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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

maggio 26, 2009

Pedro Almodovar: Los abrazos rotos (Gli abbracci spezzati)


Los abrazos rotos (Gli abbracci spezzati), il suo ultimo film in concorso al Festival di Cannes, è una sorta di thriller sulla personalità, in cui si parla di sdoppiamenti d’identità, traumi nascosti nel passato, trasfigurazioni nella finzione…
Quando Pedro Almodovar ne iniziò la lavorazione, disse che l’idea della storia gli era venuta in un momento nel quale soffriva di terribili emicranie. Il film è servito come terapia?
Si ma non è che volessi fare un film sulle emicranie. In Los abrazos rotos non appare un solo analgesico. C’è, invece, un regista che vive nell’oscurità. Il personaggio nasce dall’oscurità nella quale vivevo io in quei momenti. Se ci sono tante foto mie con occhiali neri non è per ragioni di glamour ma per la fotografia, fotofobia ed emicrania vanno insieme. E, a pensarci, è un paradosso, in quanto io lavoro proprio con la luce, circondato da mille kilowatt di luce per mesi, e di fronte a schermi luminosi. Però non per questo cambierò professione. Nonostante tutti questi inconvenienti, il momento in cui mi sento meglio è quando giro. L’ho capito soprattutto in questo film. Non utilizzo il cinema come terapia, ma ho scoperto che il momento in cui ho meno dolori di testa è quando sto girando. Nello stupendo film Il divo ho scoperto che Andreotti soffre da sempre di emicranie. Mi sono rallegrato nel constatare che questo non gli ha impedito di compiere novant’anni, sebbene forse la chiave di tanta resistenza consista nell’essere diabolici come lui…
Quando pensa al giovane Pedro, colorato, folle e spudorato dell’esplosione della movida, cosa prova per lui? Era più coraggioso o più incosciente? Che cosa conserva di quella meravigliosa spudoratezza?
Provo un’enorme invidia (che non è nostalgia) per la follia di quelle notti interminabili, e per la spudoratezza come stato di esprimersi e dell’incoscienza. Ho avuto la fortuna di essere giovane in un momento in cui la Spagna viveva un’esplosione di libertà che non avevamo mai conosciuto prima. La follia di quegli anni, dal ’77 all’84, è stata la mia migliore scuola. Adesso, la celebrità mi obbliga a essere più misurato e discreto, nei miei atti e nelle mia parole, sebbene a volte mi risulti molto difficile. L’umorismo e la spontaneità li sviluppo prevalentemente in privato. Viviamo in momenti in cui tutto viene male interpretato. A ogni modo continuo ad essere abbastanza “politicamente scorretto”. E la possibile cautela che cerco di avere nella mia vita pubblica scompare quando giro. Scrivo e dirigo con l’incoscienza del cuore.
Che ricordi ha della Spagna del franchismo?
Ricordi di oscurantismo. La paura come una densa nebbia nella quale vivi e respiri. IL silenzio. La vulnerabilità. Ricordo le zitelle del mio paese per la repressione sessuale dell’epoca (fine anni 50 e 60). Quelle povere donne narcotizzate da una religione, quella cattolica, crudele al pari dello stesso potere franchista. Ma quando hai vent’anni impari a vivere in qualunque circostanza. Ricordo che, nei primi anni 70, quando restavano al dittatore ancora cinque anni di vita, io giravo i miei primi film in Super 8 in mezzo alla campagna, in un luogo dove nessuno potesse vederci. E già erano film dove i personaggi erano giovani e promiscui e transitavano da un sesso all’altro.
Adesso mi rendo conto del pericolo che correvamo. Giravo i film in campagna perché era più difficile che ci vedesse qualcuno, e approfittando della luce del sole perché non avevo luci da usare.
Tra i suoi film quali ritiene più significativi per l’evoluzione del pensiero in Spagna – e non solo – riguardo al rispetto dei diritti civili e all’apertura nei confronti della famiglia allargata?
In tutti i miei film, inclusi i primi, la famiglia si presenta come un nucleo naturale, a volte casuale, basato sull’amore e sulla cura dei suoi membri. Già in La legge del desiderio, dell’86, due fratelli, uno transessuale e l’altro omosessuale, adottavano la figlia di Carmen Maura e i tre formavano un’autentica famiglia. Tutto il mio cinema promuove un tipo di vita dove la libertà e l’autonomia morale ei personaggi sono essenziali. Che siano suore, ragazze moderne. Infermiere, casalinghe o travestiti: tutti e tutte sono padroni della loro vita. Però non so fino a che punto i miei film siano stati così essenziali nel mio Paese. Magari avessero aiutato in qualcosa. A volte credo, che rispetto a questo tema, mi si attribuisca più importanza di quanta io ne abbia avuta. È vero che mi sono sviluppato in consonanza con il mio Paese, sono nato come cineasta con la democrazia e sono maturato con lei. Ma credo che i veri artefici dei diritti civili raggiunti negli ultimi anni siano i cittadini spagnoli.
Si è appena celebrata la giornata mondiale contro l’omofobia (16 maggio anche in Italia ndr). Quanto pensa che iniziative come questa possano influire sull’opinione pubblica e far avanzare la cultura delle diversità?
È difficile sapere cosa possa influire sulla pigra opinione pubblica, però è molto importante che ogni anno si ricordi ai cittadini di tutto il mondo l’obbligo di mantenere viva la diversità culturale, perché la diversità è sinonimo di vita e di ricchezza, in tutti i sensi. Perché la cultura riguarda il modo di parlare, di fare cinema, di scrivere, di vivere e di intendere la vita. È bene che, varcando una frontiera, uno si trovi un paesaggio diverso da quello del proprio Paese, con persone che vivono secondo altre abitudini. Ogni forma di lotta contro l’uniformizzazione non è mai troppa. Il mondo è molto diverso e deve continuare ad esserlo. È una questione ecologica. Nessuna cultura, per piccola e rara che sia, può scomparire.
Oggi vive in un Paese tra i più vitali, aperti e liberi d’Europa. Le è mai capitato, girando il mondo, di subire o di assistere ad episodi di intolleranza?
Quando entro negli Stati Uniti, non posso evitare di sentirmi nervoso. Ho sempre la sensazione ch mi fermeranno all’Ufficio immigrazione e non mi lasceranno più andare. Non ho vissuto di persona episodi di intolleranza, ma basta leggere un giornale per capire che lì le persone non possono circolare liberamente, che a volte basta avere la barba o un colore di pelle più scuro perché ti impediscano il passaggio. E deploro il trattamento che è riservato agli immigrati in Europa, compresa la Spagna.
Oggi, da uno a dieci, quanto è pessimista o ottimista nei confronti del futuro, dell’umanità, del cinema? La sua passione per il cinema è viva come sempre?
È una domanda molto difficile. Tutto indica che andiamo dal peggio al molto peggio. Però io insisto nell’essere ottimista, cerco di non perdere la mia vitalità naturale, sebbene non disponga di argomentazioni per alimentarla. Il mondo attraversa un momento molto complicato, stiamo vivendo un cambiamento d’era nel quale il futuro si presenta come qualcosa di incerto, per la prima volta non si sa verso dove andiamo. Si sono esauriti i modelli. E questo è terribile. Non voglio essere pessimista, però mi sento molto inquieto, in questo futuro incerto includo naturalmente il mio Paese. Rispetto al cinema, non è questo il suo miglior momento, però appariranno sempre capolavori in qualunque parte del mondo, in minore quantità rispetto a quaranta o cinquant’anni da, ma il cinema continua a essere vivo e continuerà a sorprenderci e a emozionarci. E la passione che sento per il cinema come regista e come spettatore, è la stessa di quando ho iniziato. L’unica differenza è che adesso ne sono più consapevole. Di fatto, il mio ultimo film Los abrazos rotos è , tra le altre cose, la mia dichiarazione d’amore al cinema. IL cambiamento epocale del quale parlavo metterà fine alle sale cinematografiche a favore degli schermi domestici. Ma finché resterà aperta anche una sola sala cinematografica, continuerò ad andare a vedere i film davanti a schermi che siano molto più grandi di me.
Maria Pia Fusco Il Venerdì
(ha collaborato Lorenza Del Tosto)
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