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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

luglio 17, 2009

Il cinema venuto dal futuro.

C’entra certamente la gioventù, nel rimpianto della fantascienza di una volta e nella delusione per quel che oggi resta di un genere che è stato centrale nell’immaginario del Novecento, affondando le sue radici nell’Ottocento delle macchine che cominciavano a cambiare il mondo, con tempi destinati a un’accelerazione incontrollabile già con la prima guerra mondiale. Dopo la seconda, ricostruzione voleva dire nuove speranze, rette da un umanesimo di fondo molto ostinato e poco giustificato dalla storia, ma permesso dalla convinzione che tutto ormai sarebbe cambiato in meglio, perché l’umanità avrebbe saputo trarre lezione dai disastri commessi. D’altronde, sin dall’inizio la fantascienza si era distinta tra due visioni, rappresentate da due “campioni” della forza di Verne l’ottimista e Wells il pessimista – anche se gli ultimi anni di Verne furono segnati da più complesse arditezze, per esempio da una dubbiosità metafisica e da insospettabili simpatie anarcoidi, e se Wells arrivò a ipotizzare ne La macchina del tempo la presenza dell’Uomo (l’uomo quale noi lo conosciamo e ancora siamo) ben più a lungo di quanto oggi nessuno scrittore oserebbe pensare. A meno che egli non voglia parlare di ex-uomini diventati robot o, peggio ancora, e più realisticamente, di un incrocio tra il robot e l’animale in cui la parte dell’uomo senziente pensante e programmante, le cui azioni siano rette dall’etica che egli è stato capace di darsi in quanto collettività, di fronte alle prove della storia. Utopia e distopia, un mondo di razionale armonia con il vivente e le cose e un mondo di oppressione e dimenticanza degli obiettivi più alti (“fatti non foste a viver come bruti”, con quel che segue) si sono sempre contesi la fantasia degli scrittori e degli immaginanti, basati entrambi sul dilemma originario: della potenzialità dell’uomo a farsi padrone della storia e risolutore dei conflitti o della condanna - il “peccato originale” – a ripetere indefinitamente il gesto di Caino, di quel Caino che è uomo assassino del fratello ma è anche colui che resta, che sopravvive ed edifica le civiltà.

Anche la fantascienza sembra oggi aver fatto il suo tempo, dopo gli anni settanta del Novecento e dopo aver dato con 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick (1968, anno fatidico) il suo punto di massima chiarezza – cinematografica e non solo - sulle origini e l’essenza della cultura e della civiltà costruite dall’uomo (che è scimmia armata, che apprende e costruisce tramite il dominio che gli permettono le armi, e cioè l’uso della violenza e il potere della forza), ma anche di massima speranza nella sua possibile evoluzione, in quel discusso finale (dopo l’uomo e la macchina, avremo tra secoli e millenni, disse il regista, delle “entità che avranno una conoscenza totale e potranno diventare degli esseri di energia pura” dotati “di un potere quasi divino”, e alla fine vedremo l’uomo - l’astronauta del film - rinascere “sotto una forma superiore, già angelo o superuomo, e tornerà sulla terra come gli eroi di tutte le mitologie”). I cosiddetti grandi critici e gli opinionisti più accreditati snobbarono il film di Kubrick, non vedendovi alcuna filosofica profondità, e scandalizzarono molti di noi piccoli critici, che non eravamo certo all’altezza ma anche, per esempio, Roman Polanski, che in un’intervista ai “Cahiers” ne trasse la convinzione dalle reazioni ufficiali che “i francesi sono un po’ ritardati”, e figuriamoci dunque cosa avrebbe potuto dire di noi italiani. La verità è che l’ottimismo del ’68 era ancora figlio dell’ottimismo delle “magnifiche sorti”, un ottimismo che era tanto capitalista che comunista e “socialdemocratico”. Il progresso – o quella forma più avanzata di esso che era la rivoluzione e la “costruzione del socialismo” – avrebbero risolto ogni problema; e sull’uomo e il suo destino si era ben lontani dal condividere le antichissime preoccupazioni delle religioni cristiane ma anche del darwinismo – considerato allora di destra, perché non dava molto credito alle possibilità dell’uomo di cambiare il mondo e la vita per il meglio, puntando sull’intelligenza e sulla solidarietà. Si dimenticava, tra noi, anche molto d’altro, tutto ciò che la scienza ha detto dopo Darwin. Del film di Kubrick, Polanski diceva “che non c’è ancora nessun film in cui la fantasia sia così basata sulla documentazione”. Sempre pessimista sull’uomo e sul suo destino (e ne aveva ben donde), Polanski insisteva sulla sequenza iniziale di 2001, che era la sintetica visualizzazione di quel “momento della storia della specie in cui tutto è cominciato, ed è perché noi siamo per natura una scimmia aggressiva che difende il suo territorio e che uccide, è grazie a questo che noi siamo quelli che siamo”. Polanski trascurava il messaggio finale, l’al di là di Giove e il ritorno su Terra che dimostrava nel film una sorta di sfiducia kubrickiana sul breve periodo (relativamente breve!) e di fiducia sull’evoluzione futura sia dell’uomo che della macchina, in un universo di tale diversità da essere perfino inconcepibile per la nostra mente e le nostre cognizioni. Proiettati nel futuro più vicino, Il dottor Stranamore, sull’idiozia militare, e Arancia meccanica, sull’impossibilità del controllo sulle pulsioni negative dell’individuo, non erano certamente segnati dall’ottimismo, come non lo erano le visioni storiche di Orizzonti di gloria o di Barry Lyndon, mentre Shining, film storico oltre che film gotico, riproponeva l’ambiguità o ambivalenza di 2001, con il peso negativo della storia e della civiltà e della negatività umana ma anche tutta la speranza inerente i poteri nascosti dell’uomo, che nel film posseggono soltanto un bambino e un nero (esseri umani che Kubrick considera più vicini alla verità nascosta della natura). Ma 2001 è il punto di arrivo, ed è un punto di non ritorno. La fantascienza cinematografica, regolarmente in grave ritardo su quella letteraria, non potrà più essere dopo 2001 quella di prima, e il capolavoro del russo Tarkovskij Solaris, dal bel romanzo del non americano bensì polacco Stanislaw Lem, percorrerà sentieri inusitati, ancor più metafisici, che parleranno del divino e che escluderanno ogni centralità dell’uomo, oltre che la sua impossibilità di immaginare altro che se stesso, di immaginare non antropomorficamente. Nel 1999, al tramonto del “secolo della fantascienza”, Kubrick ci darà per testamento Eyes Wide Shut, che è un film tutto al presente, dentro un eterno presente le cui ombre sarebbero illuminabili, se lo si volesse, e che è ormai un mondo solo capitalista, retto da poteri occulti assai concreti: un mondo che lascia all’uomo solo la possibilità della complicità, della dipendenza e del consumo. Contemporanei di questo film sono, in quel che resta del genere, le sciocchezze lucasiane metafore del nuovo imperialismo – o dei nuovi, se ci mettiamo la Cina -, le indecisioni spielberghiane tra una passata intelligenza e un presente di bieche e colpevoli compromissioni ideologiche e commerciali, le rare e sempre più attardate fantasticherie new age, le truci disumanizzazioni di un cinema robotizzato pensato per accelerare la robotizzazione del pubblico universale. Se di tanto in tanto qualche sussulto d’intelligenza il genere sembra averlo, in cinema, è con l’influenza diretta o indiretta di uno scrittore che è la chiave di volta delle mutazioni, il più acuto e “schizzato” degli scrittori venuti dagli anni cinquanta, che è apparso in grado, per la sua suprema capacità di indovinare e capire i dilemmi del mondo contemporaneo e soprattutto le sue linee di tendenza, di mostrarci ciò che nell’oggi è già domani, Philip K. Dick. Ma il Dick più Dick del cinema non è quello direttamente ispirato alla sua opera ma quello che non paga i diritti, e ne ruba (con intelligenza) situazioni e teoremi, e si va da molto Terry Gilliam al primo Matrix e a molto Cronenberg, e basti pensare, per questo regista, a un film straordinario come eXistenZ. Cronenberg, peraltro, ha portato allo schermo non a caso un classico che possiamo definire della post-fantascienza, o della fantascienza diventata, da letteratura di “genere”, la letteratura centrale e più interessante di questi anni, Crash di J. G. Ballard. (Dei tre grandi venuti dal genere, è Vonnegut ad avere avuto meno influenza nel cinema, ma è forse perché è dei tre scrittori egli è ancora il più “politico” e amante della vita, e in fin dei conti è estremamente raziocinante in un mondo estremamente delirante). La conclusione che possiamo trarre da queste brevi considerazioni sul declino della fantascienza, è che esse sono determinate, a ben vedere, dalla constatazione del suo trionfo nell’attualità del mondo: la fantascienza è diventata paradossalmente una letteratura realistica, e forse la letteratura più realistica di tutte. Noi post-moderni viviamo dentro un mondo che ha realizzato quasi tutte le previsioni più gravi di quel genere letterario che, mentre la letteratura “mainstream” si attardava a parlare dei piccoli guai dell’uomo comune e qualsiasi, e a considerare realtà solo l’immediato sensibile e comprensibile dell’esistenza, osava immaginare mondi altri che non erano, perlopiù, che estreme o ovvie proiezioni di tendenze in atto nelle società, l’intuizione e la preoccupazione per le mutazioni in corso – e in questo senso si potrebbe dire, paradossalmente, che è stato Pasolini il nostro solo scrittore italiano di “fantascienza”! -, la vittoria tra le forme dominanti nel sociale e nell’individuale così come nel palese e nel nascosto, di svariate e inesauribili forme di schizofrenia e di paranoia… Dimenticate le esplorazioni degli “spazi esterni” restano solo gli spazi interni. E anche il potere finanziario-politico-militare-scientifico le ha messe da parte e lasciate in terzo o quarto ordine, l’esplorazione e la conquista dello spazio hanno finito per interessarlo sempre di meno perché i loro costi sono immensi e sugli altri pianeti abbordabili si trovano solo pietre. E da questo è risultata una pressione mai vista del potere finanziario-politico-militare-scientifico su tutto il globo e tutti i suoi abitanti, la sete di un controllo capillare e concreto su questo unico pianeta vivo, dove tutte le sorti umane convergono, e dove è obbligatorio, per sopravvivere da padroni, essere “globali”.Lo spazio interno ha vinto sullo spazio esterno, ma i suoi parametri sono così cambiati e i suoi specchi si sono così deformati che il rapporto tra realtà vera e realtà fantascientifica si è interrotto, e le due cose si sono fatte una. A parlare di fantascienza, oggi, si fa una certa fatica: è un argomento troppo serio e importante per prenderlo alla leggera. A parlare della fantascienza di ieri, torna il sorriso sulle labbra, e si riscoprono gli entusiasmi di un tempo in cui, pur se impressionati da certi temi e problemi, la fantascienza era, nel nostro fondo di provincia italica anni cinquanta, un modo di uscire dal ricatto del reale, un modo di immaginare un diverso futuro. Non credevamo dovesse diventare un fatto così determinante nella storia della cultura, la nostra passione per “Urania” e per “Galaxy”, che avevano rapidamente sostituito nel nostro cadenzato interesse i fumetti di Disney o “Il vittorioso”, gli avventurosi di Salgari o i gialli di Ellery Queen. La fantascienza era un mondo a colori, come certi film di corsari, come certi western e certi musical. Parlo di cinema, ma la fantascienza non nacque per noi come cinema. Il cinema era, al più, un’aggiunta, era un’illustrazione a posteriori, la letteratura veniva assai prima. Intanto perché i romanzi erano di almeno due, tre, quattro lustri più avanti dei film, e non dei singoli film ma di tutto il “genere”. Erano più smaliziati e più arditi, vuoi perché la pagina scritta lasciava immaginare l’inimmaginabile e permetteva di entrare nell’argomentazione, aiutava a filosofare, a capire quel che secondo logica non sarebbe stato comprensibile e secondo cinema non sarebbe stato mostrabile. E in secondo luogo perché la fantascienza letteraria era un “genere maggiore” della cultura di massa sin dai primi anni cinquanta, e forse anche prima grazie alla diffusione della “space opera”, benché la maturità la si fosse avuta con la fantascienza sociologica degli anni cinquanta, erede più di Wells che di Verne, e più dei Butler, Shiel, Bellamy, London, Capek, Zamjatin, Huxley, Orwell che non dei Leinster, Campbell, Van Vogt, Heinlein suoi coetanei. Leggevamo con un certo piacere anche questi ultimi autori, ovviamente, ma a sbalordirci non erano le astronavi e i marziani, bensì quelle paure atomiche, quei viaggi nel tempo, quei mondi paralleli, quei paradossi spazio-temporali, quella dubbiezza sui robot, quei mutanti non accettati e irrequieti, quella descrizione di società che erano lontanissime da noi ma che già muovevano i loro passi tra noi con la pubblicità, la coca cola, le nuove armi, la prima televisione, le mitologie del benessere, il desiderio esaltato dell’automobile, e perfino, per i più adulti ma anche per chi ne sapeva dai padri, il ricordo o la perdurante presenza, altrove, non troppo lontano da noi o molto lontano, di modelli di organizzazione sociale totalitaria, vieppiù abili nel camuffarsi. Noi “poveri ma belli”, eravamo lì a sognare il benessere che tardava ad arrivare, un’America che tardava a imporsi, ma godevamo ancora, come Nando Moriconi cui sarebbe piaciuto esser nato a Kansas City, i nostri maccheroni e il nostro bicchiere di vino comprato direttamente dal produttore o fatto in casa. Sognavamo l’America, ma allo stesso tempo - grazie al miglior cinema sociale statunitense di quegli anni di crisi e di gloria hollywoodiana, e anche al cinema di genere più insidioso, nel parlarci di un paese messo alla prova dal maccartismo, ne sapevamo il volto nero, la faccia spietata delle disuguaglianze. Il cinema di fantascienza era pieno di ombre, di rimandi nascosti, era un cinema quasi sempre di due letture: quella prima, dell’avventura e della sorpresa, e quella seconda, del messaggio nella bottiglia – o nell’astronave. Si è detto dell’atomica, si è detto della manipolazione delle coscienze, non si è detto di due cose che ci sembravano molto più eccitanti e coinvolgenti, per esempio nell’opera di Sheckley, nelle trovate di Matheson, nell’umanesimo futuribile di Simak e in quello un po’ all’antica di Bradbury, nei diversi che sono macchine pensanti di Asimov e in quelli che sono mutanti cugini dei concreti handicappati ma dotati di poteri nuovi e inauditi in grado di sconvolgere i limiti dell’umano di Sturgeon, nei mostri desideranti carichi di un erotismo assai più morbido di quello del nostro cinema della sensualità. Si mettevano in discussione molte cose che venivano date per acquisite, e il nostro cervello si apriva, l’animo si predisponeva ad accogliere il nuovo. Ho scritto tante volte, e voglio ripeterlo anche qui, che i lettori della fantascienza degli anni cinquanta e sessanta sono stati, rispetto agli enormi mutamenti degli ultimi tre decenni e più, i più preparati a capire il mondo che veniva, e dunque i più intelligenti delle cose del mondo, anche quelle più coperte dai segreti voluti dal potere, e i più astuti nello scorgere i segni della mistificazione e della manipolazione. Molto più che non gli altri, i lettori del pallido realismo della letteratura borghese o piccolo-borghese, o anche di quello più colorito del cinema. Diciamo, per intenderci e per riassumere, i “clienti” di Moravia ma anche quelli di Zavattini, e giù fino a quelli di Agatha Christie e dell’ “Espresso”…Di questa complessità il cinema dava un’eco assai rozza, ma pur sempre un’eco. Ricordiamo qualche titolo e qualche tema. Il conflitto tra scienziati e militari, che è, ormai, ahimé, cosa di fantastoria, in film come il primo della nuova era, Uomini sulla luna, o La cosa da un altro mondo, di un Hawks tutto “virilmente” per i secondi; ma sono gli scienziati a essere portatori di nuove tolleranze, in film come Ultimatum alla Terra, o come Cittadino dello spazio, o come la bella serie inglese di Quatermass. Le mutazioni da atomica in tanti filmetti giapponesi, ma anche Assalto alla Terra, il piccolo capolavoro di Jack Arnold da Richard Matheson Radiazioni BX: distruzione uomo, e decine di altri (e di Arnold, come non ricordare l’apertura al diverso, anche extraterrestre e “mostruoso”, dei protagonisti bambini de I figli dello spazio); e più in generale la paura dell’atomica, nei film di fantapolitica da L’ultima spiaggia al già citato Stranamore al dimenticato e simpatico film prodotto e interpretato da Harry Belafonte a partire dal vecchio antenato letterario di Shiel La nube purpurea, La fine del mondo (nell’originale, in modo perfino più ambizioso: Il mondo, la carne e il diavolo!). Un caso a sé, sugli effetti dell’atomica e della sperimentazione delle armi, è l’inglese … e la Terra prese fuoco. L’impossessarsi delle coscienze e dei corpi e il loro controllo, ben più preoccupante e di ambigui rimandi che non quella del territorio sponsorizzata dalla “guerra fredda”, nel bellissimo L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel ma anche in Va’ e uccidi di Frankenheimer (The manchurian candidate) e la variante ancora più inquietante de Il villaggio dei dannati di Rilla da Wyndham (la fantascienza inglese, con il suo understatement e il suo “banale” realismo di partenza, è tutta da riscoprire, anche in cinema con le opere di Val Guest, Roy Baker, e tanti altri, per non parlare del film di fantascienza forse più acuto, e allora tremendamente attuale, di tutti gli anni cinquanta, L’uomo dal vestito bianco di Mackendrick, che merita più che una revisione). La distruzione della natura, ma anche la vendetta sull’uomo da parte della natura mutante, particolarmente efficace se pensata e visualizzata da Hitchcock ne Gli uccelli. L’erotismo conturbante de Il mostro della Laguna Nera. La disperazione sulle sorti della società in cui viviamo di The Damned di Losey, precorritrice della visione cupissima di Arancia meccanica, ma qui senza ombra di sarcasmo. E con quella di Losey, le incursioni tutt’altro che ingenue nel genere di, nientemeno!, Jean-Luc Godard: l’episodio Il nuovo mondo di Rogopag, piccolo racconto filosofico che affiancava La ricotta di Pasolini; Alphaville; e – ma siamo già in un “neorealismo” della fantascienza destinata a vincere nella realtà – Week-end … Ci piacciono oggi questi film più che quelli di Resnais, che pure frequentò il genere con amore e ne precorse non solo visivamente le ultime dimostrazioni dickiane o ballardiane già con Marienbad. E guai a dimenticare il più breve e il più “fisso” (fotografico) e geniale degli sconfinamenti nel genere di Chris Marker con La jetée. Siamo già nei sessanta, e non è permesso dimenticare anche se siamo entrati nella nuova storia l’umanesimo convinto del Truffaut illustratore di Bradbury (Fahrenheit 451), lo straordinario Operazione diabolica ancora di Frankenheimer che ancora aggredisce il sogno americano, I due mondi di Charly di Ralph Nelson da un racconto di Keynes, I gladiatori di Peter Watkins che prende sul serio il tema dello spettacolo della società a venire mentre Flaiano e Petri lo irridevano ne La decima vittima da Sheckley, dove la fantascienza si faceva commedia all’italiana, e non fu il solo caso. Siamo già, con alcuni di questi film, nel post-moderno senza saperlo; mentre, e lo cito non a caso per ultimo perché è davvero un film del ’68, è la fantascienza del ’68, Robert Kramer con Ice narrò forse per ultimo le utopie rivoluzionarie in azione e la loro difficoltà e crisi.Due degli estremi prodotti del genere secondo i modi della narrazione popolare degli anni cinquanta ci arrivarono dai settanta: 2000, la fine dell’uomo di Cornel Wilde, da La morte dell’erba dell’inglese John Christopher, romanzo “ecologico” che, al contrario di quelli di Ballard, comincia a sinistra e finisce a destra (succede!), e 2022: i sopravvissuti di Richard Fleischer, da Harry Harrison, una delle più agghiaccianti e realistiche previsioni della polis che ci si prepara, degna di quel capostipite illustre che fu Il tallone di ferro di Jack London, dove però si reagiva ai disastri prodotti dalla logica del capitale con la speranza della rivoluzione, che già in Fleischer è un’ipotesi storicamente e definitivamente sconfitta, è un fallimento di ieri. Senza Dick o Ballard non avremmo Pynchon o De Lillo, ma c’è da rallegrarsene? Senza la fantascienza dei pulp non avremmo avuto probabilmente 2001 di Kubrick, così come senza il romanzo gotico e il suo rivitalizzatore King non avremmo avuto Shining. Ma Dick, Ballard, Pynchon, De Lillo, Kubrick (ho dei dubbi su King) non sono certo stati felici e non credo lo siano, gli ancora vivi, di aver vinto per aver saputo prevedere e raccontare un mondo diventato di fantascienza. Raccontano, i vivi, il presente, ma non ce la fanno ad amarlo. Però non sembrano più capaci, né lo è nessuno di noi, di immaginare il futuro, e tanto meno un futuro migliore del presente. La letteratura e quel che resta del cinema se la vedano con ciò che i parassiti delle arti considerano il “puro” immaginario, o manipolino il passato riscrivendolo spudoratamente, falsificandolo, o si limitino a raccontare, su commissione di chi comanda e guida, le menzogne che al potere piace che noi si faccia nostre e a cui dover credere, noi spettatori e lettori e non più attori, comportandoci di conseguenza. Il più grande maestro del mondo così come è diventato è stato forse un tedesco da cui gli americani hanno imparato l’essenziale. Si chiamava Goebbels, e ha sistematizzato la comunicazione come pubblicità, “arte” della propaganda, canone dei comportamenti, chirurgia dei sogni. Finiti i tempi in cui la “cultura di massa” voleva dire accesso alla cultura per le masse, ampliamento della democrazia, ricchezza dell’immaginario, invito alla libertà del pensiero. Oggi siamo di nuovo al pensiero unico. La fantascienza più pessimista ha vinto, manca solo che vinca su più vasta scala di quanto già non avviene quella delle catastrofi. Ha vinto e non c’è dunque più bisogno di lei, per il “sistema”. Ma bisognerà pur ricominciare a pensare, se non si accettano le forme “post-moderne” della schiavitù del pensiero come inevitabile destino della specie e del pianeta. Che libertà, che avventura la fantascienza della nostra infanzia e adolescenza! E che invito, per chi sa accoglierlo, a ricominciare di nuovo a immaginare il futuro, dei futuri migliori!

di Goffredo Fofi cosedaunaltromondo.it

Discriminazione razziale negli Stati Uniti. La ribellione dei neri d'America.


Fino a metà degli anni '60 in molti stati degli USA erano in vigore leggi che discriminavano duramente i neri, negando loro i più elementari diritti civili. La lotta dei neri d'America per l'emancipazione, per l'affermazione dalla propria dignità e delle proprie origini fu uno dei grandi episodi della storia degli anni Sessanta.
IL PROBLEMA Nell’immediato dopoguerra uno dei problemi più scottanti negli Stati Uniti è quello della segregazione razziale. Bianchi e neri sono divisi in ogni attività quotidiana della società civile: si acquista in supermercati e negozi diversi, si mangia in ristoranti separati, si soggiorna in hotel distinti, le scuole sono diverse: bianchi e neri sono diversi, pertanto non possono stare insieme o, se stanno insieme, i neri devono comunque essere riverenti, portare rispetto ai bianchi e seguire certe regole.
ALCUNI FATTI Uno degli attacchi più significativi sferrato a questo status quo parte dal sistema educativo: nella speranza che scuole per bianchi e per neri non vengano unificate, gli stati del sud, dove il problema è più sentito, investono, negli anni ‘50, somme ingenti per migliorare il livello di istruzione dei neri. Tali iniziative non servono comunque allo scopo prefissato, in quanto il movimento contro la segregazione nelle scuole parte da Washington per allargarsi poi a tutta la nazione. La decisione emanata dalla Corte Suprema il 17 maggio 1954 nel caso Brown contro il Ministero dell’Istruzione resta una delle sentenze più significative del XX secolo; in quell’occasione viene dichiarato: " ...nulla è più importante per la nostra democrazia della decisione unanime della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America che la segregazione razziale viola lo spirito della nostra costituzione." Nonostante ciò molti degli stati del Sud perseverano nella pratica della segregazione razziale: pareva che il sistema avesse comunque il sopravvento. Ma un altro evento, non meno significativo, avviene il 1 dicembre 1955 quando la signora Rosa Parks di Montgomery, Alabama, si rifiuta di cedere il posto da lei occupato, su di un autobus extraurbano, ad un uomo bianco. Rosa Parks viene arrestata e accusata di aver violato una delle ordinanze sulla segregazione della città. In risposta a tale evento, un allora sconosciuto Martin Luther King organizza un boicottaggio pacifico delle autolinee di Montgomery, per protestare contro la segregazione razziale. La comunità di colore di Montgomery non prenderà gli autobus per spostarsi quotidianamente per ben 381 giorni. M.L.King viene arrestato in quell’occasione insieme ad altre 90 persone di colore con l’accusa di aver intralciato un servizio pubblico, King ricorre in appello e vince. Il 4 giugno 1956, una corte distrettuale degli Stati Uniti d’America emana la sentenza che la segregazione razziale sugli autobus di linea urbana è anticostituzionale. La resistenza pacifica del reverendo M.L.King e della comunità di Montgomery non solo aveva causato l’emanazione di quella sentenza, ma aveva anche dimostrato che il boicottaggio era un valido ed efficace strumento di lotta.
LA POSIZIONE DEGLI STATI UNITI NEGLI ANNI ‘60 Tuttavia, il non osteggiare una situazione di ingiustizia razziale diventa sempre più difficile in correlazione con la partecipazione degli Stati Uniti d’America -in realtà principali promotori- alla creazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, è particolarmente imbarazzante obiettare alle ingiustizie razziali di paesi di altri continenti, mentre, proprio negli Stati Uniti, si negano palesemente gli stessi diritti ai concittadini di colore. Ma non è questo l’unico motivo che pare accelerare il processo di desegregazione : a partire dal 1957 alcuni degli stati africani raggiungono l’indipendenza e ciò influenza notevolmente la gente di colore degli Stati Uniti che si identificano con le popolazioni africane e vivono con orgoglio questo mutato scenario politico a dimostrazione del fatto che la gente di colore è in grado di assumersi responsabilità ad alto livello. Intorno agli anni’60 l’esigenza di far riconoscere i diritti civili di tutta la popolazione, senza discriminazioni, si fa sempre più sentita. Proprio in questi anni sia i partiti politici che le istituzioni religiose si battono in favore di tali principi, lentamente si modifica anche l’atteggiamento che i bianchi hanno contro la partecipazione dei cittadini di colore ad alcune attività in settori rilevanti della società. Così, in questi anni, aumenta la percentuale di professori universitari di colore, di stimati avvocati e giudici, di atleti famosi, di artisti e scrittori.
LA RESISTENZA PASSIVA La linea di pensiero del reverendo Martin Luther King Junior arriva ormai ovunque ed è molto sentita e condivisa in tutta la nazione, il suo credo nel valore e nell’efficacia della resistenza passiva come forma di protesta sociale, spinge alla ribellione la maggior parte della popolazione di colore. Nel 1960 a Greensboro, nella Carolina del nord, quattro studenti entrano in un supermercatino dove, dopo aver acquistato alcuni articoli, chiedono un caffé al banco, naturalmente la risposta è un netto rifiuto, come di consuetudine, ma loro se ne stanno lì, seduti, fino alla chiusura del negozio; nasce così il sit-in che diviene una forma efficace di protesta contro la segregazione e la discriminazione, basti pensare che immediatamente dopo questo avvenimento la tattica del sit-in viene adottata in ben 15 città di 5 stati del sud.
IL CIVIL RIGHTS ACT DEL 1964 Il movimento verso l’emancipazione della popolazione di colore viene sostenuto dal Presidente allora in carica, John Fitzgerald Kennedy, il quale, nell’aprile del ‘63, chiede al Congresso di emanare leggi che garantiscano ai cittadini uguale accesso ai servizi e alle strutture pubbliche e private, che non sia permessa la discriminazione nelle assunzioni da parte di imprese e istituzioni federali, e che il governo federale non fornisca alcun sostegno finanziario in programmi o attività che riguardino la discriminazione razziale. Il messaggio del 19 giugno 1963 del presidente Kennedy alla nazione non ha solo un valore storico ma è una pietra miliare nel cammino degli Stati Uniti verso l’uguaglianza. Nel 1964, ad un anno dalla sua morte, il Civil Rights Act diviene legge. Nell’aprile ‘63, M.L.King organizza una marcia di protesta di 40 giorni nella quale vengono arrestate più di 2500 persone di colore; le manifestazioni si moltiplicano su tutto il territorio degli Stati Uniti, a sud come a nord, ed hanno anche il risultato di attirare l’attenzione sui musulmani di colore (Black Muslims, Nation of Islam) i quali si dichiarano convinti che gli Stati Uniti non concederanno mai l’uguaglianza alla popolazione di colore, pertanto rifiutano ogni tipo di collaborazione dedicandosi allo sviluppo della loro cultura ed istituzioni. Il 28 agosto del ‘63 vi è una marcia memorabile su Washington contro la discriminazione razziale alla quale partecipano tutte le maggiori associazioni di colore e non , studenti universitari, cittadini qualunque, star del cinema e della canzone, ministri; in quell’occasione ogni attività viene sospesa. L’America guarda l’avvenimento alla televisione, ma tutto il mondo ne viene a conoscenza tramite quotidiani e riviste. Coloro che marciano a Washington vogliono sottolineare che credono fermamente nelle istituzioni democratiche e nella capacità del potere legislativo di far rispettare la giustizia, ma vogliono anche enfatizzare quanto sia importante la promulgazione del Civil Rights Act. Quando il Presidente Kennedy viene assassinato il 22 novembre 1963 molti leaders del movimento nero temono che il cammino verso l’uguaglianza e la giustizia subirà un fase di arresto.
LA SITUAZIONE ALL’INDOMANI DEL CIVIL RIGHTS ACT Nonostante questo fervore di giustizia e uguaglianza che percorre tutta la nazione restano dei notevoli impedimenti in tutti gli stati e a tutti i livelli al processo di desegregazione, tutto procede a passi molto lenti, dal settore dell’educazione a quello dell’occupazione, fino al gesto banale e quotidiano di bersi un caffé. Il tutto è reso più aspro e difficile dal fatto che, in maggiore misura dei bianchi, i neri vivono in estrema povertà; in una società dove l’abbondanza e il lusso imperano, i neri non trovano lavoro, diversamente dai loro coetanei bianchi. Buona parte della popolazione nera riceve sussidi sociali e vive nei ghetti in condizioni inumane, dove spesso l’unica attività possibile è la criminalità. Sebbene la violenza sia limitata e sia da considerarsi marginale, tuttavia persistono avvenimenti drammatici come assassinii e attentati non solo contro neri, ma anche a danno di quei bianchi che hanno fatta loro la lotta alla discriminazione. Organizzazioni quali il Ku Klux Klan o i meno noti White Citizens Councils (Comitati di cittadini bianchi) esistono e sono ancora attivi.
I BLACK MUSLIMS E MALCOLM X Negli anni ‘60 il movimento di protesta dei neri si sviluppa a tal punto che Martin Luther King ne rappresenta solo una voce, sebbene predominante, rispetto ad altre. I Black Muslims, un movimento sorto negli anni’30 ad opera di Wallace Fard, sostengono di essere originariamente figli dell’Islam e di avere come loro Dio Allah: se in nome di questa religione i neri americani si uniranno e svolgeranno un ruolo attivo in essa, riusciranno ad acquisire nuovamente il potere perso. I Black Muslims, convinti che la causa principale della discriminazione sia da imputare alla mancanza di potere economico da parte dei neri, cercano di favorire qualsiasi attività in proprio. Nel ‘64 Malcolm X è il leader più significativo del movimento ed il primo a parlare apertamente di Rivoluzione Nera. Lo stesso anno egli si stacca dal movimento per fondarne uno collaterale denominato Organization of Afro-American Unity (Organizzazione dell’unità afroamericana), neppure un anno dopo verrà assassinato. Sebbene Malcolm X abbia avuto una personalità e abbia professato un credo politico e religioso totalmente diverso da M.L.King, egli resta una figura di spicco del movimento nero, anche grazie alla sua autobiografia che ha notevolmente contribuito a renderlo famoso dopo la sua morte.
IL BLACK POWER E IL BLACK PANTHER PARTY La delusione nelle istituzioni dei bianchi e nella lotta eterna alla discriminazione, spinge i musulmani neri a credere che la strada verso l’eguaglianza sia definitivamente sbarrata per loro; da qui nascono gli atteggiamenti di sfida agli Stati Uniti e alle loro istituzioni. Nasce così, nel 1966, con Stokely Carmichael, il Black Power (Potere Nero). Nella sua accezione più positiva il Potere Nero vuole promuovere l’autodeterminazione, il rispetto di sè e la piena partecipazione alle decisioni riguardanti i neri, Carmichael sostiene che solo il raggiungimento di questi ideali può obbligare i bianchi a trattare con i neri. In realtà questi gruppi associativi, così come la Rivoluzione Nera, sono dei movimenti nazionalisti che originariamente non inneggiano al rovesciamento del sistema politico, economico e sociale, ma che in seguito ne saranno coinvolti. Il più noto e diffuso di questi è il Black Panther Party, fondato nel ‘66 a Oakland, California, da Bobby Seale e Huey P.Newton. La denominazione per esteso del partito, Black Panther Party for Self-Defense, sta ad indicarne la funzione primaria: porre fine alle crudeltà della polizia bianca tramite la organizzazione di gruppi armati di autodifesa all’interno delle comunità nere. Il tutto risulterà in una guerriglia serrata con le forze dell’ordine.
VERSO GLI ANNI ‘70 Gli anni ‘66,’67’e ‘68 vedono molte ribellioni violente causate dalle condizioni di vita nei ghetti: i neri vogliono un lavoro, case decenti e scuole migliori . Martin Luther King viene assassinato a Memphis il 4 aprile 1968, la sua scomparsa non è solo un evento storico drammatico e deprecabile che sembra indicare la fine di una ribellione non-violenta, ma mostrò, come nel caso dell’assassinio di J.F.Kennedy e del senatore Robert Kennedy, allora candidato alla presidenza, a quanto gli uomini potevano giungere per impedire che si realizassero quegli ideali di giustizia ed uguaglianza fondamentali per una società democratica. In quegli stessi anni l’ indagine Kerner, finanziata dal governo, rivela che il paese si sta dirigendo sempre di più verso due società distinte, separate e diseguali: quella dei bianchi e quella dei neri. I Black Muslims e il Black Power non vogliono l’integrazione pacifica, ma la distinzione netta, i neri non hanno trovato una valida alternativa alla violenza come mezzo per raggiungere dei giusti ideali e il senso di frustrazione che ne è derivato li conduce all’ostilità nei confronti delle istituzioni e del governo. Il processo di desegregazione tuttavia procede incessantemente e con risultati positivi. Nell’arco di 20 anni (dal ‘50 al ‘70) molte cose sono cambiate per la gente di colore, il Civil Rights Act ha stabilito dei punti di riferimento inamovibili per la lotta all’uguaglianza e alle pari opportunità.

peacelink.it

luglio 15, 2009

Wittgenstein: l’apprendimento del linguaggio e i giochi linguistici.


È da negare che delle mere potenzialità innate riescano ad attuarsi senza l’intervento di un qualcosa che già in atto lo sia. Questo discorso vale non soltanto per le innatezze di natura mentale che si nutrono di un ambiente socio-culturale, ma anche per quelle di natura fisico-biologica che hanno invece bisogno di un ambiente materiale che le porti al compimento del progetto che la natura ha per loro riservato; nel caso dello sviluppo fetale di un bambino ad esempio vi è la necessità di un corpo di donna che sostenga, nutra ed amorevolmente aiuti ad attuare le potenzialità cromosomiche facenti capo ad un piedino, al cervello o ad una boccuccia che si spera sorriderà molto nella vita del futuro ed innocente neonato. Nonostante la presenza in noi di un corredo genetico faccia da sostrato al nostro linguaggio, con ciò non si può sostenere la tesi che voglia rendere questa mera potenzialità materiale sufficiente a far sì che quest’ultimo possa dirsi realmente presente in noi prima che si abbia iniziato a proferire parola. Detto ciò, tuttavia, non si può non tener conto del fatto che un gene del linguaggio e tutto il circuito neurale ad esso correlato ci siano, e seppur non sufficienti sono tuttavia necessari per il suo attuarsi. Se è vero che un essere umano ha bisogno di un addestramento per far sì che inizi a parlare è anche vero, nel contempo, che questo addestramento deve poter attecchire su di un qualcosa d’esistente e già presente: i miei muscoli non fanno di me un corridore, c’è bisogno dell’esercizio che tramite l’approccio per prove ed errori (il bambino cade, si rialza, riassetta il passo e riprova), mi porterà ad iniziare a muovere i primi sicuri passi su questa terra fino a condurmi alla corsa. Ma per l’adempimento di questa nuova pratica di vita è indispensabile questo sostrato muscolare. Lo stesso discorso vale ovviamente anche per ciò che concerne alcune delle nostre facoltà mentali, in specie per il linguaggio che necessita di un di più rispetto alla - se pur necessaria - presenza di una materialità, conosciuta o tuttora al vaglio delle neuroscienze. Ed è proprio su questo di più che bisogna ora focalizzare l’attenzione per vedere se sia possibile risolvere il problema dal quale abbiamo preso le mosse fin dall’inizio: l’attuarsi del linguaggio. Nel far ciò mi avvarrò delle acute e lungamente meditate tesi delle Ricerche filosofiche di Ludwig Wittgenstein improntando la mia attenzione in particolar modo sulle modalità di apprendimento del linguaggio e sulla nozione di gioco linguistico. È fin dall’inizio importante chiarire cosa intenda dire Wittgenstein quando parla, appunto, di gioco linguistico: il termine gioco linguistico è da lui introdotto con specifico riferimento alle forme linguistiche più primitive nelle quali è più facilmente ravvisabile un rimando ad un’attività di stampo puramente pratico che ha inoculato in sé un linguaggio. Siamo di fronte dunque ad un utilizzo del linguaggio più semplice e poco articolato concettualmente nel quale è più facilmente ravvisabile un collegamento promiscuo con la prassi che stiamo svolgendo, collegamento che ha la ragione del suo essere nelle regole che determinano le modalità d’interazione tra linguaggio e prassi, e che sono codificate socialmente. Nel nostro avvalerci del mondo e di tutto ciò che in questa parola può essere incluso (la vita in toto quindi) il linguaggio può molte volte non essere necessario. Ma, viceversa, affinché avvenga un apprendimento dello stesso, è indispensabile il rimando ad una prassi nella quale l’utilizzo degli oggetti e delle parole che impieghiamo durante questa pratica acquisisca un senso intersoggettivo, perché in questo agire si dispiega un comportamento che accomuna in quanto determinato dall’aver seguito regole che ci fan parlare sensatamente.Le potenzialità concettuali in noi presenti fin dalla nascita hanno dunque bisogno di questa normativa storicamente emanata dalla società umana e connessa con le varie forme di vita che gli uomini praticano per poter essere poste in atto. Per comunicare è dunque indispensabile che l’interazione tra i due o più soggetti si svolga all’interno di una prassi con la quale il linguaggio si lega perché conforme a regole incastonate nella stessa e da essa derivanti poiché codificate intersoggettivamente.Date queste premesse è allora intuitivamente già afferrabile la centralità che in Wittgenstein assume un apprendimento del linguaggio determinato dall’uso dello stesso, regolamentato da modalità comportamentali che hanno la loro genesi nelle norme non scritte sbocciate all’interno della consuetudinarietà peculiare della specie umana, questo perché un linguaggio non può essere appreso se non mediante un addestramento che ci insegni come queste regole facenti capo ad ogni sua mossa debbano essere seguite, regole che andranno ad instaurare un legame convenzionale tra l’uso di questa parola e il contesto nel quale deve essere così e per tale o tal altro scopo proferita, contesto che viene a coincidere con la forma di vita che si sta praticando e nella quale assume un senso ben preciso l’espressione verbale che in essa incorre proprio perché pronunciata nella situazione specifica dell’attuale utilizzo.Il linguaggio è storicamente connotato e non potrebbe essere altrimenti
Ma quanti tipi di proposizioni ci sono? Per esempio: asserzione,domanda e ordine? -Di tali tipi ne esistono innumerevoli: innumerevoli tipi differenti d’impiego di tutto ciò che chiamiamo ‹‹segni››, ‹‹parole››, ‹‹proposizioni››. E questa molteplicità non è qualcosa di fisso, di dato una volta per tutte; ma nuovi tipi di linguaggio, nuovi giochi linguistici, come potremmo dire sorgono e altri invecchiano e vengono dimenticati. (un’immagine approssimativa potrebbero darcela i mutamenti della matematica.) Qui la parola ‹‹giuoco linguistico›› è destinata a mettere in evidenza il fatto che il parlare un linguaggio fa parte di un’attività, o di una forma di vita.[…] – (Ricerche filosofiche, a cura di M. Trinchero, Einaudi, Torino 1999, § 23).
Il linguaggio rispecchia dunque le forme di vita degli uomini mutando contemporaneamente e specularmente a queste. La storicità dell’evoluzione riguarda tutti gli aspetti del genere umano: nascono, crescono e muoiono forme di vita tra le più varie e con esse nascono crescono e muoiono i giochi linguistici che gli appartenevano. I concetti si muovono sempre sul terreno empirico della vita, non discendono metafisicamente da una regione posta al di là della vita stessa e delle sue varie modalità di utilizzo. Il linguaggio è funzionale alla nostra esistenza e ha bisogno per essere attuato, oltre che di geni e sistemi neurali, anche di un’interazione con l’ambiente circostante mediata dalle regole che determinano il modo in cui devono legarsi e rispondersi attività e reazioni linguistiche.Nell’arco di tempo in cui una società nasce, cresce e si sviluppa, sorgono bisogni di vario genere che debbono essere soddisfatti: quelli più impellenti sono necessari al sostentamento pressoché di ciascuna specie animale, gli altri invece sono tipici della nostra specie perché connotati culturalmente: non ho bisogno di cento paia di jeans diversi per vivere, però l’evoluzione socio-culturale dell’umanità ha portato alla nascita di nuove necessità che, pur non contribuendo alla sopravvivenza della specie stessa, determinano – in questo caso – una sorta di bisogno di carattere puramente folkloristico; dopo che ho conosciuto il jeans e ho visto altri miei simili usare un jeans diverso dal mio, sento il bisogno di avere anch’io un altro tipo di jeans per poter esprimere più compiutamente me stessa e la mia intima essenza caratteriale.Le multiformi diversità che colorano e diversificano un essere umano da un altro essere umano e una comunità umana da un’altra, sono il frutto dell’interazione tra bisogni creati dall’uomo e bisogni imposti dalla natura. Il linguaggio non fa altro che seguire questa evoluzione storica. Nel momento in cui un uomo ad esempio inventa un nuovo oggetto, solitamente una delle prime cose che fa è battezzarlo, molte volte con un nome che possa quasi da subito esplicitare e rendere chiaro lo scopo dello stesso, altre volte invece con un vocabolo totalmente estraneo al senso che poi l’oggetto verrà ad assumere nella pratica di vita cui è destinato. Pur tuttavia anche in questo caso il vocabolo richiamerà - quasi magicamente - alla mente la funzione d’uso dell’oggetto a tutti coloro i quali hanno imparato a conoscere i vari possibili impieghi che concorrono alla formazione del significato dello stesso, e dunque alla creazione di un nuovo concetto che concorrerà allo sviluppo di una nuova forma di vita fino a poco prima mai praticata, che andrà a sua volta a creare nuovi bisogni bisognosi di essere soddisfatti magari tramite l’invenzione di nuovi oggetti con relative forme di vita potenziali.Nel dirti penna, tu inizi a pensare ad un sacco di cose che puoi fare con una penna: scrivere una poesia, colorare un disegno, annotare la spesa della giornata…, la penna s’impregna di tutti quei significati che fanno capo a pratiche di vita differenti e che contemporaneamente risiedono nel concetto di penna, ma tutto ciò avviene solo dopo che una penna sia stata inventata e che qualcuno ti abbia insegnato a cosa serva. Paradossalmente anche colui che ha inventato il primo mezzo per scrivere inizialmente non era pienamente cosciente della nuova forma di vita che stava timidamente iniziando a praticare fino a quando non si è formata una consuetudine d’uso e con essa il concetto di scrittura fino allora non presente nella mente di alcun essere umano. Un nome non è un semplice marchio sonoro per etichettare un oggetto, ma è un di più, è la rappresentazione dei molteplici significati che questo oggetto può assumere all’interno della forma di vita di colui che se ne avvarrà.Dunque da ciò si comprende anche quanto importante sia il concetto di apprendimento linguistico nel pensiero del nostro filosofo e quanto sia diversa e distante la sua posizione al riguardo rispetto a quella di un innatista per eccellenza: Agostino.Infatti non basta dire che una potenzialità linguistica di matrice prettamente biologica non ha il potere da sola di farci parlare e che c’è pertanto bisogno di un essere umano che già parli e che sia disposto ad insegnare anche a noi ad usare questo speciale strumento tutto umano, bisogna anche specificare il modo in cui tale insegnamento debba svolgersi affinché possa condurci secondo natura alla attuazione di ciò per cui siamo stati programmati fin dalla nascita. Un corpo di donna non riesce a portare a compimento lo sviluppo fisico di un bambino se non lo nutre nel corretto modo, così un essere umano parlante non può soddisfare il bisogno di parlare di un bambino se non mediante un vero e proprio addestramento linguistico. Ed è proprio da questo tipo di problematica che Wittgenstein prende le mosse nelle sue osservazionicriticando una concezione a suo avviso estremamente erronea, basata sull’insegnamento di tipo ostensivo tanto caro al Vescovo d’Ippona. Per Agostino il linguaggio consisterebbe di poche parole che denominano oggetti e di proposizioni che sarebbero le connessioni di tali denominazioni, la proposizione sarebbe appresa in un secondo tempo rispetto al nome che avrebbe l’esclusiva nel gioco dall’apprendimento linguistico. Wittgenstein invece dal canto suo considera il denominare soltanto uno dei possibile usi che facciamo del linguaggio la cui essenza non è esaurita dall’attaccare un nome ad un oggetto. Il linguaggio è uno dei mezzi mediante i quali gli esseri umani interagiscono tra loro ma nel contempo essendo utilizzabile in diversi modi per il raggiungimento di scopi tra loro completamente eterogenei è uno strumento composto di parti differenti impiegabili nei modi più vari perché inserite nelle multiformi sfaccettature della nostra vita. La proposizione viene prima del nome perché è con essa che arriviamo a conoscere la funzione propria del termine da definire, il posto che esso deve occupare all’interno del linguaggio.La concezione innatistica del linguaggio che ha Agostino viene ad assumere inoltre una piega mistica che per sua natura è totalmente disancorata dal terreno di gioco sul quale Wittgenstein muove i passi delle sue riflessioni, e cioè il terreno dell’empiria. A detta del primo un bambino nascerebbe già con la facoltà di comprendere da solo il senso delle parole avvalendosi delle capacità interpretative donategli direttamente da dio, ciò lo renderebbe estremamente sagace a tal punto da poter da solo riuscire a risolvere il rebus che ha dinnanzi agli occhi (e orecchi) ogni volta che un adulto inizia a vociferare. Ora di fronte a questo prezioso e sublimemente connotato dono, come si fa a non notare - a mio avviso – che si pone in opera in realtà qui una sua svalutazione? Questo splendido strumento di comunicazione umano sarebbe frutto di una concatenazione di associazioni tra parole ed oggetti, ma di un suo inserimento all’interno del dono divino più prezioso, la vita, non se ne tiene conto nel modo più appropriato. Wittgenstein in un certo senso riabilita e pone su un piano più dignitoso il linguaggio (pur non facendolo discendere dall’alto dei cieli) nel momento in cui lo colora di tutti i cromatismi che un uomo è capace di dare alla propria esistenza. Il linguaggio è speculare alla vita dell’umanità: nasce, cresce, si modifica e morirà con essa. Nell’arco di un’intera vita un uomo fa e può fare molte diverse esperienze che possono poi essere tradotte linguisticamente, la maggior parte di esse poi necessitano del linguaggio per essere praticate e/o condivise. Ma affinché avvenga la trasposizione di una qualunque esperienza sul terreno linguistico è necessario che un linguaggio venga imparato tramite l’unico e più genuino mezzo a nostra disposizione: vivere il nostro mondo; il dono divino non basta!Nella prassi dell’addestramento linguistico può avere una parte indubbiamente importante il tipo di insegnamento addotto da Agostino, cioè un insegnamento di tipo ostensivo consistente nell’indicare al bambino un oggetto pronunciandone nel contempo il nome e costituendo così una connessione associativa tra il nome e le cose. Questo procedimento tuttavia non può essere, a detta di Wittgenstein, l’atto fondante del linguaggio, bensì un suo possibile uso, uno dei possibili diversi giochi linguistici che non è di per sé sufficiente a far sì che il bambino impari realmente per cosa stia quella parola fin tanto che non inizi ad usarla nel modo corretto, seguendo le regole che la prassi impone nel contesto del suo attuale proferimento; infatti è proprio tramite l’uso della parola determinato da regole codificate intersoggettivamente che si rende comprensibile il significato della stessa e che nel contempo sorge un nuovo modo d’intendere il mondo - o meglio - il pezzettino di mondo che si dischiude non appena la parola è usata nel modo preciso in cui è stato insegnato. Insegno, ad esempio, ad un bambino ad usare una penna per scrivere, ecco che allora per lui sarà immediatamente chiaro il significato della parola penna e qualora dovessi in un futuro chiedergli gentilmente di andare a prendere ed usare una penna avrò che lui inizierà a fare dei segni su un pezzo di carta o altro supporto adatto all’inchiostro in essa contenuto. Nel gioco dello scrivere che ora il bambino ha imparato vengono ad assumere dei significati ben precisi le parole penna, carta, scrittura…e con essi si dischiude una nuova forma di vita, quella della pratica di scrittura che ha dato finalmente un senso a questa parola pronunciata tante volte dalla madre; l’oggetto nel contempo acquisisce grazie a tutto ciò un nuovo senso, è osservato dal bambino sotto un altro punto di vista completamente differente da quello che aveva prima, ad esempio quello finalizzato esclusivamente al soddisfacimento della forma di vita tipica di un infante, vale a dire il suggere. La penna che il bambino vedeva solo come un surrogato del ciuccio diventa ora un mezzo di scrittura, tutto ciò si è potuto verificare perché gli è stato insegnato ad afferrarla e ha porla su un pezzo di carta tramite un esempio pratico. Ma ipotizziamo che ad un altro bambino io abbia insegnato ad usare la penna per scavare delle piccole buche in un terreno nelle quali poi andare a piantare dei semini di rose. Quale significato assumerà la parola penna per quest’altro bambino? Uno stesso nome andrebbe a rappresentare per i due bambini oggetti e relativi utilizzi completamente eterogenei. Se dovessi ad un certo punto chiedere ad entrambi di usare una penna avrei che i due andrebbero a svolgere pratiche totalmente dissimili, anche se significativamente corrette qualora vengano svolte all’interno della pratica di vita in cui è richiesto esplicitamente il loro eterogeneo adempimento: a scuola la prima, nell’orto di un giardiniere un po’ bizzarro la seconda.Dunque cosa fa di una penna una penna intesa come mezzo di scrittura se non un uso determinato? E cosa dà senso alla parola penna se non sempre il medesimo uso? Il semplice pronunciare la parola penna in seguito ad un insegnamento di tipo ostensivo non fa in modo tale che si possa dire del bambino che sappia cosa sia in realtà una penna. Il linguaggio è il mezzo tramite il quale gli uomini interagiscono, è quindi essenziale che a tutti siano insegnate le stesse modalità di utilizzo delle parole tramite l’eseguimento corretto delle regole codificate dalla comunità degli esseri umani in cui il linguaggio deve essere utilizzato, solo così si potrà avere propriamente un linguaggio, un sistema di comunicazione efficiente, in caso contrario saremmo semplicemente alla presenza di una sorta di torre di babele ove sarebbero pronunciati suoni ma non parole.Un esempio efficace che Wittgenstein porta per escludere che un linguaggio possa essere appreso tramite un semplice insegnamento ostensivo riguarda l’apprendimento dei termini «là» e «questo».
[…] Anche «là» e «questo» si insegnano ostensivamente? - Immagina in quale modo si potrebbe insegnare il loro uso! Indicando luoghi e oggetti, - ma qui l’indicare ha luogo anche nell’uso delle parole, e non soltanto nell’apprendimento dell’uso. – (Ivi, § 9).
Ciò è ancora un voler dire che non c’è altro modo di insegnare ad un bambino il significato dei termini «là» e «questo» se non portando al suo cospetto l’utilizzo concreto degli stessi.Nella mente del bambino c’è già sì una predisposizione genetica ad imparare i multiformi elementi ed utilizzi di una lingua, ma niente al di fuori di una prassi socialmente condivisa e rigidamente regolamentata potrebbe porre in atto tale potenzialità biologica (un pappagallo può pronunciare le parole ma non ne capisce il significato perché non può “giocare” con esse, non le può praticare). Un bambino ha quindi innatamente i mezzi per imparare a pronunciare e ad usare una lingua, ma per poter arrivare a far tanto c’è bisogno che qualcuno interagisca con lui e gli insegni come vada usata, in modo che possa instaurarsi quell’accordo intersoggettivo indispensabile affinché ci si possa capire e parlare.Anche nelle proposizioni che vanno dal § 28 al § 31 è chiarito egregiamente il motivo per il quale una semplice definizione ostensiva non può essere la vera base di partenza per un apprendimento del linguaggio. L’esempio significativo che qui Wittgenstein porta per scansare definitivamente questa ipotesi è l’apprendimento dei numeri mediante, appunto, definizioni ostensive.Indico due noci e do la definizione di questi due oggetti dicendo “Questo si chiama due”, la conseguenza di questo mio insegnamento può andare a collidere con la mia intenzione che è quella di insegnarti il numerale 2 e questo perché l’altra persona potrebbe interpretare questa mia affermazione in più sensi diversi: per esempio non è detto che lui capisca che io gli sto insegnando un numerale, potrebbe anche darsi che il mio discepolo intenda con 2 il nome di questo gruppo di noci, quindi avrei che per lui le noci si chiamano 2, oppure al contrario se volessi attribuire un nome a questo gruppo di noci ecco che potrebbe accadere che l’altro lo interpreti come un numerale. Neanche avvalendomi della parola numero le cose vanno meglio perché per poter far sì che l’altro capisca cosa intendo nel momento in cui gli dico “questo numero si chiama 2” è necessario che gli sia già chiaro, in generale, quale funzione la parola numero debba svolgere nel linguaggio, e questa chiarezza non può averla ottenuta altrimenti che all’interno di una pratica di vita congrua al gioco del contare.Immaginiamo una classe di bambini sui tre anni ai quali sono presentati due nuovi e sconosciuti oggetti, ad esempio, una noce e uno schiaccianoci; come maestri hanno a disposizione un oratore che insegnerà l’uso di questi oggetti tramite il solo utilizzo delle parole, e un mimo che si avvarrà esclusivamente di gesti esemplari.Nel primo caso, il maestro potrebbe parlare così: “Alla vostra sinistra abbiamo un oggetto commestibile chiamato noce. La noce è un frutto che può essere mangiato e che ha un sapore - a detta dei più – molto gradevole. Questo frutto però è composto di due parti; una scorza molto dura e al suo interno il frutto vero e proprio, la parte propriamente commestibile. Per poter raggiungere quest’ultimo, l’uomo ha inventato uno strumento che si chiama schiaccianoci e che è presente davanti a voi alla vostra destra. Con quest’aggeggio voi potete letteralmente schiacciare una noce, per fare ciò dovete prendere la noce con una mano, con l’altra prendere lo schiaccianoci, aprirlo e porre al suo interno la noce in modo tale che quest’ultima s’incastri tra le zigrinature presenti negli archetti del nostro strumento. Poi con tutta la forza a vostra disposizione dovete chiudere lo schiaccianoci premendo l’una contro l’altra le due maniglie dello stesso. Ecco che finalmente sarete riusciti ad aprire la noce e potrete cibarvi del suo frutto”.Viene da pensare che per quanto questa spiegazione possa essere efficace e sintetica, i bambini già dopo le prime parole si addormenterebbero sulle sedie! Ma se invece ci avvaliamo di un mimo che senza aprire bocca esegue simpaticamente tutte queste operazioni, magari anche leccandosi i baffi dopo aver mangiato la noce, non credete che forse i bambini capirebbero più in fretta che la noce si può mangiare, che è buona, che ha un guscio duro il quale per essere rotto deve venir posto in quello strano oggetto metallico, che il mimo ha usato con tanta disinvoltura? Ed ecco che dopo aver imparato a cosa serve lo schiaccianoci e che la noce è commestibile, i bambini potrebbero anche chiedere il nome di queste due cose, nome che assumerà immediatamente il significato d’uso che è appena stato insegnato. Da questa storiella si devono trarre due conclusioni: la prima è che senza un linguaggio già in atto in colui che ascolta non è possibile che si possa capire alcunché di ciò che una persona insegna, se quest’ultimo si avvale solo di parole (per quanto condite con gesti che possono essere comunque più o meno equivoci) sradicate dal terreno di un loro effettivo uso. Ecco perché allora Wittgenstein dice che «per essere in grado di chiedere il nome di una cosa si deve già sapere(o saper fare) qualcosa». Per quanto riguarda la seconda conclusione, è importante capire che non c’è niente, quanto l’esemplarità di un evento, che possa far sì che noi si comprenda l’evento stesso. Ciò vale dunque anche per il linguaggio,Wittgenstein dice: «immaginare un linguaggio significa immaginare una forma di vita». Io ora utilizzo la parola ‹‹lastra!›› in un certo modo perché voglio che mi porti una lastra, ma tu puoi capire questo comando soltanto se hai familiarità col gioco linguistico del comandare e dell’eseguire, il quale gioco linguistico però deve svolgersi all’interno di un contesto ben preciso, quello per esempio di un cantiere navale; se fossi con te all’interno di un centro commerciale e dicessi ‹‹lastra!›› tu probabilmente mi considereresti un po’ pazzo! Ed ecco quindi perché per Wittgenstein l’ellitticità o ridondanza di una proposizione può essere definita in modo stabile ed inequivocabile per ciascuna parola o frase solo rispetto ad un determinato modello della nostra grammatica. Se nel contesto di un cantiere navale io dico ‹‹lastra!›› o ‹‹portami una lastra›› non ha importanza, il senso è lo stesso in entrambi i casi, e tu che sei un mio manovale capisci benissimo il mio ordine e lo esegui in quanto hai appreso il senso in cui questo termine viene usato perché calato nel contesto specifico del cantiere navale.
di Cinzia Ruggeri PortaleFilosofia.Com

luglio 10, 2009

Roberto Saviano: Ecco perché scrivo

Roberto Saviano (Foto: Edoardo Rebecchi)

Nel meraviglioso scenario della basilica di Massenzio, dove sembra che il tempo si fermi lasciando fuori un mondo rumoroso e veloce, apre la serata la voce dell'attrice Anna Bonaiuto che legge un brano tratto dall'ultimo libro di Saviano "La bellezza e l'inferno", sugli ultimi tre anni "pieni di soddisfazioni ma anche molto duri" vissuti dallo scrittore.Poi, sul palco, Roberto Saviano. In duemila si alzano in piedi, non smettono di applaudire. I cinque uomini della sicurezza che lo accompagnano ovunque faticano a tenere sotto controllo i movimenti della platea che lo acclama con foga. Saviano sorride commosso, si passa la mano sulla testa rasata. "Grazie, grazie davvero... Siete proprio in tanti, non me l'aspettavo..." dice quasi indietreggiando, come sopraffatto dall'affetto di una folla che non è fatta scoraggiare dalle due ore di fila pur di ascoltarlo, applaudirlo, sostenerlo.Sullo schermo, per tutta la serata, scorrono le immagini «Sposati alle mafie» di Alberto Giuliani, che fanno da sfondo ai racconti: donne in nero, segnali stradali crivellati di colpi di arma da fuoco, stragi di africani, volti di mafia, case mai finite di costruire. L'Italia raccontata da Saviano ha altri protagonisti e, soprattutto, altre protagoniste. Lo scrittore esordisce parlando di donne, ma non delle donne giovani e belle che in abiti succinti riempiono le televisioni ed i giornali, ma di donne vestite di nero, perennemente in lutto, con espressioni dure sui volti struccati. Sono le donne che vivono in terra di 'ndrangheta, di mafia, di camorra. Sono donne del Sud, vincolate a "regole complesse, riti rigorosi, vincoli inscindibili".Come dice Saviano, essere donna in terra criminale è terribilmente complicato, perché bisogna "mantenersi in precario equilibrio tra modernità e tradizione, tra gabbia moralistica e totale spregiudicatezza nell'affrontare questioni di business".Ed è proprio il contrasto fra modernità e tradizione che colpisce in queste donne. Donne che si sposano prestissimo, a venti, venticinque anni e da subito sono educate alla morte; sempre con un motivo per tenere il vestito nero, che spesso nasconde l'intimo rosso simbolo del sangue da vendicare. Eppure sono donne che prendono decisioni importanti, che danno ordini di morte, ma che non possono permettersi di avere un amante o di lasciare un uomo; donne che decidono di investire in interi settori di mercato, ma che non possono decidere di truccarsi quando il loro uomo è in carcere.Saviano continua, nella serata, a parlare di un'altra Italia, diversa da quella urlata e propagandata, chiusa e piena di paure, anzi la contraddice: "Ogni volta che si rende la vita impossibile ad un migrante si sta facendo un regalo alle organizzazioni criminali"In questa Italia che esiste, ma che non è raccontata, i migranti scendono in strada contro le mafie, perché non conoscono l'omertà, non hanno la percezione che tutto è sempre stato così e sempre lo sarà, in un Sud che in quelle strade li lascia soli, che ha dimenticato il coraggio.Ma di criminalità organizzata in Italia non si vuole parlare, nonostante un fatturato di 100 miliardi di euro l'anno, nonostante le 172 amministrazioni comunali che negli ultimi anni sono state sciolte per infiltrazione mafiosa, nonostante dal '92 ad oggi le organizzazioni di stampo mafioso abbiano ucciso più di 3.100 persone. "Vengo spesso accusato di diffamare il nostro Paese. Ma io vi dico che per me raccontare è resistere. E non tutto è immagine negativa. All'Italia viene riconosciuto prestigio e professionalità all'estero per il suo sistema di contrasto alla criminalità organizzata. In Italia - spiega - abbiamo il miglior Dipartimento Antimafia perché abbiamo la mafia più antica. Abbiamo le migliori leggi antimafia, sempre che non ce le cambino - dice scatenando un applauso - perché c'è una lunga tradizione penale di contrasto ai mafiosi. All'estero chiedono la nostra consulenza per aiutare a capire le dinamiche mafiose, soprattutto ora che la crisi economica ha aperto alla criminalità organizzata settori prima inesplorati e l'esperienza investigativa e giudiziaria italiana viene spesso consultata da Paesi che hanno una legislazione antimafia debole, come Spagna o Inghilterra". Per questo, conclude, di fronte alla domanda che tutti gli pongono su cosa si debba e si possa fare, come sia giusto agire, Saviano non ha dubbi: "comprate i giornali che raccontano queste storie, convincete gli editori a imporre all'attenzione pubblica questi problemi". Parlare di mafia, di scrivere di mafia: "Bisogna parlarne, mostrare la ferita", perché se è vero che la cosa più pericolosa che possa fare la letteratura è sussurrare all'orecchio del lettore: "questo ti riguarda", ebbene tutto questo ci riguarda.

di Barbara Minisci meltinpotonweb.com

luglio 09, 2009

La vite di Archimede.


Nelle zone dove la coltivazione dell'ulivo caratterizza i paesaggi la sansa, cioè il prodotto di scarto delle spremitura delle olive, è da qualche tempo usata come combustibile da riscaldamento in caldaie progettate per il suo utilizzo. La sansa viene ammassata in una tramoggia a piramide capovolta, che si affaccia su una coclea, conosciuta anche come vite di Archimede. Un ingegnoso sistema meccanico, collegato ad un motore, trasmette un moto oscillatorio a una piccola ruota dentata, del tutto simile a quella applicata ai pedali delle biciclette, e fa girare a piccoli scatti la coclea sempre in uno stesso verso. La particolare conformazione della ruota, impedendo alla coclea di oscillare ora in un verso ora nell'altro, fa sì che la sansa inevitabilmente proceda ad impulsi verso il braciere. L'energia del Sole che era stata intercettata dagli ulivi e utilizzata per creare legno, foglie e olive viene ora definitivamente ceduta per produrre calore; la sansa brucia e per la casa si diffonde un piacevole tepore. La materia che negli organismi biologici realizza i livelli più complessi di organizzazione si sgretola così nei suoi costituenti elementari secondo la regola che lega il divenire di ogni struttura biologica al suo periodico dissolversi; nell'ammasso di polpa di olive le molecole biologiche sono disconnesse e private di quell'organizzazione che ne garantisce la funzione.
Fissando la sansa che scorre lungo la vite di Archimede viene da paragonare quel suo lento procedere verso il braciere all'inevitabile succedersi nel tempo delle specie biologiche, sotto la spinta incalzante della selezione naturale. Ad ogni generazione una molteplicità di individui si ammassa come la sansa nella tramoggia, ciascuno veicolando un codice genetico impresso nel proprio DNA e una storia di processi epigenetici costruiti sulla perdurante interazione con l'ambiente. La grande variabilità di soggetti è continuamente alimentata dal rimescolamento genico legato principalmente alla riproduzione sessuale, a cui si aggiunge la comparsa casuale, nelle cellule germinali, di qualche mutazione in prevalenza associata alla fase di duplicazione del DNA. La maggior parte delle mutazioni non conferiscono un vantaggio agli individui e alla loro prole; la fitness ridotta che ne deriva determina la loro eliminazione ad opera della selezione naturale. Se tuttavia le alterazioni interessano qualche gene che svolge una funzione non essenziale, ridondante o superflua, allora in genere in esso si possono accumulare mutazioni senza che la selezione intervenga ad eliminarlo. Un'attenta lettura di tali geni relitti, non più funzionanti, è preziosa per ricostruire pezzi di storia naturale; in genere essi riflettono il succedersi, all'interno delle popolazioni, di nuovi stili di vita connessi per lo più a cambiamenti ambientali. In tale ambito, tra gli esempi meglio studiati vi è quello del gene sws, specifico per le opsine, molecole legate alla visione dei colori. Il celacanto, un pesce abissale che è considerato un fossile vivente, fu per molto tempo ritenuto estinto fino a quando un esemplare venne casualmente pescato nel dicembre del 1938. In tale pesce la presenza di un gene funzionante per la rodopsina consente la visione in luce tenue, il massimo di chiarore che le sue abitudini di vita gli permettono di osservare, mentre l'inutilità di percepire colori come il verde o il rosso hanno favorito l'erosione ad opera della selezione naturale del gene per le opsine. L'ambiente buio a cui i suoi progenitori si sono adattati ha reso non più vantaggiosa la visione dei colori; la selezione ha allentato la guardia e il gene sws ha cominciato ad accumulare mutazioni che stanno cancellando del tutto le sue ascendenze, rendendolo un tratto indefinito di DNA.Storie analoghe si sono ripetute in tempi relativamente più recenti ma sempre in maniera del tutto indipendente, per molti altri organismi come delfini e balene, scimmie dalle abitudini notturne, come l'Aotus e alcuni lemuri; per ciascuna di queste specie, e per altre ancora, sono oggi presenti differenti tipi di alterazione nella sequenza del DNA dei loro geni sws non attivi.Un'altra storia di geni relitti è stata descritta in un gruppo di pesci che vivono nei mari dell'Antartide, appartenenti al sottordine dei notothenioidae. Conosciuti come pesci ghiaccio, sono del tutto privi di globuli rossi, come risulta evidente dai loro corpi trasparenti. Quando con la deriva dei continenti e il lento scivolamento dell'Antartide da una zona subtropicale al Polo Sud, tali pesci si sono trovati a vivere in acque sempre più fredde dove la solubilità dell'ossigeno è più alta, per loro è risultato più vantaggioso assorbire tale sostanza direttamente attraverso i tessuti della pelle; si è così resa superflua l'emoglobina i cui geni, risultando non più essenziali alla sopravivenza e anzi comportando la loro attivazione soltanto un costo, si sono caricati di mutazioni senza che la selezione intervenisse per salvaguardare la loro integrità.Per ogni individuo, dunque le lunghe molecole di DNA, per ampi tratti privi di funzionalità, più che rappresentare un progetto di costruzione di un individuo dalla cellula uovo, processo che è soprattutto frutto di complessi meccanismi epigenetici di interazione dei prodotti dell'attività dei geni con l'ambiente circostante, sono un archivio vivente delle vicissitudini storiche dei propri antenati. Esse racchiudono il ricordo dei tentativi intrapresi da ciascun individuo di colonizzare la realtà circostante, in genere soggetta nel tempo a continue modifiche, per trarne vantaggio in termini di sopravvivenza e di possibilità riproduttive. Nei geni relitti c'è la memoria della realizzazione di organi che nel tempo sono stati cooptati a svolgere nuovi compiti, in relazione ai differenti paesaggi ambientali che si sono di volta in volta affermati.Gli individui che vivono la realtà attuale non sono meglio equipaggiati dei loro antichi progenitori, sono soltanto diversi; possono avere acquisito qualche nuovo gene a cui spesso fa da contrappeso la funzionalità persa di altri tratti di DNA. Necessariamente, la complessità non può che derivare da strutture più semplici ma questo non deve spingere a ritenere erroneamente che essa sia il fine a cui tendono i processi evolutivi. La selezione agisce solo al presente permettendo ai più adatti di sopravvivere e riprodursi. Ad ogni generazione gli individui s'ammassano e premono come la sansa che scivola lungo la tramoggia verso la vite di Archimede.In prossimità dell'Acheronte la vista di Dante è catturata dalle migliaia di genti, lasse e nude, assiepate sulle rive del grande fiume, pronte ad attraversarlo.Come d'autunno si levan le foglie / l'una appresso de l'altra, fin che ‘l ramo / vede a la terra tutte le sue spoglie, / similemente il mal seme d'Adamo / gittansi di quel lito ad una ad una, / per cenni come augel per suo richiamo. / Così sen vanno su per l'onda bruna, / e avanti che sien di là discese, / anche di qua nuova schiera s'auna. / "Figliuol mio", disse ‘l maestro cortese, / "quelli che muoion ne l'ira di Dio / tutti convegnon qui d'ogne paese; / e pronti sono a trapassar lo rio, / ché la divina giustizia li sprona, / sì che la tema si volve in disio.Il divenire, in quanto essenza di ogni essere vivente, comporta il lento succedersi delle generazioni; la selezione naturale, a sostituzione della divina giustizia, osserva chi guada il fiume prima degli altri. Indifferente al futuro, essa si limita a registrare chi si riproduce e chi svanisce; sofferenze e gioie non la scalfiscono, il caso non è pregiudizialmente respinto. Adattarsi al presente un poco più degli altri è il lasciapassare che permette a ciascuno di sopravvivere ancora, invece di perire subito; ciò non è connesso alla necessità di arricchirsi di complessità, è solo lo strumento per guadare il fiume!A differenza di una normale vite che nel suo breve avvolgimento ha già iscritto il punto finale, quando la testa fornita di taglio si incastona nel materiale impedendo una ulteriore penetrazione, la vite di Archimede può girare senza fine come i processi selettivi naturali che sospingono in avanti le generazioni dei viventi, finché il Sole bruciando fornisce l'energia necessaria al loro funzionamento. Nel loro divenire è insito il meccanismo della discendenza con modifiche che si afferma sulla base del loro grado di adattabilità; essa non è quindi una forza esterna, a differenza della divina giustizia, che sprona il processo, ma né è parte integrante. Ben colgono tale significato gli accorati versi di Leopardi:Or poserai per sempre, / Stanco mio cor. Perì l'inganno estremo, / Ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento, / In noi di cari inganni, / Non che la speme, il desiderio è spento. / Posa per sempre. Assai / Palpitasti. Non val cosa nessuna / I moti tuoi, né di sospiri è degna / La terra. Amaro e noia / La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo. / T'acqueta omai. Dispera / L'ultima volta. Al gener nostro il fato / Non donò che il morire. Omai disprezza / Te, la natura, il brutto / Poter che, ascoso, a comun danno impera, / E l'infinita vanità del tutto.Ma mentre la coclea avvolge e sospinge, tornano in mente le anime di Dante che nell'accingersi ad oltrepassare l'Acheronte si sentono spronate dalla giustizia divina a tal punto da trasformare il timore in desiderio. Più che ricorrere a metafisici interventi è la selezione sessuale che per quanto ingannevole possa anch'essa apparire, inonda il mondo biologico di desideri, aspettative, sogni, ambizioni e, ancora, senso del bello, tutti aspetti che nell'uomo hanno probabilmente aperto la strada alla poesia, all'arte, al senso morale, forse ai suoi stessi linguaggi simbolici.La coclea gira e per l'area si espande una musica celestiale. Tornano in mente i versi di Orazio:Non chiedere tu mai / Quando si chiuderà la tua / vita, la mia vita, /non tentare gli oroscopi d'oriente: /male è sapere, Leuconoe. / Meglio è accettare quello che verrà, / gli altri inverni che Giove donerà / o se è l'ultimo, questo / che stanca il mare etrusco / e gli scogli di pomice leggera. / Ma sii saggia: e filtra il vino, / e recidi la speranza / lontana, perché breve è il nostro / cammino, e ora, mentre / si parla, il tempo / è già in fuga, come se ci odiasse! / Così cogli la giornata, non credere al domani.


di Antonio De Marco http://www.steppa.net/

luglio 07, 2009

E ancora fuggiamo dalla grande Africa.


La fuga dall’Africa ha inizio centomila anni fa, quando un primo drappello di uomini varca l’istmo di Suez e si spande nel mondo. Lo storico John Reader sostiene che non erano più di cinquanta, su un milione di uomini. L’homo sapiens aveva mosso i primi passi nel continente nero, e per evolvere aveva avuto bisogno di quel clima impervio, scottante, dove insetti, parassiti, batteri minacciavano l’uomo dopo averlo addestrato al peggio. Per i primi fuggitivi il nomadismo non era la soluzione. Quel che il filosofo Deleuze dirà nel Novecento - «Nulla è più immobile di un nomade» - era per loro tragica evidenza. Il clima di umidità e batteri era stato fonte ieri di vita, oggi di morte. Per questo il drappello preferì l’esodo al nomadismo. L’aumento straordinario della demografia comincia allora, ma fuori dall’Africa: i fuggitivi si riproducono, gli antenati dell’uomo stagnano.In realtà fuggiamo tuttora dall’Africa: per istinto ci rifiutiamo di vederla, conoscerla. La grande madre dell’umanità attira e respinge, il matricidio è incessante. Il continente ha una sua storia, sue tradizioni, ma chi lo fugge continua a trattarlo come uno specchio, in cui non vede che se stesso. Anche oggi è così. L’Africa è l’unico continente che ha bisogno della globalizzazione come del pane, che da oltre un decennio ha preso a crescere e a cercare forme di governo meno caotiche, e tuttavia insistiamo a guardarla con le lenti della storia europea. È il dizionario dei nostri luoghi comuni: la maggior parte delle sue caratteristiche sono invenzioni dell’Europa che dal XV secolo l’ha colonizzata. Un tempo breve, se paragonato alla storia dell’uomo eretto iniziata in quelle terre 3,5 milioni di anni fa. Un tempo brevissimo, se contempliamo il periodo in cui gli europei si spartirono l’Africa sbranandola: appena vent’anni, alla fine dell’800. Ma sono vent’anni decisivi; le prigioni mentali europee e africane si formano in quell’era di conquista-spartizione. La chiamarono Scramble for Africa: e in effetti fu una corsa ai primi posti, una «sgomitata» che travolse e mutò popoli. L’Africa divenne un’invenzione europea. Nel frattempo sappiamo che tra le invenzioni spicca il tribalismo. Certo i clan sono essenziali in Africa, ma contrariamente a quel che si pensa non esiste una congenita vocazione a dividersi in tribù impermeabili, identitarie. Gli europei idolatravano lo Stato-nazione assolutamente sovrano e in Africa cercarono qualcosa di equivalente, non trovando regni monolitici ma fragili staterelli. L’equivalente dello Stato ottocentesco (coscienza identitaria esasperata, chiusura al diverso) erano le tribù, che la Corsa all’Africa ossificò. Fu la monarchia belga a lacerare il Ruanda in tribù hutu e tutsi, attizzando un odio che sfocerà nel genocidio del 1994. Furono gli inglesi a esaltare le diversità fra etnie Shona e Ndbele, per meglio dominare lo Zimbabwe (Rhodesia). Il ritorno al tribalismo, di cui il continente nero è accusato, è ritorno all’invenzione europea dell’Africa. È un’invenzione dell’Ottocento, questo secolo europeo non meno terribile del Novecento. Gli esseri umani trattati come cose, la crudeltà sadica, i genocidi: la prova generale viene fatta nello Scramble for Africa. Sono orrori di cui si parla meno perché avvenuti lì. L’Africa è la palestra dove l’occidentale ha collaudato e anticipato gli stermini, i campi di concentramento. La Germania imperiale collauda il genocidio nell’Africa tedesca del Sud-Ovest (oggi Namibia), annientando gli indigeni Herero e Nama fra il 1904 e il 1907. Tre quarti degli Herero e metà dei Nama perirono nei Lager o nei deserti, dove il generale Lothar von Trotha li scacciò avendo avvelenato, prima, tutti i pozzi. L’ordine di liquidazione (Vernichtungsbefehl) è emanato da Trotha nel 1904. Poi vi furono i massacri e i campi nel Regno del Congo, per volontà di Leopoldo II del Belgio, re dell’orrore. Nel 1906, gli inglesi ordinano l’«annientamento» di un villaggio contadino ribellatosi in Nigeria (2000 uomini, donne, bambini uccisi). Nel costruire l’immensa ferrovia dall’Atlantico a Brazzaville nel Congo, i francesi provocano la morte di 17.000 forzati neri.Non sono solo gli Occidentali a fuggire l’Africa, per vergogna di sé o indifferenza. Anche l’Africa fatica a liberarsi dagli stereotipi che la definiscono, a ritrovare se stessa, a vedersi protagonista responsabile e non solo vittima, a darsi una storia. L’invenzione europea del tribalismo, l’ha interiorizzata come fosse sua. Il sogno di creare Stati accentrati, coltivato negli anni dell’indipendenza, impedisce le cooperazioni transfrontaliere che scongiurerebbero tante guerre in apparenza civili, in realtà regionali. La storia della schiavitù è ricordata come inferno coloniale - e senz’altro lo fu: 13 milioni di africani furono trapiantati fra il XV e XIX secolo - non come una cultura servile sorta in Africa per far fronte alla scarsa natalità. Sono trascurate perfino le più originali invenzioni del continente: prime fra tutte le Commissioni per la verità e la giustizia in Sud Africa, che hanno inaugurato inedite, esemplari politiche della memoria.Ma lo stereotipo più resistente è quello secondo cui l’Africa è senza storia, in fondo maledetta. Lo ha formulato Hegel all’inizio dell’800, nella Filosofia della Storia Universale: «L’Africa non è un continente storico, non ha movimento né sviluppo». Ancora nel 1963, in una conferenza a Oxford, lo storico Trevor-Roper ne ripete la stupida arroganza: «Forse in futuro ci sarà una storia africana. Ma al momento non ce n’è: esiste solo una storia degli europei in Africa. Il resto è tenebra, e la tenebra non è soggetto di storia». La storia dell’Africa esiste se comincia a vedere l’uomo dietro le tribù, ad aprirsi all’altro che non ci somiglia. Se occidentali e africani smettono l’idolo del vecchio Stato sovrano. L’aspirazione di tanti africani a forme politiche meno accentrate è un’emancipazione dall’immagine che noi ci facciano di loro, e che loro hanno finito col farsi di sé.

di Barbara Spinelli lastampa.it

luglio 01, 2009

Traffic 2009, la trasformazione.


Dopo cinque edizioni, decine di spettacoli e centinaia di migliaia di spettatori, il festival cambia aspetto. Fermi restando alcuni punti cardinali (la totale gratuità, l'approccio interdisciplinare ai contenuti, il senso esclusivo di alcuni appuntamenti), Traffic riposiziona se stesso.
Anzitutto in senso geografico, con lo spostamento dell'area concerti dal parco della Pellerina ai giardini della Reggia di Venaria. Non per questo perde le sue radici torinesi, anzi le rivendica. Ecco spiegato allora il motto Torino Reloaded, che vale per la musica (una doppia compilation in vinile che mette a confronto passato e presente della scena locale, con alcuni protagonisti impegnati inoltre sul main stage), l'arte (le opere dei torinesi esposte in sei gallerie cittadine), la letteratura (il compito di raccontare giorno per giorno il festival spetta a Fabio Geda) e il cinema.
A quest'ultima voce è riferito l'evento inaugurale: la sonorizzazione dal vivo di Profondo rosso di Dario Argento in piazza CLN, una delle location del film. Da allora sono trascorsi 35 anni e Torino adesso è abituata a essere set cinematografico: uno dei segni della metamorfosi che l'ha interessata negli ultimi due decenni. Anche per questa ragione, parola chiave della sesta edizione di Traffic è "trasformazione". Intesa come mutamento di stili e abitudini di vita. Come rendere sostenibile, ad esempio, la musica dal vivo.
È un tema che approfondiremo nel convegno organizzato in collaborazione col Politecnico di Torino. Uno dei preamboli - insieme alla prima esposizione italiana delle opere di Antony Hegarty presso l'Accademia Albertina delle Belle Arti - al festival vero e proprio.
Che comincia con lo show di Nick Cave affiancato dai nuovi Bad Seeds (e all'artista australiano è consacrata quest'anno l'intera sezione cinematografica di Traffic, in collaborazione col Museo Nazionale del Cinema), prosegue col rock mutante dei Primal Scream e termina al ritmo degli Underworld: reclutati tutti quanti in esclusiva nazionale. Senza trascurare gustosi elementi di contorno come le esibizioni di giovani donne di talento quali Santigold e St. Vincent, o l'elettrizzante party di chiusura affidato ai fenomeni dance nostrani da esportazione Crookers e Bloody Beetroots.


IL PROGRAMMA


LUNEDÌ 6 LUGLIO
18.00 Creek: inaugurazione della mostra delle opere di Antony Hegarty (Accademia Albertina delle Belle Arti)
19.00 Torino Reloaded (Art): inaugurazione delle gallerie d'arte (41 Arte Contemporanea, Allegretti Contemporanea, Giorgio Persano, In Arco, Marena Rooms Gallery)21.00 My Beautiful Disco party: inaugurazione della mostra delle opere di Luca Saini (Bookshop Fondazione Sandretto Re Rebaudengo)
MARTEDÌ 7 LUGLIO
16.30 Torino Reloaded (Art): consulta il dettaglio mostre in Traffic Art (41 Arte Contemporanea, Allegretti Contemporanea, Giorgio Persano, In Arco, Marena Rooms Gallery)
18.30 Green beats: con Stefan Betke (aka POLE musicista, produttore e DJ), Guido Bolatto (Camera di Commercio Torino),Gianluca Dettori (Dpixel), Riccardo Luna (Wired) e Adriano Marconetto (Electro Powersystem)Modera Pier Andrea Canei (STYLE - Corriere della Sera).(Politecnico di Torino)
20.00 Green beats: POLE live set (scape / GER)(Fluido)
MERCOLEDÌ 8 LUGLIO
16.30 Torino Reloaded (Art): consulta il dettaglio mostre in Traffic Art(41 Arte Contemporanea, Allegretti Contemporanea, Giorgio Persano, In Arco, Marena Rooms Gallery)
18.00 Cave at the Movies: consulta il programma di Traffic Cinema (Cinema Massimo) 22.00 Dario Argento presenta Profondo rossosonorizzato dal vivo da Claudio Simonetti & Daemonia (nella foto) piazza CLN 24.00 Profondo rosso party: Andrea Frola (Fluido)
GIOVEDÌ 9 LUGLIO
16.00 Cave at the Movies: consulta il programma di Traffic Cinema (Cinema Massimo) 16.30 Torino Reloaded (Art): consulta il dettaglio mostre in Traffic Art (41 Arte Contemporanea, Allegretti Contemporanea, Giorgio Persano, In Arco, Marena Rooms Gallery)18.00 B Traffic - su Red Bull tourbus a cura di HTS Musica(Venaria Reale)20.00 Main Stage: Nick Cave and The Bad Seeds (nella foto), St. Vincent,Vittorio Cane & Deian e Lorsoglabro & Paolo Spaccamonti (Venaria Reale)01.00 Xanax Party presenta: Moshi Moshi DJs(Puddhu Bar)02.00 San Salvario Style: Matteo Castellano, Stefano Amen, Antimusica (Giancarlo)
VENERDÌ 10 LUGLIO
16.30 Torino Reloaded (Art): consulta il dettaglio mostre in Traffic Art (41 Arte Contemporanea, Allegretti Contemporanea, Giorgio Persano, In Arco, Marena Rooms Gallery)
16.30 Cave at the Movies: consulta il programma di Traffic Cinema (Cinema Massimo)18.00 B Traffic - su Red Bull tourbus a cura di HTS Musica(Venaria Reale)20.00 Main Stage: Primal Scream, Ladytron (nella foto),I Treni all'Alba (Venaria Reale)01.00 China Surprise presenta: Davem, PassEnger + Xluve, http://www.trafficfestival.com/artist.aspx?id=34, Thelicious (Puddhu Bar) 02.00 San Salvario Style: Cistifellas(Giancarlo)
SABATO 11 LUGLIO
16.30 Torino Reloaded (Art): consulta il dettaglio mostre in Traffic Art (41 Arte Contemporanea, Allegretti Contemporanea, Giorgio Persano, In Arco, Marena Rooms Gallery)
16.30 Cave at the Movies: consulta il programma di Traffic Cinema (Cinema Massimo) 18.00 B Traffic - su Red Bull tourbus a cura di HTS Musica (Venaria Reale) 20.00 Main Stage: Underworld, Santigold, Crookers, Bloody Beetroots,Did (Venaria Reale) 01.00 The Dreamers presenta: Kasra (Puddhu Bar) 02.00 San Salvario Style: Dub Pigeon (Giancarlo)