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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

giugno 25, 2009

PPP: il pericolo dell'idea fascista.


Signor Pasolini, perché tante giovani menti vengono attratte dal pericolo dell’idea fascista? Vivendo in una società di giovani, noi ci poniamo questa domanda e non sappiamo rispondere. Michele Brucculeri, Daniele Squinzani - Torino


Le racconto un caso personale, un esempio. Lei forse saprà o immaginerà come la mia vita sia funestata da una serie di doveri inutili. Un rispondere a vuoto a domande fatte a vuoto. Il vivere cioè in parte nel mondo della pseudo-cultura, o come dice più esplicitamente la mia amica EIsa Morante, dell’irrealtà. Devo questo alla parte pubblica della mia vita: a quel tanto di me che non mi appartiene, e che è divenuto come una maschera da Nuovo Teatro dell’Arte; un mostro che deve essere quello che il pubblico vuole che sia. Io cerco di lottare, donchisciottescamente, contro questa fatalità che mi toglie a me stesso, mi rende automa da rotocalco, e finisce poi per riflettersi su me stesso, come una malattia. Ma pare che non ci sia nulla da fare. Il successo è, per una vita morale e sentimentale, qualcosa di orrendo, e basta. Molti, troppi giornalisti hanno finito col rappresentare, un po’ alla volta, questo mondo nemico che vuole che i suoi personaggi siano come lui crede che siano. E, un po’ alla volta, ho finito col provare, verso di loro, una specie di rancore, di risentimento oscuro, di patologica irritazione; solo la vista di un’edicola, in certi momenti della giornata, può farmi star male. Bene, questo è un preambolo. Avrei potuto tenerlo anche per me, è vero. Ma lei mi comprenda. Munito di questa prevenzione, di questa avversione sorda e dolorosa, non avrei voluto farmi intervistare, alcune settimane fa, per un rotocalco molto diffuso. Ho resistito a lungo. Poi ho ceduto, un po’ per debolezza (non sono capace di ostinarmi a negare un favore), un po’ per ingenuità (mi illudo sempre che le cose possano andar meglio di quanto si prevede per esperienza). Così mi sono fatto intervistare da una giornalista: una signora ancora giovane, un po’ pallida, ma dura di lineamenti: una tipica donna che viene dalla provincia e vive sola, del suo lavoro. Ne ho avuto un’impressione buona: e non potevo tradire il rispetto che provavo per lei, dandole un’intervista di maniera, calcolata, fredda. Ho chiacchierato come con un’amica. Era anche il mio primo giorno di vacanza, dopo il lungo lavoro del doppiaggio di Mamma Roma: ero abbastanza di buon umore. Sono andato a prenderla a casa sua, in un bianco e bruciante lungotevere, siamo corsi festosamente per la via del Mare, verso Ostia, abbiamo fatto il bagno, in quella pace che è quasi un frastuono dei giorni più puri dell’estate. E abbiamo chiacchierato, un po’ di tutto, di letteratura, di cinema, di noi. Per quanto mi consentiva la mia eterna timidezza, io cercavo di essere del tutto sincero con lei: e lo ero senza fatica, in realtà. Forse perché lei conosceva il suo mestiere, come un buon medico, un buon avvocato: che sanno ascoltare e farti dire, quasi col silenzio, quello che è necessario tu dica. Io me ne rendevo conto, e lo rispettavo, quel suo mestiere: era un titolo di merito, per lei, di fronte a me. Anche lei, del resto, mi parlava di se stessa, dei suoi problemi: la storia del suo matrimonio, la storia del suo lavoro: e suo figlio. Ecco, suo figlio, un adolescente di quattordici o quindici anni, nato da un matrimonio felice-infelice, e ora solo con lei: un figlio fascista. Perché era fascista? Forse per protesta contro di lei: l’eterna polemica dei figli contro i genitori, quando i genitori, in qualche modo, sono oggetto di una elementare ed inconscia condanna morale. O forse perché abbandonato a se stesso per molti mesi, con una governante indifferente, in un quartiere perbene della città, con compagni di scuola ricchi e stupidi e, praticamente, tutti fascisti. Una serie di concomitanze. Per creare questo fatto assurdo, doloroso: da far stringere i pugni di rabbia, da far venire un nodo alla gola per l’esasperazione. Lei, la madre, era preoccupata: come di un piccolo. dramma familiare e sociale. Mi diceva che stava lottando, col figlio, cercando di non prevaricare, di non ricattarlo in nome dell’autorità di madre o dell’esperienza. Era difficile, insomma. L’aveva portato a vedere Allarmi siam fascisti [1], e, sperava, non senza qualche buon risultato. Il duce, almeno, era apparso al ragazzo come una figura un po’ pazzesca e ridicola. Poi il discorso sul figlio cadde, secondo la souplesse mondana di colloqui del genere, e passammo ad altro. Così quella ragazza dal volto nudo e duro, scomparve, con la prima giornata di vacanza dell’estate, dalla mia complicata esistenza. Qualche settimana dopo, uscì il suo pezzo sul rotocalco. Era quanto di più offensivo si potesse scrivere nei miei riguardi: offensivo perché scritto non dal solito imbecille che mi detesta in nome dei suoi padroni reali o immaginari, ma da una persona educata, civile, a un livello giornalistico buono. Mi offendeva il fatto di veder ribaditi, da quella persona che mi era parsa rispettabile, tutti i luoghi comuni che persone indegne di ogni rispetto hanno accumulato su me, per farne quella maschera da Nuovo Teatro dell’Arte che dicevo: le «esperienze violente», la «poesia maudite», l’abilità affaristica, la gratuità dell’uso del dialetto e del gergo. Giudizi da provinciale e da ignorante, che, quasi per inerzia, la mia amica di un giorno ha ripetuto con l’ebbrezza che dà l’ammiccare attraverso il luogo comune con dei sordidi complici. Ecco un’operazione fascista: ma fascista nel fondo, nei ripostigli più segreti dell’anima. L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo. Essere laici, liberali, non significa nulla, quando manca quella forza morale che riesca a vincere la tentazione di essere partecipi a un mondo che apparentemente funziona, con le sue leggi allettanti e crudeli. Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società. In fondo, il figlio è meno fascista della madre: o, almeno, nel suo fascismo c’è qualcosa di nobile, di cui egli stesso non può essere certamente conscio: una protesta, una rabbia. Nella sua onestà di adolescente, egli capisce che il mondo in cui vive è, nel fondo, atroce: e vi si scaglia contro, con la forza dello scandalo che dà a un ragazzo la sua idea del fascismo. Il fascismo della madre invece è cedimento morale, complicità con la manipolazione artificiale delle idee con cui il neocapitalismo sta formando il suo nuovo potere. Confesso che ho provato un momento di rabbia quasi poetica, contro quella madre. E mi è venuto fatto di pensare che quel figlio fascista lei se lo meritava, era giusto: era una fatalità che aveva in sé un equilibrio perfetto tra il dare e l’avere. E anzi, mi è venuto anche l’impeto, subito represso, perché infine cattivo, di scrivere un epigramma; un epigramma con cui augurare ai miei nemici borghesi dei figli fascisti. Che vi vengano figli fascisti - questa la nuova maledizione - figli fascisti, che vi distruggano con le idee nate dalle vostre idee, l’odio nato dal vostro odio.

n. 36 a. XVII, 6 settembre 1962

Pier Paolo Pasolini

Manifesto del futurismo

"Le Figarò" 20 Febbraio 1909

1-Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità.
2-Il coraggio, l'audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
3-La letteratura esaltò fino ad oggi l'immobilità penosa, l'estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.
4-Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità


5-Noi vogliamo inneggiare all'uomo che tiene il volante, la cui asta attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.



6-Bisogna che il poeta si prodichi con ardore, sfarzo e magnificenza, per aumentare l'entusiastico fervore degli elementi primordiali.



7-Non vi è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro.



8-Noi siamo sul patrimonio estremo dei secoli! poichè abbiamo già creata l'eterna velocità onnipresente.


9-Noi vogliamo glorificare la guerra-sola igene del mondo-il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore


10-Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d'ogni specie e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria



11-Noi canteremo le locomotive dall'ampio petto, il volo scivolante degli areoplani. E' dall'Italia che lanciamo questo manifesto di violenza travolgente e incendiaria col quale fondiamo oggi il Futurismo



Queste le parole con cui Filippo Tommaso Marinetti fonda il 20 Febbraio 1909 a Parigi il manifesto futurista.

Manifesto del Dadaismo


"Per lanciare un manifesto bisogna volere: A, B, C, scagliare invettive contro 1, 2, 3, eccitarsi e aguzzare le ali per conquistare e diffonder grandi e piccole a, b, c, firmare, gridare, bestemmiare, imprimere alla propria prosa l'accento dell'ovvietà assoluta, irrifiutabile, dimostrare il proprio non-plus-ultra e sostenere che la novità somiglia alla vita tanto quanto l'ultima apparizione di una cocotte dimostri l'essenza di Dio.
Scrivo un manifesto e non voglio niente, eppure certe cose le dico, e sono per principio contro i manifesti, come del resto sono contro i principi (misurini per il valore morale di qualunque frase). Scrivo questo manifesto per provare che si possono fare contemporaneamente azioni contradittorie, in un unico refrigerante respiro; sono contro l'azione, per la contraddizione continua e anche per l'affermazione, non sono nè favorevole nè contrario e non dò spiegazioni perchè detesto il buon senso.
DADA non significa nulla.
Se lo si giustifica futile e non si vuol perdere tempo per una parola che non significa nulla. Il primo pensiero che ronza in questi cervelli è di ordine batteriologico: trovare l'origine etimologica, storica, o per lo meno psicologica. Si viene a sapere dai giornali che i negri Kru chiamano la coda di una vacca sacra DADA. Il cubo e la madre di non so quale regione italiana: DADA. Il cavallo a dondolo, la balia, doppia conferma russa e romena: DADA . Alcuni giornalisti eruditi ci vedono un arte per i neonati, per latri santoni, versione attuale di Gesùcheparlaaifanciulli, è il ritorno ad un primitivismo arido e chiassoso, chiassoso e monotono. Non si può costruire tutta la sensibilità su una parola, ogni costruzione converge nella perfezione che annoia, idea stagnante di una palude dorata, prodotto umano relativo.
L'opera d'arte non deve rappresentare la bellezza che è morta. Un'opera d'arte non è mai bella per decreto legge, obiettivamente, all'unanimità. La critica è inutile, non può esistere che soggettivamente, ciascuno la sua, e senza alcun carattere di universalità. Si crede forse di aver trovato una base psichica comune a tutta l'umanità? Come si può far ordine nel caos di questa informa entità infinitamente variabile: l'uomo? Parlo sempre di me perchè non voglio convincere nessuno, non ho il diritto di trascinare gli altri nella mia corrente, non costringo nessuno a seguirmi e ciascuno si fa l'arte che gli pare.
Così nacque DADA da un bisogno d'indipendenza. Quelli che dipendono da noi restano liberi. Noi non ci basiamo su nessuna teoria. Ne abbiamo abbastanza delle accademie cubiste e futuriste: laboratori di idee formali: Forse che l'arte si fa per soldi e per lisciare il pelo dei nostri cari borghesi? Le rime hanno il suono delle monete. Il ritmo segue e il ritmo della pancia vista di profilo.
Tutti i gruppi di artisti sono finiti in banca, cavalcando differenti comete. Una porta aperta ha la possibilità di crogiolarsi nel caldo dei cuscini e nel cibo. Il pittore nuovo crea un mondo i cui elementi sono i suoi stessi mezzi, un'opera sobria e precisa, senza oggetto. L'artista nuovo si ribella: non dipinge più (riproduzione simbolica e illusionistica) ma crea direttamente con la pietra, il legno, il ferro, lo stagno, macigni, organismi, locomotive che si possono voltare da tutte le parti, secondo il vento limpido della sensazione del momento.
Qualunque opera pittorica o plastica è inutile; che almeno sia un mostro capace di spaventare gli spiriti servili, e non la decorazione sdolcinata dei refettori degli animali travestiti da uomini, illustrazioni della squallida favola dell'umanità .Un quadro è l'arte di fare incontrare due linee, parallele per constatazione geometrica, su una tela, davanti ai nostri occhi, secondo la realtà di un mondo basato su altre condizioni e possibilità. Questo mondo non è specificato, nè definito nell'opera, appartiene alle sue innumerevoli variazioni allo spettatore.
La spontaneità dadaista.
L'arte è una cosa privata. L'artista lo fa per se stesso. L'artista, il poeta, apprezza il veleno della massa che si condensa nel caporeparto di questa industria. E' felice quando si sente ingiuriato: una prova della sua incoerenza. Abbiamo bisogno di opere forti, dirette e imcomprese, una volta per tutte. La logica è una complicazione. La logica è sempre falsa. Tutti gli uomini gridano: c'è un gran lavoro distruttivo, negativo da compiere: spazzare, pulire. Senza scopo nè progetto alcuno, senza organizzazione: la follia indomabile, la decomposizione. Qualsiasi prodotto del disgusto suscettibile di trasformarsi in negazione della famiglia è DADA; protesta a suon di pugni di tutto il proprio essere teso nell'azione distruttiva: DADA; presa di coscienza di tutti i mezzi repressi fin'ora dal senso pudibondo del comodo compromesso e della buona educazione: DADA ; abolizione della logica; belletto degli impotenti della creazione: DADA ; di ogni gerarchia ed equazione sociale di valori stabiliti dai servi che bazzicano tra noi: DADA ; ogni oggetto, tutti gli oggetti, i sentimenti e il buoi, le apparizioni e lo scontro inequivocabile delle linee parallele sono armi per la lotta: DADA ; abolizione della memoria: DADA ; abolizione dell'archeologia: DADA ; abolizione dei profeti: DADA ; abolizione del futuro: DADA ; fede assoluta irrefutabile inogni Dio che sia il prodotto immediato della spontaneità: DADA ."

Il cammino della democrazia.


Quando parliamo di democrazia, non ci riferiamo soltanto a un insieme di istituzioni, ma indichiamo anche una generale concezione della vita. Nella democrazia siamo impegnati non soltanto come cittadini aventi certi diritti e certi doveri, ma anche come uomini che debbono ispirarsi a un certo modo di vivere e di comportarsi con se stessi e con gli altri.
Come regime politico la democrazia moderna è fondata sul riconoscimento e la garanzia della libertà sotto tre aspetti fondamentali: la libertà civile, la libertà politica e la libertà sociale. Per libertà civile s’intende la facoltà, attribuita ad ogni cittadino, di fare scelte personali senza ingerenza da parte dei pubblici poteri, in quei campi della vita spirituale ed economica, entro i quali si spiega, si esprime, si rafforza la personalità di ciascuno. Attraverso la libertà politica, che è il diritto di partecipare direttamente o indirettamente alla formazione delle leggi, viene riconosciuto al cittadino il potere di contribuire alle scelte politiche che determinano l’orientamento del governo, e di discutere e magari di modificare le scelte politiche fatte da altri, in modo che il potere politico perda il carattere odioso di oppressione dall’alto. Inoltre, oggi siamo convinti che libertà civile e libertà politica siano nomi vani qualora non vengano integrate dalla libertà sociale, che sola può dare al cittadino un potere effettivo e non solo astratto o formale, e gli consente di soddisfare i propri bisogni fondamentali e di sviluppare le proprie capacità naturali.
Queste tre libertà sono l’espressione di una compiuta concezione della vita e della storia, della più alta e umanamente più ricca concezione della vita e della storia che gli uomini abbiano creato nel corso dei secoli. Dietro la libertà civile c’è il riconoscimento dell’uomo come persona, e quindi il principio che società giusta è soltanto quella in cui il potere dello stato ha dei limiti ben stabiliti e invalicabili, e ogni abuso di potere può essere legittimamente, cioè con mezzi giuridici, respinto, e vi domina lo spirito del dialogo, il metodo della persuasione contro ogni forma di dogmatismo delle idee, di fanatismo, di oppressione spirituale, di violenza fisica e morale. Dietro la libertà politica c’è l’idea della fondamentale eguaglianza degli uomini di fronte al potere politico, il principio che dinanzi al compito di governare, essenziale per la sopravvivenza stessa e per lo sviluppo della società umana, non vi sono eletti e reprobi, governanti e governati per destinazione, potenti incontrollati e servi rassegnati, classi inferiori e classi superiori, ma tutti possono essere, a volta a volta, governanti o governati, e gli uni e gli altri si avvicendano secondo gli eventi, gli interessi, le ideologie. Infine, dietro la libertà sociale c’è il principio, tardi e faticosamente apparso, ma non più rifiutabile, che gli uomini contano, devono contare, non per quello che hanno, ma per quello che fanno, e il lavoro, non la proprietà, il contributo effettivo che ciascuno può dare secondo le proprie capacità allo sviluppo sociale, e non il possesso che ciascuno detiene senza merito o in misura non proporzionata al merito, costituisce la dignità civile dell’uomo in società.
Una democrazia ha bisogno, certo, di istituzioni adatte, ma non vive se queste istituzioni non sono alimentate da saldi principi. Là dove i principi che hanno ispirato le istituzioni perdono vigore negli animi, anche le istituzioni decadono, diventano, prima, vuoti scheletri, e rischiano poi al primo urto di finire in polvere. Se oggi c’è un problema della democrazia in Italia, è più un problema di principi che di istituzioni. A dieci anni dalla promulgazione della costituzione possiamo dire che le principali istituzioni per il funzionamento di uno stato democratico esistono. Ma possiamo dire con altrettanta sicurezza che i principi delle democrazia siano diventati parte viva del nostro costume? Non posso non esprime su questo punto qualche apprensione.
Il cammino della democrazia non è un cammino facile. Per questo bisogna essere continuamente vigilanti, non rassegnarsi al peggio, ma neppure abbandonarsi ad una tranquilla fiducia nelle sorti fatalmente progressive dell’umanità. Oggi non crediamo, come credevano i liberali, i democratici, i socialisti al principio del secolo, che la democrazia sia un cammino fatale. Io appartengo alla generazione che ha appreso dalla Resistenza europea qual somma di sofferenze sia stata necessaria per restituire l’Europa alla vita civile. La differenza tra la mia generazione e quella dei nostri padri è che loro erano democratici ottimisti. Noi siamo, dobbiamo essere, democratici sempre in allarme.

di Norberto Bobbio

giugno 19, 2009

Ralf Dahrendorf: La Libertà che Cambia


“La nostra vita ha bisogno di significato, e molto di ciò che avviene nel mondo moderno milita contro questa esigenza. In questi anni prossimi alla fine di un secolo cruciale, c’è la possibilità di migliorare il saldo umano del cambiamento sociale. Chi è disposto ad andare in questa direzione troverà forse di suo genio alcune delle riflessioni contenute in questo libro.”Con questa frase Dahrendorf conclude la prefazione alla edizione del 1994 del suo testo sull’analisi delle società avanzate contemporanee d’occidente e sulla necessità di un mutamento d’orizzonti del liberalismo, della sua futura prassi, indicando finanche le linee guida di un atteggiamento culturale nuovo che si attagli ad una realtà sociale la cui complessità multiforme vediamo palesemente ogni giorno sottrarsi agli schemi irrigiditi e inadeguati della politica attuale.Per sua stessa ammissione “La libertà che cambia” non è tuttavia un libro di carattere strettamente politico bensì teorico, ma compare, per nulla invecchiato dal ’79 anno della sua prima edizione tedesca (Dahrendorf lo considerò allora apparso prematuramente) in un’epoca della nostra storia in cui l’immaginazione sociologica, la capacità e la volontà di costruire il mondo, si mostrano come risorse assai carenti in un clima stagnante nel quale sembra sia impossibile andare oltre la gestione dell’esistente, in cui ogni forma di idealità sembra di per se stessa scandalosa se non rivoluzionaria.In parecchi luoghi del suo testo l’autore tenta di riannodare il legame che in passato comprendeva in un’ unità inscindibile la filosofia politica alla pratica di governo della società e non v’è dubbio che uno dei suoi scopi fondamentali sia proprio quello di riportare il pensiero, il contenuto dei prodotti della mente o di ciò che meglio ancora egli definisce “l’egemonia delle idee nella sfera dell’azione” di modo che questa non finisca per tradursi nell’anomia individuale o per i gruppi dotati di identità in quel disorientamento che è frutto dell’automatismo dell’azione quando non è sostenuta da quel pensiero che egli definisce, come vedremo, di natura rappresentativa. Primo passo nell’analisi di Dahrendorf è la definizione del concetto di libertà che anzichè preoccuparsi di illustrare sinteticamente come d’abitudine a partire dal pensiero democratico più antico per giungere alle tesi del liberalismo classico ( libertà come aspirazione alla massima felicità in Aristotele ,libertà come massima utilità in Bentham, libertà come massimo oggettivo benessere nel modo attuale) egli descrive come campo delle possibili chances di vita per ciascun individuo. Questo concetto, quello delle life chances (che noi chiameremo occasioni di vita) egli definisce ulteriormente in modo disgiuntivo come composto da tre essenziali caratteristiche che lo implicano e lo rendono dispiegabile. Si tratta di tre valori specifici: i diritti positivi, la disponibilità di beni, le “legature” (entitlements, provisions, ligatures). I primi due come egli specifica sono attinenti alle opzioni di vita in regime di libertà, il terzo riguarda il significato.Dopo una ridefinizione, nel rispetto della tradizione liberale, del principio del diritto positivo (entitlement) in quanto appartenente alla sfera dell’individuale in opposizione al dubbio concetto di diritto come fenomeno prevalentemente sociale che ebbe particolare rigoglio durante gli anni settanta e un’analisi dei guasti prodotti negli anni ottanta dalla convinzione secondo la quale al massimo del benessere doveva corrispondere la concentrazione quasi esclusiva sulla disponibilità di beni (provisions) si dedica ad analizzare quello che considera il problema fondamentale degli anni novanta e di quelli a venire, ovverosia a denunciare il pericolo che nel prestare solamente attenzione ai diritti positivi (la cui difesa non è mai comunque da considerarsi scontata) e alla disponibilità di beni si rischi di distruggere :” i nessi più profondi che connettono le persone alle loro comunità” quei nessi che egli chiama legature (ligatures).Nella prefazione egli commenta in particolare riguardo alla situazione italiana : “...sono venuto sempre più associando il concetto di legature a quello della società civile. Una società civile offre ai propri cittadini una” home”, oltre ai diritti che loro spettano. In Polonia è stata l’incapacità di distruggere la società civile a causare alla fine la disfatta dei comunisti: Certo la società civile non è tutto. L’Italia è un modello di società civile, ma è stata a lungo una società civile senza uno Stato. Almeno, non vi erano strutture che meritino il nome di Stato. Il problema presente dell’Italia è di creare queste strutture senza distruggere la società civile. Tutti coloro che, come chi scrive, amano l’Italia per la sua vitalità e libertà sperano che il grande esperimento di riforma dall’interno abbia successo. Le legature della società civile saranno un fattore determinante.”Quali sono le condizioni necessarie perchè l’individuo nella nostra società possa godere delle chances di vita più ampie possibile? Il concetto viene da Dahrendorf più precisamente delimitato con l’assumere che esse sono “ le impronte della esistenza umana nella società”: definiscono in sostanza fino a che punto l’individuo può svilupparsi e sono la stessa traccia storica dell’evoluzione sociale. Tali impronte (le forme di vita della società) rappresentano dunque per l’autore il grado di misura delle eventualità del progresso possibile, la cui natura va oggi confrontata con il mutare dell’unico tipo di progresso attualmente certo, quello scientifico-tecnologico a cui, per drammatica contraddizione, non corrisponde altrettanto sviluppo etico-morale.
Secondo Dahrendorf per quanto le società moderne abbiano visto maturare, proprio a causa degli squilibrii impliciti nel progredire tecnicamente, le proprie tensioni e crisi interne, sembra esserci, a causa della catena ormai consolidata di diritti positivi fondamentali di carattere istituzionale un aumento delle quantità di chances di vita esistenti e del numero di persone per le quali esse sono disponibili ,mentre, d’altro canto, afferma non potersi ignorare che la tendenza alla uniformità delle credenze e dei valori ha condotto ad una riduzione della complessità del sistema di relazioni tra gli uomini che a sua volta conduce invece ad un calo di chances di vita; paradossalmente il sistema di opportunità che si offrono in varietà molteplice nel contesto nel quale viviamo soffre dello stesso vizio di cui sembra essere inficiato il sistema dell’ informazione che ottunde le differenziazioni trasformandosi in un rumore di fondo che tutto permea impedendo di distinguere e di contrassegnare i valori secondo appropriate gerarchie di senso.Questo è il discorso sulle legature, che altro non sono nel linguaggio di Dahrendorf se non le relazioni umane il cui insieme di legami è stato in gran parte sciolto proprio per poter porre gli uomini in grado di avvalersi delle opzioni offerte dalla società moderna tra le quali la riduzione dei conflitti di classe, la diffusione del sapere e, sempre di più, la mobilità nel mondo del lavoro giocano un ruolo determinante.
di Walter Falciatore http://www.kore.it/

giugno 17, 2009

Multiculturalità nel pensiero liberale.


Una delle caratteristiche delle società più avanzate è costituita dalla loro fisionomia di società multiculturali. In alcuni casi si tratta di una connotazione acquisita recentemente in ordine al processo di mobilità transnazionale in atto, in altri semplicemente di una presa di coscienza rispetto ad una serie di conflitti e di tensioni tra culture diverse preesistenti in un'area. L'esclusivo riconoscimento di questa caratteristica alle società avanzate poggia su una motivazione condivisa dai diversi filoni di studi politici sul tema della multiculturalità: in particolare il filone di studi sui rapporti tra pensiero liberale e multiculturalismo.
Una società multiculturale si riconosce tale soltanto nel momento in cui le comunità presenti al suo interno sono decise a sopravvivere, consapevoli delle difficoltà legate alla coesistenza tra le diverse comunità. Diamo così per scontato che una società può essere liberale nel momento in cui riconosce i fini collettivi e sa mantenere il rispetto di questi fini pur condividendo l'attenzione e la soddisfazione delle differenze culturali che permangono al suo interno tra membri appartenenti a comunità diverse. Seguendo questa ottica, rientrano nella multiculturalità l'insieme delle pratiche che si realizzano a livello politico, religioso, economico e sociale, laddove la configurazione di queste pratiche non crea forte instabilità politica. L'area palestinese, ad esempio, è qualcosa di più di un'area caratterizzata da una presenza multiculturale di comunità. I fini collettivi forti posti dalla politica israeliana si scontrano con i fini collettivi forti posti dalla comunità palestinese, sulla base di un mancato riconoscimento reciproco delle sovranità.
Qualunque società liberale è alle prese da decenni con i temi di libertà, uguaglianza e ingiustizia sociale ed è impegnata nel tutelare i diritti fondamentali riconosciuti che si intendono salvaguardare. La presenza di culture diverse al suo interno e la consapevole articolazione delle differenze rispetto alle leggi ed alle esigenze delle diverse comunità che nelle leggi sovrane non trovano soddisfazione, crea qualche difficoltà ulteriore.
Due sono gli atteggiamenti che si generano nel pensiero liberale in rapporto al mantenimento dei fini collettivi della società, tali atteggiamenti si svolgono in modo pressoché omogeneo e sono condivisi e riconosciuti nelle società occidentali. Un primo atteggiamento si è concretizzato in una vera e propria accusa nei confronti del liberalismo politico, considerando l'accettazione che si esprime nei confronti delle altre culture una forma di neutralismo cieco alle differenze. Separando pubblico e privato, abitudini di vita e istruzione di base, e isolando la sfera di legittimità politica, si assicura la coesistenza pacifica senza avviare un percorso concreto di integrazione.
Nel sistema liberale le differenze culturali vengono garantite, purché non interferiscano con la sfera politica. Il neutralismo si trasforma e semplifica la multiculturalità in un procedimento burocratico, diviene una prassi in cui i differenti valori si definiscono nell'elenco dei diritti, alcuni dei quali ritenuti da noi fondamentali, altri meno importanti anche nel momento in cui per le altre culture sono da considerare parimenti fondamentali.
La vicenda di Salman Rushdie, di cui si sono occupati diversi studiosi del multiculturalismo, in particolare Siedentop e Taylor, evidenzia la forza della critica al sistema liberale che stiamo esaminando. Noi separiamo da lunghissima data la sfera religiosa dalla sfera politica in una maniera che per la maggior parte degli islamici risulta inconcepibile. Il nostro atteggiamento laico e razionalista che pone alla base dello Stato e delle sue leggi un insieme di valori fondamentali, tra i quali la libertà di opinione, è quanto di più lontano dalla concezione dell'Islam, in cui la religione e la politica sono la medesima cosa, o addirittura è la religione che regola la politica e lo Stato.
Il secondo atteggiamento è più pericoloso: i principi su cui fondiamo la società liberale sono il risultato di un processo storico naturale, incentrato sul progresso delle libertà civili, politiche, economiche. Tali libertà sono disponibili al perseguimento ed alla realizzazione da parte di tutte le altre società, purché si impegnino ad entrare in relazione positiva con il modello liberale. Tale atteggiamento è, per usare le parole di Taylor, imbarazzante per due ragioni. La prima è legata alle trasformazioni che si sono generate all'interno delle società liberali, sempre più a contatto con altre culture e con altri modelli antropologici. Imbarazzante è, nell'ottica di un'analisi matura del problema interculturale, la recente posizione espressa dalla Fallaci che, nel suo manifesto emotivo, non spiega per quali ragioni, ferma restando la severa condanna dei responsabili della tragedia dell'11 Settembre, il modello liberale non sia riuscito ad affrancare tutti, dal momento che la società liberale è ormai una società porosa in cui coesistono arabi e americani, italiani ignoranti e cinesi, portoricani e coreani. La seconda motivazione, posta da Taylor, ritiene che il problema della integrazione di culture diverse si misuri con l'orizzonte filosofico che ogni cultura assume con un grado più o meno resistente di consapevolezza critica.
Non è certamente ipotizzabile prescindere dalla difesa di alcuni valori, mantenendo una neutralità assoluta, ma non è possibile neanche rispondere alle esigenze di integrazione separando i settori delle attività umane dalla sfera politica.Il pensiero liberale deve procedere, a detta della maggior parte degli studiosi, su un doppio binario: difendere i valori in cui crede e farsi carico dei processi di marginalizzazione che riguardano larghi strati della popolazione che della cultura liberale hanno conosciuto gli effetti del colonialismo o del neocolonialismo finanziario delle fondazioni di beneficenza.
Le implicazioni positive di una eventuale ridistribuzione della ricchezza mondiale, non siamo certi, riusciranno a soddisfare le culture non liberali. Ma i limiti del modello politico e culturale a cui si ispirano le società liberali emergono già all'interno della scala dei valori etici che abbiamo nel tempo elaborato. È sufficiente collocare nel lungo elenco dei valori liberali condivisi da tutti, il valore della difesa dell'ambiente per comprendere che nella pratica economica e materiale, tale valore, che peraltro non figura nei primi posti, è contraddetto con una costanza ed una reticenza che non conosce storie illuminate.

Bibliografia
J. Habermas - C. Taylor, Multiculturalismo e lotte per il riconoscimento, Feltrinelli, Milano, 1998J.
Rawls, Liberalismo politico La Comunità, Milano, 1994
I. M. Young, Le politiche della differenza Feltrinelli, Milano, 1996

giugno 15, 2009

Il Discorso preliminare


Il sistema delle nostre conoscenze è costituito da diversi settori, alcuni dei quali hanno uno stesso punto di incontro; e, dato che non è possibile, muovendo da questo punto, percorrere contemporaneamente ogni strada, deve esserci una scelta determinata dalla natura dei differenti spiriti. é pertanto assai raro che una medesima persona proceda al tempo stesso in varie direzioni. Nello studio della natura gli uomini si sono all’inizio dedicati, quasi spontaneamente, a soddisfare i bisogni piú urgenti; ma, una volta pervenuti alle conoscenze meno necessarie, essi hanno dovuto distribuirsele, e procedere ognuno da parte sua con un passo all’incirca eguale. Pertanto diverse scienze sono state all’incirca contemporanee; ma nell’ordine storico dei progressi dello spirito si può abbracciarle soltanto successivamente. Lo stesso non avviene invece per l’ordine enciclopedico delle nostre conoscenze. Questo consiste nel riunirle nel piú piccolo spazio possibile, ponendo il filosofo al di sopra di questo vasto labirinto, in una prospettiva cosí elevata da poter considerare insieme le scienze e le arti principali, da poter vedere con un colpo d’occhio gli oggetti delle proprie speculazioni e le operazioni che può compiere su tali oggetti, e da poter distinguere i principali settori delle conoscenze umane, i punti che li separano e quelli che li uniscono, intravedendo anche, in qualche caso, i cammini segreti che li congiungono. [...] Gli oggetti di cui la nostra anima si occupa sono oggetti spirituali od oggetti materiali; e la nostra anima si riferisce ad essi o mediante idee dirette o mediante idee riflesse. Il sistema delle conoscenze dirette può consistere soltanto nella collezione puramente passiva, quasi meccanica, di queste medesime conoscenze: esso è ciò che chiamiamo memoria. La riflessione è invece di due tipi, come si è osservato: essa ragiona sugli oggetti delle idee dirette, oppure li imita. Pertanto la memoria, la ragione propriamente detta e l’immaginazione costituiscono le tre maniere differenti in cui la nostra anima opera sugli oggetti dei propri pensieri. Non intendiamo qui per immaginazione la facoltà di rappresentarsi gli oggetti - poiché questa non è altro che la memoria stessa degli oggetti sensibili, la quale sarebbe in continua attività se non fosse agevolata dall’invenzione dei segni: noi intendiamo l’immaginazione in un senso piú nobile e piú preciso, cioè come la capacità di creare mediante l’imitazione. Queste tre facoltà formano le tre distinzioni generali del nostro sistema, e i tre oggetti generali delle conoscenze umane: la storia, che si riferisce alla memoria; la filosofia, che è il frutto della ragione; le belle arti, che sorgono in virtú dell’immaginazione. Collocando la ragione prima dell’immaginazione, questo ordine appare ben fondato, e conforme al naturale progresso delle operazioni dello spirito: l’immaginazione è una facoltà creativa, e lo spirito comincia - prima di creare - ragionando su quello che vede e che conosce. Un altro motivo che deve indurci a porre la ragione prima dell’immaginazione è il fatto che in questa facoltà dell’anima si trovano riunite in qualche misura le altre due, e che la ragione vi si congiunge con la memoria. Lo spirito non crea e non immagina se non oggetti che siano simili a quelli che ha conosciuto mediante idee dirette e mediante le sensazioni: quanto piú esso si discosta da questi oggetti, tanto piú gli esseri che esso forma risultano bizzarri e meno gradevoli. Nell’imitazione della natura l’invenzione stessa è sottoposta quindi ad alcune regole; e queste costituiscono principalmente la parte filosofica delle belle arti, finora assai imperfetta - poiché essa può essere soltanto opera del genio, mentre il genio preferisce creare anziché discutere.

di Jean-Baptiste Le Rond, detto d’Alembert

giugno 12, 2009

12 giugno 2009: concerto per la giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile



Dieci anni dall’adozione della convenzione internazionale 182 sulle forme peggiori di lavoro minorile: una ricorrenza che, quest’anno, aggiunge ulteriore signicato alla giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile e si traduce, a Torino – venerdi’ 12 giugno, alle 21.00
presso l’Auditorium Rai “Arturo Toscanini” – in un concerto per sostenere i diritti dei più piccoli, grazie alla collaborazione fra l’Organizzazione Internazionale del Lavoro , la Rai, la Regione Piemonte, la Provincia di Torino, il Conservatorio “G. Verdi” di Torino, l’orchestra Suzuki di Torino e l’associazione culturale Young Frontiers.
Il concerto, che simboleggia un appello universale lanciato dalla città di Torino, per segnalare l’urgente necessità di porre ne allo sfruttamento del lavoro minorile, testimonia l’impegno diretto della Regione Piemonte e rappresenta la sua prima presa di posizione nei confronti di questo tema.
Sul palco si avvicenderanno tre importanti orchestre, dirette dal violoncellista e direttore d’orchestra Enrico Dindo, per condurre lo spettatore, attraverso musica e immagini, in un cammino di ri-essione carico di emozioni, ma sopratutto denso di contenuti.
Un appuntamento che per la Rai, attraverso il Segretariato Sociale e la sua Orchestra Sinfonica Nazionale, rappresenta l’occasione per ribadire l’impegno a favore della cultura e della sua di usione: cultura intesa come diritto fondamentale anche, e soprattutto, dei minori, perché attraverso il conoscere passa l’a ermazione della propria libertà. Anche per questo, nel concerto torinese, la Rai mette a disposizione una delle proprie migliori risorse, l’Orchestra Sinfonica Nazionale - ormai a affermata a livello nazionale ed internazionale – e la sua musica, un linguaggio tanto efficace quanto universale.
Rilevante, inoltre, sarà la partecipazione del Conservatorio “G. Verdi” di Torino che ha aderito con entusiasmo e porterà sul palco dell’Auditorium Rai alcuni giovani e - in qualche caso - giovanissimi allievi: il violoncellista Eduardo dell’Oglio - allievo della Scuola di Violoncello di Dario Destefano e appena diciannovenne - eseguirà il concerto in do maggiore per violoncello e orchestra di Haydn, insieme all’Orchestra della Rai diretta da Enrico Dindo, mentre altri tredici giovani archi dell’Orchestra del Conservatorio di Torino affiancheranno la compagine Rai nell’esecuzione della Seconda Sinfonia di Beethoven, a chiudere una celebrazione che vuole credere nel sogno di non dover più parlare in futuro del problema del lavoro minorile.
Sul palco dell’Auditorium, in apertura del concerto, si esibiranno anche i giovani dell’orchestra Suzuki. La scuola Suzuki è il luogo dove i bambini n dalla giovanissima età crescono sviluppando il proprio “Genio Musicale”, con l’esercizio e la disciplina e con l’aiuto di genitori e di insegnanti qualicati.
Ma la scuola Suzuki non è solo musica, strumento e disciplina: è un luogo dove si coltivano i valori della famiglia, del rispetto del prossimo, delle buone maniere e della solidarietà.
12 giugno 2009
concerto per la giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile
Auditorium Rai – Arturo Toscanini – Torino
Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai
Orchestra del Conservatorio “G. Verdi”
Orchestra Suzuki di Torino
L’orchestra Suzuki di Torino, diretta da Lee e Antonio Mosca, è considerata la più giovane orchestra d’Europa e ha un rapporto privilegiato con l’ILO, con il quale ha sottoscritto un memorandum d’intesa per dare voce con la musica alla silente soerenza dei bambini vittime del lavoro minorile.
Proprio per questo, nella prima parte del concerto, l’orchestra Suzuki, composta da oltre 45 elementi di età dai sette ai quindici anni e accompagnata da oltre 50 ex allievi divenuti ormai professionisti, alcuni dei quali allievi ed ex allievi del Conservatorio di Torino, eseguirà, accompagnata da diverse immagini che denunciano lo sfruttamento dei minori, alcuni brani celebri come il Preludio e Allegro per violino e pianoforte di Pugnani/Kreisler e l’Arioso per violoncello e archi della Cantata 136 di Bach.

giugno 09, 2009

Taormina Film Festival 2009

Il Taormina Film Fest, principale appuntamento estivo italiano, celebra la sua 55ª edizione dal 13 al 20 giugno 2009 con un radicale cambiamento di assetto.Con gli obiettivi di trovare più schermi per le proprie rassegne, di aumentare in modo esponenziale la sua influenza, di offrire una serie di spunti per la stampa italiana ed internazionale e di incrementare il turismo di tutta la Regione, il Taormina Film Fest 2009 si estende a tutta la Sicilia. Il festival è rinomato per le sue quotidiane Master Class, tenute ogni anno dai più influenti e prestigiosi esponenti del cinema internazionale, e per aver ospitato spettacolari proiezioni all'aperto sullo sfondo dell'antico anfiteatro Greco di Taormina, tra cui le prime internazionali di Transformers e di Mission Impossible 2 nel 2007. Grande successo è stato riscontrato l’anno scorso dagli incontri informali tra giovani attori emergenti e gli studenti siciliani in occasione di Campus Taormina, e dallo spazio dedicato all’Industry mediterranea, chiamato appunto Spazio Taormina. Altro appuntamento di grandissimo richiamo è senza dubbio il Concorso “Corti Siciliani” organizzato in collaborazione con N.I.C.E. (New Italian Cinema Events), che ogni anno permette ad un giovane regista siciliano di promuovere il suo cortometraggio in giro per il mondo. Combinando il glamour del concorso Tauro d'Oro, il prestigio dei Taormina Arte Awards con un'attenta programmazione e delle retrospettive curate con raffinatezza, il festival rappresenta oggi un evento moderno e in rapida evoluzione, che si svolge all'interno di uno scenario naturale spettacolare. Nominata direttore artistico del festival nel 2007, il noto critico cinematografico Deborah Young ha lavorato per rafforzare l'identità di Taormina come festival mediterraneo dai forti legami con gli Stati Uniti ed il cinema mondiale. Nel 2007, il centenario del cinema egiziano è stato celebrato attraverso un evento altamente mediatico, raggiungendo le maggiori testate europee e del mondo arabo, e lo stesso successo è stato riscontrato l’anno scorso con il cinema turco. Quest'anno il cinema francese figurerà come Ospite d'Onore. Il festival ha scelto di rimanere un evento di "vetrina", riservato a una selezione mirata di nuovi film accuratamente scelti tra le produzioni più recenti ed importanti. Nel 2007, otto dei film presentati erano prime internazionali o mondiali.
I biglietti possono essere acquistati:
alla Biglietteria di Taormina Arte Palazzo dei Congressi (tel. 0942 628730);
nei punti vendita del circuito TicketOne
(per conoscere il più vicino chiamare il numero 892.101
o consultare il sito http://www.ticketone.it/ (nell’area punti vendita);
nei punti vendita di BoxOffice in tutta la Sicilia (info: 095 7225340);
E’ inoltre possibile - con addebito su carta di credito - l’acquisto on-line (http://www.ticketone.it/).
Prezzi proiezioni Teatro Antico
Platea numerata
€ 10.00
Gradinata non numerata
€ 5.00
I prezzi sono inclusi di diritti di agenzia
La prevendita inizierà nei prossimi giorni