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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

aprile 23, 2009

Per dodici punti: Gli insegnanti che lavorano gratis nelle scuole private che si arricchiscono.

La loro giornata è uguale a quella di un insegnante statale: interrogazioni, scrutini, riunioni con i colleghi. C’è una differenza, però, ed è sostanziale: la busta paga. Che spesso è vuota.
È dura la vita dei docenti delle scuole private italiane, un corpo di oltre centomila insegnanti che ha di fronte a sé ogni mattina una platea di settecentomila alunni, dalle materne ai licei. Uomini e donne con una laurea, a volte anche un dottorato, ma che spesso non percepiscono un euro per il loro lavoro. Sperano, un giorno, di conquistare una cattedra nella scuola pubblica, un contratto a tempo indeterminato. E, per assicurarsi un futuro insegnano per stipendi da miseria o addirittura gratis. Perché? Perché un anno di lavoro, anche gratuito, permette di guadagnare dodici punti nelle graduatorie che un giorno li faranno diventare insegnanti di ruolo.
In Italia, secondo il ministero dell’Istruzione, esistono 41.603 scuole statali e 15946 tra private e parastatali. Queste ultime si distinguono in paritarie e non: solo le prime rilasciano titoli di studio con valore legale, le altre si occupano di assistenza didattica. Le scuole paritarie sono 12.895. Si tratta soprattutto di primarie (come l’ex ministro Moratti ha ribattezzato le elementari), ma le secondarie sono in costante aumento. Attualmente, un alunno su dieci frequenta una scuola paritaria. Quello che colpisce è il trend degli ultimi anni: se si paragonano i dati del 2007/2008 a quelli dell’anno precedente, ci si accorge che gli iscritti alle scuole statali sono calati del 6 per cento, mentre quelli delle paritarie sono cresciuti del 2,5.
Di sicuro non mancano istituti dagli elevati standard qualitativi. Ma ciò non significa necessariamente che a insegnarvi siano docenti dai diritti garantiti, anzi. A febbraio, l’inchiesta televisiva La scuola tagliata di Riccardo Icona ha mostrato un lato della questione, raccontando dei molti docenti che in Campania, appena ottenuta l’abilitazione, decidono di insegnare per le paritarie: a zero euro, solo per quei benedetti dodici punti. I più fortunati ottengono un rimborso spese. Altri, come Carla di Catania o Gianni di Verona e Marina di Torino, percepiscono un piccolo stipendio, ma a patto che i contributi siano a carico loro.
Questo fenomeno non è solo meridionale. Per rendersene conto basta sfogliare la legge fondamentale del 200 sulla parità scolastica e poi andare in Toscana o in Lombardia. Secondo la norma, uno dei requisiti perché una scuola ottenga la parità è che vi insegni “personale docente fornito del titolo di abilitazione” e che “i contratti individuali rispettino i contratti collettivi nazionali di settore”. Vero, ma solo sulla carta. C.T. racconta di essere stato reclutato “dopo aver inviato il curriculum a un istituto paritario e sostenuto un paio di colloqui con il direttore”. Ha una laurea in lingue straniere, ma non l’abilitazione, eppure insegna in una scuola secondaria. Dice: “La maggior parte di noi docenti non è abilitata. Tutti hanno una laurea, alcuni un dottorato, ma l’abilitazione no. Io ho avuto cattedre per te indirizzi diversi di scuola superiore. Cinque classi, per un totale di 23-24 ore alla settimana”. E mostra il contratto firmato: “Un contratto a progetto, previsto dalla Legge 30: il che vuol dire che non sono remunerato come docente, ma come collaboratore. E soprattutto che vengo pagato a tempo: otto euro lordi ogni ora”. Un lavoro a cottimo, insomma. Niente ferie né malattie pagate. I ricevimenti dei genitori degli alunni? Gratis. Le riunioni del collegio docenti? Pure.
Quello che C.T. e i suoi colleghi hanno firmato è il conferimento di un incarico per “la realizzazione di un corso di insegnamento”. C.T. dice che non può essere affidata a progetto una cattedra annuale. E invece nella scuola dove lavora è la regola. In questi istituti, poi, proprio come nelle scuole pubbliche, si svolgono esami di maturità. Ma anche in questo caso la legalità è un miraggio. Racconta A.M., anche lei a contatto con la realtà toscana: “Ho fatto parte di una commissione d’esame. E la scuola per cui lavoro mi ha pagato a ore anche in questa occasione”.
Incassare rette fino a seimila euro l’anno e pagare otto euro l’ora gli insegnanti è un modo sicuro per fare business. Mimmo Pantaleo, segretario generale della Cgil scuola, spiega che esistono tre tipi di contratto: uno per le scuole cattoliche, uno per le laiche e un altro ancora per le materne. “Ma spesso non vengono applicati. Serve un controllo vero da parte del ministero. Ci sono molti contratti a progetto e molto lavoro nero. Abbiamo chiesto al ministro l’apertura di un tavolo formale. Nessuna risposta. Eppure disboscare questo sistema è nell’interesse di tutti, soprattutto delle piante sane, perché ce ne sono”.
Di certo, tra le piante sane non ci sono quegli istituti che hanno affari violando la legge anche in un secondo modo, approfittando, cioè, di chi è indietro con gli studi e vuole diplomarsi. Il modo più semplice per riuscirci è iscriversi a una paritaria, magari dopo aver frequentato una privata non paritaria che organizza corsi di recupero. Una legge del 2006, per contrastare il fenomeno dei diplomifici, stabilisce che “le scuole paritarie non possono svolgere esami di idoneità per alunni che abbiano frequentato scuole non paritarie che dipendano dallo stesso gestore”. Ma il divieto non viene rispettato. Assicura C.T.: “il mio istituto accetta persone che hanno seguito corsi di recupero in una scuola privata, anche se a gestire, da noi e da loro, c’è la stessa persona”.Su tutti questi fenomeni, il capogruppo pd in Commissione cultura Manuela Ghizzoni ha presentato a febbraio un’interrogazione al ministro Gelmini, chiedendo ispezioni in tutta Italia: “Sono passati quasi due mesi e non ho ancora avuto risposta”. E una risposta dal ministero la attendono anche le migliaia di supplenti che percepiscono gli stipendi con tre-quattro mesi di ritardo. Sono insegnanti statali che, al call center del ministero, si sono sentiti rispondere che quest’anno ci sono pochi fondi. Ma questa è un’altra storia.
di Davide Vannucci

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