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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

maggio 07, 2009

Cultura


In italiano, cultura è un termine dotto che riprende la parola latina cultura, derivato dal verbo colere che significava coltivare, da cui proviene anche il nostro agricoltura, la coltivazione dei campi.
Il verbo in latino, con l’abbandono della vita nomade e l’affermarsi dell’agricoltura stanziale, da coltivare un territorio prese anche il significato di abitare, cioè vivere stabilmente in un determinato luogo; da qui il nostro inquilino, colui che abita in una casa altrui pagando l’affitto.
La coltivazione dei campi esigeva cure continue e attente, per cui in una società di agricoltori come quella della Roma delle origini, fu facile estendere l’uso del verbo colere a tutte le attività e situazioni che richiedevano un’assidua cura.
E il sostantivo cultus, tratto dal participio passato del verbo, venne a indicare non solo il coltivare, il far crescere, ma anche la cura in generale per qualcosa, e in senso specifico tanto il servizio religioso verso gli dei, quello cioè che tuttora chiamiamo culto, quanto la coltivazione degli esseri umani, in particolare dei giovani, cioè la loro educazione.
Da quest’ultima accezione proviene il valore di cultura nel suo senso moderno più generale: il complesso di conoscenze, tradizioni e saperi che ogni popoli considera fondamentali, e in quanto tali meritevoli di essere trasmessi alle generazioni successive.
Così in antropologia si parla di culture orali in riferimento a quelle società in cui la trasmissione delle conoscenze è affidata alla memoria degli anziani; e archeologi, storici e antropologi denominano cultura materiale l’insieme dei manufatti prodotti da una popolazione, grazie ai quali è possibile ricostruirne modi di vita e credenze, come ciascuno di noi può comprendere visitando un museo archeologico o etnografico.
Nella nostra civiltà occidentale fondata su una pratica millenaria di scrittura, il concetto di cultura è venuto però a sovrapporsi largamente al pieno possesso dell’alfabetizzazione, ed in pratica alla conoscenza di quanto depositato nei libri.
Nella mentalità corrente si è arrivati a considerare persone colte o addirittura uomini di cultura coloro che hanno letto tanti libri.
E anche nella definizione delle lingue di cultura del passato o attuali è prevalente il collegamento a importanti tradizioni letterarie scritte o più in generale culturali di grande prestigio.
Tuttavia, anche in società come la nostra, la cultura non si identifica esclusivamente con le tradizioni scritte: si pensi a culture di massa come quelle attuali, in cui attraverso i grandi mezzi di comunicazione si è affermata una multimedialità sempre più intensa, che unisce codice linguistico, soprattutto parlato, immagine e suono.
Non a caso la denominazione, coniata in tempi molto recenti, di beni culturali si estende non solo al patrimonio librario di una nazione, ma a tutta la sua arte, e addirittura all’ambiente.
D’altro canto, nel nostro villaggio globale, si sono ampliati e moltiplicati i processi di acculturazione e soprattutto di fusione fra culture di popoli e razze anche assai lontani.
Certo, l’altro, il diverso, corre sempre il rischio di essere guardato con sospetto e di generare conflitti: ma la storia ci mostra che la chiusura verso l’esterno non solo caratterizza in realtà una sottocultura, ma è alla lunga insostenibile e dannosa: ed è proprio ciò che la cultura ci insegna a evitare.

di Ignazio Baldelli e Ugo Vignuzzi http://www.educational.rai.it/

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