paritarie: a zero euro, solo per quei benedetti dodici punti. I più fortunati ottengono un rimborso spese. Altri, come Carla di Catania o Gianni di Verona e Marina di Torino, percepiscono un piccolo stipendio, ma a patto che i contributi siano a carico loro.
Questo fenomeno non è solo meridionale. Per rendersene conto basta sfogliare la legge fondamentale del 200 sulla parità scolastica e poi andare in Toscana o in Lombardia. Secondo la norma, uno dei requisiti perché una scuola ottenga la parità è che vi insegni “personale docente fornito del titolo di abilitazione” e che “i contratti individuali rispettino i contratti collettivi nazionali di settore”. Vero, ma solo sulla carta. C.T. racconta di essere stato reclutato “dopo aver inviato il curriculum a un istituto paritario e sostenuto un paio di colloqui con il direttore”. Ha una laurea in lingue straniere, ma non l’abilitazione, eppure insegna in una scuola secondaria. Dice: “La maggior parte di noi docenti non è abilitata. Tutti hanno una laurea, alcuni un dottorato, ma l’abilitazione no. Io ho avuto cattedre per te indirizzi diversi di scuola superiore. Cinque classi, per un totale di 23-24 ore alla settimana”. E mostra il contratto firmato: “Un contratto a progetto, previsto dalla Legge 30: il che vuol dire che non sono remunerato come docente, ma come collaboratore. E soprattutto che vengo pagato a tempo: otto euro lordi ogni ora”. Un lavoro a cottimo, insomma. Niente ferie né malattie pagate. I ricevimenti dei genitori degli alunni? Gratis. Le riunioni del collegio docenti? Pure.
Quello che C.T. e i suoi colleghi hanno firmato è il conferimento di un incarico per “la realizzazione di un corso di insegnamento”. C.T. dice che non può essere affidata a progetto una cattedra annuale. E invece nella scuola dove lavora è la regola. In questi istituti, poi, proprio come nelle scuole pubbliche, si svolgono esami di maturità. Ma anche in questo caso la legalità è un miraggio. Racconta A.M., anche lei a contatto con la realtà toscana: “Ho fatto parte di una commissione d’esame. E la scuola per cui lavoro mi ha pagato a ore anche in questa occasione”.
Incassare rette fino a seimila euro l’anno e pagare otto euro l’ora gli insegnanti è un modo sicuro per fare business. Mimmo Pantaleo, segretario generale della Cgil scuola, spiega che esistono tre tipi di contratto: uno per le scuole cattoliche, uno per le laiche e un altro ancora per le materne. “Ma spesso non vengono applicati. Serve un controllo vero da parte del ministero. Ci sono molti contratti a progetto e molto lavoro nero. Abbiamo chiesto al ministro l’apertura di un tavolo formale. Nessuna risposta. Eppure disboscare questo sistema è nell’interesse di tutti, soprattutto delle piante sane, perché ce ne sono”.
Di certo, tra le piante sane non ci sono quegli istituti che hanno affari violando la legge anche in un secondo modo, approfittando, cioè, di chi è indietro con gli studi e vuole diplomarsi. Il modo più semplice per riuscirci è iscriversi a una paritaria, magari dopo aver frequentato una privata non paritaria che organizza corsi di recupero. Una legge del 2006, per contrastare il fenomeno dei diplomifici, stabilisce che “le scuole paritarie non possono svolgere esami di idoneità per alunni che abbiano frequentato scuole non paritarie che dipendano dallo stesso gestore”. Ma il divieto non viene rispettato. Assicura C.T.: “il mio istituto accetta persone che hanno seguito corsi di recupero in una scuola privata, anche se a gestire, da noi e da loro, c’è la stessa persona”.Su tutti questi fenomeni, il capogruppo pd in Commissione cultura Manuela Ghizzoni ha presentato a febbraio un’interrogazione al ministro Gelmini, chiedendo ispezioni in tutta Italia: “Sono passati quasi due mesi e non ho ancora avuto risposta”. E una risposta dal ministero la attendono anche le migliaia di supplenti che percepiscono gli stipendi con tre-quattro mesi di ritardo. Sono insegnanti statali che, al call center del ministero, si sono sentiti rispondere che quest’anno ci sono pochi fondi. Ma questa è un’altra storia.
di Davide Vannucci

aprile 21, 2009

La ‘’status-sfera’’ salverà il giornalismo?

L’ universo delle poche righe che dicono quel che facciamo o cosa pensiamo nelle comunità online possono salvare il giornalismo in epoca di crisi? Se lo chiede in un articolo pubblicato su TechCrunch Brian Solis, vate della convergenza tra mezzi di comunicazione tradizionali e social media, e inventore del termine ‘’statusphere’’ - La socializzazione del web ha dato spazio ad “un’era di marchi personali” dove “noi tutti siamo responsabili per la creazione, direzione, percezione e gestione delle nostre personalità telematiche, di ciò che condividiamo e di come interagiamo attraverso il “prisma della conversazione” - Il problema “è che agli editori sfugge ciò che li può salvare’’, mentre potrebbero avere grandi benefici da queste nuove forme di giornalismo
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La riflessione di Solis parte da una domanda che sentiamo ripetere da tempo: nell’era dei media socializzati, "vale la pena salvare i giornali"? Walt Mossberg, editorialista del Wall Street Journal per il quale scrive di tecnologia, sostiene che la vera domanda è piuttosto se "possiamo o meno salvare il buon giornalismo".
Solis, inventore del termine ‘’statusphere’’, è d’accordo con Mossberg. "Forse - scrive - i buoni giornalisti, quelli intuitivi e ambiziosi, possono capire da soli come salvarsi da questa fase darwiniana dell’ evoluzione dei media. Altri potrebbero aver bisogno dell’ aiuto di storie di successo, di coloro che hanno preso il rischio per primi, che sono stati in grado di adattarsi individualmente alla socializzazione del contenuto".
E il punto, ribadisce l’ autore dell’articolo, è che "effettivamente ci sono poche testate da salvare: il resto è composto da grandi giornalisti e notizie nazionali riciclati". Ci si chiede quindi "che ne sarà degli scrittori più articolati, appassionati, scintillanti".
Per vincere nella status-sfera si può cercare ispirazione dall’ industria musicale, dove "gli artisti hanno scoperto il canale Direct-to-Consumer (D2C) per raggiungere i fan e coltivare il rapporto con loro". Proprio come per l’ universo musicale, "i giornalisti eccezionali possono creare il loro destino: il loro futuro sta nei loro portatili, pronto a scappare dalla carta all’ online".
Secondo Solis, "personalità, motivazione, determinazione e l’ abilità di assumere rischi ed esplorare territori sconosciuti ed imprevedibili sono il solo modo per difendere il cambiamento e influenzare la direzione delle professioni".
Perché, alla fin fine, "non conta se i giornali possono davvero sopravvivere", visto che, in maniera molto netta, le "inserzioni pubblicitarie nei quotidiani, come nelle televisioni, stanno andando giù a picco in una spirale irreversibile, senza speranza di salvezza". Secondo i dati del sito internet Paper Cuts, più di 120 giornali negli Usa hanno chiuso i battenti dal gennaio 2008 e almeno 21 mila posti di lavoro in 67 quotidiani sono svaniti nel nulla.
Il problema "è che agli editori sfugge ciò che li può salvare [...] la nuova economia dei media porterà un cambiamento tanto nella creazione dei contenuti quando nella generazione di profitto, passando da un modello dall’alto verso il basso ad uno che parte dal basso e va verso l’alto". La socializzazione del web, infatti, permette non solo ai cittadini di diventare autori, ma anche ai giornalisti di interagire sempre di più con il loro pubblico. "Forse - scrive - la reinvenzione del modello per la pubblicazione inizia con i giornalisti che diventano ambasciatori per i contenuti e bandiera di ciò che rappresentano".
Ci sarebbe "una connessione diretta fra l’ attenzione sempre più catturata dall’ online e la perdita di lettori da parte dei giornali, così come degli spettatori tv". Le inserzioni online sono "il segmento più sano, non travolto in pieno dalla recessione", perché "la fame per contenuti rilevanti, di ispirazione e d’ impegno, è insaziabile e potenzialmente a prova di crisi".
Aspettare e sperare, perciò, "non servirà a catalizzare il cambiamento - sostiene Solis -; prendere controllo di un destino individuale è una scelta personale, un impegno a cambiare e plasmare ciò che ci aspetta, e richiede di passare immediatamente dal retroscena alla difesa di di creazioni indivuali".
L’ autore sottolinea che "i giornalisti più conosciuti, quelli di maggior successo, i più celebrati, lo avevano capito molto tempo fa" e non hanno certo aspettato "l’approvazione di nessuno" giacché "il tempo non aspetta nessuno".
Il tutto sarebbe riassumibile in una formula quasi matematica:Personalità + intuizione + promozione + interazione = visibilità e comunità
La socializzazione del web ha dato spazio ad "un’era di marchi personali" dove "noi tutti siamo responsabili per la creazione, direzione, percezione e gestione delle nostre personalità telematiche, di ciò che condividiamo e di come interagiamo attraverso il "prisma della conversazione".
Questo, naturalmente, rende la competizione con i blogger e con gli autori-editori del web ancora più aspra. Si sopravvive, a parere di Solis, in base a "quello per cui ti batti", in base a "quanto sei affamato di costruire una comunità attorno a te e al tuo lavoro".Certo, coltivare un marchio personale o investire nell’ interazione online prende del tempo, va al di là della routine quotidiana. Ma "porta a ricompense ed è misurabile".
Ad esempio, il popolare conduttore della CNN Rick Sanchez che ha più di 75 mila fan che lo seguono su Twitter, Facebook ed altre "piattaforme basate sul tuo status", che vengono usate come fonte per idee e per interagire gli telespettatori. Lo stesso si può dire per un altro volto del canale di Atlanta, Anderson Cooper, che ha una fedele schiera di di 93 mila seguaci telematici.
"I giornalisti - si legge nell’articolo - avranno un gran beneficio se ricordano al mondo che sono persone reali, persone che pensano che mettersi in contatto e partecipando online, fuori dai tradizionali giardini recintati, permetterà al resto del mondo di apprezzare chi sono e cosa rappresentano".
Come definire la status-sfera? Come un ecosistema per condividere, scoprire e aggiornare contenuti di poche parole (di "dimensione micro") che si diffondono nei network sociali e attraverso profili personali particolarmente popolari.
Twitter, Facebook con i suoi news feed, FriendFeed e altre "micro-comunità" che compongono la status-sfera indicano all’ attenzione individuale che direzione prendere, creando una comunità partecipatoria, impegnata, illuminata.
La status-sfera, sempre secondo Solis, dovrebbe presto sostituire i segnalibri (o bookmarks) e gli RSS come punti di riferimento, visto che "contiamo sempre più sugli amici e i nostri pari usandoli come sismografo sociale per i contenuti che riteniamo interessanti".
I giornalisti devono sfruttare la status-sfera per rendere gli internauti consapevoli del loro lavoro e soprattutto per costruire relazioni con coloro che condividono interesse per gli argomenti di cui scrivono. Mentre i modelli tradizionali di media si basano sulla condivisione dei contenuti con un gruppo di lettori già esistente, i nuovi media fioriranno grazie all’ interazione e alla informazione a "portata a mano".
I news feed, insomma, servono da "lavagna personale e centralizzata della nostra attenzione, che ci dice cosa leggiamo, cosa diciamo e come reagiamo alle infomazioni che continuamente la attraversono".
I giornalisti quindi possono, con ogni nuova connessione sociale sul web, apparire in più luoghi, condividendo i contenuti in tanti diversi rami sociali. I contenuti di valore, combinati con "evangelismo" e promozione intelligente, faranno guadagnare visibilità e verranno letti e diffusi facilmente.
I contenuti divengono così oggetti sociali che ispirano la comunicazione e l’ azione.
Il "network umano" è rafforzato dal contesto: impariamo ascoltando segnali rilevanti da coloro che condividono con noi interessi e passioni; l’ idea è di "avere un complemento alle connessioni individuali con la creazione di una comunità attorno al nostro marchio personale, rafforzato dalle nostre opinioni e punti di vista".
"Se sei un giornalista - incalza Solis - è ora tua responsabilità creare una devota tribù che appoggi, condivida e risponda al tuo lavoro e alla tua interazione sia nella status-sfera sia nel punto di origine di creazione di contenuti. E’ l’ unico modo per costruire una comunità di valore, portatile, attorno a te e a quel che rappresenti". In tutto questo, scrive l’ autore, dovrebbero avere un ruolo anche gli editori "più saggi", potrebbero avere gran beneficio da questa estesa visibilità e dovrebbero promuovere vere e proprie campagne per diffondere i contenuti socializzati.
L’ umanizzazione e socializzazione del giornalismo "creerà una piattaforma di maggiore impegno che può costruire una nuova era di impegno, fedeltà e comunità attorno al marchio del mezzo di comunicazione, una persona alla volta". Allo stesso modo, "stabilisce un’ autostrada collaborativa per creare e condividere le storie e per dare a tutte le persone la possibilità di plasmare storie che vadano al di là della scrivania redazionale". I consumatori sarebbero a questo punto molto più coinvolti nei media, perché sarebbe rafforzato il senso di proprietà, e di orgoglio, sarebbe più facile sentirsi autori e partecipi.
I contenuti - e i giornalisti che li producono - devono "migrare sulla lavagna dell’attenzione individuale per riuscire a dare il via ad una reazione che si riverbera sulla rete sociale e diventa punto di raduno per le tribù individuali".
La chiave sta in quegli individui ricettivi e intraprendenti che possono attrarre, costruire e allevare la crescita, i quali devono essere aiutati al fine di portare spettatori, amici e amici di amici a quella fonte di informazione originaria", che un tempo stava solo sui giornali.

a cura di Matteo Bosco Bortolaso http://www.lsdi.it/

aprile 15, 2009

Torna Corrado Guzzanti con i suoi irresistibili personaggi.

C’è il ministro dell’Economia Giulio Tremonti che, da iperliberista, è diventato uno statalista d’assalto e ora cita, appena può, anche il vecchio Karl Marx. C’è il venditore televisivo Armà che cerca di spacciare croste di terz’ordine agli inesperti spettatori che pensano di fare l’affare della vita comprando un quadro in tv.
E poi c’è Vulva, la bionda un po’ mascolina presentatrice di Rieducational Channel con i suoi documentari sui “subbaqqui” e sugli “’mbuti”. Corrado Guzzanti torna in teatro accompagnato dalla galleria di personaggi che lo hanno reso celebre fin dai tempi di Avanzi, riveduti e corretti alla luce delle ultime notizie di cronaca. Con lui sul palco due compagni di strada di sempre, Marco Marzocco e la sorella Caterina.
E per chi, preso dai problemi irrisolvibili, vuole trovare delle risposte Guzzanti mette a disposizione la sapienza del santone Quèlo con la sua divinità sorridente disegnata su una tavolaccia di legno.
di Marco Romani
Le date già confermate:
31 marzo, Grosseto, Teatro Moderno - POSTICIPATO AL 12 MAGGIO
10 aprile, Mantova, Palabam
14 e 15 aprile, Milano, Teatro Ventaglio Smeraldo
16 aprile, Milano, Teatro Ventaglio Smeraldo - POSTICIPATO AL 19 APRILE
18 aprile, Torino, Pala Olimpico - POSTICIPATO AL 16 MAGGIO
19 aprile, Milano, Teatro Ventaglio Smeraldo 20 e 21 aprile, Roma, Gran Teatro - REPLICA DEL 21 POSTICIPATA AL 30 APRILE
22 aprile, Cesena, Nuovo Teatro Carisport - POSTICIPATO AL 29 APRILE
23 aprile, Brescia, PalaBrescia - Per coloro che acquistano il biglietto in prevendita è previsto un prezzo speciale!
27 aprile, Pordenone, Palasport - POSTICIPATO AL 4 MAGGIO
28 aprile, Varese, Teatro di Varese
29 aprile, Cesena, Nuovo Teatro Carisport
30 aprile, Roma, Gran Teatro
4 maggio, Pordenone, Palasport
8 maggio, Carrara (Ms), Fiera
9 maggio, Bologna, Paladozza
10 maggio, Fabriano, Teatro Gentile
12 maggio, Grosseto, Teatro Moderno
14 maggio, Genova, Vaillant Palace
15 maggio, Reggio Emilia, Pala BIgi
16 maggio, Torino, Pala Olimpico
2 luglio Milano, Velodromo Vigorelli
8 luglio, Padova, Parcheggio Nord Stadio Euganeo Sherwood Festival

aprile 09, 2009

Abbado e gli alberi.



I direttori d'orchestra sono persone particolari. Esseri dotati di grande cultura e talento, padroni di un'arte misteriosa e dai contorni non troppo definiti, sono il respiro della musica. Sarà l'attenzione all'immateriale e all'aria che muove con la bacchetta dal suo esordio nel 1959, ad aver spinto Claudio Abbado, direttore di fama mondiale che ci invidia il mondo intero, a tornare alla Scala di Milano in cambio di alberi.

Abbado è già stato direttore musicale del Teatro alla Scala dal 1969 (a soli 35 anni), fino al 1986, anno in cui lasciò il teatro tra aspre polemiche che divisero la comunità musicale italiana: da una parte chi amava le sue scelte ardite quasi di sperimentazione musicale; dall'altra chi invece per la Scala si aspettava una direzione artistica più vicina ai gusti del pubblico e invocava l'avvento di Riccardo Muti, che di lì a poco ne prese il posto.
Da allora il maestro, anche se a lungo corteggiato, non è più tornato a dirigere l'orchestra scaligera tranne una sola volta nel 1993, quando tornò alla Scala ma con i Berliner Philharmoniker nell'apertura della loro tournée italiana. Berliner Philharmoniker di cui Abbado è stato tra l'altro direttore artistico dal 1991 al 2002. Poi l'annuncio tre mesi fa al Corriere della Sera: potrei tornare alla Scala ma solo in cambio di 90mila alberi per Milano.
Quello che sembrava uno scherzo, è oggi diventata una realtà. Claudio Abbado avrà i suoi alberi piantati a Milano e tornerà alla Scala il 4 e 6 giugno 2010. Provincia e Comune hanno accettato la sfida, anche se 90mila alberi sono tanti, quasi un bosco e rappresentano il 50% dei 180mila delle piante già presenti sul territorio milanese.
"L'idea è nata un pò così" spiega Abbado al Corriere, "pensavo ai novemila alberi che ho piantato nel terreno intorno alla mia casa in Sardegna. Visto che Milano è un po’ più grande, facciamo 90 mila, mi son detto. Pagatemi in natura, dimostratemi che questa città vuol prendere un impegno per una migliore qualità della vita, e io tornerò... Milano ha fame di verde e cultura e natura possono e devono andare insieme".
L'idea è di creare 8 raggi che dal centro arrivano in periferia: i primi cento alberi verranno sistemati entro un mese in via Dante, poi in piazza Duomo e piazza della Scala e via via tutt’intorno, sistemati in vasi per via della metropolitana e dei parcheggi sotterranei. Abbado ha scelto anche il tipo di piante: pioppi, cipressini e magnolie che si aggiungeranno a quelle offerte alla città dai mercatini dei vivaisti. Insomma, speriamo che a Milano nell'aria possa circolare una musica tutta nuova.

aprile 07, 2009

Socrate e l'agire educativo.


L’agire educativo socratico tra antichità e mondo moderno

Ancora oggi, dopo secoli di storia, perdurano e si mostrano di larga attualità gli insegnamenti educativi e didattici derivanti dalla dottrina socratica.È sempre accesa, difatti, la fertile discussione sui costrutti basilari introdotti dal noto maestro: la ricerca costante del dialogo, del confronto e della cooperazione, l’arte della maieutica, le problematiche connesse al “fare ragionamento” e ai processi di concettualizzazione.Secondo uno dei più autorevoli storici dell’educazione antica, Henri-Iréné Marrou, occorre attribuire ai sofisti in generale, e aggiungerei alla figura di Socrate, nello specifico, uno spessore pedagogico notevole, in quanto spetta a loro il merito di aver “scoperto e abbozzato una serie di tendenze pedagogiche diverse”[2], di aver cioè percorso in ogni strada solo alcuni passi, ma nel contempo di aver tracciato la direzione che fu successivamente seguita.
L’azione formativa della maieutica

È ben noto il principio teorico legato a Socrate: la Verità non può scaturire né erompere dal mondo esterno, né può essere tramandata. Essa è frutto di un processo di ricerca interno all’individuo, contraddistinto da momenti di tensione e di riflessione e che veicola come mezzo educativo e pedagogico più efficace il ragionamento che si esplica, a sua volta, attraverso la maieutica (azione del trarre fuori).Avveniva, infatti, che l’allievo, dopo esser stato interrogato dal maestro su una determinata questione, era indotto all’abbandono delle possibili certezze e alla rinuncia dei propri pregiudizi, per poter dar spazio all’azione della maieutica, atto squisitamente educativo in grado di far venire alla luce la “verità” che è nell’animo di tutti (evidente è la correlazione con il termine “educare”, derivante dal latino “educere”, ovvero, “trarre fuori”).A tal proposito si riporta l’inizio di un dialogo estrapolato dal Menone[3] dove Socrate, parlando con uno schiavo che non ha mai studiato geometria, dimostra praticamente l’arte della maieutica:
SOCRATE. [...] Chiamami uno qualunque del tuo numeroso seguito, affinché io possa farti in lui la dimostrazione.
MENONE. Va bene. (Rivolgendosi ad un servo) Vieni qua.
SOCRATE. Sta’ attento se ti fa l’impressione ch’egli ricordi o impari da me.
MENONE. Starò attentissimo.
SOCRATE. (Disegna nell’arena un quadrato e parla al servo) Dimmi ragazzo, riconosci tu in questa figura unquadrato?
SERVO. Sì.
SOCRATE. Il quadrato dunque è una figura che ha tutte queste linee AB, BC, CD, DA uguali?SERVO. Certamente.
SOCRATE. E queste due diagonali AC, BD, non sono anch’esse uguali fra di loro?
SERVO. Sì.
SOCRATE. Questa superficie ABCD può essere più grande o più piccola?
SERVO. Sicuro.
SOCRATE. Se un lato AD fosse di due piedi e quello adiacente AB di due, di quanti piedi [quadrati] sarebbe l’intero [quadrilatero]? Osserva in questo modo: se da questa parte AD fosse di due piedi e da questa AB soltanto di uno, la superficie non sarebbe di una volta due?
SERVO. Sì.
SOCRATE. Ma essendo di due piedi anche da questa parte AB, non risulta di due volte due?SERVO. Appunto.
SOCRATE. Dunque è di due volte due piedi [quadrati].
SERVO. Sì.
SOCRATE. E due volte due piedi [quadrati] quanti sono? Fa’ il calcolo.
SERVO. Quattro, o Socrate.
SOCRATE. E ci può essere una superficie doppia di questa che come questa abbia tutti i quattro lati uguali?
SERVO. Sì.
SOCRATE. Di quanti piedi [quadrati] sarà?
SERVO. Di otto.
SOCRATE. Bene; prova a dire quanto lungo sarà ciascun lato. Questo è di due piedi; quanto sarà quello del [quadrato] doppio?
SERVO. Evidentemente il doppio, o Socrate.
SOCRATE. Vedi Menone che io non insegno nulla, ma domando tutto? Adesso costui crede di conoscere il lato di un quadrato di otto piedi [quadrati]; non ti pare?
MENONE. A me sì.
SOCRATE. E lo conosce?
MENONE. No certo.
SOCRATE. Crede che il lato sia doppio.
MENONE. Sì.
SOCRATE. Osservalo mentre comincerà a ricordare via via quanto deve ricordare.
l’azione della maieutica ha rappresentato, pertanto, il primo grande passo, compiuto nella storia della pedagogia, volto al rifiuto di un metodo impositivo di trasmissione culturale unilaterale, dall’esterno verso l’interno, e lineare, dal maestro verso l’allievo.La modalità socratica di intendere la relazione educativo- didattica si caratterizza, al contrario, da una vitale circolarità dialogica che, scombinando il ruolo dei soggetti che vi partecipano, li riveste di nuovo senso: il maestro è colui che sollevando dubbi, destando incertezze, cogliendo contraddizioni, sollecita alla ricerca, indirizzando l’allievo verso la problematizzazione, guidandolo ad intraprendere uno scavo graduale che lo conduce al ritrovamento della verità, alla scoperta di un “sapere concettualizzato”.
La forza costruttiva del dialogo

Strumento cardine per la realizzazione di tale processo è il dialogo, che schiude alla dialettica, intesa come forma di argomentazione che perviene all’unificazione attraverso l’opposizione e permette di costruire un’unità che tende a farsi sempre più ricca. La via, sostiene F. Ravaglioli, è sempre la stessa: “ il ragionamento, la critica delle opinioni, la definizione dei concetti, la formulazione dei giudizi. Il sapere scientifico è quello che scaturisce da questo serrato lavoro dell’intelletto, che scava nelle opinioni per trovare i principi”.[4]

F. Cambi sostiene che “l’azione educativa di Socrate consiste nel favorire tale dialogo e la sua radicalizzazione, nel sollecitare ad un approfondimento sempre maggiore dei concetti per raggiungere una loro formulazione più universale e più critica”.[5]

Ma il kata brachy dialeghesthai, il dialogare per domande e risposte proprio di Socrate, oltre ad essere stimolo fruttuoso per l’innescarsi di processi di ragionamento e concettualizzazione, instaura anche, come sostiene Pancera, un rapporto di educazione reciproca fra l’allievo e il maestro, sebbene, nel caso di Socrate che sapeva di non sapere, sia assai difficile discernere l’allievo dal maestro.[6]

Una pedagogia basata sul dialogo, infatti, secondo R. Fornaca, “tende a superare gli aspetti negativi dei ruoli egemonici e subalterni nell’educazione, della conflittualità, per ribadire il principio dell’identità e della partecipazione; identità come rispetto della crescita e della maturazione della persona, partecipazione come momento di autentica correlazione, di aiuto reciproco, di vicendevole maieutica”[7]

Pertanto la grande maestria di Socrate, in campo educativo- didattico, si snoda primariamente nei seguenti punti:

ha assegnato alla parola un’immensa forza costruttiva e produttiva, veicolandola come portatrice di significati;
ha dato vita e diffusione alla questione sull’utilizzo del dialogo come strumento di natura sia educativa (intendendolo cioè come “spazio educativo” in cui concretamente si realizza l’incontro tra educatore ed educando) che formativa (poiché conduce, attraverso il graduale processo di argomentazione, problematizzazione, ricerca e concettualizzazione, all’autentica scoperta del “sapere”).
Socrate non ha lasciato in eredità un modello pedagogico standardizzato che, come tutti i modelli, non sfugge alla regola di veicolare proposte d’ordine essenzialmente prescrittivo; bensì ha delineato un originale stile educativo e didattico, identificabile come un modo di procedere plastico ed adattato, convissuto e riflesso, scientificamente orientato, caratterizzato da elevata partecipazione personale e centrato sull’uso del dialogo.
I dieci meriti socratici.

L’agire socratico, ha contribuito a tracciare una svolta nel pensiero e nello sviluppo della storia dell’educazione e della pedagogia occidentale e a distanza di molti secoli, anche nella società odierna, numerosi educatori hanno attinto dalla sua potenza edificatrice e della sua ampia vitalità.Tale interessante fenomeno scaturisce da una molteplicità di meriti attribuibili al grande maestro, educatore e filosofo, e sintetizzabili in dieci punti:
aver dato luogo al lungo dibattito su cos’è l’educazione, su chi ha diritto a educare e su quali sono le modalità di intervento educativo ottimale;
aver avviato il processo di forte accentuazione del valore individuale della persona, nella interezza della sua libertà e responsabilità morale, senza per questo metter da parte il ruolo essenziale della “comunità educante” (fattore che costituisce uno dei caratteri tipici della cultura occidentale);
aver riconosciuto l’educando come soggetto attivo, protagonista vero e diretto costruttore del proprio percorso di formazione;
aver contrapposto al metodo dell’imposizione, o della trasmissione culturale, quello della scoperta personale e autentica del Sapere;
aver intuito che l’educazione nasce con la parola;
aver sostenuto la propria azione educativo- didattica, con le molteplici forme dell’oralità (dialogo, dialettica, argomentazione, narrazione etc.), dando vita ad originali esperienze formative, rese estremamente coinvolgenti mediante l’esclusivo e semplice uso della parola;
aver creduto nella forza costruttrice del “fare ragionamento”, modalità che conduce al rilevante processo di concettualizzazione;
aver dato inizio alla presa di coscienzache senza processi di universalizzazione concettuale, senza l’acquisizione della capacità di elaborazione concettuale non è possibile giungere a un sapere oggettivo, universale;
aver scoperto la natura sociale ed interattiva dei processi di costruzione delle conoscenze (attraverso la problematizzazione, il conflitto cognitivo, il dialogo, il confronto e l’interazione verbale in genere) che porta con sé oltre al mutamento dal punto di vista cognitivo e linguistico, anche una forte partecipazione emotiva, quindi un cambiamento nel modo di esistere e di comportarsi;
aver introdotto una “regola dialogica” che non gratifica il parlare per parlare, l’improvvisazione, la superficialità e la conflittualità, bensì fonda le sue radici in un rete ove si intrecciano i seguenti momenti: definizione del “problema”, discussione delle opinioni, caduta dei pregiudizi, ascolto delle informazioni, attenta documentazione, ricerca.
Una diretta applicazione dei preziosi insegnamenti socratici, in definitiva, è consigliabile a tutti coloro che, quotidianamente, operano in contesti educativi e didattici, poiché appare urgente il bisogno di tornare a valorizzare le molteplici forme dell’agire verbale, restituendo alla parola la sua straordinaria forza educativa e recuperando la “dimensione” del dialogo in quanto forma più promettente della comunicazione educativa, formativa e didattica.
di Lia Daniela Sasanelli http://www.rivistadidattica.com/

[1], Dottoranda di Ricerca in “Scienze dell’Educazione e Analisi del Territorio”- Universitàdegli Studi di Macerata, Docente Scuola Primaria, Esperta nei processi di formazione e valutazione.

[2] H.I. Maurrou, Storia dell’educazione nell’antichità, Studium, Roma, 1984.

[3] Platone, Menone, traduzione e introduzione di F. Adorno, Laterza, Roma-Bari, 1997.

[4] F. Ravaglioli, Educazione occidentale, Armando Scuola, Roma, 1990.

[5] F. Cambi, Manuale di storia della pedagogia, Editori Laterza, Roma, 2003.

[6] C. Pancera, La paideia greca. Dalla cultura arcaica ai dialoghi socratici, Edizioni Unicopli, Milano, 2006.

[7] R. Fornaca, Storia della pedagogia, La Nuova Italia, Scandicci (Firenze), 1991.

aprile 01, 2009

Red Hot Organization

Project:
The Red Hot Organization is the leading international organization dedicated to fighting AIDS through pop culture. Since 1989, Red Hot has produced fourteen groundbreaking albums, related television programs and media events incorporating the talents of leading performers, visual artists, producers and directors to raise funds and awareness for HIV and AIDS. To date, these efforts have donated nearly 7 million dollars for AIDS relief around the world. Recognizing that traditional methods of health education were misdirected and largely ineffective, The Red Hot Organization began an innovative effort that strategically uses mass media to raise AIDS awareness, and insert discussion about the issues which surround it into the popular lexicon. Red Hot's ongoing work as a pro-social production company that artists trust with their creative work sets it apart from most charitable groups. By producing artist-driven projects that integrate elements from music, film and other arts to both entertain and educate, Red Hot has broken down the traditional barriers between education, fundraising and entertainment. With their critical success, Red Hot's innovative projects have set the standard of artistic excellence for philanthropic efforts within the music and television industry. While marketing these AIDS-awareness related products in music and the arts, Red Hot has also raised urgently-needed funds for critical areas of AIDS research and education. Grants are awarded in keeping with the priorities of the epidemic in cooperation with existing AIDS organizations, such as the National Minority AIDS Council, ensuring that scarce moneys will be used to their best effect. Revenues from the sale of our albums and videos in foreign countries remain within each country to help support local AIDS prevention and relief.
The Red Hot + Blue:
For the first project in their long running AIDS benefit series, Red Hot brought together an acclaimed combination of musicians, directors, actors, designers and visual artists to raise funds and awareness against HIV and AIDS.
Explore the grid above to see and hear the results. Each artist brings their own unique style to Porter’s unforgettable pop classics.
RED HOT + BLUE features ground breaking videos from such acclaimed directors as Jonathan Demme, Wim Wenders, Neil Jordan, Alex Cox and Jim Jarmusch. Many of these short films address the impact of AIDS on society in the late 80s, especially in the lives of artists and musicians who were particularly hard hit as the epidemic spread.
The project includes work from leading visual artists Keith Haring, Sue Coe, David Wojnarowicz, Barbara Kruger, Gran Fury and Jenny Holzer.
The DVD is introduced by Richard Gere and includes interviews with John Malkovich, David Byrne, Charles Neville, Deborah Harry and Jean Paul Gaultier. As a bonus, it includes a live performance by Annie Lennox with Herbie Hancock and Ron Carter of her contribution to Blue, “Ev’rytime We Say Goodbye,” from the 1995 VH1 Honors Awards.

www.redhot.org