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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

maggio 14, 2009

Teatro Regio di Torino: Le capacità per sconfiggere la crisi


L’opera vincerà». E forse stavolta l’ottimismo della volontà non sarà smentito dal pessimismo della ragione. Perché lo slogan scelto dal Regio di Torino per incorniciare la stagione 2009/10 si riflette in un cartellone apprezzabile per qualità e quantità, in un momento in cui per l’opera in Italia, Scala a parte, scarseggiano l’una e l’altra. La forbice ha colpito anche in piazza Castello ma, proclama il sovrintendente Walter Vergnano, «abbiamo tagliato su tutto tranne che sulla stagione». Com’è giusto: salviamo l’arrosto e pazienza per il fumo e anche per il contorno (quindi, per esempio, al Piccolo Regio ci sarà poco o nulla. E, tanto per lanciare un messaggio orbi ma soprattutto urbi, niente buffet al termine della solita affollatissima conferenza-stampa, che poi in realtà è una specie di reality show dove chiunque può brandire il microfono e parlare di tutto, ma soprattutto di se stesso).Come ampiamente anticipato, inaugurazione il 14 ottobre con una Traviata che si annuncia imperdibile per tre ragioni. Prima, sul podio c’è l’amato direttore musicale della maison, Gianandrea Noseda; seconda, lo spettacolo è griffato da Laurent Pelly, uno dei maggiori registi di oggi (infatti in Italia lo ignorano), però finora più incline al brillante, come confermano i migliori Offenbach degli ultimi decenni; terza, la compagnia è importante, con Elena Mosuc, Francesco Meli e Carlos Alvarez. Che il teatro ambisca al salto di qualità internazionale lo conferma la scelta dei registi, controcorrente in un Paese dove credono ancora che il massimo sia Zeffirelli: a parte forse quello di Yannis Kokkos per Tancredi, i nomi sono stimolanti, come Davide Livermore per Idomeneo o Denis Krief per Luisa Miller. E il Peter Grimes di Willy Decker in arrivo da Bruxelles è genio puro. Anche le bacchette sono di qualità. Noseda apre e poi sparisce fino a maggio, quando torna per La Bohème (ma lasciando la prima - elegante gesto stile Abbado - al giovin direttore Daniele Rustioni) e per il Manfred di Schumann coprodotto con lo Stabile e deambulante fra Carignano e Regio. Che il talentuoso Kristjan Järvi, figlio di Neeme e fratello di Paavo, abbia voluto dirigere Tancredi (versione di Ferrara, con il finale tragico) è sorprendente. Poi arrivano Tomas Netopil per Idomeneo, Yutaka Sado per Britten e Donato Renzetti per la Miller. Semyon Bychkov fa Tannhäuser con un discreto cast, ma purtroppo sono solo due recite e per di più in concerto: l’idea che le opere di Wagner in frac «reggano» più di altre è diffusa ma sbagliata.Capitolo voci. Da segnalare le due donne del Tancredi, Daniela Barcellona e Patrizia Ciofi, l’altra coppia Eva Mei-Darina Takova per Ilia ed Elettra dell’Idomeneo, quel che resta di Neil Shicoff (sempre grande artista, però) come Grimes, Fiorenza Cedolins-Luisa, Barbara Frittoli-Mimì, eccetera. Ci si permette perfino qualche lusso, tipo Kwangchul Youn, Gurnemanz «en titre» a Bayreuth, che fa il Langravio. Il balletto d’obbligo è Lo schiaccianoci, piazzato ovviamente sotto Natale con gli allievi di una scuola, sia pure la migliore del mondo: l’Accademia Vaganova di San Pietroburgo.Due, infine, le novità. Una è il debutto di una specie di Maggio musicale torinese: in quel mese, il Regio diventerà un teatro di repertorio, alternando 15 recite di tre titoli popolari come Barbiere, Elisir d’amore (che alla fine di questa stagione verrà portato a Racconigi e nella prossima in tour in Piemonte) e Bohème. Che i nostri teatri debbano prima o poi battere questa strada è evidente a chiunque sappia di cosa si stia parlando: che il Regio (dopo Firenze, per la verità) ci si incammini è cosa buona e giusta. È poi molto prestigiosa, novità numero due, la «Stagione d’oriente», cioè la tournée in Giappone e Cina fra luglio e agosto 2010: una consacrazione, tanto più che a Tokyo si suona al Bunka Kaikan, la sala più glam. I titoli da esportazione sono quelli del «made in Italy» più tipico: La traviata con la divinissima Natalie Dessay (e il di lei marito Laurent Naouri come Germont senior) e due-Bohème-due: a Tokyo e Yokohama quella «del centenario» di Patroni Griffi, a Shangai quella «tascabile» con le scene di Guglielminetti. Insomma, per il Regio è sol levante; considerato che nel resto d’Italia è piuttosto sol tramontante, bene bravi bis.

di Alberto Mattioli

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