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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

maggio 29, 2009

La penna spezzata di Salgàri.

Emilio Salgàri nasce a Verona il 21 agosto 1862. Il padre è un negoziante di stoffe, e la madre, Luigia Giustina Gradara, è veneziana di origine dalmata. Il nome di Salgàri deriva da “salgàr” che in veneto vuol dire “salice”, ma lo chiamano presto il Saltarello, perché è di bassa statura: anche da adulto tocca appena un metro e cinquanta.
Rivela presto una personalità vivace ed esuberante, talora invece chiusa e silenziosa. Il suo curriculum scolastico è un disastro. Nell’ottobre 1878, all’età di 16 anni, va a vivere a Venezia con la nonna materna, e frequenta come uditore il primo corso del Regio Istituto Nautico “Paolo Sarpi”. Tenta l’esame di ammissione al secondo anno, ma viene bocciato. Riparte frequentando il primo corso per “capitano di gran cabotaggio” e finalmente viene promosso.
Nasce così il sogno di diventare capitano, ma l’esame di licenza nel 1881 si conclude con un altro disastro. L’estate precedente si era imbarcato come mozzo su “Italia Una”, una nave che faceva la spola in adriatico. Tre mesi di navigazione piuttosto monotoni che saranno punico periodo in cui è salito su un’imbarcazione. Con la bocciatura termina sia il corso di studi sia il sogno di raggiungere gli oceani.
Tra bugie e fantasie
Emilio era decisamente brutto: “aveva un modo strano di camminare, un po’ come se avesse subito il cedimento dell’arco plantare […] Aveva una testa grossa, che dopo il soggiorno a Venezia era coperta sempre da un berretto alla marinara” (Silvino Gonzato, Emilio Salgari. Neri Pozza 1995). Il fallimento scolastico, le sgradevolezze fisiche danno ragione della sua grande tendenza alle bugie e al racconto di grandi prodezze, sorretto da una fantasia che lo aiutava a fuggire da una realtà in cui certamente si percepiva come sconfitto. Per tutta la vita raccontò di aver raggiunto il grado di capitano, nascondendo i suoi fallimenti scolastici; in un’occasione, sfido a duello che l’aveva smascherato.
Dopo Venezia, Emilio ritorna a Verona, e passa due o tre anni leggendo e scrivendo; poi finalmente torva lavoro nella redazione del giornale “La Nuova Arena”, dal 15 settembre al 12 ottobre 1883, pubblica Tay-See, che è un grande successo. Segue la pubblicazione di La tigre della Malesia, in 150 puntate. È dotato di una fantasia straordinaria, capace di raccontare cronache di viaggi che non aveva mai fatto e che diverranno, nel genere letterario, grandi romanzi popolari.
Nel 1892 avvengono due fatti importanti: sposa Ida Peruzzi, che egli chiamerà sempre Aida, e lascia Verona per Torino, avendo firmato un contratto con l’editore Speirani, con cui pubblica una trentina di romanzi. Nel 1898 passa all’editore Donath di Genova, e si trasferisce nella città ligure, ma nel 1906 torna a Torino, chiamato dall’editore Bemporad, e vi rimarrà fino alla morte.
Le stime più recenti gli attribuiscono una quantità enorme di pagine: 82 romanzi e 100 novelle composti in 27 anni di lavoro. La difficoltà di una bibliografia completa e credibile si lega ai molti falsi e alle opere scritte con pseudonimi.
Come un samurai
Ma per noi Salgàri è un caso veramente estremo, e lo diventa in maniera indiscutibile per la sua morte.
Il primo mancato suicidio è del 1910, quello realizzato del 1911: “Emilio aveva cercato la morte alla maniera dei samurai, lasciandosi cadere sulla punta di una spada. La lama era però scivolata sulla parte sinistra del torace, lacerandola, ma senza penetrare in profondità” (ibidem, p162). Occorre a questo punto richiamare la caratteristica alternanza tra momenti espansivi e momenti di chiusura infantile: quello che Silvino Gonzato chiama “il crudele gioco delle sue depressioni ed esaltazione”.
Nel 1910 Salgàri è certamente in una fase depressiva, terrorizzato all’idea di diventare cieco: una valutazione estremamente pessimistica di un disturbo agli occhi che accusa da tempo. In queste fasi combatteva la depressione bevendo: aveva sempre davanti a sé una bottiglia di marsala che vuotava come fosse acqua fresca. Come Yanez, fumava cento sigarette al giorno.
Una famiglia segnata
Tra il primo episodio suicidario e quello finale si inseriscono due eventi: la malattia di Aida, che verrà ricoverata in manicomio e non uscirà più, e l’eccessiva preoccupazione per la propria condizione economica .
La cartella clinica del manicomio di Collegno descrive Aida (43 anni al momento del ricovero) come “esaltata, gaia, logorroica, clamorosa”; e diagnostica una “psicosi periodica con esaltazione maniaca”. Nel proseguo del ricovero si precisa che la paziente ha perduto il rapporto di realtà, è allucinata e ha deliri mistici. Le vengono somministrate terapie sedative al cloralio e viene trattata con docce di acqua fredda per calmare gli eccessi d’ira. Muore il 1° ottobre del 1922, senza più avere percezione del marito, né di come è morto.
Oltre a Emilio, nella famiglia Salgàri, si è suicidato il padre, nel 1889; tra i suoi quattro figli, nel 1931 si suiciderà Romero, a 33 anni, e nel 1963 Omar.
Ma veniamo alla cronaca del 25 aprile 1911. Il mattino Emilio saluta i figli dicendo che sarebbe andato in città per affari. Prende il tram, ma scende dopo qualche fermata e imbocca la strada verso i boschi di Val San Martino, un luogo dove andava spesso con la famiglia. “Il capitano […] si tolse la giacca e la cravatta, posò il bastone su un ciuffo d’erba […] e con un rasoio, con furia spaventosa, si colpì ripetutamente all’addome e alla gola. L’agonia fu lunga e terribile […] Da uno squarcio di nove centimetri nell’addome erano uscite diverse anse intestinali, mentre la gola appariva orrendamente devastata da tre rasoiate”, (ibidem, pp178-179). Il prof Mario Carrara, medico legale, accertò che la morte era avvenuta “per scannamento”.
Tre lettere
Il terrore, tipicamente depressivo, di non poter aiutare la famiglia, ed esser anzi di danno, trova testimonianza nelle tre lettere che lasciò prima del suicidio.
La prima è Ai miei editori: “A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi miseria od anche più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dato, pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna”.
La seconda è Ai miei cari figli: “sono ormai un vinto, la pazzia di vostra madre mi ha spezzato il cuore e tutte le energie […] Vi bacia tutti, col cuore sanguinante, il vostro disgraziato padre”.
La terza è rivolta Ai direttori dei quotidiani torinesi: vinto dai dispiaceri di ogni sorta, ridotto alla miseria malgrado l’enorme mole di lavoro, colla moglie pazza in ospedale […]mi sopprimo […]
Vi prego, signori direttori, di aprire una sottoscrizione per togliere dalla miseria i miei quattro figli”.Emilio Salgàri, il più noto e popolare degli scrittori italiani del primo Novecento, è stato affetto da una psicosi maniaco-depressiva (oggi detta “disturbo bipolare”) che gli ha concesso, nelle fasi iperattive, una produttività sconfinata, e in quelle depressive la percezione di una vita fallita, che nell’ultimo periodo lo portò al suicidio, Aveva 49 anni.

di Vittorio Andreoli per Mente&cervello
V.A. nato a Verona nel 1940, si laurea in Medicina e Chirurgia all'Università di Padova col Prof. Massimo Aloisi e si dedica quindi alla ricerca sperimentale in biologia scegliendo come "organo" l'encefalo. Lavora in Inghilterra all'Università di Cambridge e negli Stati Uniti alla Cornell University di New York. In questo periodo è assistente all'Istituto di Farmacologia dell'Università di Milano, dove si rivolge alla ricerca neuropsicofarmacologica. Il comportamento dell'uomo e la follia diventano ben presto il fulcro dei suoi interessi e ciò determina uno a svolta del suo impegno verso la neurologia e successivamente la psichiatria, discipline di cui diventa specialista. Lavora alla Harvard University col Prof.S.S.Kety, con un'impostazione psichiatrica che sembra permettere l'integrazione tra interessi biologici sperimentali e clinica. Attualmente è Direttore del Dipartimento di Psichiatria di Verona - Soave. E' membro della The New York Academy of Sciences. E' Presidente della Section Committee on Psychopathology of Expression della World Psychiatric Association.

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