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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

luglio 17, 2009

Il cinema venuto dal futuro.

C’entra certamente la gioventù, nel rimpianto della fantascienza di una volta e nella delusione per quel che oggi resta di un genere che è stato centrale nell’immaginario del Novecento, affondando le sue radici nell’Ottocento delle macchine che cominciavano a cambiare il mondo, con tempi destinati a un’accelerazione incontrollabile già con la prima guerra mondiale. Dopo la seconda, ricostruzione voleva dire nuove speranze, rette da un umanesimo di fondo molto ostinato e poco giustificato dalla storia, ma permesso dalla convinzione che tutto ormai sarebbe cambiato in meglio, perché l’umanità avrebbe saputo trarre lezione dai disastri commessi. D’altronde, sin dall’inizio la fantascienza si era distinta tra due visioni, rappresentate da due “campioni” della forza di Verne l’ottimista e Wells il pessimista – anche se gli ultimi anni di Verne furono segnati da più complesse arditezze, per esempio da una dubbiosità metafisica e da insospettabili simpatie anarcoidi, e se Wells arrivò a ipotizzare ne La macchina del tempo la presenza dell’Uomo (l’uomo quale noi lo conosciamo e ancora siamo) ben più a lungo di quanto oggi nessuno scrittore oserebbe pensare. A meno che egli non voglia parlare di ex-uomini diventati robot o, peggio ancora, e più realisticamente, di un incrocio tra il robot e l’animale in cui la parte dell’uomo senziente pensante e programmante, le cui azioni siano rette dall’etica che egli è stato capace di darsi in quanto collettività, di fronte alle prove della storia. Utopia e distopia, un mondo di razionale armonia con il vivente e le cose e un mondo di oppressione e dimenticanza degli obiettivi più alti (“fatti non foste a viver come bruti”, con quel che segue) si sono sempre contesi la fantasia degli scrittori e degli immaginanti, basati entrambi sul dilemma originario: della potenzialità dell’uomo a farsi padrone della storia e risolutore dei conflitti o della condanna - il “peccato originale” – a ripetere indefinitamente il gesto di Caino, di quel Caino che è uomo assassino del fratello ma è anche colui che resta, che sopravvive ed edifica le civiltà.

Anche la fantascienza sembra oggi aver fatto il suo tempo, dopo gli anni settanta del Novecento e dopo aver dato con 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick (1968, anno fatidico) il suo punto di massima chiarezza – cinematografica e non solo - sulle origini e l’essenza della cultura e della civiltà costruite dall’uomo (che è scimmia armata, che apprende e costruisce tramite il dominio che gli permettono le armi, e cioè l’uso della violenza e il potere della forza), ma anche di massima speranza nella sua possibile evoluzione, in quel discusso finale (dopo l’uomo e la macchina, avremo tra secoli e millenni, disse il regista, delle “entità che avranno una conoscenza totale e potranno diventare degli esseri di energia pura” dotati “di un potere quasi divino”, e alla fine vedremo l’uomo - l’astronauta del film - rinascere “sotto una forma superiore, già angelo o superuomo, e tornerà sulla terra come gli eroi di tutte le mitologie”). I cosiddetti grandi critici e gli opinionisti più accreditati snobbarono il film di Kubrick, non vedendovi alcuna filosofica profondità, e scandalizzarono molti di noi piccoli critici, che non eravamo certo all’altezza ma anche, per esempio, Roman Polanski, che in un’intervista ai “Cahiers” ne trasse la convinzione dalle reazioni ufficiali che “i francesi sono un po’ ritardati”, e figuriamoci dunque cosa avrebbe potuto dire di noi italiani. La verità è che l’ottimismo del ’68 era ancora figlio dell’ottimismo delle “magnifiche sorti”, un ottimismo che era tanto capitalista che comunista e “socialdemocratico”. Il progresso – o quella forma più avanzata di esso che era la rivoluzione e la “costruzione del socialismo” – avrebbero risolto ogni problema; e sull’uomo e il suo destino si era ben lontani dal condividere le antichissime preoccupazioni delle religioni cristiane ma anche del darwinismo – considerato allora di destra, perché non dava molto credito alle possibilità dell’uomo di cambiare il mondo e la vita per il meglio, puntando sull’intelligenza e sulla solidarietà. Si dimenticava, tra noi, anche molto d’altro, tutto ciò che la scienza ha detto dopo Darwin. Del film di Kubrick, Polanski diceva “che non c’è ancora nessun film in cui la fantasia sia così basata sulla documentazione”. Sempre pessimista sull’uomo e sul suo destino (e ne aveva ben donde), Polanski insisteva sulla sequenza iniziale di 2001, che era la sintetica visualizzazione di quel “momento della storia della specie in cui tutto è cominciato, ed è perché noi siamo per natura una scimmia aggressiva che difende il suo territorio e che uccide, è grazie a questo che noi siamo quelli che siamo”. Polanski trascurava il messaggio finale, l’al di là di Giove e il ritorno su Terra che dimostrava nel film una sorta di sfiducia kubrickiana sul breve periodo (relativamente breve!) e di fiducia sull’evoluzione futura sia dell’uomo che della macchina, in un universo di tale diversità da essere perfino inconcepibile per la nostra mente e le nostre cognizioni. Proiettati nel futuro più vicino, Il dottor Stranamore, sull’idiozia militare, e Arancia meccanica, sull’impossibilità del controllo sulle pulsioni negative dell’individuo, non erano certamente segnati dall’ottimismo, come non lo erano le visioni storiche di Orizzonti di gloria o di Barry Lyndon, mentre Shining, film storico oltre che film gotico, riproponeva l’ambiguità o ambivalenza di 2001, con il peso negativo della storia e della civiltà e della negatività umana ma anche tutta la speranza inerente i poteri nascosti dell’uomo, che nel film posseggono soltanto un bambino e un nero (esseri umani che Kubrick considera più vicini alla verità nascosta della natura). Ma 2001 è il punto di arrivo, ed è un punto di non ritorno. La fantascienza cinematografica, regolarmente in grave ritardo su quella letteraria, non potrà più essere dopo 2001 quella di prima, e il capolavoro del russo Tarkovskij Solaris, dal bel romanzo del non americano bensì polacco Stanislaw Lem, percorrerà sentieri inusitati, ancor più metafisici, che parleranno del divino e che escluderanno ogni centralità dell’uomo, oltre che la sua impossibilità di immaginare altro che se stesso, di immaginare non antropomorficamente. Nel 1999, al tramonto del “secolo della fantascienza”, Kubrick ci darà per testamento Eyes Wide Shut, che è un film tutto al presente, dentro un eterno presente le cui ombre sarebbero illuminabili, se lo si volesse, e che è ormai un mondo solo capitalista, retto da poteri occulti assai concreti: un mondo che lascia all’uomo solo la possibilità della complicità, della dipendenza e del consumo. Contemporanei di questo film sono, in quel che resta del genere, le sciocchezze lucasiane metafore del nuovo imperialismo – o dei nuovi, se ci mettiamo la Cina -, le indecisioni spielberghiane tra una passata intelligenza e un presente di bieche e colpevoli compromissioni ideologiche e commerciali, le rare e sempre più attardate fantasticherie new age, le truci disumanizzazioni di un cinema robotizzato pensato per accelerare la robotizzazione del pubblico universale. Se di tanto in tanto qualche sussulto d’intelligenza il genere sembra averlo, in cinema, è con l’influenza diretta o indiretta di uno scrittore che è la chiave di volta delle mutazioni, il più acuto e “schizzato” degli scrittori venuti dagli anni cinquanta, che è apparso in grado, per la sua suprema capacità di indovinare e capire i dilemmi del mondo contemporaneo e soprattutto le sue linee di tendenza, di mostrarci ciò che nell’oggi è già domani, Philip K. Dick. Ma il Dick più Dick del cinema non è quello direttamente ispirato alla sua opera ma quello che non paga i diritti, e ne ruba (con intelligenza) situazioni e teoremi, e si va da molto Terry Gilliam al primo Matrix e a molto Cronenberg, e basti pensare, per questo regista, a un film straordinario come eXistenZ. Cronenberg, peraltro, ha portato allo schermo non a caso un classico che possiamo definire della post-fantascienza, o della fantascienza diventata, da letteratura di “genere”, la letteratura centrale e più interessante di questi anni, Crash di J. G. Ballard. (Dei tre grandi venuti dal genere, è Vonnegut ad avere avuto meno influenza nel cinema, ma è forse perché è dei tre scrittori egli è ancora il più “politico” e amante della vita, e in fin dei conti è estremamente raziocinante in un mondo estremamente delirante). La conclusione che possiamo trarre da queste brevi considerazioni sul declino della fantascienza, è che esse sono determinate, a ben vedere, dalla constatazione del suo trionfo nell’attualità del mondo: la fantascienza è diventata paradossalmente una letteratura realistica, e forse la letteratura più realistica di tutte. Noi post-moderni viviamo dentro un mondo che ha realizzato quasi tutte le previsioni più gravi di quel genere letterario che, mentre la letteratura “mainstream” si attardava a parlare dei piccoli guai dell’uomo comune e qualsiasi, e a considerare realtà solo l’immediato sensibile e comprensibile dell’esistenza, osava immaginare mondi altri che non erano, perlopiù, che estreme o ovvie proiezioni di tendenze in atto nelle società, l’intuizione e la preoccupazione per le mutazioni in corso – e in questo senso si potrebbe dire, paradossalmente, che è stato Pasolini il nostro solo scrittore italiano di “fantascienza”! -, la vittoria tra le forme dominanti nel sociale e nell’individuale così come nel palese e nel nascosto, di svariate e inesauribili forme di schizofrenia e di paranoia… Dimenticate le esplorazioni degli “spazi esterni” restano solo gli spazi interni. E anche il potere finanziario-politico-militare-scientifico le ha messe da parte e lasciate in terzo o quarto ordine, l’esplorazione e la conquista dello spazio hanno finito per interessarlo sempre di meno perché i loro costi sono immensi e sugli altri pianeti abbordabili si trovano solo pietre. E da questo è risultata una pressione mai vista del potere finanziario-politico-militare-scientifico su tutto il globo e tutti i suoi abitanti, la sete di un controllo capillare e concreto su questo unico pianeta vivo, dove tutte le sorti umane convergono, e dove è obbligatorio, per sopravvivere da padroni, essere “globali”.Lo spazio interno ha vinto sullo spazio esterno, ma i suoi parametri sono così cambiati e i suoi specchi si sono così deformati che il rapporto tra realtà vera e realtà fantascientifica si è interrotto, e le due cose si sono fatte una. A parlare di fantascienza, oggi, si fa una certa fatica: è un argomento troppo serio e importante per prenderlo alla leggera. A parlare della fantascienza di ieri, torna il sorriso sulle labbra, e si riscoprono gli entusiasmi di un tempo in cui, pur se impressionati da certi temi e problemi, la fantascienza era, nel nostro fondo di provincia italica anni cinquanta, un modo di uscire dal ricatto del reale, un modo di immaginare un diverso futuro. Non credevamo dovesse diventare un fatto così determinante nella storia della cultura, la nostra passione per “Urania” e per “Galaxy”, che avevano rapidamente sostituito nel nostro cadenzato interesse i fumetti di Disney o “Il vittorioso”, gli avventurosi di Salgari o i gialli di Ellery Queen. La fantascienza era un mondo a colori, come certi film di corsari, come certi western e certi musical. Parlo di cinema, ma la fantascienza non nacque per noi come cinema. Il cinema era, al più, un’aggiunta, era un’illustrazione a posteriori, la letteratura veniva assai prima. Intanto perché i romanzi erano di almeno due, tre, quattro lustri più avanti dei film, e non dei singoli film ma di tutto il “genere”. Erano più smaliziati e più arditi, vuoi perché la pagina scritta lasciava immaginare l’inimmaginabile e permetteva di entrare nell’argomentazione, aiutava a filosofare, a capire quel che secondo logica non sarebbe stato comprensibile e secondo cinema non sarebbe stato mostrabile. E in secondo luogo perché la fantascienza letteraria era un “genere maggiore” della cultura di massa sin dai primi anni cinquanta, e forse anche prima grazie alla diffusione della “space opera”, benché la maturità la si fosse avuta con la fantascienza sociologica degli anni cinquanta, erede più di Wells che di Verne, e più dei Butler, Shiel, Bellamy, London, Capek, Zamjatin, Huxley, Orwell che non dei Leinster, Campbell, Van Vogt, Heinlein suoi coetanei. Leggevamo con un certo piacere anche questi ultimi autori, ovviamente, ma a sbalordirci non erano le astronavi e i marziani, bensì quelle paure atomiche, quei viaggi nel tempo, quei mondi paralleli, quei paradossi spazio-temporali, quella dubbiezza sui robot, quei mutanti non accettati e irrequieti, quella descrizione di società che erano lontanissime da noi ma che già muovevano i loro passi tra noi con la pubblicità, la coca cola, le nuove armi, la prima televisione, le mitologie del benessere, il desiderio esaltato dell’automobile, e perfino, per i più adulti ma anche per chi ne sapeva dai padri, il ricordo o la perdurante presenza, altrove, non troppo lontano da noi o molto lontano, di modelli di organizzazione sociale totalitaria, vieppiù abili nel camuffarsi. Noi “poveri ma belli”, eravamo lì a sognare il benessere che tardava ad arrivare, un’America che tardava a imporsi, ma godevamo ancora, come Nando Moriconi cui sarebbe piaciuto esser nato a Kansas City, i nostri maccheroni e il nostro bicchiere di vino comprato direttamente dal produttore o fatto in casa. Sognavamo l’America, ma allo stesso tempo - grazie al miglior cinema sociale statunitense di quegli anni di crisi e di gloria hollywoodiana, e anche al cinema di genere più insidioso, nel parlarci di un paese messo alla prova dal maccartismo, ne sapevamo il volto nero, la faccia spietata delle disuguaglianze. Il cinema di fantascienza era pieno di ombre, di rimandi nascosti, era un cinema quasi sempre di due letture: quella prima, dell’avventura e della sorpresa, e quella seconda, del messaggio nella bottiglia – o nell’astronave. Si è detto dell’atomica, si è detto della manipolazione delle coscienze, non si è detto di due cose che ci sembravano molto più eccitanti e coinvolgenti, per esempio nell’opera di Sheckley, nelle trovate di Matheson, nell’umanesimo futuribile di Simak e in quello un po’ all’antica di Bradbury, nei diversi che sono macchine pensanti di Asimov e in quelli che sono mutanti cugini dei concreti handicappati ma dotati di poteri nuovi e inauditi in grado di sconvolgere i limiti dell’umano di Sturgeon, nei mostri desideranti carichi di un erotismo assai più morbido di quello del nostro cinema della sensualità. Si mettevano in discussione molte cose che venivano date per acquisite, e il nostro cervello si apriva, l’animo si predisponeva ad accogliere il nuovo. Ho scritto tante volte, e voglio ripeterlo anche qui, che i lettori della fantascienza degli anni cinquanta e sessanta sono stati, rispetto agli enormi mutamenti degli ultimi tre decenni e più, i più preparati a capire il mondo che veniva, e dunque i più intelligenti delle cose del mondo, anche quelle più coperte dai segreti voluti dal potere, e i più astuti nello scorgere i segni della mistificazione e della manipolazione. Molto più che non gli altri, i lettori del pallido realismo della letteratura borghese o piccolo-borghese, o anche di quello più colorito del cinema. Diciamo, per intenderci e per riassumere, i “clienti” di Moravia ma anche quelli di Zavattini, e giù fino a quelli di Agatha Christie e dell’ “Espresso”…Di questa complessità il cinema dava un’eco assai rozza, ma pur sempre un’eco. Ricordiamo qualche titolo e qualche tema. Il conflitto tra scienziati e militari, che è, ormai, ahimé, cosa di fantastoria, in film come il primo della nuova era, Uomini sulla luna, o La cosa da un altro mondo, di un Hawks tutto “virilmente” per i secondi; ma sono gli scienziati a essere portatori di nuove tolleranze, in film come Ultimatum alla Terra, o come Cittadino dello spazio, o come la bella serie inglese di Quatermass. Le mutazioni da atomica in tanti filmetti giapponesi, ma anche Assalto alla Terra, il piccolo capolavoro di Jack Arnold da Richard Matheson Radiazioni BX: distruzione uomo, e decine di altri (e di Arnold, come non ricordare l’apertura al diverso, anche extraterrestre e “mostruoso”, dei protagonisti bambini de I figli dello spazio); e più in generale la paura dell’atomica, nei film di fantapolitica da L’ultima spiaggia al già citato Stranamore al dimenticato e simpatico film prodotto e interpretato da Harry Belafonte a partire dal vecchio antenato letterario di Shiel La nube purpurea, La fine del mondo (nell’originale, in modo perfino più ambizioso: Il mondo, la carne e il diavolo!). Un caso a sé, sugli effetti dell’atomica e della sperimentazione delle armi, è l’inglese … e la Terra prese fuoco. L’impossessarsi delle coscienze e dei corpi e il loro controllo, ben più preoccupante e di ambigui rimandi che non quella del territorio sponsorizzata dalla “guerra fredda”, nel bellissimo L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel ma anche in Va’ e uccidi di Frankenheimer (The manchurian candidate) e la variante ancora più inquietante de Il villaggio dei dannati di Rilla da Wyndham (la fantascienza inglese, con il suo understatement e il suo “banale” realismo di partenza, è tutta da riscoprire, anche in cinema con le opere di Val Guest, Roy Baker, e tanti altri, per non parlare del film di fantascienza forse più acuto, e allora tremendamente attuale, di tutti gli anni cinquanta, L’uomo dal vestito bianco di Mackendrick, che merita più che una revisione). La distruzione della natura, ma anche la vendetta sull’uomo da parte della natura mutante, particolarmente efficace se pensata e visualizzata da Hitchcock ne Gli uccelli. L’erotismo conturbante de Il mostro della Laguna Nera. La disperazione sulle sorti della società in cui viviamo di The Damned di Losey, precorritrice della visione cupissima di Arancia meccanica, ma qui senza ombra di sarcasmo. E con quella di Losey, le incursioni tutt’altro che ingenue nel genere di, nientemeno!, Jean-Luc Godard: l’episodio Il nuovo mondo di Rogopag, piccolo racconto filosofico che affiancava La ricotta di Pasolini; Alphaville; e – ma siamo già in un “neorealismo” della fantascienza destinata a vincere nella realtà – Week-end … Ci piacciono oggi questi film più che quelli di Resnais, che pure frequentò il genere con amore e ne precorse non solo visivamente le ultime dimostrazioni dickiane o ballardiane già con Marienbad. E guai a dimenticare il più breve e il più “fisso” (fotografico) e geniale degli sconfinamenti nel genere di Chris Marker con La jetée. Siamo già nei sessanta, e non è permesso dimenticare anche se siamo entrati nella nuova storia l’umanesimo convinto del Truffaut illustratore di Bradbury (Fahrenheit 451), lo straordinario Operazione diabolica ancora di Frankenheimer che ancora aggredisce il sogno americano, I due mondi di Charly di Ralph Nelson da un racconto di Keynes, I gladiatori di Peter Watkins che prende sul serio il tema dello spettacolo della società a venire mentre Flaiano e Petri lo irridevano ne La decima vittima da Sheckley, dove la fantascienza si faceva commedia all’italiana, e non fu il solo caso. Siamo già, con alcuni di questi film, nel post-moderno senza saperlo; mentre, e lo cito non a caso per ultimo perché è davvero un film del ’68, è la fantascienza del ’68, Robert Kramer con Ice narrò forse per ultimo le utopie rivoluzionarie in azione e la loro difficoltà e crisi.Due degli estremi prodotti del genere secondo i modi della narrazione popolare degli anni cinquanta ci arrivarono dai settanta: 2000, la fine dell’uomo di Cornel Wilde, da La morte dell’erba dell’inglese John Christopher, romanzo “ecologico” che, al contrario di quelli di Ballard, comincia a sinistra e finisce a destra (succede!), e 2022: i sopravvissuti di Richard Fleischer, da Harry Harrison, una delle più agghiaccianti e realistiche previsioni della polis che ci si prepara, degna di quel capostipite illustre che fu Il tallone di ferro di Jack London, dove però si reagiva ai disastri prodotti dalla logica del capitale con la speranza della rivoluzione, che già in Fleischer è un’ipotesi storicamente e definitivamente sconfitta, è un fallimento di ieri. Senza Dick o Ballard non avremmo Pynchon o De Lillo, ma c’è da rallegrarsene? Senza la fantascienza dei pulp non avremmo avuto probabilmente 2001 di Kubrick, così come senza il romanzo gotico e il suo rivitalizzatore King non avremmo avuto Shining. Ma Dick, Ballard, Pynchon, De Lillo, Kubrick (ho dei dubbi su King) non sono certo stati felici e non credo lo siano, gli ancora vivi, di aver vinto per aver saputo prevedere e raccontare un mondo diventato di fantascienza. Raccontano, i vivi, il presente, ma non ce la fanno ad amarlo. Però non sembrano più capaci, né lo è nessuno di noi, di immaginare il futuro, e tanto meno un futuro migliore del presente. La letteratura e quel che resta del cinema se la vedano con ciò che i parassiti delle arti considerano il “puro” immaginario, o manipolino il passato riscrivendolo spudoratamente, falsificandolo, o si limitino a raccontare, su commissione di chi comanda e guida, le menzogne che al potere piace che noi si faccia nostre e a cui dover credere, noi spettatori e lettori e non più attori, comportandoci di conseguenza. Il più grande maestro del mondo così come è diventato è stato forse un tedesco da cui gli americani hanno imparato l’essenziale. Si chiamava Goebbels, e ha sistematizzato la comunicazione come pubblicità, “arte” della propaganda, canone dei comportamenti, chirurgia dei sogni. Finiti i tempi in cui la “cultura di massa” voleva dire accesso alla cultura per le masse, ampliamento della democrazia, ricchezza dell’immaginario, invito alla libertà del pensiero. Oggi siamo di nuovo al pensiero unico. La fantascienza più pessimista ha vinto, manca solo che vinca su più vasta scala di quanto già non avviene quella delle catastrofi. Ha vinto e non c’è dunque più bisogno di lei, per il “sistema”. Ma bisognerà pur ricominciare a pensare, se non si accettano le forme “post-moderne” della schiavitù del pensiero come inevitabile destino della specie e del pianeta. Che libertà, che avventura la fantascienza della nostra infanzia e adolescenza! E che invito, per chi sa accoglierlo, a ricominciare di nuovo a immaginare il futuro, dei futuri migliori!

di Goffredo Fofi cosedaunaltromondo.it

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