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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

maggio 29, 2009

La penna spezzata di Salgàri.

Emilio Salgàri nasce a Verona il 21 agosto 1862. Il padre è un negoziante di stoffe, e la madre, Luigia Giustina Gradara, è veneziana di origine dalmata. Il nome di Salgàri deriva da “salgàr” che in veneto vuol dire “salice”, ma lo chiamano presto il Saltarello, perché è di bassa statura: anche da adulto tocca appena un metro e cinquanta.
Rivela presto una personalità vivace ed esuberante, talora invece chiusa e silenziosa. Il suo curriculum scolastico è un disastro. Nell’ottobre 1878, all’età di 16 anni, va a vivere a Venezia con la nonna materna, e frequenta come uditore il primo corso del Regio Istituto Nautico “Paolo Sarpi”. Tenta l’esame di ammissione al secondo anno, ma viene bocciato. Riparte frequentando il primo corso per “capitano di gran cabotaggio” e finalmente viene promosso.
Nasce così il sogno di diventare capitano, ma l’esame di licenza nel 1881 si conclude con un altro disastro. L’estate precedente si era imbarcato come mozzo su “Italia Una”, una nave che faceva la spola in adriatico. Tre mesi di navigazione piuttosto monotoni che saranno punico periodo in cui è salito su un’imbarcazione. Con la bocciatura termina sia il corso di studi sia il sogno di raggiungere gli oceani.
Tra bugie e fantasie
Emilio era decisamente brutto: “aveva un modo strano di camminare, un po’ come se avesse subito il cedimento dell’arco plantare […] Aveva una testa grossa, che dopo il soggiorno a Venezia era coperta sempre da un berretto alla marinara” (Silvino Gonzato, Emilio Salgari. Neri Pozza 1995). Il fallimento scolastico, le sgradevolezze fisiche danno ragione della sua grande tendenza alle bugie e al racconto di grandi prodezze, sorretto da una fantasia che lo aiutava a fuggire da una realtà in cui certamente si percepiva come sconfitto. Per tutta la vita raccontò di aver raggiunto il grado di capitano, nascondendo i suoi fallimenti scolastici; in un’occasione, sfido a duello che l’aveva smascherato.
Dopo Venezia, Emilio ritorna a Verona, e passa due o tre anni leggendo e scrivendo; poi finalmente torva lavoro nella redazione del giornale “La Nuova Arena”, dal 15 settembre al 12 ottobre 1883, pubblica Tay-See, che è un grande successo. Segue la pubblicazione di La tigre della Malesia, in 150 puntate. È dotato di una fantasia straordinaria, capace di raccontare cronache di viaggi che non aveva mai fatto e che diverranno, nel genere letterario, grandi romanzi popolari.
Nel 1892 avvengono due fatti importanti: sposa Ida Peruzzi, che egli chiamerà sempre Aida, e lascia Verona per Torino, avendo firmato un contratto con l’editore Speirani, con cui pubblica una trentina di romanzi. Nel 1898 passa all’editore Donath di Genova, e si trasferisce nella città ligure, ma nel 1906 torna a Torino, chiamato dall’editore Bemporad, e vi rimarrà fino alla morte.
Le stime più recenti gli attribuiscono una quantità enorme di pagine: 82 romanzi e 100 novelle composti in 27 anni di lavoro. La difficoltà di una bibliografia completa e credibile si lega ai molti falsi e alle opere scritte con pseudonimi.
Come un samurai
Ma per noi Salgàri è un caso veramente estremo, e lo diventa in maniera indiscutibile per la sua morte.
Il primo mancato suicidio è del 1910, quello realizzato del 1911: “Emilio aveva cercato la morte alla maniera dei samurai, lasciandosi cadere sulla punta di una spada. La lama era però scivolata sulla parte sinistra del torace, lacerandola, ma senza penetrare in profondità” (ibidem, p162). Occorre a questo punto richiamare la caratteristica alternanza tra momenti espansivi e momenti di chiusura infantile: quello che Silvino Gonzato chiama “il crudele gioco delle sue depressioni ed esaltazione”.
Nel 1910 Salgàri è certamente in una fase depressiva, terrorizzato all’idea di diventare cieco: una valutazione estremamente pessimistica di un disturbo agli occhi che accusa da tempo. In queste fasi combatteva la depressione bevendo: aveva sempre davanti a sé una bottiglia di marsala che vuotava come fosse acqua fresca. Come Yanez, fumava cento sigarette al giorno.
Una famiglia segnata
Tra il primo episodio suicidario e quello finale si inseriscono due eventi: la malattia di Aida, che verrà ricoverata in manicomio e non uscirà più, e l’eccessiva preoccupazione per la propria condizione economica .
La cartella clinica del manicomio di Collegno descrive Aida (43 anni al momento del ricovero) come “esaltata, gaia, logorroica, clamorosa”; e diagnostica una “psicosi periodica con esaltazione maniaca”. Nel proseguo del ricovero si precisa che la paziente ha perduto il rapporto di realtà, è allucinata e ha deliri mistici. Le vengono somministrate terapie sedative al cloralio e viene trattata con docce di acqua fredda per calmare gli eccessi d’ira. Muore il 1° ottobre del 1922, senza più avere percezione del marito, né di come è morto.
Oltre a Emilio, nella famiglia Salgàri, si è suicidato il padre, nel 1889; tra i suoi quattro figli, nel 1931 si suiciderà Romero, a 33 anni, e nel 1963 Omar.
Ma veniamo alla cronaca del 25 aprile 1911. Il mattino Emilio saluta i figli dicendo che sarebbe andato in città per affari. Prende il tram, ma scende dopo qualche fermata e imbocca la strada verso i boschi di Val San Martino, un luogo dove andava spesso con la famiglia. “Il capitano […] si tolse la giacca e la cravatta, posò il bastone su un ciuffo d’erba […] e con un rasoio, con furia spaventosa, si colpì ripetutamente all’addome e alla gola. L’agonia fu lunga e terribile […] Da uno squarcio di nove centimetri nell’addome erano uscite diverse anse intestinali, mentre la gola appariva orrendamente devastata da tre rasoiate”, (ibidem, pp178-179). Il prof Mario Carrara, medico legale, accertò che la morte era avvenuta “per scannamento”.
Tre lettere
Il terrore, tipicamente depressivo, di non poter aiutare la famiglia, ed esser anzi di danno, trova testimonianza nelle tre lettere che lasciò prima del suicidio.
La prima è Ai miei editori: “A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi miseria od anche più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dato, pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna”.
La seconda è Ai miei cari figli: “sono ormai un vinto, la pazzia di vostra madre mi ha spezzato il cuore e tutte le energie […] Vi bacia tutti, col cuore sanguinante, il vostro disgraziato padre”.
La terza è rivolta Ai direttori dei quotidiani torinesi: vinto dai dispiaceri di ogni sorta, ridotto alla miseria malgrado l’enorme mole di lavoro, colla moglie pazza in ospedale […]mi sopprimo […]
Vi prego, signori direttori, di aprire una sottoscrizione per togliere dalla miseria i miei quattro figli”.Emilio Salgàri, il più noto e popolare degli scrittori italiani del primo Novecento, è stato affetto da una psicosi maniaco-depressiva (oggi detta “disturbo bipolare”) che gli ha concesso, nelle fasi iperattive, una produttività sconfinata, e in quelle depressive la percezione di una vita fallita, che nell’ultimo periodo lo portò al suicidio, Aveva 49 anni.

di Vittorio Andreoli per Mente&cervello
V.A. nato a Verona nel 1940, si laurea in Medicina e Chirurgia all'Università di Padova col Prof. Massimo Aloisi e si dedica quindi alla ricerca sperimentale in biologia scegliendo come "organo" l'encefalo. Lavora in Inghilterra all'Università di Cambridge e negli Stati Uniti alla Cornell University di New York. In questo periodo è assistente all'Istituto di Farmacologia dell'Università di Milano, dove si rivolge alla ricerca neuropsicofarmacologica. Il comportamento dell'uomo e la follia diventano ben presto il fulcro dei suoi interessi e ciò determina uno a svolta del suo impegno verso la neurologia e successivamente la psichiatria, discipline di cui diventa specialista. Lavora alla Harvard University col Prof.S.S.Kety, con un'impostazione psichiatrica che sembra permettere l'integrazione tra interessi biologici sperimentali e clinica. Attualmente è Direttore del Dipartimento di Psichiatria di Verona - Soave. E' membro della The New York Academy of Sciences. E' Presidente della Section Committee on Psychopathology of Expression della World Psychiatric Association.

maggio 26, 2009

Pedro Almodovar: Los abrazos rotos (Gli abbracci spezzati)


Los abrazos rotos (Gli abbracci spezzati), il suo ultimo film in concorso al Festival di Cannes, è una sorta di thriller sulla personalità, in cui si parla di sdoppiamenti d’identità, traumi nascosti nel passato, trasfigurazioni nella finzione…
Quando Pedro Almodovar ne iniziò la lavorazione, disse che l’idea della storia gli era venuta in un momento nel quale soffriva di terribili emicranie. Il film è servito come terapia?
Si ma non è che volessi fare un film sulle emicranie. In Los abrazos rotos non appare un solo analgesico. C’è, invece, un regista che vive nell’oscurità. Il personaggio nasce dall’oscurità nella quale vivevo io in quei momenti. Se ci sono tante foto mie con occhiali neri non è per ragioni di glamour ma per la fotografia, fotofobia ed emicrania vanno insieme. E, a pensarci, è un paradosso, in quanto io lavoro proprio con la luce, circondato da mille kilowatt di luce per mesi, e di fronte a schermi luminosi. Però non per questo cambierò professione. Nonostante tutti questi inconvenienti, il momento in cui mi sento meglio è quando giro. L’ho capito soprattutto in questo film. Non utilizzo il cinema come terapia, ma ho scoperto che il momento in cui ho meno dolori di testa è quando sto girando. Nello stupendo film Il divo ho scoperto che Andreotti soffre da sempre di emicranie. Mi sono rallegrato nel constatare che questo non gli ha impedito di compiere novant’anni, sebbene forse la chiave di tanta resistenza consista nell’essere diabolici come lui…
Quando pensa al giovane Pedro, colorato, folle e spudorato dell’esplosione della movida, cosa prova per lui? Era più coraggioso o più incosciente? Che cosa conserva di quella meravigliosa spudoratezza?
Provo un’enorme invidia (che non è nostalgia) per la follia di quelle notti interminabili, e per la spudoratezza come stato di esprimersi e dell’incoscienza. Ho avuto la fortuna di essere giovane in un momento in cui la Spagna viveva un’esplosione di libertà che non avevamo mai conosciuto prima. La follia di quegli anni, dal ’77 all’84, è stata la mia migliore scuola. Adesso, la celebrità mi obbliga a essere più misurato e discreto, nei miei atti e nelle mia parole, sebbene a volte mi risulti molto difficile. L’umorismo e la spontaneità li sviluppo prevalentemente in privato. Viviamo in momenti in cui tutto viene male interpretato. A ogni modo continuo ad essere abbastanza “politicamente scorretto”. E la possibile cautela che cerco di avere nella mia vita pubblica scompare quando giro. Scrivo e dirigo con l’incoscienza del cuore.
Che ricordi ha della Spagna del franchismo?
Ricordi di oscurantismo. La paura come una densa nebbia nella quale vivi e respiri. IL silenzio. La vulnerabilità. Ricordo le zitelle del mio paese per la repressione sessuale dell’epoca (fine anni 50 e 60). Quelle povere donne narcotizzate da una religione, quella cattolica, crudele al pari dello stesso potere franchista. Ma quando hai vent’anni impari a vivere in qualunque circostanza. Ricordo che, nei primi anni 70, quando restavano al dittatore ancora cinque anni di vita, io giravo i miei primi film in Super 8 in mezzo alla campagna, in un luogo dove nessuno potesse vederci. E già erano film dove i personaggi erano giovani e promiscui e transitavano da un sesso all’altro.
Adesso mi rendo conto del pericolo che correvamo. Giravo i film in campagna perché era più difficile che ci vedesse qualcuno, e approfittando della luce del sole perché non avevo luci da usare.
Tra i suoi film quali ritiene più significativi per l’evoluzione del pensiero in Spagna – e non solo – riguardo al rispetto dei diritti civili e all’apertura nei confronti della famiglia allargata?
In tutti i miei film, inclusi i primi, la famiglia si presenta come un nucleo naturale, a volte casuale, basato sull’amore e sulla cura dei suoi membri. Già in La legge del desiderio, dell’86, due fratelli, uno transessuale e l’altro omosessuale, adottavano la figlia di Carmen Maura e i tre formavano un’autentica famiglia. Tutto il mio cinema promuove un tipo di vita dove la libertà e l’autonomia morale ei personaggi sono essenziali. Che siano suore, ragazze moderne. Infermiere, casalinghe o travestiti: tutti e tutte sono padroni della loro vita. Però non so fino a che punto i miei film siano stati così essenziali nel mio Paese. Magari avessero aiutato in qualcosa. A volte credo, che rispetto a questo tema, mi si attribuisca più importanza di quanta io ne abbia avuta. È vero che mi sono sviluppato in consonanza con il mio Paese, sono nato come cineasta con la democrazia e sono maturato con lei. Ma credo che i veri artefici dei diritti civili raggiunti negli ultimi anni siano i cittadini spagnoli.
Si è appena celebrata la giornata mondiale contro l’omofobia (16 maggio anche in Italia ndr). Quanto pensa che iniziative come questa possano influire sull’opinione pubblica e far avanzare la cultura delle diversità?
È difficile sapere cosa possa influire sulla pigra opinione pubblica, però è molto importante che ogni anno si ricordi ai cittadini di tutto il mondo l’obbligo di mantenere viva la diversità culturale, perché la diversità è sinonimo di vita e di ricchezza, in tutti i sensi. Perché la cultura riguarda il modo di parlare, di fare cinema, di scrivere, di vivere e di intendere la vita. È bene che, varcando una frontiera, uno si trovi un paesaggio diverso da quello del proprio Paese, con persone che vivono secondo altre abitudini. Ogni forma di lotta contro l’uniformizzazione non è mai troppa. Il mondo è molto diverso e deve continuare ad esserlo. È una questione ecologica. Nessuna cultura, per piccola e rara che sia, può scomparire.
Oggi vive in un Paese tra i più vitali, aperti e liberi d’Europa. Le è mai capitato, girando il mondo, di subire o di assistere ad episodi di intolleranza?
Quando entro negli Stati Uniti, non posso evitare di sentirmi nervoso. Ho sempre la sensazione ch mi fermeranno all’Ufficio immigrazione e non mi lasceranno più andare. Non ho vissuto di persona episodi di intolleranza, ma basta leggere un giornale per capire che lì le persone non possono circolare liberamente, che a volte basta avere la barba o un colore di pelle più scuro perché ti impediscano il passaggio. E deploro il trattamento che è riservato agli immigrati in Europa, compresa la Spagna.
Oggi, da uno a dieci, quanto è pessimista o ottimista nei confronti del futuro, dell’umanità, del cinema? La sua passione per il cinema è viva come sempre?
È una domanda molto difficile. Tutto indica che andiamo dal peggio al molto peggio. Però io insisto nell’essere ottimista, cerco di non perdere la mia vitalità naturale, sebbene non disponga di argomentazioni per alimentarla. Il mondo attraversa un momento molto complicato, stiamo vivendo un cambiamento d’era nel quale il futuro si presenta come qualcosa di incerto, per la prima volta non si sa verso dove andiamo. Si sono esauriti i modelli. E questo è terribile. Non voglio essere pessimista, però mi sento molto inquieto, in questo futuro incerto includo naturalmente il mio Paese. Rispetto al cinema, non è questo il suo miglior momento, però appariranno sempre capolavori in qualunque parte del mondo, in minore quantità rispetto a quaranta o cinquant’anni da, ma il cinema continua a essere vivo e continuerà a sorprenderci e a emozionarci. E la passione che sento per il cinema come regista e come spettatore, è la stessa di quando ho iniziato. L’unica differenza è che adesso ne sono più consapevole. Di fatto, il mio ultimo film Los abrazos rotos è , tra le altre cose, la mia dichiarazione d’amore al cinema. IL cambiamento epocale del quale parlavo metterà fine alle sale cinematografiche a favore degli schermi domestici. Ma finché resterà aperta anche una sola sala cinematografica, continuerò ad andare a vedere i film davanti a schermi che siano molto più grandi di me.
Maria Pia Fusco Il Venerdì
(ha collaborato Lorenza Del Tosto)
Per saperne di più:

maggio 22, 2009

La Sicilia (e non solo) raccontata dagli alberi.

Giuseppe Barbera, classe 1948, una lista di incarichi, universitari e paesaggistici, troppo lunga per essere riportata, autore di libri imperdibili, da La coltura del ficodindia (Calderoni Ed agricole, 1993) a Tuttifrutti (Oscar Mondatori, 2007) si presenta con un nuovo titolo, Abbracciare gli alberi (Mondatori, collana Strade Blu, pp 140, 16 euro). Parla di cose che ci toccano, del nostro convivere con gli alberi fin dai tempi antichi, dell’uso del legno, fino all’assalto del cemento dei nostri giorni, interrotto in modo disordinato e casuale da alberi dei quali quasi nessuno, salvo pochi speciliasti inascoltati, consoce la storia, il portamento, le esigenze.
Berbaer si è laureato a Palermo, conosce la Sicilia palmo a plamo, ha progettato, nel 2002, il recupero del Giardino della Kolymbetra (nella foto), cinque ettari nella Valle dei Templi di Agrigento, per il Fondo per l’ambiente italiano. Adesso ci racconta il mondo, o quasi, partendo dalla sua isola, con gli alberi da frutto, i mandorli, gli aranci perduti della Conca d’oro palermitana e
persino il suo curioso incontro con Michele Greco in un giardino di agrumi a Favarella. “Nella pace di un giardino, il capo della mafia che mi sorrideva benevolo si preparava a uccidere i miei amici: proprio quell’anno, Peppino Impastato, poi Mauro Ristagno, che aveva vissuto a Palermo in un giardino di agrumi”.
Ma ora, per non tradire neanche questa volta, di fronte a pagine così belle, la curiostià di chi vuole piantare cose serie, rubo dal libro un’indicazione, la più semplice: “Mandorli, fichi, olivi, melograni, viti e carrubi nelle terre asciutte; agrumi, peschi, nespoli, peri, meli, ciliegi dove le terre, anche in estate, sono fresche o è disponibile acqua da irrigare”.
di Rossella Sleiter
Foto degli alberi:
Castanea sativa, Castagno dei 100 cavalli, Puntalazzo, Ct
Castanea sativa, castagno.
Sant Alfio, Nucifori Taverna Cl

Quercus Suber, quercia da sughero.
Pisciotto Valle Finocchio, Niscemi Ct
Ficus magnilioides borzi, Ficus magnoloide
Piazza Marina, Palermo

maggio 21, 2009

Dilemmi educativi: insegnare la scienza o le superstizioni?

Ho sempre pensato che, quando si insegna qualcosa, è giusto parlare di tutti i punti di vista sulla questione. Questo studio condotto da un docente dell’Università del Minnesota forse mi dà torto. Il professor Randy Moore ha intervistato 1.000 studenti universitari iscritti al corso introduttivo di biologia per capire se l’accettazione della teoria dell’evoluzione può dipendere dal tipo di approccio a cui i ragazzi sono esposti durante gli anni del liceo. Ha scoperto che basta parlare del creazionismo per indurre il dubbio circa la scientificità dell’evoluzionismo.
Gli stessi autori della ricerca sono rimasti stupefatti dall’impatto che l’introduzione del creazionismo nelle scuole (sia pure come “visione alternativa” a quella evoluzionistica) ha sulla percezione di scientificità della teoria dell’evoluzione.
Morale: questo è quanto si ottiene quando si mescolano capre e cavoli. Chi sostiene che in nome di una non meglio precisata “democraticità” bisogna dare spazio a tutte le visioni del mondo (comprese quelle antiscientifiche) non fa i conti con la gran confusione che ne ricavano i più giovani. Come giustamente fanno notare gli autori dello studio, il problema è il contesto. Il creazionismo è una teoria religiosa o filosofica, se si preferisce, e come tale va insegnata. A lezione di biologia, invece, si deve insegnare ciò che è dimostrato.
E se pensate he si tratti di problemi che riguardano solo quegli invasati degli americani, date un’occhiata al grafico che vi riporto più sotto. È tratto da un lavoro apparso su Science nel 2006, che valutava l’adesione generale alla teoria dell’evoluzione in diversi Paesi, tra cui l’Italia.
Non siamo mica messi così bene…

di Daniela Ovadia per lescienze.espresso.repubblica.it/




maggio 19, 2009

Contro l’insostenibile G8 dell’università

Questo è il comunicato Onda Anomala Torino

Tra il 17 ed il 19 maggio di quest’anno si terrà a Torino, promosso dalla CRUI, il G8 University Summit, a cui parteciperanno i rettori ed i presidenti degli atenei degli stati membri dell’istituzione suddetta, insieme a quelli di molti altri paesi, dall’Arabia Saudita al Vaticano, dalla Cina al Sudafrica; è la seconda volta che un’iniziativa del genere viene organizzata, dopo l’esordio a Sapporo, nell’estate dello scorso anno.
L’incontro si propone come interlocutore diretto del G8 dei capi di governo e di stato che si riunirà in Sardegna, quest’estate, e si è dato l’obiettivo, sulla base del carattere fondamentalmente “neutral and objective” che caratterizzerebbe l’istituzione universitaria e il sapere che produce e trasmette, di consigliare i “grandi del mondo” sui problemi dell’umanità e del pianeta.Riteniamo inaccettabili le modalità di organizzazione dell’iniziativa, la funzione che si arrogano i rettori, la concezione dei rapporti tra mondo accademico e le dinamiche sociali ed il potere politico ed economico che viene proposta, sia in forma esplicita che implicita, e, ovviamente, l’interlocutore scelto. Questi, il G8, ha rappresentato, nel corso dei decenni uno dei pilastri dell’ordine neoliberista, oggi in crisi, grazie alle risorse ed al potere concentrati nei paesi membri ed alla sua capacità di essere parte di una articolata trama di relazioni con altri organismi sovranazionali, che operava attraverso una continua concertazione, più che con decisioni puntuali e specifiche, ma contribuendo in questo modo a sovradeterminare il sistema delle relazioni internazionali ed il complesso delle politiche economiche e sociali. Oggi l’istituzione vede il suo declino, già in atto da anni, accelerarsi nella crisi globale; la pretesa dei rettori di correre a rilegittimarlo è da contrastare senza esitazioni, oltre ad avere un carattere perfino paradossale. Naturalmente è altrettanto inaccettabile che nel farlo essi si ripropongano come rappresentanti dell’intero mondo dell’università; a prescindere dall’importanza che si può attribuire all’iniziativa specifica, ravvisiamo in questo un’ulteriore conferma del processo in atto di concentrazione e verticalizzazione degli organi e degli strumenti decisionali in atto nel sistema accademico e che, per quanto riguarda l’Italia, trova ampio riscontro nel recente documento della CRUI sulla “governance” .I rettori ridipingono di verde il G8Probabilmente ci sentiremo obiettare che il tema scelto dal summit non permette una contrapposizione netta: sulla base dei risultati del precedente G8 dei rettori, del luglio 2008,(www.g8u-summit.jp), i lavori saranno dedicati alla sostenibilità globale, sociale e umana o per citare il rettore del Politecnico di Torino, Profumo, uno dei più attivi promotori dell’evento, alle “5E” (Energy, Economy, Ethics, Environment and Education).Noi siamo convinti, al contrario, che proprio la totale mancanza di credibilità di questi soggetti di fronte a questioni come la devastazione ambientale e le diseguaglianze su scala mondiale rafforzi in realtà le ragioni della protesta. Se il G8 è, semmai, uno dei principali responsabili di quello a cui si dichiara di voler porre rimedio, dall’altro, anche gli organi di direzione degli atenei (sia pure in modi diversi), hanno condiviso responsabilità su più livelli nei dispositivi della “globalizzazione neoliberista”, contribuendo alla rimessa in discussione del carattere di “bene comune” dei processi di produzione e trasmissione dei saperi, nell’accettazione dei meccanismi e nell’impiego degli strumenti della finanziarizzazione, nella promozione di modi di produzione e d’uso dei saperi in aperto contrasto con le sensibilità a cui si rimanda, quando si discute di “sostenibilità”. Viene spontaneo pensare alle istituzioni accademiche statunitensi che hanno convissuto con una gigantesca espansione del debito degli studenti e successivamente dei lavoratori laureati, costretti a ricorrere al sistema dei prestiti per poter sostenere gli studi, con la creazione, tra l’altro, di una vera e propria bolla finanziaria a rischio di esplosione; ai rapporti che esse hanno instaurato con il sistema delle imprese, particolarmente condizionanti, per quanto riguarda la destinazione dei prodotti della conoscenza e la loro accessibilità; e, ancora, non si può non citare l’invito dell’AAU (Association of American Universities), che raccoglie la maggior parte delle istituzioni accademiche nordamericane, al presidente Obama, affinché continui a sostenere la Minerva Initiative, per la militarizzazione delle scienze umane e sociali e rafforzi la cooperazione tra il Pentagono ed il Dipartimento dell’Energia (Policy Recommendations for President-Elect Obama). Ma si tratta solo di alcuni esempi, perché l’elenco potrebbe essere molto più lungo.L’università insostenibileAll ‘immagine dell’università che verrà proposta nel summit torinese, noi intendiamo contrapporre la descrizione e l’analisi della sua condizione reale, delle contraddizioni che la caratterizzano, delle dinamiche in essa operanti.Intanto partiamo da una constatazione, l’università è in crisi. Crisi che si intreccia con quella globale e di questo troviamo un riscontro nel convergere, a partire da quest’autunno, in Italia, in Grecia ed in Francia (ma a veder meglio, non solo in questi paesi) dei movimenti contro le riforme universitarie e le politiche sulla formazione e la ricerca con le lotte contro gli effetti della crisi economica.Il disagio profondo dell’università ha certo una prima, evidente ragione nei tagli dei fondi pubblici, operanti ormai da anni, ma, intanto, bisogna leggere nella politica delle risorse non solo gli effetti di più generali strategie del bilancio statale, ma anche lo strumento con cui imporre e accelerare le trasformazioni più complessive che hanno investito il mondo accademico. Qui ci troviamo di fronte al problema di dover parlare di processi che non riguardano solo l’Italia e che evidentemente, nei diversi contesti nazionali, hanno conosciuto modulazioni diverse, eppure tratti comuni ci sono.L’università sta mutando i propri principi costitutivi, i propri sistemi di finanziamento, l’organizzazione del lavoro della didattica e della ricerca, le “missioni” che si attribuisce, il significato che attribuisce alla formazione. Da un’istituzione che si organizzava su base soprattutto nazionale e trovava le ragioni della propria legittimazione al proprio interno, si sta passando ad un sistema dove gli attori sono i singoli atenei, strutture suscettibili di riconfigurazioni continue, in rapporto con l’ambiente esterno, che amministrano la penuria delle risorse adottando logiche organizzative aziendalistiche. La ricerca è indotta sempre più a mediarsi con il sistema delle imprese ed il mercato, la formazione si legittima come prestazione da acquistare e non come servizio pubblico.Ne deriva nel complesso un sistema instabile, che si scopre esposto a nuove fragilità, che impone costi sempre più pesanti a chi studia e a chi lavora al suo interno, in una parola: “insostenibile”.Noi tuttavia vogliamo leggere questi processi da un determinato punto di vista, ovvero come l’esito, ancora aperto, di uno scontro sulle nuove qualità produttive dei saperi, sulle forme di controllo, di sfruttamento dei soggetti che li producono, li mettono in opera, li trasformano. Due aspetti ci sembrano particolarmente importanti, l’impoverimento, il livellamento verso il basso dei saperi trasmessi, l’ affermarsi di un’università della precarietà, sia nel senso che si basa su rapporti di lavoro (non solo di tipo contrattuale) caratterizzati da crescente instabilità, incertezza. sia nel senso che ad un futuro di precari prepara i suoi studenti. Una particolare attenzione deve essere posta, soprattutto di fronte a iniziative come il G8 University Summit, alla questione dell’internazionalizzazione-globalizzazione dell’università, sempre più presente nei documenti delle istituzioni accademiche , degli organismi sovranazionali ma non facile da restituire nella sua complessità, poiché chiama in causa più livelli: le forme di regolazione e di indirizzo a livello sovranazionale o forme di “regionalizzazione”, come la creazione dello spazio europeo della ricerca e dell’insegnamento superiore. Ma anche le iniziative degli atenei, quali la crescita del numero di sedi aperte all’estero, l’avvio di joint-venture con altre università estere. Si esaurisce nei fatti il modello classico della cooperazione tra scienziati, che non conosce frontiere, si affermano modelli di crescente competizione per attrarre investimenti, studenti, ricercatori. Il singolo ateneo si pone come infrastruttura operante tra il mercato mondiale e il bacino dell’intelligenza sociale metropolitana. Nello spazio globale vengono instaurate nuove forme del comando, di controllo sul flusso delle conoscenze e la mobilità degli studenti e di chi lavora con i saperi, si impongono nuove gerarchie e differenziazioni ( si pensi all’ossessione per le graduatorie internazionali).The need to restructure scientific knowledgeNella discussione che si è tenuta Sapporo, lo scorso anno, e nella dichiarazione finale prodotta (Sapporo Sustainability Declaration), uno spazio significativo è stato dato all’esigenza, di fronte alle sfide della sostenibilità, di riorganizzare il sapere e la sua trasmissione, superando i limiti degli specialismi e sviluppando l’interdisciplinarietà; una delle proposte è l’organizzazione di “network of networks”, si afferma cioè che già da tempo la ricerca scientifica si organizza su scala globale sotto la forma delle reti e si tratta, ora, di coordinare le reti, non solo, però, ai fini dell’accrescimento delle conoscenze, ma con l’obiettivo di sviluppare, attraverso la cooperazione con partner pubblici e privati, innovazioni nelle politiche pubbliche in materia di sviluppo sostenibile. Queste questioni saranno anche al centro del summit torinese e del resto, si inseriscono in una più generale crescita di attenzione da parte degli organismi sovranazionali per quella che è chiamata “Education for Sustanaible Development”.Occorre subito osservare che però l’esigenza affermata di ristrutturare saperi e formazione non si accompagna a nessun ripensamento sul processo di trasformazione dell’università e in particolare sulla sua internazionalizzazione, così come abbiamo tentato di ricostruirla prima, anzi, le proposte di merito adottano linguaggi, logiche e modalità operative di quei medesimi processi ( si pensi alla riduzione alla figura di “stakeholder”, portatore di interessi, dei soggetti che entrano in contatto con gli atenei, presa dalla letteratura manageriale).Noi partiamo, invece, dall’assunzione che gli specialismi ed il sacrificio della conoscenza che comportano, sono il prodotto di un attacco alla ricchezza ed alla varietà delle capacità dei soggetti e non l’esito imprevisto e indesiderato dello sviluppo autonomo delle discipline scientifiche, che la rimessa in discussione di questa situazione passa attraverso lo scontro per riprendersele quelle capacità; più in generale il superamento della frammentazione dei saperi non può che imporsi attraverso il conflitto su di essi, sulle forme con cui vengono gerarchizzati, mercificati, privatizzati (si tratta del resto di quelle questioni che l’Onda ha sollevato, quando ha definito la prospettiva dell’autoformazione e dell’autoriforma).Nella preparazione di quest’appello è emersa l’esigenza di approfondire le questioni legate allo “sviluppo sostenibile” e di costruire una critica non solo legata allo specifico universitario; riteniamo comunque, che si debba partire non tanto dalla discussione sul concetto in sé, ormai diventato un termine contenitore, utile per gli scopi più diversi, ma dai processi reali, dalle scelte operative a cui rinvia.Innanzitutto bisogna ricordare che nell’impostazione degli organismi sovranazionali e degli stati più sviluppati economicamente, serve per garantire ed estendere il regime della proprietà e del profitto sulle risorse naturali, per permettere lo sviluppo di nuove merci e di nuovi settori ( si pensi alla questione delle energie rinnovabili). Inoltre, le politiche ispirate da quel concetto si integrano dentro processi più generali di flessibilizzazione del potere e dell’amministrazione, che permettono la costituzione di nuovi dispositivi del controllo, in grado di coprire meglio, in modo più esteso e capillare, il terreno della riproduzione sociale, di mettere a valore ambienti considerati nella complessità delle loro interazioni.Continuiamo pensare che anche la lotta contro le devastazioni ambientali ( e non, solo perché le strategie della sostenibilità, come si è visto, non riguardano solo le risorse naturali) debba passare per la rimessa in discussione delle rigidità politiche, economiche e sociali che l’ordine neoliberista ha costruito e che il “sistema della crisi” oggi in fase di costituzione tenta di aggiornare.L’agenda dell’ondaContro il vertice di maggio intendiamo lavorare ad una serie articolata di iniziative di lotta e di dibattito; abbiamo l’esigenza di approfondire la critica dei processi di trasformazione che investono l’università, sviluppando anche elementi d’inchiesta che si pongano sul crinale tra resistenza e sfruttamento, e ,nel contempo, sentiamo la necessità di mantenere l’attenzione su quello che sta accadendo, l’evoluzione della crisi, gli interventi del governo, che approfitta di questo contesto per approfondire la destrutturazione delle condizioni di vita, lavoro, socialità, che attacca con sempre maggiore vigore gli spazi di agibilità politica e sociale.È estremamente importante costruire le condizioni, fin da subito, per una manifestazione nazionale, il 19 maggio a Torino, con una netta caratterizzazione di contrapposizione al summit.È altrettanto imprescindibile organizzare in quel medesimo periodo un momento di confronto con altre realtà e esperienze internazionali che si sono mosse sul terreno del rapporto tra crisi globale e crisi dell’universitàBisognerà, inoltre, continuare nella costruzione di alleanze sociali e nell’interlocuzione con gli altri soggetti che si stanno muovendo contro la crisi, per la costruzione di elementi di piattaforma sui temi, che riteniamo unificanti, del welfare e della riproduzione sociale; sarà inevitabile, inoltre, dato il tema al centro del vertice, costruire rapporti più approfonditi con i movimenti che si sono mossi nei territori per i “beni comuni”( No Tav, No Dal Molin, contro la privatizzazione delle risorse idriche, eccetera) e che hanno posto, a partire dal loro specifico, esigenze non mediabili ed hanno dimostrato di saper affrontare i tentativi di reprimere i conflitti o, in alternativa, di subordinarli dentro un quadro consensuale tipico delle retoriche sullo “sviluppo sostenibile” (o quantomeno, molto simile ad esso).

maggio 18, 2009

Arthur Rimbaud: Memorie


L'acqua chiara: come il sale delle lacrime d'infanzia,
l'assalto al sole delle bianchezze dei corpi
di donne; in folla e di puro giglio, la seta degli
ori fiamma sotto le mura difese un tempo. da qualche
pulzella;
lo svago degli angeli; - no... la corrente d'oro in
marcia, muove le sue braccia d'erba nere e
pesanti e fresche soprattutto. Ella, mesta, con il cielo azzurro
per baldacchino, invoca per tende l'ombra della
collina e dell'arco.
II
Oh, l'umido vetro distende le sue limpide bolle!
l'acqua adorna d'oro pallido e senza sfondo i lettini
pronti. Le vesti verdi e stinte delle bimbe fanno i
salici da cui saltano gli uccelli sbrigliati.
Più gialla d'un luigi, pura e calda palpebra, la
tristezza dell'acqua - la tua fede coniugale, o Sposa!
- nell'impetuoso mezzogiorno, dal suo specchio
appannato, invidia al cielo grigio di calore la Sfera
rosea e cara.
III
La Signora sta troppo impettita nella prateria
vicina dove nevicano i fili del lavoro; l'ombrello tra le
dita; calpestando l'umbrella, troppo fiera per lei;
intanto dei fanciulli nella verzura fiorita leggono
il loro libro di marocchino rosso. Ahimè, Egli
come mille angeli bianche che si separino sulla
strada, s'allontana al di là della montagna! E la tutta
fredda e nera, corre! dopo la partenza dell'uomo.
IV
Rimpianto delle braccia fitte e giovani d'erba pura!
Oro delle lune d'aprile nel cuor dei santo letto! Gioia
dei cantieri rivieraschi in abbandono, preda alle sere
d'agosto che facevano germinare quelle putredini!
Ora, Ella pianga pure sotto i bastioni! il respiro dei
pioppi lassù è per la sola brezza. Poi, lo specchio
d'acqua senza riflessi, senza sorgente, grigio: un
vecchio dragatore, nella sua barca immobile,
s'affatica.
V
Zimbello di quest'occhio d'acqua cupa, non vi
posso cogliere, oh canotto immobile! oh braccia
troppo corte! né l'uno né l'altro fiore: non il giallo
che m'infastidisce, là; non l'azzurro, amico all'acqua
color di cenere.
Ah, la polvere dei salici scossa da un'ala! le rose
dei rosai da gran tempo divorate! Il mio canotto,
sempre fisso, con la sua catena tesa in fondo a
quest'occhio d'acqua senza rive - verso quale
fango?

maggio 14, 2009

Teatro Regio di Torino: Le capacità per sconfiggere la crisi


L’opera vincerà». E forse stavolta l’ottimismo della volontà non sarà smentito dal pessimismo della ragione. Perché lo slogan scelto dal Regio di Torino per incorniciare la stagione 2009/10 si riflette in un cartellone apprezzabile per qualità e quantità, in un momento in cui per l’opera in Italia, Scala a parte, scarseggiano l’una e l’altra. La forbice ha colpito anche in piazza Castello ma, proclama il sovrintendente Walter Vergnano, «abbiamo tagliato su tutto tranne che sulla stagione». Com’è giusto: salviamo l’arrosto e pazienza per il fumo e anche per il contorno (quindi, per esempio, al Piccolo Regio ci sarà poco o nulla. E, tanto per lanciare un messaggio orbi ma soprattutto urbi, niente buffet al termine della solita affollatissima conferenza-stampa, che poi in realtà è una specie di reality show dove chiunque può brandire il microfono e parlare di tutto, ma soprattutto di se stesso).Come ampiamente anticipato, inaugurazione il 14 ottobre con una Traviata che si annuncia imperdibile per tre ragioni. Prima, sul podio c’è l’amato direttore musicale della maison, Gianandrea Noseda; seconda, lo spettacolo è griffato da Laurent Pelly, uno dei maggiori registi di oggi (infatti in Italia lo ignorano), però finora più incline al brillante, come confermano i migliori Offenbach degli ultimi decenni; terza, la compagnia è importante, con Elena Mosuc, Francesco Meli e Carlos Alvarez. Che il teatro ambisca al salto di qualità internazionale lo conferma la scelta dei registi, controcorrente in un Paese dove credono ancora che il massimo sia Zeffirelli: a parte forse quello di Yannis Kokkos per Tancredi, i nomi sono stimolanti, come Davide Livermore per Idomeneo o Denis Krief per Luisa Miller. E il Peter Grimes di Willy Decker in arrivo da Bruxelles è genio puro. Anche le bacchette sono di qualità. Noseda apre e poi sparisce fino a maggio, quando torna per La Bohème (ma lasciando la prima - elegante gesto stile Abbado - al giovin direttore Daniele Rustioni) e per il Manfred di Schumann coprodotto con lo Stabile e deambulante fra Carignano e Regio. Che il talentuoso Kristjan Järvi, figlio di Neeme e fratello di Paavo, abbia voluto dirigere Tancredi (versione di Ferrara, con il finale tragico) è sorprendente. Poi arrivano Tomas Netopil per Idomeneo, Yutaka Sado per Britten e Donato Renzetti per la Miller. Semyon Bychkov fa Tannhäuser con un discreto cast, ma purtroppo sono solo due recite e per di più in concerto: l’idea che le opere di Wagner in frac «reggano» più di altre è diffusa ma sbagliata.Capitolo voci. Da segnalare le due donne del Tancredi, Daniela Barcellona e Patrizia Ciofi, l’altra coppia Eva Mei-Darina Takova per Ilia ed Elettra dell’Idomeneo, quel che resta di Neil Shicoff (sempre grande artista, però) come Grimes, Fiorenza Cedolins-Luisa, Barbara Frittoli-Mimì, eccetera. Ci si permette perfino qualche lusso, tipo Kwangchul Youn, Gurnemanz «en titre» a Bayreuth, che fa il Langravio. Il balletto d’obbligo è Lo schiaccianoci, piazzato ovviamente sotto Natale con gli allievi di una scuola, sia pure la migliore del mondo: l’Accademia Vaganova di San Pietroburgo.Due, infine, le novità. Una è il debutto di una specie di Maggio musicale torinese: in quel mese, il Regio diventerà un teatro di repertorio, alternando 15 recite di tre titoli popolari come Barbiere, Elisir d’amore (che alla fine di questa stagione verrà portato a Racconigi e nella prossima in tour in Piemonte) e Bohème. Che i nostri teatri debbano prima o poi battere questa strada è evidente a chiunque sappia di cosa si stia parlando: che il Regio (dopo Firenze, per la verità) ci si incammini è cosa buona e giusta. È poi molto prestigiosa, novità numero due, la «Stagione d’oriente», cioè la tournée in Giappone e Cina fra luglio e agosto 2010: una consacrazione, tanto più che a Tokyo si suona al Bunka Kaikan, la sala più glam. I titoli da esportazione sono quelli del «made in Italy» più tipico: La traviata con la divinissima Natalie Dessay (e il di lei marito Laurent Naouri come Germont senior) e due-Bohème-due: a Tokyo e Yokohama quella «del centenario» di Patroni Griffi, a Shangai quella «tascabile» con le scene di Guglielminetti. Insomma, per il Regio è sol levante; considerato che nel resto d’Italia è piuttosto sol tramontante, bene bravi bis.

di Alberto Mattioli

maggio 13, 2009

L'origine dell'energia oscura.



11,5 miliardi di anni fa, quando aveva un quarto delle dimensioni attuali, l'universo avrebbe subito un improvviso "congelamento", di fatto una transizione di fase, che potrebbe spiegare l'origine dell'energia oscura. Lo afferma un nuovo modello cosmologico proposto da Sourish Dutta della Vanderbilt University, e Stephen Hsu dell'Università dell'Oregon, che lo illustrano in una articolo pubblicato sulle "Physical Review D"."Uno degli aspetti decisamente insoddisfacenti delle spiegazioni attualmente esistenti della materia oscura è che sono difficili da testare" dicono gli autori. "Noi abbiamo progettato un modello che può interagire con la materia normale e ha quindi conseguenze osservabili."Il modello associa l'energia oscura alla cosiddetta energia del vuoto e, come altre teorie, ipotizza che sia lo stesso spazio la fonte dell'energia repulsiva che fa espandere l'universo. Un tempo si riteneva che l'energia dello spazio vuoto fosse in media pari a zero, ma per la meccanica quantistica lo spazio vuoto è ricolmo di coppie di particelle "virtuali" che spontaneamente vengono e sfuggono dall'esistenza troppo rapidamente per essere rivelate. Questa attività, osservano i ricercatori, si propone come possibile origine dell'energia oscura, dato che entrambe sono uniformemente diffuse nell'universo.
In contrasto con le teorie che reintroducono la costante cosmologica di Einstein per dar conto dell'espansione sempre più rapida dell'universo, la nuova teoria appartiene a quelle che attribuiscono l'energia oscura a un nuovo tipo di campo, noto come "quintessenza", che si affiancherebbe a quelli elettromagnetico e gravitazionale, ma la cui intensità sarebbe uguale in tutto l'universo. Inoltre, questo campo avrebbe un'azione antigravitazionale. Una delle conseguenza dell'ipotetica interazione della quintessenza con la materia normale è che ciò renderebbe probabile che il campo sia passato attraverso una transizione dei fase quando, circa 2,2 miliari di anni dopo il Big Bang l'universo si era sufficientemente raffreddato. Secondo i calcoli dei ricercatori la densità di energia del campo di quintessenza sarebbe rimasto a un livello decisamente elevato fino al momento della transizione di fase, per poi crollare improvvisamente ai più bassi livelli attuali. Nella transizione di fase sarebbe stata rilasciata una frazione di energia oscura sotto forma di radiazione oscura e questo rilascio, non rilevabile dagli strumenti attuali, sarebbe tuttavia identificabile dai suoi effetti, e in particolare dal rallentamento secondo uno schema caratteristico nell'accelerazione dell'espansione dell'universo che esso dovrebbe aver prodotto in quella remota epoca. I ricercatori osservano che i dati che verranno raccolti nei prossimi 10 anni dalle campagne di osservazione da poco iniziate, volte a misurare la brillantezza delle supernove più distanti, dovrebbero permettere di rilevare il rallentamento previsto dal modello. Inoltre, acceleratori come il Large Hadron Collider (LHC) di Ginevra, dovrebbero essere in grado di produrre energie sufficienti a eccitare il campo di quintessenza e quindi a produrre nuove particelle esotiche. (gg)


Per saperne di più:

maggio 11, 2009

La Cabilia e le origini del cous cous.


Sulle origini del cous cous circolano informazioni spesso confuse e distorte, a parte alcune leggende fantasiose come quella che ne attribuirebbe la paternità addirittura a Re Salomone che se ne sarebbe cibato per trovare rimedio. dalle pene d'amore provate per la Regina di Saba. Un po' ovunque si legge delle origini arabe del piatto, anche se nei più antichi trattati della cucina arabo-Mediorientale come il Kitab al Tabikh scritto da Ibn Sayyar al-Warraq nella seconda metà del X secolo e nei più importanti trattati delle epoche successive non se ne trova menzione. Il primo riferimento al piatto nella letteratura in lingua araba lo troviamo infatti nel Kitab al-Tabikh ti al-Maghrib wa'I-Andalus redatto nel XIII secolo da un autore hispano-musulmano rimasto anonimo, quando parlava di una favolosa ricetta da lui scoperta a Marrakesh: l'alcuzcuz fitiyani. Alcuni studiosi sostengono che in realtà il couscous consumato da sempre dalle popolazioni native del nord Africa con nomi diversi: kuskusu, kisksu, siksu, kusksi, kuskus... sia una specialità d'origine berbera o comunque africana, nelle diverse lingue berbere infatti la denominazione del piatto non è mai preceduta dall'articolo "al" come avviene nella maggior parte delle pietanze arabe. E' quindi probabile che gli arabo-andalusi abbiano conosciuto questa specialità dopo la riconquista della Spagna da parte dei Cristiani, o attraverso gli intensi scambi con i commercianti ebraico-maghrebini. Sotto la dinastia Nasrid che governò Granada a partire dal XIII sec. venne dedicato al cous cous addirittura un poema dal qadi Abu 'Abd Allah bin al-Azrak, mentre la prima trascrizione di una ricetta verrà inserita in un altro volume hispano musulmano il Kitab fadalat al-khiwan scritto da un tale Ibn Razin al-Tujibi nello stesso periodo.

La diffusione della semola verso il Medio Oriente.
In assenza di fonti scritte più remote e non essendo stati trovati reperti archeologici precedenti, poiché le prime couscoussiere erano di terracotta archeologici precedenti, poiché le prime couscoussiere erano di terracotta nella parte inferiore e di fibra di palma intrecciata nella parte superiore, materiali altamente deperibili, non è possibile datare con precisione la diffusione del cous cous in nord-Africa. E' però certo che verso la fine del XIII la fama del cous cous si sarà già diffusa in Medio Oriente; troviamo infatti una prima menzione del piatto nel libro Kitab al-wusla ila I-habib fi wasfi at-tayyibati wat-tip, scritto da uno storico siriano di Aleppo: Ibn AI-'Adim, anche se una leggenda narra che lo stesso Salah ad Din, meglio noto in occidente come Saladino, andava ghiotto del Maghribian un piatto molto simile al cous cous la cui denominazione è assonante con il termine adottato dai libanesi ancora oggi per descrivere un popolare piatto tradizionale di semola: il moghrabié. Secondo Lisa Anderson, studiosa della School of International and Public Affairs alla Columbia University, grande esperta di Medio Oriente, il limite di espansione verso Oriente del cous cous è rappresentato dal Golfo della Sirte in Ubia, poiché a Occidente, nella regione della Tripolitania si mangia ancora semola mentre in Cirenaica, ad Oriente il cous cous cede il passo alla cucina del Masreq e diventa egiziano-mediorientale.In questa parte di Mediterraneo la semola di cous cous lascia posto al riso e al grano spezzato (bourghol, bulghur), con alcune rare eccezioni che ritroviamo tra le comunità di fellayn giordano-palestinesi, che lo consumano sotto forma di piatto unico di carni, verdure, legumi e spezie con una semola di grosse dimensioni: il maftoul e la già citata semola libanese di moghrabié. Da non tralasciare invece i couscous d'Israele, introdotti dalle comunità sefardite della dispora, da Marocco e Tunisia e adottati con successo dal popolo di Abramo.

Un piatto le cui radici affondano nell'Africa nera.
Alcuni indizi spingono linguisti, etnografici e antropologi dell'alimentazione ad ipotizzare che il cous cous, sia in realtà una rielaborazione berbero maghrebina ispirata da molti piatti originari del Sahel e dell'Africa sub sahariana, presenti in Niger, Mauritania, Mali, Ciad, Burkina Faso, Capo Verde, Mali, Sudan e Nigeria: paesi caratterizzati dai più bassi indici di sviluppo umano, dove i rari cereali disponibili, come il miglio, il sorgo, il fonio (Digitaria iburua) insieme a pochi altri ingredienti costituiscono il piatto unico di sussistenza. Le tribù nomadi di Tuareg del Sahara così come le più facoltose famiglie marocchine avevano alloro servizio schiave e dadà, spesso d'origine africana, queste introdussero diverse abitudini ed ingredienti estranei alle tradizioni del nord Africa, come il cous cous di miglio, carne, verdure e frutta secca ancora oggi utilizzato nella cucina senegalese per preparare il piatto dei pastori: il bassi salté, così come usano gli stessi Tuareg Kel Ahaggar del sud dell'Algeria. Del resto già nel 1352 il viaggiatore berbero Ibn Battuta, in un suo soggiorno in Mali e Mauritania descrisse piatti molto simili al cous cous a base di miglio serviti con latte acido e carne di pollo. Con l'islamizzazione dell' Africa subsahariana, lungo le piste del deserto battute dai pellegrini in viaggio verso la Mecca, si moltiplicarono le occasioni di scambio e contaminazione tra le diverse tradizioni. Il piatto unico di semola, carni, legumi e verdure, nel suo lungo viaggio nello spazio e nel tempo si modificherà per adattarsi ai gusti e ai prodotti dei popoli che l'hanno adottato, le semole varieranno da paese a paese; dal miglio dell' Africa sub sahariana si passerà al grano mediterraneo o alla semola di manioca (attieké) in Costa d'Avorio, piuttosto che al mais bianco in Cameroun, dove il couscous diventa una specie di polenta. Con la tratta degli schiavi trascinati dal Senegambia in sud America, il couscous arriverà in Brasile per diventare uno dei piatti simbolo della cucina di Sao Paulo, sotto forma di sformato e un dolce tra le comunità afro-brasiliane del Sertao.

di Vittorio Castellani http://www.acquadimaresanvito.it/

maggio 07, 2009

Tempo


La parola italiana tempo presenta una grande varietà di significati.
Tempo indica una successione di istanti ma anche un intervallo, che può essere compreso tra due eventi o estendersi parallelamente alla durata di qualcosa.
Il vocabolo tempo determina quindi un’epoca, un’età, o semplicemente un momento storico caratterizzato da elementi particolarmente significativi: pensiamo a espressioni come il tempo di Luigi XIV.
Questo primo gruppo di significati legati alla cronologia, era già presente nella parola latina tempus, da cui deriva la forma italiana attuale.
Tutti i derivati di tempus presenti nelle lingue romanze ammettono anche un significato meteorologico, cioè un valore di condizioni generali dell’atmosfera: oltre all’italiano tempo pensiamo al francese temps, allo spagnolo tiempo e al portoghese tempo.
Le lingue germaniche hanno invece due vocaboli distinti per indicare il tempo cronologico e quello meteorologico: in inglese troviamo rispettivamente time e weather, in tedesco Zeit e Wetter.
Anche in latino c’era questa distinzione che si esprimeva con la coppia di termini tempus e tempestas, una parola quest’ultima che in epoca classica significava genericamente un tempo meteorologico buono o cattivo.
Da quando il termine tempo è comparso nell’italiano antico, fino ai nostri giorni, tutti questi valori si sono conservati.
L’unica innovazione di rilievo ha avuto luogo nel Novecento, e si usa indicare con tempo una delle fasi regolamentari di una partita sportiva, o una delle parti di uno spettacolo o di un film.
Ciò che è cambiato maggiormente nella storia del termine tempo è l’insieme di esperienze concrete e di concezioni astratte alle quali il significato cronologico è stato progressivamente associato.
L’intuizione del tempo è influenzata dai cicli biologici, dall’alternarsi del giorno e della notte e delle stagioni, ma è anche collegata ai modi in cui la successione degli eventi viene misurata in una collettività e vissuta nelle relazioni sociali.
Il concetto di tempo cambia con l’evoluzione della storia: per l’uomo del Medioevo europeo, la giornata era scandita dalle campane che suonavano per ricordare i momenti canonici di devozione e preghiera.
L’idea di tempo che si affermò nella cristianità del primo millennio era invece soltanto interiore, e si fondava sul confronto dell’esperienza del ricordo del passato - la memoria - con quella dell’aspettativa del futuro.
Nell’antichità non esisteva un calendario unificato per tutta l’Europa, e anche nella sola penisola italiana convivevano vari sistemi cronologici nei quali la data di inizio di un anno cambiava a seconda delle diverse aree.
In seguito, i mercanti italiani entrarono in contatto con i sistemi di misurazione del tempo in uso nel mondo arabo e bizantino: vennero così introdotti gli astrolabi, le clessidre e in particolare alcuni meccanismi che sfruttavano il gioco di forze tra pesi e molle.
Con la rivoluzione tecnica e scientifica del Seicento, in Europa si diffusero gli orologi personali e, soprattutto, una nuova concezione del tempo fondata sul metodo sperimentale.
Per Galileo Galilei e Isaac Newton il tempo non è un’intuizione interiore della coscienza, ma una dimensione oggettiva della realtà che costituisce, insieme allo spazio, un parametro misurabile del movimento.
Nel nostro secolo l’idea di tempo ha subito ulteriori cambiamenti: nella grande industria meccanica i singoli gesti del lavoro sono codificati e cronometrati, e il ritmo è sempre più preciso e rapido.
Infine, nel 1954, l’unità di misura del tempo è stata fissata per la prima volta non in rapporto al moto apparente del sole, o ad altri fenomeni astronomici, ma in riferimento a una particolare radiazione atomica.

di Stefano Gensini e Giancarlo Schirru http://www.educational.rai.it/

Arte


Il latino ars, artis significava ogni abilità materiale o spirituale mirata a progettare o a costruire qualcosa.
Il senso della parola coincideva con quello del greco tékhne, e questo valore si conserva ancora oggi in alcune espressioni come ad arte, a regola d'arte.
In italiano arte appare alla fine del XIII secolo.
In origine, la parola indicava l'attività umana regolata da procedimenti tecnici e fondata sullo studio e sull'esperienza.
Prese poi il significato di attività consistente nel creare prodotti di cultura, che sono oggetto di reazioni del gusto e giudizi sul loro valore.
Questa seconda accezione indica sia l'attività del fare che il suo risultato, vale a dire l'opera.
Nel significato originario l'arte è la capacità dell'uomo di creare qualcosa che presenti caratteristiche di armonia e bellezza.
Dal Settecento la scienza filosofica che si occupa dell'arte e del bello è l'estetica.
L'arte è un'attività umana svolta manualmente o con l'intelletto, ed è diretta a comunicare i sentimenti e le impressioni dell'artista.
Si può manifestare attraverso testi letterari scritti o segni tracciati su una superficie, come disegni e pitture.
Può esprimersi con forme plastiche, come sculture o edifici, o tramite suoni associati o no al canto.
Sono dette arti, attività comuni e di carattere pratico, se svolte con perizia e secondo regole.
Abbiamo, ad esempio, l'arte dell'arredamento, della cucina, della sartoria.
Con un uso metaforico si parla anche di arte della politica o del governo, arte diplomatica o della guerra.
Il concetto di arte come attività svolta con particolare abilità era tipico dei romani, che chiamavano arti meccaniche le attività pratiche, e arti liberali quelle scientifiche e letterarie.
Nel Medioevo le arti liberali si suddivisero ancora in arti del trivio (grammatica, retorica, dialettica), e arti del quadrivio (aritmetica, musica, geometria, astronomia).
Oggi, con il termine arte si intende l'alta manifestazione delle capacità espressive e creative, e in particolare di quella capacità di inventare che è propria dell'uomo.
Questo significato odierno del vocabolo cominciò a delinearsi nel XIV secolo con riferimento alla pittura, alla scultura, all'architettura.
Si tratta delle cosiddette belle arti, una espressione che ha diversi corrispondenti nelle lingue europee.
Da qui la parola passò ad indicare la poesia, le lettere in genere e la musica.
Arti minori erano poi l'oreficeria, la ceramica e la decorazione.
Dal Medioevo alla Rivoluzione Francese, il termine indicò anche una organizzazione che riuniva artigiani, mercanti e lavoratori per tutelare i propri interessi.
Il vocabolo arte entra poi in locuzioni come figlio d'arte, nome d'arte o commedia dell'arte, e in una serie di modi di dire, tra i quali chi ha arte ha parte, senza arte né parte, impara l'arte e mettila da parte.

di Maurizio Dardano e Gianluca Frenguelli http://www.educational.rai.it/

Estetica


Il greco aisthetikòs si riferisce alla facoltà di percepire, di sentire, e deriva dal verbo aisthanesthai, percepire.
L’estetica è la dottrina della conoscenza sensibile, vale a dire della conoscenza del mondo attraverso i sensi, e in questa accezione il termine è usato dal filosofo Immanuel Kant.
La fortuna della parola e dei suoi derivati nel loro significato moderno, è dovuta invece al pensatore tedesco Alexander Gottlieb Baumgarten.
Questi fece uso per primo di estetica, con il suo valore attuale, in un opuscolo scritto nel 1735.
Da quel momento, comincia a delinearsi quello che diventerà il significato quasi esclusivo del termine: l’estetica diventa la dottrina del bello, dell’esperienza del bello, della produzione e dei prodotti d’arte.
Il vocabolo e il concetto hanno ampia diffusione nella cultura italiana soprattutto dal secondo Ottocento in poi, grazie a grandi studiosi quali Francesco De Sanctis e Benedetto Croce.
Nel corso della storia della filosofia si sono sviluppate molte teorie estetiche, diverse tra loro.
Il problema della possibilità di definire criteri generali del bello è infatti antico quanto la filosofia.
Esiste un bello di natura - le forme degli esseri umani, degli animali, dei fiori - e un bello d’arte - dipinti, statue, armonie musicali e altri prodotti umani.
Si è discusso a lungo se esista un criterio scientifico per distinguere ciò che è bello da ciò che è brutto.
A seconda delle epoche, dei paesi, delle culture, i modelli cambiano.
Nelle diverse epoche storiche si riscontra in genere un consenso nei riguardi di alcuni esempi di bello, ma neanche questi possono essere considerati eterni.
Accade infatti che nel corso della storia l’idea di bello sia oggetto di revisioni e di superamenti.
Fa parte dell’estetica la teoria del valore dell’arte.
Nell’antichità, l’arte fu definita come imitazione della natura, poiché il criterio del bello consisteva nella perfezione dell’imitazione.
In epoca moderna, l’arte è soprattutto quella capacità di inventare ed esprimere qualcosa che in natura non esiste.
In passato, all’arte si attribuiva il compito di educare; oggi si definisce artista chi ha una particolare abilità nel creare qualcosa di bello.
La caratteristica dell’opera d’arte è dunque quella di rappresentare una creazione autonoma, fine a se stessa.
Tale teoria si esprime nel detto l’arte per l’arte.
In questo senso il termine estetica indica anche il programma artistico al quale un autore si ispira nel corso della sua attività o la poetica che è alla base di un’opera d’arte.
Il vocabolo perde gradualmente il riferimento diretto all’esperienza artistica.
Alla fine del secolo scorso, passa nel linguaggio comune ad indicare oggetti di vario tipo, e così automobili, lumi, sedie, diventano prodotti estetici.
Estetica si trasforma in sinonimo di bellezza esteriore, per cui se ne parla a proposito della cura della bellezza femminile, e ci sono varie estensioni banali di questo termine di grande spessore culturale.
Ad esempio, il cosiddetto centro estetico, dove opera l’estetista, la persona esperta di trucco e maschere facciali.
Infine, ci sono gli inestetismi, difetti grandi e piccoli del corpo umano che innumerevoli prodotti di bellezza pretendono di eliminare.

di Maurizio Dardano e Gianluca Frenguelli http://www.educational.rai.it/

Civiltà


Il vocabolo latino civilitas significava propriamente l'essere cittadino.
Deriva infatti dall'aggettivo civilis, a sua volta legato al termine civis, cioè concittadino, membro della comunità di una città, con tutti i diritti e doveri che ciò comporta.
La parola civilitas poteva però anche essere usata in opposizione a rusticitas per indicare le buone maniere e la mitezza della vita di città contrapposte alla rozzezza e alla villania degli abitanti della campagna.
Come si vede, in questo caso la lingua latina riflette il punto di vista degli abitanti della città rispetto a quello dei contadini.
Da civilitas, o meglio dall'accusativo civilitatem, derivò nel Trecento la forma colta italiana civiltà, originariamente usata nei due significati latini: cioè col valore di comunità cittadina e con quello di gentilezza e buone maniere.
Il significato moderno del termine iniziò a prendere forma durante il Rinascimento, quando gli intellettuali europei acquisirono una coscienza più approfondita della differenza tra il proprio modo di vita, quello delle popolazioni extraeuropee, e quello dell'età antica.
Con civiltà si cominciò così a intendere, in opposizione a barbarie, il progresso di certe forme della vita sociale.
Per estensione il termine fu successivamente impiegato per indicare il complesso dei valori morali, dell'organizzazione politica, delle tradizioni, delle idee estetiche sul bello e sul brutto, che caratterizza la vita di un popolo in un particolare momento della sua storia.
In quest'accezione il termine si avvicina molto al significato della parola cultura.
Con civiltà possiamo così far riferimento alle esperienze più alte dei popoli del passato, come quando parliamo di civiltà classica o di civiltà egiziana, i cui reperti e i cui segni ci sono noti attraverso l'archeologia e la filologia e sono raccolti in musei e biblioteche.
Oppure civiltà può indicare la particolarità di una forma di vita del mondo contemporaneo: si può così parlare di civiltà europea e di civiltà orientale.
Infine il termine può essere esteso, grazie ai dati forniti dall'etnologia o dalla paleontologia, anche a società primitive del mondo contemporaneo e a momenti arcaici dell'evoluzione umana.

di Stefano Gensini e Giancarlo Schirru http://www.educational.rai.it/

Spazio


La parola spazio è presente in italiano fin dal XIII secolo, e deriva da un adattamento della forma latina spatium di cui assume anche il significato.
Il termine indica infatti un luogo più o meno ampio, una porzione della superficie della terra.
Spazio può denotare una distanza fisica tra due punti oppure un intervallo di tempo tra due avvenimenti, o anche, più comunemente, un luogo in cui abitare.
Dal Cinquecento in poi, questo significato originario ha iniziato a dilatarsi in un processo che è ancora in atto e che va in due diverse direzioni.
In entrambe, la voce italiana segue lo stesso destino delle forme corrispondenti nelle altre lingue europee, sia di quelle che derivano dal latino - il francese ‘espace’ e l'inglese ‘space’ - sia di altre, come il tedesco ‘Raum’.
Il senso di spazio si amplia in rapporto al ruolo crescente che le nuove lingue europee hanno assunto, durante il Rinascimento, nella comunicazione filosofica e scientifica.
Un settore, questo, nel quale in precedenza veniva utilizzato quasi unicamente il latino.
Nel XVI secolo, appare in italiano il significato assoluto di spazio, inteso come quella entità illimitata in cui si muovono i corpi.
Questo valore della parola spazio viene dal pensiero greco, soprattutto da Aristotele, e venne poi ereditato dall'uso filosofico della forma latina spatium durante l'età classica e il Medioevo.
Nei secoli successivi, il termine seguì il progredire della filosofia e delle scienze sperimentali in Europa.
L'inglese Isaac Newton, nel XVII secolo, coniò il concetto di spazio assoluto, vale a dire astratto dalla percezione sensibile dei corpi.
E il filosofo tedesco Immanuel Kant, nel secolo successivo, sostenne che spazio e tempo erano le strutture di base della conoscenza, non determinate dall'esperienza, ma necessarie per accedere all'esperienza dei fenomeni esterni.
Il concetto di spazio ha assunto così una posizione chiave nella fisica moderna.
Dal Rinascimento in poi la parola spazio ha gradualmente esteso il suo significato anche per l'ampliarsi della percezione del mondo seguita alle esplorazioni geografiche.
La coscienza europea entrava in contatto con aspetti inattesi del globo, e la scoperta di una città, di una nazione e di un paese implicava anche l'incontro con popoli e culture fino ad allora sconosciuti.
Emergevano così dimensioni fisiche di cui prima non si aveva esperienza, come l'inaspettata estensione della terra o i grandi oceani.
Si giunse poi all'esplorazione dei corpi celesti e del vuoto siderale esterno all'atmosfera terrestre.
Nel nostro secolo si diffonde infine il significato di spazio come cosmo, probabilmente per influsso dell'espressione inglese 'outer space', letteralmente spazio esterno.

di Sfefano Gensini e Giancarlo Schirru http://www.educational.rai.it/

Anima


La storia della parola anima si è strettamente intrecciata con quella della voce greca psyché, che originariamente significava soffio. Il latino presentava infatti due termini distinti dal solo genere grammaticale.
Il primo, animus, corradicale al greco anemos, cioè vento, indicava gli stadi superiori razionali ed emotivi dell'interiorità umana.
Il secondo, anima, era usato come termine corrispettivo della parola greca psyché ed era il nome di quel soffio vitale che, secondo la concezione antica, risiedeva all'interno degli esseri viventi e veniva espirato fuori al momento della morte.
La religione cristiana fece pero assumere alla parola greca anemos il significato completamente nuovo di parte spirituale e immortale dell'uomo, centro della sua vita morale, del pensiero, della volontà libera, dei valori etici. La nuova accezione si trasferì così sulla voce latina anima, a mano a mano che il Cristianesimo si diffondeva anche nella parte occidentale del Mediterraneo.
Il sostantivo animus uscì quindi dall'uso, mentre anima ha avuto seguito in tutte le lingue derivate dal latino. In italiano si ebbero due derivati: alma di origine popolare, ma che venne poi accolta dalla lingua poetica, e anima di origine colta, religiosa e filosofica.
Soltanto all'inizio del secolo scorso il termine anima comincia a restringere il suo campo di applicazione: in quegli anni, infatti, inizia a diffondersi in Europa l'indagine scientifica della personalità umana, effettuata con metodo sperimentale e con la pratica di laboratorio già affermatasi in altri rami della biologia e della medicina.
Per indicare il complesso della coscienza e del pensiero, ma anche dell'inconscio, delle pulsioni e delle ansie, venne così riutilizzata la parola psychè, adattata nella forma psiche e usata come prefisso in molti composti tra cui psicologia e psicanalisi.
Una pagina importante nella storia della parola anima è stata scritta proprio, all’inizio del Novecento, in ambito psicanalitico.
La teoria di Carl Gustav Jung definisce infatti funzione animica l’atteggiamento che il soggetto assume verso il mondo interiore che agisce in lui: nell’uomo questa funzione è detta anima, nella donna animus.
Ma, fatta eccezione per la vasta scuola junghiana, con il tempo il termine anima si è attestato in prevalenza in ambito religioso, ed attiene soprattutto al linguaggio morale e letterario o comunque a quelle concezioni filosofiche che vedono nella capacità creatrice dell'uomo e delle idee un diretto rapporto con il divino.

di Stefano Gensini e Giancarlo Schirru http://www.educational.rai.it/

Cultura


In italiano, cultura è un termine dotto che riprende la parola latina cultura, derivato dal verbo colere che significava coltivare, da cui proviene anche il nostro agricoltura, la coltivazione dei campi.
Il verbo in latino, con l’abbandono della vita nomade e l’affermarsi dell’agricoltura stanziale, da coltivare un territorio prese anche il significato di abitare, cioè vivere stabilmente in un determinato luogo; da qui il nostro inquilino, colui che abita in una casa altrui pagando l’affitto.
La coltivazione dei campi esigeva cure continue e attente, per cui in una società di agricoltori come quella della Roma delle origini, fu facile estendere l’uso del verbo colere a tutte le attività e situazioni che richiedevano un’assidua cura.
E il sostantivo cultus, tratto dal participio passato del verbo, venne a indicare non solo il coltivare, il far crescere, ma anche la cura in generale per qualcosa, e in senso specifico tanto il servizio religioso verso gli dei, quello cioè che tuttora chiamiamo culto, quanto la coltivazione degli esseri umani, in particolare dei giovani, cioè la loro educazione.
Da quest’ultima accezione proviene il valore di cultura nel suo senso moderno più generale: il complesso di conoscenze, tradizioni e saperi che ogni popoli considera fondamentali, e in quanto tali meritevoli di essere trasmessi alle generazioni successive.
Così in antropologia si parla di culture orali in riferimento a quelle società in cui la trasmissione delle conoscenze è affidata alla memoria degli anziani; e archeologi, storici e antropologi denominano cultura materiale l’insieme dei manufatti prodotti da una popolazione, grazie ai quali è possibile ricostruirne modi di vita e credenze, come ciascuno di noi può comprendere visitando un museo archeologico o etnografico.
Nella nostra civiltà occidentale fondata su una pratica millenaria di scrittura, il concetto di cultura è venuto però a sovrapporsi largamente al pieno possesso dell’alfabetizzazione, ed in pratica alla conoscenza di quanto depositato nei libri.
Nella mentalità corrente si è arrivati a considerare persone colte o addirittura uomini di cultura coloro che hanno letto tanti libri.
E anche nella definizione delle lingue di cultura del passato o attuali è prevalente il collegamento a importanti tradizioni letterarie scritte o più in generale culturali di grande prestigio.
Tuttavia, anche in società come la nostra, la cultura non si identifica esclusivamente con le tradizioni scritte: si pensi a culture di massa come quelle attuali, in cui attraverso i grandi mezzi di comunicazione si è affermata una multimedialità sempre più intensa, che unisce codice linguistico, soprattutto parlato, immagine e suono.
Non a caso la denominazione, coniata in tempi molto recenti, di beni culturali si estende non solo al patrimonio librario di una nazione, ma a tutta la sua arte, e addirittura all’ambiente.
D’altro canto, nel nostro villaggio globale, si sono ampliati e moltiplicati i processi di acculturazione e soprattutto di fusione fra culture di popoli e razze anche assai lontani.
Certo, l’altro, il diverso, corre sempre il rischio di essere guardato con sospetto e di generare conflitti: ma la storia ci mostra che la chiusura verso l’esterno non solo caratterizza in realtà una sottocultura, ma è alla lunga insostenibile e dannosa: ed è proprio ciò che la cultura ci insegna a evitare.

di Ignazio Baldelli e Ugo Vignuzzi http://www.educational.rai.it/

maggio 06, 2009

Fiera Internazionale del Libro di Torino


Imponente l'elenco dei grandi nomi che animano l'edizione 2009. In testa a tutti il Nobel turco Orhan Pamuk, che torna al Lingotto dove era già stato ospite nel 2001, prima della laurea svedese. Salman Rushdie presenta il suo nuovo romanzo. David Grossman (nella foto), particolarmente caro ai lettori italiani, il cinese Yu Hua, uno dei grandi narratori del suo Paese. Il poeta franco-siriano Adonis, lo svedese Björn Larsson, con i suoi racconti sul piacere della ricerca dedicati a Primo Levi, il danese Mikkel Birkegaard, l'argentino Alberto Manguel, gli spagnoli Alicia Giménez-Bartlett, Arturo Pérez-Reverte e Francisco Gonzáles Ledesma, il maestro del thriller Jeffrey Deaver in dialogo con il giovane collega italiano Donato Carrisi, gli americani Percival Everett, Todd Hasak Lowy, James Frey e Garth Stein; l'inglese Howard Jacobson, l'israeliano Yehoshua Kenaz, l'americano André Aciman, la tedesca Juli Zeh, il macedone Luan Starova, i libanesi Salwa Al-Neimi, Naiwa Barakat e Rashid Daif. John Simenon ricorderà il padre Georges.

Scrivere la Palestina
Tornano in Fiera gli scrittori palestinesi. Figure rappresentative, come quelle di Ibrahim Nasrallah (nella foto), poeta e narratore, autore di due romanzi tradotti in italiano (Febbre e Dentro la notte); Sayed Kashua, il giovane autore di Arabi danzanti (Guanda), un arabo israeliano che dà voce alla minoranza palestinese; la scrittrice e regista Liana Badr, che vive a Ramallah dove collabora con il ministero della cultura palestinese e ha pubblicato diversi racconti e romanzi che affrontano temi quali la condizione femminile, la donna, la guerra, l'esilio e il dramma palestinese. Del futuro prossimo della questione palestinese dopo Gaza discuterà in Fiera lo storico Ilan Pappé. Nato ad Haifa da una famiglia di ebrei tedeschi, e oggi professore a Exeter, è il critico più radicale delle politiche sioniste dal 1948 a oggi, e di quella che, come recita il titolo di un suo volume tradotto da Fazi, definisce la «pulizia etnica della Palestina».

Gli scrittori italiani

Presenti al Lingotto molti dei protagonisti della stagione letteraria. Dopo la prolusione inaugurale di Umberto Eco (nella foto), in dialogo con Jean-Claude Carrière sul futuro del libro, sono attesi Simonetta Agnello Hornby con il suo perturbante romanzo sugli abusi infantili, Alberto Bevilacqua nel segno del ritorno della sua Califfa, Gianrico Carofiglio con una conversazione sulla «Manutenzione delle parole», Erri De Luca con la sua fortunata storia di un'infanzia napoletana, Giorgio Faletti con il suo nuovo, atteso romanzo, Claudio Magris che riceverà un importante riconoscimento dalle mani del nuovo ministro spagnolo della Cultura, Angéles González-Sinde. E ancora Mauro Corona, Margaret Mazzantini che legge pagine del suo romanzo, Valerio M. Manfredi, Paolo Giordano che presenta quattro nuovi scrittori italiani, Lidia Ravera, Pino Roveredo in dialogo con Susanna Tamaro, Ugo Riccarelli, Antonio Scurati, Giuseppe Culicchia ed Emmanuelle de Villepin.È scritto direttamente in italiano anche il libro-rivelazione del giovane Nicolai Lilin, Un'educazione siberiana, travolgente racconto autobiografico di un'epopea criminale ai confini dell'Ucraina.Domenica sera, un reading in onore dei quattro tra i più importanti libri di poesia pubblicati in questi mesi. Sono quelli di Ottavio Fatica, Giancarlo Majorino, Davide Rondoni, Cesare Viviani, presentati da Giovanni Tesio..

Al centro della discussione. I dibattiti sui temi d'attualità

Come ogni anno, temi e problemi al centro del dibattito animano incontri cui il pubblico del Lingotto partecipa con forte passione: non modo di fare politica nel senso migliore del termine. Tra gli ospiti più attesi, l'indiana Vandana Shiva, in prima fila nella lotta contro la povertà e i disastri della globalizzazione, che presenta il suo nuovo libro, Ritorno alla Terra, in dialogo con Carlo Petrini e Ermanno Olmi. Mario Calabresi racconta il suo viaggio nell'America di Obama alle prese con la crisi. Di come superare il vicolo cieco del terrorismo lo specialista francese Gilles Kepel discute con Fouad Khaled Allam.
Torna al Lingotto anche Tariq Ramadan con un proposta destinata a far discutere: una lettura moderna che faccia uscire il Corano dal blocco ideologico in cui è imprigionato. Con lui Paola Caridi, autrice di un libro su Hamas. Dei diritti umani nel mondo, a partire dal caso Politkovskaja, discutono Emma Bonino, Pietro Marcenaro e Francesca Sforza. I diritti dei diversi sono al centro del nuovo libro di Annamaria Bernardini De Pace e del romanzo di Franco Buffoni, Zamel. La combattiva saggista egiziana Nawal Al Saadawi parla del difficile processo di emancipazione delle donne arabe, e del rapporto fra creatività e dissidenza. Marco Belpoliti (Il corpo del Capo) e Maria Latella (Come si conquista un Paese) analizzano l'ascesa di Berlusconi. Sul mestiere del poliziotto parlano protagonisti e testimoni quali Carlo Bonini, Giacomo Gensini e Simona Mammano.
Il pianeta Rai, le sue anomalie e i suoi sprechi, è al centro dell'indagine di Oliviero Beha e Carlo Rognoni. Stefano Rodotà tiene una lezione sulla Laicità. Le strategie politiche e finanziarie del Vaticano sono discusse da Michele Ainis, Gherardo Colombo, Giancarlo Nuzzi e Marco Politi, coordinati da Maurizio Belpietro. Una discussione su scienza, etica e politica prende avvio dal nuovo libro di Gilberto Corbellini, con Riccardo Chiaberge e Antonio Pascale.
In campo scientifico, molto atteso anche l'incontro con Rita Levi Montalcini (nella foto), che festeggia cento anni di inesauribile creatività. La intervista Daria Bignardi. E Danilo Mainardi, con Claudia Bordese, parla dell'intelligenza degli animali: parassiti inclusi.
Eugenio Scalfari tiene una lezione magistrale sulla Modernità. Nascita fulgore declino, e partecipa al certame in onore dei sessant'anni della Bur: dà voce a Friedrich Nietzsche nello scontro dialettico che lo oppone a Karl Marx, interpretato da Donald Sassoon. Giovanni De Luna cura un dibattito sulle «stagioni della memoria», ossia su come è cambiato il modo di raccontare la militanza politica nel Novecento, cui partecipano Fausto Bertinotti, Massimo D'Alema e Piero Fassino.
Per Minimum Fax un gruppo di scrittori e attori, tra cui Alessandro Bergonzoni, Ascanio Celestini, Giuseppe Genna e Michele Serra immaginano l'Italia di qui a vent'anni. Corrado Augias e il teologo Vito Mancuso confrontano le ragioni di atei e credenti.
Ancora: il magistrati Raffaello Cantone, Claudio Fava e Antonella Mascali raccontano le nuove frontiere alla lotta alla camorra e alla mafia. Le ragioni e le possibili vie d'uscita della crisi globale sono discusse da Franco Bassanini, Luciano Gallino, Loretta Napoleoni. Del potere delle idee discutono Luciano Canfora, Ezio Mauro e Aldo Schiavone. Non meno atteso il dibattito sulla crisi della sinistra, cui hanno già dato la loro adesione Edmondo Berselli, Fausto Bertinotti, Antonio Di Pietro e Mirella Serri.
A un dibattito sulla Giustizia sono chiamati Adriano Prosperi, il giudice Bruno Tinti e Carlo Federico Grosso. La povertà estrema, gli sprechi assurdi delle società opulente e la necessità di nuovi stili di vita sono temi legati tra loro, di cui parlano Cristina Gabetti, Antonio Galdo e Alberto Salza. Del mondo del lavoro, con le sue tragedie delle morti bianche, i licenziamenti, il precariato endemico, parlano scrittori come Tullio Avoledo, Andrea Bajani, Massimo Lolli e Antonio Pascale.

Musica, teatro, momenti di spettacolo

Musicisti, uomini di cinema e di teatro raccontano e si raccontano. Anche nel 2009 molte star dello spettacolo intervengono al Lingotto come autori e come interpreti. Si comincia giovedì con il nuovissimo romanzo di Claudio Baglioni, Q.P.G.A., acronimo di una canzone che ha fatto epoca. A seguire le memorie e i ricordi di Gino Paoli, che festeggia i cinquant'anni di carriera.
Venerdì, Giuseppe Cederna ci dà una lettura di testi di Oliver Sacks e altri autori che indagano i misteri del Sé. E Luca Ragagnin racconta i grandi del jazz con le improvvisazioni di Emanuele Cisi e Furio Di Castri.
Sabato Amleto, Alice e la Traviata, il travolgente show di Lella Costa; il libro-spettacolo di Ascanio Celestini, Lotta di classe, e il prezioso Sandokan ritrovato tra le carte di Hugo Pratt. Domenica la Fiera festeggia Franca Valeri. Paolo Conte presenta il nuovo libro a lui dedicato, Prima la musica. Dei rapporti tra cinema e letteratura discutono Pupi Avati, Gianni Canova e Filippo Timi. In serata la performance di Davide Enia, giovane e lanciatissimo attore-regista, autore de I capitoli dell'infanzia; lo spettacolo che Giorgio Conte dedica a Gozzano: È questa l'ora antica torinese; il concerto dell'ensemble di Tatè Nsongan in memoria della grande Miriam Makeba.Lunedì festa di chiusura con Lucio Dalla e Marco Alemanno, autori de Gli occhi di Lucio: una biografia-album per testi, musica e immagini.

Il Caffè Letterario della Fiera

Realizzato grazie al contributo del Comune di Torino, della Provincia di Torino e della Regione Piemonte, lo spazio del Caffè Letterario nel terzo padiglione del Lingotto offre anche quest'anno un fitto calendario di incontri, intervallati dalle pause caffé offerte da Caffé Vergnano.
Il Caffè Letterario è un grande stand di 280 metri quadri, nel Padiglione 3. I colori e le atmosfere dei caffè storici di Torino si alternano agli squarci sui più begli angoli del territorio piemontese: il Forte di Fenestrelle, la Reggia di Venaria con le sue mille meraviglie. E il Caffè si apre per incanto sul «salotto di Torino»: il barocco di Piazza San Carlo con i suoi portici e i suoi locali storici, tra i quali passeggiano - veri e propri turisti per caso - i grandi scrittori che hanno vissuto, raccontato e amato Torino nelle loro pagine: Alexandre Dumas, Friedrich Nietzsche, ...
In primo piano autori e libri che affrontano alcuni recenti misteri italiani, come la sparizione di Emanuela Orlandi (il romanzo di Ugo Barbara) e la strage alla stazione di Bologna (Patrick Fogli), ma anche momenti di riflessione sulle voci essenziali per la democrazia (con Salvatore Veca), i nuovi miti contemporanei rivisitati da Michel Maffesoli , indialogo con Francesco Bonami e Gianni Puglisi quasi mezzo secolo dopo il famoso saggio di Roland Barthes, le «istruzioni per l'uso» dell'Islam di Valentina Colombo, la Milano di Corrado Stajano, dagli untori del Manzoni all'immigrazione cinese.
Paolo Giordano, esordiente di lusso, presenta quattro nuovi promettenti narratori italiani: Christian Frascella, Martino Gozzi, Gaia Manzini, Laura Sandi. Scrive in italiano anche Nicolai Lilin, la cui Educazione siberiana promette di essere la rivelazione della stagione letteraria. Torna al Lingotto Enrico Brizzi con il suo viaggio a Gerusalemme. Andrea Mingardi si misura con il romanzo. Paolo Pejrone dialoga con Antonio Ricci sugli orti-giardino. Lorenza Foschini rivisita Proust. E si concluderanno al Caffè Letterario le letture itineranti di Brucia la città, il discusso romanzo che Giuseppe Culicchia ha dedicato a Torino. Significativa la presenza di scrittrici che raccontano la Storia come specchio di passioni che sono d'ogni tempo (Linda Ferri, Romana Petri, Cinzia Tani), rivisitano l'arte della biografia (Silvia Ronchey), misurano la drammatica vicenda di un destino già scritto (il romanzo «ceceno» di Emmanuelle de Villepin).
Di spicco anche la presenza di autori esteri: Hoda Barakat e Rashid Daif raccontano la vita quotidiana nella Beirut lacerata dalla guerra, la siriana Salwa al-Neimi (nella foto) presenta un romanzo che ci dà notizie sorprendenti sull'erotismo nel mondo arabo, la scrittrice e regista palestinese Liana Badr parla della difficoltà di fare cultura in un Paese occupato. E ancora, gli americani Alan Drew (la vita di una famiglia di Istanbul sconvolta da un terremoto) e Garth Stein, che fa raccontare xa un cane la vita strampalata degli uomini; l'inglese Howard Jacobson, la tedesca Juli Zeh, il danese Mikkel Birkegaard con il suo best-seller sul magico potere dei libri.
Al centro degli eventi promossi dalle istituzioni, le iniziative di Torino e del Piemonte per i 150 anni dell'Unità d'Italia, la situazione dei musei (con Fiorenzo Alfieri, Guido Curto, Daniele Jalla, Enrica Pagella, Alberto Vanelli), l'archivio storico Olivetti (con Valter Giuliano), le strategie di comunicazione e promozione della città (con Anna Martina).