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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

luglio 15, 2009

Wittgenstein: l’apprendimento del linguaggio e i giochi linguistici.


È da negare che delle mere potenzialità innate riescano ad attuarsi senza l’intervento di un qualcosa che già in atto lo sia. Questo discorso vale non soltanto per le innatezze di natura mentale che si nutrono di un ambiente socio-culturale, ma anche per quelle di natura fisico-biologica che hanno invece bisogno di un ambiente materiale che le porti al compimento del progetto che la natura ha per loro riservato; nel caso dello sviluppo fetale di un bambino ad esempio vi è la necessità di un corpo di donna che sostenga, nutra ed amorevolmente aiuti ad attuare le potenzialità cromosomiche facenti capo ad un piedino, al cervello o ad una boccuccia che si spera sorriderà molto nella vita del futuro ed innocente neonato. Nonostante la presenza in noi di un corredo genetico faccia da sostrato al nostro linguaggio, con ciò non si può sostenere la tesi che voglia rendere questa mera potenzialità materiale sufficiente a far sì che quest’ultimo possa dirsi realmente presente in noi prima che si abbia iniziato a proferire parola. Detto ciò, tuttavia, non si può non tener conto del fatto che un gene del linguaggio e tutto il circuito neurale ad esso correlato ci siano, e seppur non sufficienti sono tuttavia necessari per il suo attuarsi. Se è vero che un essere umano ha bisogno di un addestramento per far sì che inizi a parlare è anche vero, nel contempo, che questo addestramento deve poter attecchire su di un qualcosa d’esistente e già presente: i miei muscoli non fanno di me un corridore, c’è bisogno dell’esercizio che tramite l’approccio per prove ed errori (il bambino cade, si rialza, riassetta il passo e riprova), mi porterà ad iniziare a muovere i primi sicuri passi su questa terra fino a condurmi alla corsa. Ma per l’adempimento di questa nuova pratica di vita è indispensabile questo sostrato muscolare. Lo stesso discorso vale ovviamente anche per ciò che concerne alcune delle nostre facoltà mentali, in specie per il linguaggio che necessita di un di più rispetto alla - se pur necessaria - presenza di una materialità, conosciuta o tuttora al vaglio delle neuroscienze. Ed è proprio su questo di più che bisogna ora focalizzare l’attenzione per vedere se sia possibile risolvere il problema dal quale abbiamo preso le mosse fin dall’inizio: l’attuarsi del linguaggio. Nel far ciò mi avvarrò delle acute e lungamente meditate tesi delle Ricerche filosofiche di Ludwig Wittgenstein improntando la mia attenzione in particolar modo sulle modalità di apprendimento del linguaggio e sulla nozione di gioco linguistico. È fin dall’inizio importante chiarire cosa intenda dire Wittgenstein quando parla, appunto, di gioco linguistico: il termine gioco linguistico è da lui introdotto con specifico riferimento alle forme linguistiche più primitive nelle quali è più facilmente ravvisabile un rimando ad un’attività di stampo puramente pratico che ha inoculato in sé un linguaggio. Siamo di fronte dunque ad un utilizzo del linguaggio più semplice e poco articolato concettualmente nel quale è più facilmente ravvisabile un collegamento promiscuo con la prassi che stiamo svolgendo, collegamento che ha la ragione del suo essere nelle regole che determinano le modalità d’interazione tra linguaggio e prassi, e che sono codificate socialmente. Nel nostro avvalerci del mondo e di tutto ciò che in questa parola può essere incluso (la vita in toto quindi) il linguaggio può molte volte non essere necessario. Ma, viceversa, affinché avvenga un apprendimento dello stesso, è indispensabile il rimando ad una prassi nella quale l’utilizzo degli oggetti e delle parole che impieghiamo durante questa pratica acquisisca un senso intersoggettivo, perché in questo agire si dispiega un comportamento che accomuna in quanto determinato dall’aver seguito regole che ci fan parlare sensatamente.Le potenzialità concettuali in noi presenti fin dalla nascita hanno dunque bisogno di questa normativa storicamente emanata dalla società umana e connessa con le varie forme di vita che gli uomini praticano per poter essere poste in atto. Per comunicare è dunque indispensabile che l’interazione tra i due o più soggetti si svolga all’interno di una prassi con la quale il linguaggio si lega perché conforme a regole incastonate nella stessa e da essa derivanti poiché codificate intersoggettivamente.Date queste premesse è allora intuitivamente già afferrabile la centralità che in Wittgenstein assume un apprendimento del linguaggio determinato dall’uso dello stesso, regolamentato da modalità comportamentali che hanno la loro genesi nelle norme non scritte sbocciate all’interno della consuetudinarietà peculiare della specie umana, questo perché un linguaggio non può essere appreso se non mediante un addestramento che ci insegni come queste regole facenti capo ad ogni sua mossa debbano essere seguite, regole che andranno ad instaurare un legame convenzionale tra l’uso di questa parola e il contesto nel quale deve essere così e per tale o tal altro scopo proferita, contesto che viene a coincidere con la forma di vita che si sta praticando e nella quale assume un senso ben preciso l’espressione verbale che in essa incorre proprio perché pronunciata nella situazione specifica dell’attuale utilizzo.Il linguaggio è storicamente connotato e non potrebbe essere altrimenti
Ma quanti tipi di proposizioni ci sono? Per esempio: asserzione,domanda e ordine? -Di tali tipi ne esistono innumerevoli: innumerevoli tipi differenti d’impiego di tutto ciò che chiamiamo ‹‹segni››, ‹‹parole››, ‹‹proposizioni››. E questa molteplicità non è qualcosa di fisso, di dato una volta per tutte; ma nuovi tipi di linguaggio, nuovi giochi linguistici, come potremmo dire sorgono e altri invecchiano e vengono dimenticati. (un’immagine approssimativa potrebbero darcela i mutamenti della matematica.) Qui la parola ‹‹giuoco linguistico›› è destinata a mettere in evidenza il fatto che il parlare un linguaggio fa parte di un’attività, o di una forma di vita.[…] – (Ricerche filosofiche, a cura di M. Trinchero, Einaudi, Torino 1999, § 23).
Il linguaggio rispecchia dunque le forme di vita degli uomini mutando contemporaneamente e specularmente a queste. La storicità dell’evoluzione riguarda tutti gli aspetti del genere umano: nascono, crescono e muoiono forme di vita tra le più varie e con esse nascono crescono e muoiono i giochi linguistici che gli appartenevano. I concetti si muovono sempre sul terreno empirico della vita, non discendono metafisicamente da una regione posta al di là della vita stessa e delle sue varie modalità di utilizzo. Il linguaggio è funzionale alla nostra esistenza e ha bisogno per essere attuato, oltre che di geni e sistemi neurali, anche di un’interazione con l’ambiente circostante mediata dalle regole che determinano il modo in cui devono legarsi e rispondersi attività e reazioni linguistiche.Nell’arco di tempo in cui una società nasce, cresce e si sviluppa, sorgono bisogni di vario genere che debbono essere soddisfatti: quelli più impellenti sono necessari al sostentamento pressoché di ciascuna specie animale, gli altri invece sono tipici della nostra specie perché connotati culturalmente: non ho bisogno di cento paia di jeans diversi per vivere, però l’evoluzione socio-culturale dell’umanità ha portato alla nascita di nuove necessità che, pur non contribuendo alla sopravvivenza della specie stessa, determinano – in questo caso – una sorta di bisogno di carattere puramente folkloristico; dopo che ho conosciuto il jeans e ho visto altri miei simili usare un jeans diverso dal mio, sento il bisogno di avere anch’io un altro tipo di jeans per poter esprimere più compiutamente me stessa e la mia intima essenza caratteriale.Le multiformi diversità che colorano e diversificano un essere umano da un altro essere umano e una comunità umana da un’altra, sono il frutto dell’interazione tra bisogni creati dall’uomo e bisogni imposti dalla natura. Il linguaggio non fa altro che seguire questa evoluzione storica. Nel momento in cui un uomo ad esempio inventa un nuovo oggetto, solitamente una delle prime cose che fa è battezzarlo, molte volte con un nome che possa quasi da subito esplicitare e rendere chiaro lo scopo dello stesso, altre volte invece con un vocabolo totalmente estraneo al senso che poi l’oggetto verrà ad assumere nella pratica di vita cui è destinato. Pur tuttavia anche in questo caso il vocabolo richiamerà - quasi magicamente - alla mente la funzione d’uso dell’oggetto a tutti coloro i quali hanno imparato a conoscere i vari possibili impieghi che concorrono alla formazione del significato dello stesso, e dunque alla creazione di un nuovo concetto che concorrerà allo sviluppo di una nuova forma di vita fino a poco prima mai praticata, che andrà a sua volta a creare nuovi bisogni bisognosi di essere soddisfatti magari tramite l’invenzione di nuovi oggetti con relative forme di vita potenziali.Nel dirti penna, tu inizi a pensare ad un sacco di cose che puoi fare con una penna: scrivere una poesia, colorare un disegno, annotare la spesa della giornata…, la penna s’impregna di tutti quei significati che fanno capo a pratiche di vita differenti e che contemporaneamente risiedono nel concetto di penna, ma tutto ciò avviene solo dopo che una penna sia stata inventata e che qualcuno ti abbia insegnato a cosa serva. Paradossalmente anche colui che ha inventato il primo mezzo per scrivere inizialmente non era pienamente cosciente della nuova forma di vita che stava timidamente iniziando a praticare fino a quando non si è formata una consuetudine d’uso e con essa il concetto di scrittura fino allora non presente nella mente di alcun essere umano. Un nome non è un semplice marchio sonoro per etichettare un oggetto, ma è un di più, è la rappresentazione dei molteplici significati che questo oggetto può assumere all’interno della forma di vita di colui che se ne avvarrà.Dunque da ciò si comprende anche quanto importante sia il concetto di apprendimento linguistico nel pensiero del nostro filosofo e quanto sia diversa e distante la sua posizione al riguardo rispetto a quella di un innatista per eccellenza: Agostino.Infatti non basta dire che una potenzialità linguistica di matrice prettamente biologica non ha il potere da sola di farci parlare e che c’è pertanto bisogno di un essere umano che già parli e che sia disposto ad insegnare anche a noi ad usare questo speciale strumento tutto umano, bisogna anche specificare il modo in cui tale insegnamento debba svolgersi affinché possa condurci secondo natura alla attuazione di ciò per cui siamo stati programmati fin dalla nascita. Un corpo di donna non riesce a portare a compimento lo sviluppo fisico di un bambino se non lo nutre nel corretto modo, così un essere umano parlante non può soddisfare il bisogno di parlare di un bambino se non mediante un vero e proprio addestramento linguistico. Ed è proprio da questo tipo di problematica che Wittgenstein prende le mosse nelle sue osservazionicriticando una concezione a suo avviso estremamente erronea, basata sull’insegnamento di tipo ostensivo tanto caro al Vescovo d’Ippona. Per Agostino il linguaggio consisterebbe di poche parole che denominano oggetti e di proposizioni che sarebbero le connessioni di tali denominazioni, la proposizione sarebbe appresa in un secondo tempo rispetto al nome che avrebbe l’esclusiva nel gioco dall’apprendimento linguistico. Wittgenstein invece dal canto suo considera il denominare soltanto uno dei possibile usi che facciamo del linguaggio la cui essenza non è esaurita dall’attaccare un nome ad un oggetto. Il linguaggio è uno dei mezzi mediante i quali gli esseri umani interagiscono tra loro ma nel contempo essendo utilizzabile in diversi modi per il raggiungimento di scopi tra loro completamente eterogenei è uno strumento composto di parti differenti impiegabili nei modi più vari perché inserite nelle multiformi sfaccettature della nostra vita. La proposizione viene prima del nome perché è con essa che arriviamo a conoscere la funzione propria del termine da definire, il posto che esso deve occupare all’interno del linguaggio.La concezione innatistica del linguaggio che ha Agostino viene ad assumere inoltre una piega mistica che per sua natura è totalmente disancorata dal terreno di gioco sul quale Wittgenstein muove i passi delle sue riflessioni, e cioè il terreno dell’empiria. A detta del primo un bambino nascerebbe già con la facoltà di comprendere da solo il senso delle parole avvalendosi delle capacità interpretative donategli direttamente da dio, ciò lo renderebbe estremamente sagace a tal punto da poter da solo riuscire a risolvere il rebus che ha dinnanzi agli occhi (e orecchi) ogni volta che un adulto inizia a vociferare. Ora di fronte a questo prezioso e sublimemente connotato dono, come si fa a non notare - a mio avviso – che si pone in opera in realtà qui una sua svalutazione? Questo splendido strumento di comunicazione umano sarebbe frutto di una concatenazione di associazioni tra parole ed oggetti, ma di un suo inserimento all’interno del dono divino più prezioso, la vita, non se ne tiene conto nel modo più appropriato. Wittgenstein in un certo senso riabilita e pone su un piano più dignitoso il linguaggio (pur non facendolo discendere dall’alto dei cieli) nel momento in cui lo colora di tutti i cromatismi che un uomo è capace di dare alla propria esistenza. Il linguaggio è speculare alla vita dell’umanità: nasce, cresce, si modifica e morirà con essa. Nell’arco di un’intera vita un uomo fa e può fare molte diverse esperienze che possono poi essere tradotte linguisticamente, la maggior parte di esse poi necessitano del linguaggio per essere praticate e/o condivise. Ma affinché avvenga la trasposizione di una qualunque esperienza sul terreno linguistico è necessario che un linguaggio venga imparato tramite l’unico e più genuino mezzo a nostra disposizione: vivere il nostro mondo; il dono divino non basta!Nella prassi dell’addestramento linguistico può avere una parte indubbiamente importante il tipo di insegnamento addotto da Agostino, cioè un insegnamento di tipo ostensivo consistente nell’indicare al bambino un oggetto pronunciandone nel contempo il nome e costituendo così una connessione associativa tra il nome e le cose. Questo procedimento tuttavia non può essere, a detta di Wittgenstein, l’atto fondante del linguaggio, bensì un suo possibile uso, uno dei possibili diversi giochi linguistici che non è di per sé sufficiente a far sì che il bambino impari realmente per cosa stia quella parola fin tanto che non inizi ad usarla nel modo corretto, seguendo le regole che la prassi impone nel contesto del suo attuale proferimento; infatti è proprio tramite l’uso della parola determinato da regole codificate intersoggettivamente che si rende comprensibile il significato della stessa e che nel contempo sorge un nuovo modo d’intendere il mondo - o meglio - il pezzettino di mondo che si dischiude non appena la parola è usata nel modo preciso in cui è stato insegnato. Insegno, ad esempio, ad un bambino ad usare una penna per scrivere, ecco che allora per lui sarà immediatamente chiaro il significato della parola penna e qualora dovessi in un futuro chiedergli gentilmente di andare a prendere ed usare una penna avrò che lui inizierà a fare dei segni su un pezzo di carta o altro supporto adatto all’inchiostro in essa contenuto. Nel gioco dello scrivere che ora il bambino ha imparato vengono ad assumere dei significati ben precisi le parole penna, carta, scrittura…e con essi si dischiude una nuova forma di vita, quella della pratica di scrittura che ha dato finalmente un senso a questa parola pronunciata tante volte dalla madre; l’oggetto nel contempo acquisisce grazie a tutto ciò un nuovo senso, è osservato dal bambino sotto un altro punto di vista completamente differente da quello che aveva prima, ad esempio quello finalizzato esclusivamente al soddisfacimento della forma di vita tipica di un infante, vale a dire il suggere. La penna che il bambino vedeva solo come un surrogato del ciuccio diventa ora un mezzo di scrittura, tutto ciò si è potuto verificare perché gli è stato insegnato ad afferrarla e ha porla su un pezzo di carta tramite un esempio pratico. Ma ipotizziamo che ad un altro bambino io abbia insegnato ad usare la penna per scavare delle piccole buche in un terreno nelle quali poi andare a piantare dei semini di rose. Quale significato assumerà la parola penna per quest’altro bambino? Uno stesso nome andrebbe a rappresentare per i due bambini oggetti e relativi utilizzi completamente eterogenei. Se dovessi ad un certo punto chiedere ad entrambi di usare una penna avrei che i due andrebbero a svolgere pratiche totalmente dissimili, anche se significativamente corrette qualora vengano svolte all’interno della pratica di vita in cui è richiesto esplicitamente il loro eterogeneo adempimento: a scuola la prima, nell’orto di un giardiniere un po’ bizzarro la seconda.Dunque cosa fa di una penna una penna intesa come mezzo di scrittura se non un uso determinato? E cosa dà senso alla parola penna se non sempre il medesimo uso? Il semplice pronunciare la parola penna in seguito ad un insegnamento di tipo ostensivo non fa in modo tale che si possa dire del bambino che sappia cosa sia in realtà una penna. Il linguaggio è il mezzo tramite il quale gli uomini interagiscono, è quindi essenziale che a tutti siano insegnate le stesse modalità di utilizzo delle parole tramite l’eseguimento corretto delle regole codificate dalla comunità degli esseri umani in cui il linguaggio deve essere utilizzato, solo così si potrà avere propriamente un linguaggio, un sistema di comunicazione efficiente, in caso contrario saremmo semplicemente alla presenza di una sorta di torre di babele ove sarebbero pronunciati suoni ma non parole.Un esempio efficace che Wittgenstein porta per escludere che un linguaggio possa essere appreso tramite un semplice insegnamento ostensivo riguarda l’apprendimento dei termini «là» e «questo».
[…] Anche «là» e «questo» si insegnano ostensivamente? - Immagina in quale modo si potrebbe insegnare il loro uso! Indicando luoghi e oggetti, - ma qui l’indicare ha luogo anche nell’uso delle parole, e non soltanto nell’apprendimento dell’uso. – (Ivi, § 9).
Ciò è ancora un voler dire che non c’è altro modo di insegnare ad un bambino il significato dei termini «là» e «questo» se non portando al suo cospetto l’utilizzo concreto degli stessi.Nella mente del bambino c’è già sì una predisposizione genetica ad imparare i multiformi elementi ed utilizzi di una lingua, ma niente al di fuori di una prassi socialmente condivisa e rigidamente regolamentata potrebbe porre in atto tale potenzialità biologica (un pappagallo può pronunciare le parole ma non ne capisce il significato perché non può “giocare” con esse, non le può praticare). Un bambino ha quindi innatamente i mezzi per imparare a pronunciare e ad usare una lingua, ma per poter arrivare a far tanto c’è bisogno che qualcuno interagisca con lui e gli insegni come vada usata, in modo che possa instaurarsi quell’accordo intersoggettivo indispensabile affinché ci si possa capire e parlare.Anche nelle proposizioni che vanno dal § 28 al § 31 è chiarito egregiamente il motivo per il quale una semplice definizione ostensiva non può essere la vera base di partenza per un apprendimento del linguaggio. L’esempio significativo che qui Wittgenstein porta per scansare definitivamente questa ipotesi è l’apprendimento dei numeri mediante, appunto, definizioni ostensive.Indico due noci e do la definizione di questi due oggetti dicendo “Questo si chiama due”, la conseguenza di questo mio insegnamento può andare a collidere con la mia intenzione che è quella di insegnarti il numerale 2 e questo perché l’altra persona potrebbe interpretare questa mia affermazione in più sensi diversi: per esempio non è detto che lui capisca che io gli sto insegnando un numerale, potrebbe anche darsi che il mio discepolo intenda con 2 il nome di questo gruppo di noci, quindi avrei che per lui le noci si chiamano 2, oppure al contrario se volessi attribuire un nome a questo gruppo di noci ecco che potrebbe accadere che l’altro lo interpreti come un numerale. Neanche avvalendomi della parola numero le cose vanno meglio perché per poter far sì che l’altro capisca cosa intendo nel momento in cui gli dico “questo numero si chiama 2” è necessario che gli sia già chiaro, in generale, quale funzione la parola numero debba svolgere nel linguaggio, e questa chiarezza non può averla ottenuta altrimenti che all’interno di una pratica di vita congrua al gioco del contare.Immaginiamo una classe di bambini sui tre anni ai quali sono presentati due nuovi e sconosciuti oggetti, ad esempio, una noce e uno schiaccianoci; come maestri hanno a disposizione un oratore che insegnerà l’uso di questi oggetti tramite il solo utilizzo delle parole, e un mimo che si avvarrà esclusivamente di gesti esemplari.Nel primo caso, il maestro potrebbe parlare così: “Alla vostra sinistra abbiamo un oggetto commestibile chiamato noce. La noce è un frutto che può essere mangiato e che ha un sapore - a detta dei più – molto gradevole. Questo frutto però è composto di due parti; una scorza molto dura e al suo interno il frutto vero e proprio, la parte propriamente commestibile. Per poter raggiungere quest’ultimo, l’uomo ha inventato uno strumento che si chiama schiaccianoci e che è presente davanti a voi alla vostra destra. Con quest’aggeggio voi potete letteralmente schiacciare una noce, per fare ciò dovete prendere la noce con una mano, con l’altra prendere lo schiaccianoci, aprirlo e porre al suo interno la noce in modo tale che quest’ultima s’incastri tra le zigrinature presenti negli archetti del nostro strumento. Poi con tutta la forza a vostra disposizione dovete chiudere lo schiaccianoci premendo l’una contro l’altra le due maniglie dello stesso. Ecco che finalmente sarete riusciti ad aprire la noce e potrete cibarvi del suo frutto”.Viene da pensare che per quanto questa spiegazione possa essere efficace e sintetica, i bambini già dopo le prime parole si addormenterebbero sulle sedie! Ma se invece ci avvaliamo di un mimo che senza aprire bocca esegue simpaticamente tutte queste operazioni, magari anche leccandosi i baffi dopo aver mangiato la noce, non credete che forse i bambini capirebbero più in fretta che la noce si può mangiare, che è buona, che ha un guscio duro il quale per essere rotto deve venir posto in quello strano oggetto metallico, che il mimo ha usato con tanta disinvoltura? Ed ecco che dopo aver imparato a cosa serve lo schiaccianoci e che la noce è commestibile, i bambini potrebbero anche chiedere il nome di queste due cose, nome che assumerà immediatamente il significato d’uso che è appena stato insegnato. Da questa storiella si devono trarre due conclusioni: la prima è che senza un linguaggio già in atto in colui che ascolta non è possibile che si possa capire alcunché di ciò che una persona insegna, se quest’ultimo si avvale solo di parole (per quanto condite con gesti che possono essere comunque più o meno equivoci) sradicate dal terreno di un loro effettivo uso. Ecco perché allora Wittgenstein dice che «per essere in grado di chiedere il nome di una cosa si deve già sapere(o saper fare) qualcosa». Per quanto riguarda la seconda conclusione, è importante capire che non c’è niente, quanto l’esemplarità di un evento, che possa far sì che noi si comprenda l’evento stesso. Ciò vale dunque anche per il linguaggio,Wittgenstein dice: «immaginare un linguaggio significa immaginare una forma di vita». Io ora utilizzo la parola ‹‹lastra!›› in un certo modo perché voglio che mi porti una lastra, ma tu puoi capire questo comando soltanto se hai familiarità col gioco linguistico del comandare e dell’eseguire, il quale gioco linguistico però deve svolgersi all’interno di un contesto ben preciso, quello per esempio di un cantiere navale; se fossi con te all’interno di un centro commerciale e dicessi ‹‹lastra!›› tu probabilmente mi considereresti un po’ pazzo! Ed ecco quindi perché per Wittgenstein l’ellitticità o ridondanza di una proposizione può essere definita in modo stabile ed inequivocabile per ciascuna parola o frase solo rispetto ad un determinato modello della nostra grammatica. Se nel contesto di un cantiere navale io dico ‹‹lastra!›› o ‹‹portami una lastra›› non ha importanza, il senso è lo stesso in entrambi i casi, e tu che sei un mio manovale capisci benissimo il mio ordine e lo esegui in quanto hai appreso il senso in cui questo termine viene usato perché calato nel contesto specifico del cantiere navale.
di Cinzia Ruggeri PortaleFilosofia.Com

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