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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

agosto 31, 2009

JFK: "Io sono un immigrato"

l’11 maggio 1831 Tocqueville, giovane aristocratico francese, sbarcò nel caotico porto di New York. Aveva attraversato l’oceano per cercare di capire le implicazioni che il nuovo esperimento democratico in corso sulla sponda opposta dell’Atlantico avrebbe avuto per la civiltà europea. Per i successivi nove mesi, Tocqueville e il suo amico Gustave de Beaumont percorsero in lungo e in largo la parte orientale del continente, da Boston a Green Bay, da New Orleans fino al Québec, alla ricerca dell’essenza della società americana.
Tocqueville rimase affascinato da ciò che vide. Fu sbalordito dall’energia delle persone che stavano costruendo una nuova nazione, apprezzando le nuove istituzioni e gli ideali politici. Ma, sopra ogni cosa, rimase impressionato dallo spirito di uguaglianza che permeava la vita e le usanze di quella gente. Pur nutrendo qualche riserva verso alcune manifestazioni di quello spirito, riuscì a scorgerne i meccanismi in ogni aspetto della società americana: nella politica, negli affari, nei rapporti personali, nella cultura, nel pensiero. Tale dedizione al principio di uguaglianza strideva con la società classista europea. Eppure Tocqueville considerava quella «rivoluzione democratica» irresistibile. [...]
Ciò che Tocqueville vide in America fu una società di immigrati che avevano cominciato una nuova vita su un piano di uguaglianza. Era questo il segreto dell’America: una nazione fatta di uomini che avevano ancora vivo il ricordo delle antiche tradizioni e si erano avventurati a esplorare nuove frontiere, uomini desiderosi di costruire da sé la propria esistenza in una società in cui c’era posto per tutti e che non limitava la libertà di scelta e di azione.[...]
In poco più di 350 anni, si è sviluppata una nazione di quasi 200 milioni di abitanti, popolata per la quasi totalità da individui provenienti da altre nazioni o i cui antenati erano emigrati da altri paesi. Come ha dichiarato il presidente Franklin Delano Roosevelt al congresso delle Daughters of the American Revolution: «Ricordate sempre che tutti noi, io e voi in special mondo, discendiamo da immigrati e rivoluzionari».
Tutti i grandi movimenti sociali lasciano un’impronta, e la massiccia migrazione di persone nel Nuovo mondo non ha fatto eccezione. L’interazione tra culture differenti, la forza degli ideali che spinsero gli immigrati a venire fin qui, le opportunità che una nuova vita schiudeva, tutto ciò ha conferito all’America un’essenza e un carattere che la rendono inconfondibile e straordinaria agli occhi della gente oggi, come era stato nella prima metà del Diciannovesimo secolo per Tocqueville.
Il contributo degli immigrati è visibile in ogni aspetto della vita della nostra nazione: nella religione, nella politica, negli affari, nelle arti, nell’istruzione, perfino nello sport e nello spettacolo. Non vi è settore che non sia stato investito dal nostro passato di immigrati. Ovunque gli immigrati hanno arricchito e rafforzato il tessuto della vita americana. Come ha detto Walt Whitman:
Questi Stati sono il poema più ampio, / Qui non v’è solo una nazione ma / una brulicante Nazione di nazioni.
Per conoscere l’America, dunque, è necessario comprendere questa rivoluzione sociale squisitamente americana. È necessario capire perché più di 42 milioni di persone hanno rinunciato a una vita consolidata per ricominciare da zero in un paese straniero. Dobbiamo capire in che modo essi andarono incontro a questo paese e in che modo questo paese andò incontro a loro e, cosa ancor più importante, dobbiamo capire cosa implica tutto ciò per il nostro presente e per il nostro futuro. [...]
Non vi è nulla di più straordinario della decisione di emigrare, nulla di più straordinario della ridda di emozioni e pensieri che inducono infine una famiglia a dire addio ai vecchi legami e ai luoghi familiari, a solcare le scure acque dell’oceano per approdare in una terra straniera. Oggi, in un’epoca in cui grazie ai mezzi di comunicazione di massa a un capo del mondo si sa tutto ciò che accade nell’altro, non è difficile capire come la povertà o la tirannia possa spingere una persona a lasciare il proprio paese per un altro. Ma secoli fa l’emigrazione era un salto nel buio, era un investimento intellettuale ed emotivo enorme. Le forze che indussero i nostri antenati a quella decisione estrema - lasciare la propria casa e intraprendere un’avventura gravida di incognite, rischi e immense difficoltà - dovevano essere soverchianti.
Nel suo libro intitolato Gli sradicati, Oscar Handlin descrive l’esperienza degli immigranti: Il viaggio sottoponeva l’emigrante a una serie di emozioni sconvolgenti ed ebbe un’influenza decisiva sulla vita di tutti coloro che riuscirono a sopravvivere. Fu questo il primo contatto con lo stile di vita che li attendeva. Per molti contadini era la prima volta che si allontanavano da casa, che uscivano dalla sicurezza di piccoli villaggi in cui avevano passato tutta la vita. Ora avrebbero dovuto imparare a trattare con persone completamente diverse. Si sarebbero scontrati con problemi a cui non erano avvezzi, avrebbero imparato a comprendere costumi e linguaggi stranieri, si sarebbero industriati per affermarsi in un ambiente oltremodo ostile.
Come prima cosa, dovevano mettere da parte il denaro necessario per il viaggio. Dopodiché salutavano i loro cari e gli amici, consapevoli che con ogni probabilità non li avrebbero mai più rivisti. Quindi cominciava il viaggio che dai villaggi li avrebbe condotti ai porti di imbarco. Alcuni si spostavano a piedi; i più fortunati trasportavano i loro pochi averi su carretti che poi rivendevano prima di imbarcarsi. In certi casi facevano tappa durante il viaggio lavorando nei campi per mangiare. Prima ancora di riuscire a raggiungere i porti erano esposti alle malattie, agli incidenti, alle intemperie e alla neve, e attaccati anche dai banditi.
Una volta giunti al porto, spesso dovevano attendere giorni, settimane, talvolta mesi prima di imbarcarsi, contrattando con i capitani e gli agenti il costo della traversata. Nell’attesa, vivevano ammassati in stamberghe a poco prezzo a ridosso dei moli, dormendo sulla paglia in stanzette buie, a volte in quaranta in uno spazio di tre metri per quattro.
Fino alla metà del Diciannovesimo secolo gli immigranti viaggiavano a bordo di navi a vela. In media la traversata da Liverpool a New York durava quaranta giorni, ma all’epoca qualsiasi previsione era azzardata, poiché la nave era esposta ai venti e alle maree, le tecniche di navigazione primitive, l’equipaggio inesperto e la rotta soggetta ai capricci del capitano. Per le imbarcazioni di allora, non così massicce, trecento tonnellate costituivano una buona stazza, e tutte erano stipate di passeggeri, dai quattrocento ai mille, in ogni angolo.
Il mondo degli immigranti a bordo della nave si riduceva alla stiva, lo spazio ristretto sottostante il ponte, generalmente lungo trenta metri e largo sette. Su molte navi le persone alte più di un metro e settanta non potevano neanche stare in piedi. Lì vivevano giorno e notte, ricevevano la razione quotidiana di acqua con l’aggiunta di aceto e tentavano di sopravvivere con le provviste che si erano portate per il viaggio. Quando i viveri finivano, si ritrovavano spesso alla mercé dei metodi usurai dei capitani.
Se ne stavano assiepati in cuccette anguste e dure, dove quando venivano aperti i boccaporti si gelava e si soffocava dal caldo quando erano chiusi. L’unica fonte di luce proveniva da una fioca lanterna pencolante. Il giorno e la notte erano indistinguibili, ma i passeggeri imparavano a riconoscere gli infidi venti e i flutti, lo zampettio dei topi e il tonfo dei cadaveri gettati in mare. Le malattie - colera, febbre gialla, vaiolo e dissenteria - facevano strage: uno su dieci non riusciva a sopravvivere alla traversata.
Alla fine il viaggio terminava. I passeggeri guardavano la costa americana con un senso di sollievo misto a eccitazione, trepidazione e ansia. Strappati alla loro vecchia vita, si ritrovavano ora «in un continuo stato di crisi, nel senso che erano, e rimanevano, nomadi», come scrive Handlin. Sbarcavano nel nuovo paese stremati dalla mancanza di riposo, dalla cattiva alimentazione, dalla reclusione, gravati dalla fatica di adeguarsi alle nuove condizioni di vita. Ma non potevano fermarsi per recuperare le forze. Non avevano scorte di cibo né denaro, quindi erano costretti a proseguire il cammino finché non trovavano un lavoro. [...]
Probabilmente le motivazioni per venire in America erano tante quante le persone che arrivarono qui: si trattava di una decisione del tutto personale. Tuttavia si può dire che tre grandi spinte - persecuzione religiosa, oppressione politica e difficoltà economiche - costituirono le ragioni principali delle migrazioni di massa nel nostro paese. Questi uomini rispondevano, a modo loro, alla promessa sancita dalla Dichiarazione di indipendenza di garantire il diritto «alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità». [...]
Nei paesi che avevano lasciato, gli immigrati in genere avevano un lavoro stabile. Portavano avanti l’attività artigianale o commerciale dei loro padri, coltivavano la terra di famiglia o il piccolo appezzamento ereditato in seguito alla spartizione con i fratelli. Solo grazie a un talento e a un’intraprendenza eccezionali gli immigrati potevano rompere lo stampo nel quale la loro vita era stata forgiata. Non c’era uno stampo simile ad attenderli nel Nuovo mondo. Una volta rotto con il passato, a parte i legami affettivi e l’eredità culturale, dovevano fare affidamento esclusivamente sulle proprie capacità. Erano obbligati a volgere lo sguardo al futuro, non al passato.
A eccezione degli schiavi neri, gli immigrati potevano andare dovunque e fare qualsiasi cosa il talento consentisse loro. Si apriva dinanzi a loro un continente sconfinato, non dovevano far altro che collegarne le parti con canali, ferrovie e strade. E se non fossero riusciti a realizzare il sogno per se stessi, potevano sempre serbarlo per i loro figli. È stata questa l’origine dell’inventiva e dell’ingegno americani, delle tante e nuove imprese e della capacità di raggiungere il tenore di vita più elevato del mondo.[...]
Sul finire del Diciannovesimo secolo l’emigrazione verso l’America subì un cambiamento notevole. Cominciarono infatti ad arrivare, in gran numero, italiani, russi, polacchi, cechi, ungheresi, rumeni, bulgari, austriaci e greci, creando nuovi problemi e dando origine a nuove tensioni.
Per loro la barriera linguistica era ancor più insormontabile di quanto non fosse stato per i gruppi che li avevano preceduti, cosicché lo scarto tra il mondo che si erano lasciati alle spalle e quello in cui erano approdati si approfondì. Si trattava per la gran parte di gente di campagna, costretta però all’arrivo in America a stabilirsi nella maggioranza dei casi nelle città. Già nel 1910 in molte città esistevano delle "Little Italy" o "Little Poland" dai confini ben definiti. Stando al censimento del 1960, abitavano più persone di origini o di genitori italiani a New York che non a Roma.
La storia delle città dimostra che quando vi è sovraffollamento, quando la gente è povera e le condizioni di vita sono pessime, le tensioni si inaspriscono. È un sistema che si autoalimenta: la povertà e la delinquenza all’interno di un gruppo generano paura e ostilità negli altri; ciò, a sua volta, impedisce che il primo gruppo venga accettato e ne ostacola il progresso, protraendone così la condizione di arretratezza. Fu in questa penosa situazione che si ritrovarono molti immigrati provenienti dall’Europa meridionale e orientale, così com’era accaduto ad alcuni gruppi delle prime ondate migratorie.
Un giornale di New York riservò ai nuovi arrivati italiani parole impietose: «Le cateratte sono aperte. Le sbarre abbassate. Le porte sono incustodite. La diga è stata spazzata via. La fogna è sturata [...]. La feccia dell’immigrazione si sta riversando sulle nostre coste. Dai serbatoi di melma del Continente la marmaglia di terza classe viene travasata nel nostro paese». [...]
Le leggi sull’immigrazione dovrebbero essere generose, dovrebbero essere eque, dovrebbero essere flessibili. Con leggi siffatte potremo guardare al mondo, e al nostro passato, con le mani pulite e la coscienza tranquilla. Una tale politica non sarebbe che una conferma dei nostri antichi principi. Esprimerebbe la nostra adesione alle parole di George Washington: «Il grembo dell’America è pronto ad accogliere non solo lo straniero ricco e rispettabile, ma anche gli oppressi e i perseguitati di ogni nazione e religione; a costoro dovremmo garantire la partecipazione ai nostri diritti e privilegi, se con la loro moralità e condotta decorosa si mostrano degni di goderne».
di John Fitzgerald Kennedy
Traduzione di Marianna Matullo © Donzelli Editore 2009


agosto 28, 2009

Venezia 66

«Nel 2004 avevo detto che avrei voluto fare una Mostra per chi fa i film, per chi li fa circolare e per chi li va a vedere: oggi, dopo cinque anni di rodaggio, la macchina Festival è stata messa definitivamente a regime, la velocità di crociera è stata raggiunta e mai come questa volta, dopo aver visionato poco meno di 4.000 film, la kermesse dimostra la sua natura non di contenitore, ma di vera e propria costruzione, frutto di libere associazioni e molte scelte». Così il direttore della Mostra di Venezia, Marco Muller, illustra le linee guida della 66ª edizione del Festival, in programma dal 2 al 12 settembre, che ospita il più alto numero di paesi da cinque anni a questa parte (25), il più alto numero di opere prime (16, di cui 5 in concorso, 7 in "Orizzonti") e seconde (9, tra le quali il cingalese Between two worlds di Vimukthy Jayasundara in concorso) e fa registrare – soprattutto rispetto allo scorso anno – un notevole incremento dei film provenienti dagli Stati Uniti (15), dopo la crisi produttiva dello scorso anno dovuta allo sciopero degli sceneggiatori di Hollywood.I film statunitensi in gara sono ben sei, tra cui Capitalism: a love story di Michael Moore (per la prima volta al Lido), A single man, esordio alla regia per lo stilista Tom Ford, e The road di John Hillcoat, dalromanzo omonimo di Cormac McCarthy. I lungometraggi italiani sono 18, compresi i quattro già annunciati. Si nota, invece, la carenza di opere provenienti dai paesi latino-americani, con l'eccezione di due brasiliani presenti in "Orizzonti", il documentario Viajo porque preciso, volto porque te amo di Marcelo Gomes e Karim Ainouz e Insolaçao di Felipe Hirsch e Daniela Thomas, quest'ultima aiuto-regista in molti film di Walter Salles, cineasta che proprio durante la Mostra di Venezia (venerdì 4 settembre) riceverà il Premio Bresson, attribuito dalla Fondazione Ente dello Spettacolo e dalla «Rivista del Cinematografo» al regista che si sia maggiormente distinto per la ricerca sul significato spirituale della vita. Tre film a sorpresa (uno sicuramente statunitense) saranno annunciati il 5 settembre per Venezia 66, l'11 settembre per "Orizzonti" e il 12 per il "Fuori concorso".Per il direttore artistico è difficile individuare un filo rosso: «Ad emergere con forza da ogni singololavoro e nelle forme più differenti sono le sfaccettature del nostro presente». Inoltre, nonostante lacrisi economica, la selezione dimostra quanto «il cinema continui ad essere vivo, forte, capace ancora oggi di rappresentare e sperimentare attraverso diversi livelli espressivi».Oltre a Michael Moore riceverà il "battesimo" del Lido Fatih Akin, regista di Soul kitchen. Tra gli ospiti ormai "di casa", Todd Solondz e Shinya Tsukamoto, entrambi in concorso con Life during time eTetsuo The Bullet Man. Non ci sarà, invece, Giorgio Diritti, che era stato invitato a presentare L'uomo che verrà nella sezione "Orizzonte". Tra le altre novità di quest'anno la Sala Perla 2 da 450 posti, destinata alla Sic e alle Giornate degli Autori; la Sala Darsena (Palalido) ospiterà, invece, la sezione "Orizzonti". Potrebbero presentarsi alcuni disagi dal punto di vista logistico, a causa dell'imminente cantiere per la costruzione del nuovo Palazzo del Cinema. Anche quest'anno, quindi, le consuete proteste potrebbero accompagnare la mostra.

agosto 27, 2009

Mole , il grande restauro. Ingabbiata per un anno.

Prepariamoci. Sarà spettacolare. Con gli uomini ragno che saltellano sulla pancia del simbolo di Torino per suturarne le ferite inflittegli dal tempo. E pazienza se la Mole Antonelliana dovrà indossare per quasi un anno una specie di vestito mobile. Sarà bella lo stesso, o meglio, starà rifacendosi il trucco in occasione del 2011. Si tratta di un cantiere-evento e per una volta non si tratta di un luogo comune. Era dall’estate del 1953 che delle transenne non erano salite tanto in alto. Dai giorni successivi alla terribile tromba d’aria che decapitò la guglia del gioiello di Antonelli. La punta della Mole collassò colpendo anche il rivestimento della cupola: allora saltarono decine di lose in pietra di Luserna. Oggi però sono ben 350 le «tesserine» grigie che necessitano di un accurato restauro. «Le condizioni del manto - spiega Sergio Brero direttore alla Divisione edifici storici - che appare ben ancorato ed è stato controllato all’inizio degli anni '80, durante un intervento di manutenzione straordinaria, risultano buone in generale, ma sono numerose sia le lastre sia i costoloni lesionati ed ora incollati e bloccati con staffe in acciaio inossidabile. Tali elementi dovranno essere analizzati per verificare l’efficacia degli interventi eseguiti nel passato o per verificare la presenza di nuove lesioni». Aggiunge: «Le stelle in ghisa che risultano rotte sono, invece, numerose. Tale situazione non è da sottovalutare, in quanto le stelle costituiscono i capochiave delle chiavarde di ancoraggio del rivestimenti con i costoloni interni, ossia bloccano i costoloni che a loro volta ancorano le lastre; un movimento o un cedimento di un costolone potrebbe provocare lo spostamento di almeno quattro lastre con conseguente rischio di distacco».Come si diceva, mentre la punta della Mole è stata più volte riqualificata (l’ultima nel 2004, che seguiva un intervento analogo del 1961), la sua «cupola» non è mai stata oggetto di un autentico cantiere. «Sì, periodicamente controllavamo la tenuta del rivestimento - spiega l’assessore alla Cultura Fiorenzo Alfieri - attraverso l’impiego di rocciatori che si arrampicavano sul monumento simbolo della città. Ma un cantiere tanto lungo ed elaborato non era mai stato allestito in passato».L’intervento, per mettere fine alle sofferenze della Mole, costerà 660 mila euro. E non si può rimandare. Nessun pericolo per i passanti, per carità, perché ogni pietra del rivestimento è stata messa in sicurezza, ma l’intervento va fatto: «Ci sono sigillature con il silicone da rinfrescare, stelle di ancoraggio da sostituire». I lavori partiranno a novembre e dureranno circa un anno.Ma come si presenterà il cantiere? Si userà un lenzuolone per avvolgere il simbolo di Torino? Oppure si rivestirà la Mole con un enorme cartellone pubblicitario? O ancora, come accadde per il Duomo di Modena, si vestirà il cantiere con un’opera d’arte in grado di sollevare polemiche? «Niente di tutto questo - tranquillizza l’assessore alla Cultura Fiorenzo Alfieri - procederemo per gradi, anche perché sarebbe impensabile riuscire a transennare tutta la circonferenza della Mole in un’unica soluzione. Suddivideremo la cupola in diverse parti e avanzeremo con i lavori poco per volta. Sapremo dosare l’intervento». I lavori in corso - assicurano in Comune - non avranno alcuna ricaduta né sull’apertura del Museo del Cinema né sul funzionamento dell’ascensore interno. «Si tratta di un lifting molto profondo ed accurato che interesserà soltanto la superficie esterna del monumento - spiegano ancora all’assessorato alla Cultura - e non andrà a interferire sul funzionamento delle attività interne alla Mole». Il Museo del Cinema è pronto a diventare protagonista di un film sui lavori. «Già gli uomini-ragno - che a suo tempo montarono il “Volo di numeri” firmato da Mario Merz sulla pancia della Mole - furono immortalati da decine di videocamere amatoriali - spiegano in Comune - figuriamoci un cantiere vero, con gli operai rocciatori che in tuta bianca saltellano a 100 metri di altezza per togliere le rughe al simbolo di Torino...». Anche se non è ancora ufficiale, pare ci sia già pronta una troupe di un grande regista interessata a trasformare il cantiere storico in un lungometraggio cult.
di Emanuela Minucci lastampa.it


agosto 26, 2009

La complessità brasiliana






La Storia, come un insieme di fatti e fenomeni politico-culturali e sociali, documentabili e definibili nel tempo, si serve di date inerenti a dei precisi accadimenti come punti di riferimento per una lettura e l'interpretazione di processi più ampi e complessi. Ma la fenomenologia e lo sviluppo dei fatti stessi, implicano circostanze che evolvono nel trascorrere del tempo, con cadenze e ritmi non sempre prevedibili e controllabili. L'evoluzione storica stessa indica che tali fatti o accadimenti sono il frutto e la conseguenza di lunghi processi che, a volte, possono essere anche molto lenti.
Così fu anche nel caso della Proclamazione della Repubblica in Brasile (nella foto), il 15 novembre 1889, una tappa politica maturata a partire dalla raggiunta indipendenza del paese dal Portogallo nel 1822, ma che ha avuto anche nell'abolizione della schiavitù, avvenuta nel 1888, il suo più forte elemento propulsore.
Queste ed altre riflessioni sull'importanza del primo periodo repubblicano, che introdusse il Brasile a pieno titolo nel contesto della storia moderna e contemporanea, sono espresse da Ettore Finazzi Agrò, ordinario di Lingua e Letteratura brasiliana presso l'università La Sapienza di Roma.
Finazzi Agrò spiega: «Chiunque studia o lavora con i temi inerenti all'indipendenza e all'autonomia del Brasile, deve tenere conto del fatto che tali processi si sviluppano con grande lentezza nel tempo, comportando elementi e variabili che non subiscono gli effetti delle dinamiche di cambiamento. Le dinamiche dei fatti storici, evolvono secondo un rapporto tempo-spazio definibile a partire da diversi fattori che si rendono più facilmente comprensibili con l'aiuto delle date. La Proclamazione della Repubblica arrivò come l'atto finale di una serie di altre azioni compiute sul piano politico ed economico sul territorio brasiliano e culminate con la rottura del lungo sodalizio esistito tra la monarchia e i grandi latifondisti. Allo stesso tempo, la Proclamazione certificò il nuovo potere della borghesia urbana. L'attenzione che le classi politiche ponevano sullo scenario rurale e sui cicli economici orientati verso l'agricoltura e gli allevamenti, si riversò sulle nuove attività economiche e finanziarie che dominavano lo scenario urbano delle principali città brasiliane. La nuova classe borghese assunse importanza agli occhi del nuovo potere repubblicano, ma ciò non significò che le nuove figure subentrate alle precedenti, di diversa impronta politica, si fossero impegnate nel fomentare ed attuare un modello politico tale da provocare un vero e proprio cambiamento radicale all'interno delle forze presenti al potere».
Il docente ha rilevato questa realtà attraverso una serie di ricerche svolte sul piano storico, partendo dagli studi realizzati sul contenuto delle opere letterarie e delle cronache stilate dai grandi scrittori brasiliani nella seconda metà del XIX secolo, come Machado de Assis: «Nelle sue cronache, l'autore indica chiaramente che il cambiamento allora avvenuto si limitò soltanto alla diffusione di un discorso politico nuovo in apparenza, destinato a dare nuova veste a dei rapporti e legami e rapporti di potere, rimasti gli stessi di prima».
Non a caso, aggiunge Finazzi Agrò, gli esponenti politici repubblicani osservarono e seguirono con cura l'evolversi delle attività e il crescente peso economico della borghesia nei centri urbani, al punto di adoperarsi nel ridisegnare il profilo urbano di alcune delle principali città brasiliane allo scopo di adattarlo alla nuova economia dell'epoca: «Il periodo di fine secolo fu caratterizzato, in questo senso, dalla demolizione-ricostruzione, fondazione e creazione di nuove capitali nei singoli Stati brasiliani. Rio de Janeiro, ad esempio, fu demolita in buona parte per essere poi ricostruita. Anche la città artificiale di Belo Horizonte, appositamente costruita su progetto dell'ingegnere Aarão Reis nel 1897 per essere la capitale dello Stato brasiliano di Minas Gerais (regione sudest del Brasile), è un esempio significativo anche se meno conosciuto».
In quest'ultimo progetto diventato realtà, la città di Belo Horizonte fu tracciata a tavolino, come spazio urbano vivibile in tutte le sue dimensioni, perfettamente interpretabile come laboratorio per la costruzione di altre città sul territorio brasiliano, ma non solo: rappresenta soprattutto la tappa embrionaria del percorso concepito verso l'ideazione e la realizzazione di Brasilia tra il 1956 e il 1960, questa volta per mano degli architetti Oscar Niemeyer e Lucio Costa, con la collaborazione di Roberto Burle Marx per l'arredo urbano. Nonostante sia stata fondata 71 anni dopo la proclamazione della Repubblica, Brasilia è frutto delle aspirazioni e idee coltivate proprio nel periodo di transizione tra la fine dell'Impero e l'inizio del periodo repubblicano. Finazzi Agrò pone l'accento anche sulle linee guide adottate dalla nuova borghesia repubblicana in ascensione: «La prima Repubblica o ‘Republica Velha' portò, sia presso la classe politica che in seno alla borghesia urbana emergente, l'impronta positivista del filosofo e sociologo francese Auguste Comte. In tutto il Brasile emerse il desiderio di modernità, guidato e portato avanti per mano delle classi politiche repubblicane formate da militari, secondo precisi parametri militari sulla progettazione nell'organizzare la modernizzazione del Paese».

Una Storia, tante realtà
Nel passaggio tra il XIX e il XX secolo quindi, la classe politica repubblicana iniziò a coltivare l'idea di fondare la nuova capitale del Brasile, all'interno del Paese, inspirandosi all'imperativo positivista secondo il quale la modernità doveva raggiungere le regioni più remote, e le località più povere o sconosciute del territorio brasiliano. Ettore Finazzi Agrò sottolinea che il processo dell'espansione della modernità, ha portato con sé la ridefinizione del territorio nazionale generando, di conseguenza, una nuova idea di nazione, specialmente se si considera che la storia brasiliana trovò il suo inizio negli spazi territoriali lungo la fascia costiera atlantica del Paese. Le classi politiche, a partire dal 1889, cominciarono a rivolgere l'attenzione verso l'interno, le zone boschive e forestali includendo, più tardi, anche gli spazi "bianchi", svincolati fino a quel momento dall'idea di nazione: «Il Positivismo, nella sua attenzione sull'idea di portare la modernità all'interno della selva, finì per risvegliare l'interesse dell'opinione pubblica verso un territorio che, fino a quel punto, risultava completamente ignoto, ignorato».



Per indicare, nell'atteggiamento della borghesia e dei politici, una sorta di gnoranza nei riguardi delle popolazioni autoctone e sulla dimensione dei territori brasiliani, Finazzi Agrò ricorda l'aneddoto narrato nel libro "Tristi Tropici" dal quasi centenario antropologo e sociologo belga Claude Lévi-Strauss, in occasione dello sbalorditivo incontro con l'ambasciatore brasiliano in Francia, negli anni Trenta. All'epoca, il giovanissimo professore si trovava alla vigilia del suo primo viaggio in Brasile su invito dell'Università di São Paulo, e espose al diplomatico il suo desiderio di studiare le civiltà indigene. Ma provò stupore nel sentirsi dire, in tono rammaricante: «Indiani? Ahimé, mio caro signore, sono spariti tutti... Come sociologo, lei scoprirà in Brasile delle cose appassionanti, ma di indiani, non ci pensi, non ne troverà neanche uno».
Finazzi Agrò mette l'accento sul fatto che il Positivismo abbia avuto la funzione di incorporare ciò che rimase per lungo tempo, in qualche modo, lasciato ai margini del discorso nazionale: «Anche se distorto sotto certi aspetti, richiamò l'attenzione dei governanti e della borghesia verso le aree dell'interno, facendo sì che lo sviluppo del rapporto con lo spazio diventasse la chiave di volta per una nuova coscienza nazionale. La costruzione e la fondazione di Brasilia fa parte di questo processo di incorporazione che, negli anni 60, rispecchia il desiderio di modernizzazione fomentata da Juscelino Kubitschek (nella foto in bianco e nero) e della classe politica, con la sua attenzione rivolta verso l'interno del Paese, in atteggiamento paragonabile al comportamento avuto dai politici appartenenti al periodo della ‘Republica Velha'».
Su tutto questo, aggiunge il docente, si estende poi il panno grigio della dittatura militare che, in qualche modo, porta a compimento quest'età dell'utopia. Trattasi del periodo in cui, pur commettendo innumerevoli errori, i governi militari che si sono succeduti a Brasilia, continuarono a portare avanti l'immagine desenvolvimentista, ossia, guidata da programmi e mete di sviluppo: «Fu un'epoca marcata da scelte spesso sbagliate, quando si ricorreva al credito internazionale e all'intervento delle multinazionali. Sicuramente il Brasile ha avuto uno sviluppo economico estremamente elevato, ma basato sugli interventi dell'economia americana, industrie nate e cresciute con l'investimento di capitali stranieri sul territorio e che, poi, sono costati caro al Paese. Il conto arrivò nel momento della crisi economica e finanziaria, come fattore scatenante dell'enorme debito estero brasiliano. Ciò nonostante, i militari continuarono a mantenere viva l'idea e le linee guida dello sviluppo, della modernità e della modernizzazione, in qualche modo ‘regimentata'. La logica militare, sia nella ‘Repubblica Velha' che negli anni della dittatura, portò i governanti a valutare gli atti politici all'interno di una strategia mentale di guerra, ad esempio nel combattere le sacche di arretratezza».
Tale atteggiamento, secondo Finazzi Agrò, incorporava in un discorso deleterio, di tipo nazionalistico, nel tentativo di rendere coerente il consenso generale sulla creazione di una sorta di orgoglio nazionale, ma che ha escluso quanti tra coloro che hanno manifestato, in diversi modi, la loro dissidenza nei confronti di quel progetto nazionale. Gli slogan come «Brasil, ame-o ou deixe-o» (Brasile, o lo ami o lo devi abbandonare), sono tipici esempi dell'atteggiamento nazionalistico imposto negli anni della dittatura: «Questo aspetto assurdamente negativo, se visto da una certa ottica, presenta sfaccettature propositive e affermative di una identità nazionale, indicando che ‘il Brasile è questo e lo si deve accettare per quello che è, altrimenti si anche andare via, lasciare il Paese'».

Quanti Brasile ci sono?
Oggi è possibile conoscere e capire meglio molti degli aspetti che caratterizzano l'identità culturale del popolo brasiliano e del Brasile stesso, senza dimenticare che l'evolversi del processo storico ha richiesto tempi lunghi, con esiti molte volte inattesi ed imprevedibili. Spiega Finazzi Agrò: «Penso che il Brasile diventò una nazione nel momento in cui i brasiliani assunsero la consapevolezza della propria differenza, sia rispetto agli altri paesi dell'America latina che nei confronti della cultura europea. Quel processo iniziato nella Proclamazione della Repubblica, generò una nuova coscienza nazionale. Propose, allo stesso tempo e in tutte le sue contraddizioni, lo scenario propizio alla nascita della borghesia urbana e della nuova classe politica, che ha stabilito una diversa relazione con il territorio, volgendo il proprio sguardo verso l'interno della nazione. Tutto questo, pur di mantenere vivo l'ideale di nazione moderna, accadde ad un costo certamente molto elevato, tradotto in diversi episodi tragici e massacri».

Lo scrittore e poeta brasiliano Machado de Assis (foto disegno)
La conoscenza del territorio brasiliano da parte della sua popolazione si è ampliata e approfondita nel tempo, ma tale rapporto permane marcato dall'ambiguità e reticenze: «Si tratta ancora di due mondi molto diversi tra di loro. È estremamente difficile rendere compatibile il mondo del sertão e quello della selva amazzonica al mondo delle grandi città costiere. Si tratta di mettere insieme due realtà territoriali che corrispondono a due temporalità, anche storiche: all'interno ci sono aree geografiche ancora sottoposte ad un regime di tipo feudale senza limiti, con il potere politico locale controllato dai latifondisti, mentre nelle grandi città moderne si cerca un dialogo con queste realtà. Molto spesso non si riesce ad andare oltre i tentativi. Questa è una delle grandi questioni su cui il tema dell'identità nazionale s'impiglia, l'impasse sul quale si gioca il suo destino».
Oggi il Brasile si trova, secondo Ettore Finazzi Agrò, in una sorta di «via di mezzo», di spazio-tempo interposto tra la modernità estrema delle città costiere e l'arretratezza dell'interno. Finazzi Agrò ricorda che poeti e scrittori hanno rivendicato la radice e l'essenza della brasilianità attraverso il concetto della neutralizzazione delle differenze, individuato come elemento portante dell'identità nazionale: «trattasi di scrittori contemporanei che si occupano costantemente delle tematiche legate alla situazione di equilibrio disequilibrato tra modernità e tradizione, modernità e passato. Parliamo di un Paese immenso dal punto di vista della dimensione territoriale, estremamente diviso sul piano climatico e geografico, ma anche sul piano delle temporalità diverse. Il Brasile si colloca con un piede nel passato, un altro nel presente e un terzo nel futuro».
Questa dicotomia trova una sua coerenza in ciò che Ettore Finazzi Agrò definisce «la neutralizzazione delle differenze». Spiega che malgrado tutto, esiste in Brasile un'identità nel senso etimologico del termine, nell'essere identico a se stesso. Nonostante le mille contraddizioni che attraversano il Paese, c'è un nucleo identitario estremamente forte, marcato dalla sorprendente vitalità che va dalle zone più remote a tutta la costa. Inoltre, l'economia brasiliana continua, nonostante tutto, ad avere questa doppia faccia. Propone un Brasile estremamente ricco, evoluto, occidentale e, al tempo stesso arcaico e povero.
Ettore Finazzi Agrò (nella foto a colori)
Questi elementi trovano una loro manifestazione sensibile e visibile nelle dinamiche sociali, oltre che nell'opera di scrittori abitanti delle grandi città brasiliane. Il cronista ed intellettuale Zuenir Ventura, ad esempio, ha dedicato il libro dal titolo "Cidade Partida" a Rio de Janeiro. Presenta la capitale carioca divisa, come scenario di tante contraddizioni al suo interno; una città moderna e produttiva, in cui anche la miseria e la povertà della popolazione dilagano. In realtà, sottolinea Finazzi Agrò, Rio è per lo meno due città, così come São Paulo è tante altre, proprio perché raggiunta dalle grandi correnti migratorie interne verso il centro urbano,
Ettore Finazzi Agrò conclude: «Forse il grande problema nazionale brasiliano è, da un altro punto di vista, la molteplicità sul piano etnico e territoriale, che rende affascinanti i temi della temporalità e della spaziosità molto diverse tra di loro. Io studio, cerco di capire e indagare su quello che gli europei in genere non riescono a vedere oltre la natura lussureggiante, la scenografia, il clima. Questo perchè gli europei hanno ancora un'idea molto stereotipata del Brasile».
di Lisomar Silva musibrasil.net

Pubblicazioni suggerite
"Il Brasile" - Angelo Trento"Grande sertão" - João Guimarães Rosa"Alle radici del Brasile" - Sergio Buarque de Holanda"Casa grande e catapecchia" - Gilberto Freire

agosto 24, 2009

Biblioteche: Solo quelle di qualità aiutano la cultura.

Anni fa un sondaggio tedesco sosteneva che dei libri comprati in media se ne legge l’8%. Mi pareva strano, poi ho riflettuto: anche a me è successo di comprare un libro e di accorgermi che già lo avevo, ma non l’avevo letto. Le statistiche non sono complete, né confrontabili, ma è ragionevole pensare che siano più colti e prosperi i popoli che dispongono di biblioteche più grandi e numerose. La più grande del mondo è la Library of the Congress Usa (ha decine di milioni di libri). In Italia ci sono 300 biblioteche importanti e altre 14.500 minori. In Svizzera quelle importanti sono 13.
Certo per recarsi in una biblioteca pubblica ci vuole tempo e lo spostamento dei volumi di carta è disagevole anche se i cataloghi sono computerizzati e il reperimento è automatico. Converrebbe sfruttare Internet. In Italia esiste Cabi, la Campagna per l’Accessibilità dei libri in rete, iniziativa che ha registrato qualche successo, ma risolverebbe solo parte del problema. Sono state realizzate molte iniziative: basta cercare su Internet per trovarle. La Public Library of New York ha fatto digitalizzare 32.000 volumi (pubblicati prima del 1923) da Google che li ha messi in rete. (Curioso: il primo della lista è “Memorie della Società Geografica Italiana” e il sesto un trattato di probabilità di J.M. Keynes.) Il Massachusetts Institute of Technology (Mit) sta mettendo in rete i suoi libri di testo (vedi: http://ocw.mit.edu ). Non equivalgono a corsi universitari ma sono di grande aiuto: ne ho trovati di geologia, fisica dell’atmosfera, matematica, meccanica. La grande Bibliothèque Nationale Française (13 milioni di libri) offre su Internet soprattutto bibliografie. C’è poi l’enorme enciclopedia Wikipedia, proliferata con i contributi apportati a titolo gratuito da collaboratori anonimi. Pare sia più vasta dell’Encyclopedia Britannica e con articoli di valore molto variabile: alcuni ottimi, altri inadeguati. È ben noto, poi, che si possono comprare in rete libri recenti e antichi su www.amazon.com, www.alibris.com e cercando in rete “libri online” o “books on line“. (Attenti ai prezzi molto variabili, però) Alcune biblioteche su Internet sono offerte a pagamento da imprese commerciali. Sono numerose: ne cito una sola (che uso ogni tanto con soddisfazione). È www.questia.com che costa circa 100 dollari all’anno e offre l’accesso a circa 100.000 libri e qualche milione di lavori scientifici e articoli di giornale su argomenti svariati: arte, architettura, economia, business, educazione, storia, legge, letteratura, filosofia, politica, scienza, tecnologia, etc. I testi sono scelti bene: autorevoli, informativi - e hanno indici ben fatti - anche se lo spostamento da una pagina all’altra è un po’ goffo e disagevole.
Certi autori offrono i loro scritti on line gratis o a pagamento. C’è di tutto (anche io offro miei libri su www.printandread.com). Altre fonti interessanti di informazione sono i bollettini informativi (newsletter) inviati gratis da aziende, ma anche da gruppi non profit. Ce ne sono di tutti i tipi. Ne cito solo due di carattere tecnologico/informatico: www.slashdot.com e www.theregister.co.uk che mandano rapporti giornalieri con link alle fonti (periodici scientifici o tecnici). La rete è piena anche di blog prodotti da giornali, associazioni o anche individui singoli. Alcuni di questi sono interessanti finchè qualche operatore disinteressato lavora a raccogliere, elaborare e commentare notizie rilevanti. Purtroppo i commenti dei partecipanti sono stroppo spesso verbosi e irrilevanti. Bisogna starci attenti.
È ovvio che per accedere alla enorme mole delle pubblicazioni internazionali bisogna conoscere le lingue. Anche nelle biblioteche nazionali la grande maggioranza dei libri interessanti è in inglese, ma ce ne sono tanti in francese, tedesco, spagnolo, russo e sempre di più in cinese: dobbiamo esortarci alla linguistica! E certo non basta conoscere le lingue. Occorre anche aver imparato a usare strumenti di grammatica, di logica, di matematica e aver appreso nozioni di base: se no i testi più avanzati non si capiscono. È essenziale che chi accede alla immane biblioteca in rete - prodotta da accademici e scienziati, ma anche da volenterosi più o meno bravi e da improvvisatori, pazzoidi, imbroglioni - sia capace di applicare ragionevoli criteri di giudizio e di distinguere i testi validi da quelli di bassa qualità. La biblioteche, di carta o in rete, sono un valido aiuto se i livelli culturali vengono innalzati, altrimenti non vengono nemmeno guardate. Dunque un fattore sempre più essenziale (data la crescita della massa di dati disponibili) è costituito dalla presenza di bibliotecari addestrati a fare i mentori, le guide - a consigliare non solo libri, ma percorsi di apprendimento, a sconsigliare i tentativi di avventurarsi in vicoli ciechi e di ascoltare cattivi maestri comprovatamente scervellati. Le biblioteche tradizionali già non avviate a usare tecnologie moderne, devono crearsi accesso alle fonti in rete scegliendole con sagacia. I servizi già sperimentati di scambio di informazioni e di volumi, vanno ampliati. Vanno evitate le duplicazioni delle attività mirate a scandire, codificare, registrare, indicizzare i libri esistenti per poi disseminarli in rete. Si tratta, infatti, di un’impresa gigantesca che viene ignorata da molti decisori pubblici e privati, quindi è vitale ottimizzare l’uso delle scarse risorse disponibili. Come accade in altri settori, è consigliabile integrare le attività. Questo già accade nelle biblioteche universitarie (anche se non tutte hanno tutor che aiutano i lettori). L’integrazione va estesa affiancando alle biblioteche le scuole di ogni grado e quelle serali per giovani, adulti e anziani, in ogni contesto: pubblico, privato e aziendale. Un ruolo importante dovrebbe essere svolto da giornali, radio e televisione purtroppo largamente assenti da questi scenari.

di Roberto Vacca
Laureato in ingegneria elettrotecnica e libero docente in Automazione del Calcolo (Universita' di Roma). Docente di Computer, ingegneria dei sistemi, gestione totale della qualita' (Universita' di Roma e Milano). Fino al 1975 Direttore Generale e Tecnico di un'azienda attiva nel controllo computerizzato di sistemi tecnologici, quindi consulente in ingegneria dei sistemi (trasporti, energia, comunicazioni) e previsione tecnologica. Tiene seminari sugli argomenti citati e ha realizzato numerosi programmi TV di divulgazione scientifica e tecnologica.




agosto 21, 2009

Niente di troppo.

Sulla riviera di Barcola, a Trieste. Si fa per dire, riviera; una sottile striscia di scogli, spiaggia libera che costeggia la strada principale di accesso alla città, acqua subito profonda, sulla riva tamerici spumose come onde, un orizzonte marino vasto e aperto, che nell’infanzia dava il senso dell’immensità oceanica, in un’educazione sentimentale in cui s’imparava una volta per tutte il legame fra l’eros e il mare. Quella gente in costume da bagno, non in uno stabilimento né su una vera spiag­gia, ma alle porte della città e quasi già in città, dà un’impressione di vita persuasa e goduta.
Trieste non è solo crocevia tra est e ovest, come recita la sua didascalia, ma pure fra nord e sud, fra la malinconia scandinava di certi tramonti d’inverno e la vitalità meridionale dell’estate. In fon­do al golfo, dove le acque italiane divengo­no slovene e poi croate, si vedono il Duo­mo di Pirano, la plurisecolare orma del le­one di S. Marco nell’Istria, e più avanti Punta Salvore, col suo faro e i suoi pini nel vento. La popolazione che da maggio a otto­bre, e soprattutto in agosto, arriva ogni giorno su quella scogliera di Barcola è abi­tudinaria; per tacita convenzione, ognuno di noi ha il suo posto sulla riva, generica­mente rispettato dai vicini, con cui s’in­trattengono rapporti garbati ma senza prendersi né dare confidenza. Ogni tanto aleggia, annunciata sui giornali, la minac­cia di divieti, piani regolatori, costruzioni di stabilimenti a pagamento o di porticcio­li turistici, minaccia finora ogni volta sven­tata da pugnaci lettere inviate alla stampa e alle autorità dagli uomini di penna, nu­merosi e assidui fra quei bagnanti, e da proteste che arrivano da triestini residen­ti da anni a New York o ad Adelaide ma non dimentichi di quella scogliera. Le au­torità, a dire il vero, dimostrano di com­prendere che quella libertà di «tocio» os­sia di tuffo è un bene pubblico, una buo­na qualità di vita collettiva, e si preoccupa­no delle docce gratuite e delle tamerici.
Qualche anno fa la scogliera era salita alla ribalta delle cronache grazie a un annega­to, il cui corpo riportato a riva e coperto da un lenzuolo era rimasto a lungo in mezzo ai bagnanti che avevano continua­to a prendere il sole accanto a lui, in quel­la familiare indifferenza della vita per la morte che la grande e rovente luce del­l’estate rende ancora più spietata. Pochi gli schiamazzi, rari i disturbi alla quiete pubblica. Giorni fa, una madre ha redarguito il figlio, un bambino di quat­tro o cinque anni che giocava con un’in­cantevole coetanea — nera come l’eba­no, evidentemente adottata dai genitori, due tedeschi che si erano sistemati un po’ più lontano — sparando con una pi­stola ad acqua e scavalcando di corsa i corpi distesi al sole, per lui non ancora desiderabili o conturbanti. Sgridato, il bambino protestava, dicendo che allora bisognava rimproverare pure la bambi­na. «Quale bambina?», chiese la madre, che non la vedeva perché si era nascosta dietro un albero. «Quella che parla che non si capisce niente», rispose lui, evi­dentemente colpito dal fatto che la picco­la chiamasse le cose in modo per lui in­comprensibile, un po’ arrabbiato di sco­prire che esse potessero avere altri nomi.
Non gli era passato per la mente di iden­tificarla con il colore della sua pelle, che pure spiccava nettamente anche accanto all’abbronzatura dei bagnanti; quella diffe­renza di colore, che in altre situazioni ave­va provocato e potrebbe ancora provocare separazione e segregazione feroce, era irri­levante rispetto alla differenza tra l’italia­no e il tedesco. Neppure quest’ultima, pe­raltro, aveva il potere di separarli, perché, appena riapparsa la bambina nel frattem­po debitamente ammonita (in tedesco) dai suoi genitori, i due avevano ripreso su­bito a rincorrersi e a spruzzarsi, ignari di aver tenuto una bella lezione sulla diversi­tà e sull’identità, temi del resto cari anche ai convegni cultural-balneari così frequen­ti sulle spiagge estive, almeno quelle un po’ più eleganti della scogliera di Barcola.
di Claudio Magris 2009©

Germanista e critico, è nato a Trieste nel 1939. Finissimo letterato, di vastissima e straordinaria cultura, è uno dei più profondi saggisti contemporanei, capace come pochi di scandagliare non solo il patrimonio della letteratura mitteleuropea ma anche di ritrovare le ragioni profonde sedimentate dietro ogni libro con cui viene a contatto.





Un racconto del 2007: C’era un coyote che veniva sempre a salutare Ernest.

Ah, questo Hemingway. Se fos­se ancora tra noi farebbe co­me sempre da guida ai ragazzi abbandonati a se stessi, voglio dire ai loro sogni, alle loro speranze, al­le loro disperazioni dopo la morte dei leader che li hanno ispirati, e ora sono tutti negli immensi spazi profumati del­l’eternità.
Ha fatto tanti figli, e i figli hanno fatto figli loro, uno più bello dell’altro, spes­so suicidi, sempre atterriti dal loro «do­vere » non detto di non deludere quel­l’immagine amata da quasi tutti i ragaz­zi del mondo: lo scrittore da cercare di imitare, nel modo di vestirsi ma soprat­tutto nel modo di scrivere, per essere ca­piti, con le sue frasi comprensibili a tut­ti, e i suoi pensieri legati alla speranza di tutti, l’amore, la dignità, la loro pre­senza ad abbracciare l’anima abbando­nata di ragazzi spaventati dal futuro di guerre, di promesse tradite, di incertez­ze sempre più inafferrabili. Il suo messaggio non può essere fini­to: finché ci sarà un ragazzo, il suo mes­saggio lo porterà nel cuore e riempirà il cuore di altri ragazzi, che ricominceranno ad amare l’amore, la digni­tà, la verità, che i ragaz­zi avranno davanti a sé, nell’anima, prima di prendere decisioni che possono condurli a far­si ammazzare in guer­ra.
Quando il produttore Domenico Procacci mi ha regalato, con genero­sità, la possibilità di andare a offrire le mie lacrime e la mia gratitudine alle tombe dei miei amici americani, ho co­minciato da Hemingway, ripetendo tra me i suoi commenti alla sua prosa quan­do mi ha fatto l’onore di lavorare con lui a un’edizione di Al di là del fiume e tra gli alberi ; un’emozione indimenticabile, onorata dalla presenza di un coyote che veniva ogni giorno come a un appunta­mento, facendo il giro di quella tomba e poi tornando fuori dal cimitero da un cancelletto che portava nella dolce cam­pagna intorno. E lì, di fianco alla lapide bianca come la speranza, c’era la lapide della moglie Mary, del cacciatore d’orsi che accompagnava Hemingway, e subi­to dopo c’era una minuscola lapide bian­ca che copriva il nome di Margot (in ar­te Margaux) Hemingway, splendida ra­gazza forse suicida, con l’invocazione degli dei per lei che diceva: Free Spirit Freed (Spirito libero liberato). Vorrei ora ricordare Mariel (la sorella di Margot-Margaux), il cui bellissimo vi­so sorridente ha l’aria di sconfiggere queste lapidi. Mariel è bellissima come già Margot, e com’era il loro padre Jack Hemingway (figlio di Ernest Hemin­gway), anche lui morto molti anni dopo essere stato prigioniero di guerra in Ger­mania. A fare i conti si vede che Mariel ha lavorato in quattordici film, quasi ignorati in Italia ma popolarissimi in America, specialmente uno del 1979 inti­tolato Manhattan , dove la bellissima Mariel interpretava una diciassettenne come lei, amante cinematografica di Woody Allen. Invece la sorella Margaux ha interpretato sette film dei quali forse il più importante è stato il primo, Lipsti­ck (in Italia uscito con il titolo Stupro ), del 1976, con la sorella Mariel che recita­va con lei. Il 2 febbraio 2007, dal quotidiano americano «Usa Today» mi è arrivato un articolo di Diana McKeon Charkalis, con fotografie del soggiorno di Mariel a Los Angeles, e della sua cucina ultra mo­derna, e della statua di Shiva provenien­te di sicuro dall’India. Ma la cosa che im­pressiona di più è la bellezza di questa Mariel, che nell’ottobre 2006 ha recitato qui da noi al Piccolo Teatro di Milano una pièce teatrale tratta dalle Voci con­tro il potere raccolte da Kerry Kennedy (settima figlia degli undici di Ro­bert- Bob Kennedy, fratello del presiden­te, che nel 1990 ha sposato a Washin­gton un figlio del governatore Mario Cuomo e dal quale ha divorziato nel 2003 dopo avergli dato tre figli).
Quella sera a Milano, dopo lo spetta­colo, siamo andati in un ristorantino vi­cino al Piccolo Teatro e Mariel Hemin­gway e Kerry Kennedy si sono comporta­te coi modi cari alle nostre famiglie, per esempio salutando come usava anni fa (forse pensando alla mia età), ed erano bellissime, dolcissime. Sembrava di muoversi in un drammatico incontro di società: le due ragazze poco più che ado­lescenti si muovevano tra le immagini di queste due leggendarie famiglie. Ker­ry Kennedy era venuta un’altra sera a una grande cena organizzata dallo stili­sta Gianfranco Ferrè, alla quale ero stata invitata da Adolfo Vannucci, uno dei so­stenitori del progetto di Kerry Voci con­tro il potere. Ma più pensavo a quelle due bellissi­me ragazze discendenti di Hemingway e Kennedy, più mi chiedevo che cosa si poteva fare per ridare loro, allietate dal­la bellezza e dalla serenità di vita, qual­che traccia di un’esistenza che ormai sembrava predisposta dal destino.
Chissà se Mariel pensa qualche volta alla sorella, la stella suicida, e cosa pen­sa del suicidio: definitiva violenza prati­cata senza possibilità di rimedio. Chis­sà, pensavo ancora all’imprevisto desti­no di superstiti di queste due splendide ragazze trascinate dal loro futuro di vitti­me forse irresponsabili di tragedie dovu­te più alla storia che a loro decisioni, e chissà cosa pensavano loro, se lo aveva­no capito, eppure dovevano essere sem­pre salutate come se volessimo consolar­le di lutti di cui in realtà non parlavamo mai. Proprio mai?
di Fernanda Pivano

agosto 18, 2009

Liberi di leggere

“Gli faccia leggere qualcosa quest’estate: qualsiasi cosa, signoraAggiungi video, basta che non sia “Geronimo Stilton”…”
Il succo è tutto qui: nella maggioranza dei casi, i consigli di lettura delle vacanze affidati dalla scuola agli studenti si limitano a uno “sconsiglio”. E il libro sconsigliato è sempre uno di quelli che il destinatario amerebbe di più. Uno di quei casi editoriali che negli ultimi anni hanno portato libri per ragazzi nelle classifiche di vendita assolute: una cosa mai vista fino all’arrivo di “Harry Potter”. Da una parte ci sono i libri più amati dai ragazzi, dall’altra quelli indicati dai professori. Due liste che non si incontrano mai. Primo Levi contro Federico Moccia. Jacopo Ortis contro Harry Potter. E a restare sul tappeto è la lettura. I ragazzi imparano che i libri sono sempre compito, dovere, fatica. Se leggere è un piacere, allora non vale. Per i bambini delle elementari, la lettura che non va bene è il più clamoroso caso editoriale italiano degli ultimi anni: dal 2000 a oggi il topo ispirato da Francesca Dami ha venduto 35 milioni di copie in 135 paesi. Con una formula mista di grafica e avventura che spinge al collezionismo, tipica caratteristica dei “lettori forti”.
Per gli adolescenti , invece, i libri “sbagliati” sono i quattro della saga dei vampiri di “Twilight” si Stephenie Meyer che pure sono tomi dalle 300 pagine in su. Al liceo l’autore da non confessare è Moccia. E i fantasy? Niente da fare: nelle liste dei libri consigliati dai professori non si incontrano neanche i padri nobili, Tolkien o C.S. Lewis, figuriamoci Licia Troisi o Cristopher Paolini.
Certo, ad ogni estate Pirandello torna agli onori delle classifiche di vendita. Il fatto è che rispetto a qualche anno fa c’è stato un cambiamento epocale. I ragazzi di oggi leggono molto di più rispetto ai loro fratelli maggiori. E anche dei loro genitori: “In Italia, il 61 per cento degli adulti non legge neanche un libro all’anno”, ricorda Roberto Denti, fondatore e animatore insieme alla moglie Gianna Vitali della Libreria dei ragazzi di Milano. Il sospetto è che i ragazzi di oggi leggano anche più dei loro professori: “Ho alunni che in un anno prendono in prestito 30 libri della biblioteca scolastica”, racconta Carmine Abate. Questo scrittore docente meridionale trapiantato al Nord tiene il polso della lettura dei giovani italiani in due situazioni molto diverse: dal Trentino “pieno di biblioteche pubbliche belle come monumenti” alla Calabria, dove il premio di narrativa per ragazzi che Abate ha organizzato con la Comunità montana dell’Alto crotonese è una mosca bianca.
“Ma i gusti sono gli stessi: quello che conquista i miei alunni piace anche ai giurati”, assicura.
Per capire quanto la situazione è cambiata basta conforntare due classifiche: i libri più letti dagli adolescenti nel 1997 e nel 2007. Nel ’97 vincevano i classici “obbligatori” (“Il fu Mattia Pascal”, “I Malavoglia” e “Se questo è un uomo”), dieci anni dopo invece i bestseller sono i libri di Moccia (editi da Feltrinelli) e i fantasy. È successo qualcosa di grande: i ragazzi di oggi leggono per piacere, non per compito:
Scrittori, editori e librai lo sanno ma la scuola anche in questo si fa trovare impreparata a tenere il passo con gli studenti. E diventa controproducente. Far capire ai ragazzi che leggono libri stupidi, significa fargli perdere fiducia nei propri gusti. E non è una buona idea. “I docenti devono consigliare libri mirati: non è possibile che lo stesso titolo vada bene per tutta la classe, e per decine di anni di seguito”, commenta Eraldo Affinati, che anche se ha curato una introduzione al “Diario di Anna Frank” per la Einaudi, ai suoi allievi della Città dei ragazzi romana legge “Il richiamo della foresta” di Jack London: “Tutti si identificano con Buck, il cane in fuga”. Conferma Denti: “A chi ha amato Moccia si può consigliare altro: già Camilleri è un passo avanti. Ma devono sempre essere consigli buttati lì, senza la spocchia di chi dice: leggi questo, è molto meglio del libro che hai scelto tu”.
E invece. Già durante l’anno la scuola fa passare la voglia di leggere (“Anche un grande romanzo come “I promessi sposi” a scuola diventa noia mortale”, commenta Denti: almeno in vacanza “lasciate i ragazzi liberi di leggere quello che vogliono!”. Nessuno mette in dubbio che Primo Levi sia meglio di Moccia. Ma anche ammettendo che i libri di evasione siano libri di serie B, chi legge libri di “serie B” prima o poi può passare in serie A. Mentre chi non legge da piccolo, non leggerà da grande. Da “Harry Potter” a “Dorian Gray”, da “Tre metri sopra il cielo” a “Orgoglio e pregiudizio”, il passo non è troppo lungo per un adolescente. Il dibattito è aperto. E coinvolge tutti gli addetti al mondo del libro. Intanto Abate un consiglio di lettura lo dà ai professori: “Dovrebbero leggere i libri che fanno impazzire i giovani, per parlarne in classe. Se un ragazzino passa ore e ore in compagnia di un libro, vuol dire che quel libro qualcosa di buono ce l’ha. E poi, una volta conquistata la loro fiducia, allora sì che potranno consigliare qualcosa di più serio”.

di Angiola Codacci-Pisanelli

agosto 06, 2009

C'è Oppenheimer in Magna Grecia .

"Ciò che m'interessa non è quello di collocare le mie opere all'interno di Scolacium, bensì quello di sconvolgere la visione tradizionale degli osservatori che, in base al mio progetto, si troveranno di fronte all'imprevisto e all'imprevedibile". A sentirlo parlare, Dennis Oppenheim, il portentoso maestro americano di una Land Art teatrale e fantascientifica, potrebbe suonare un pizzico impertinente visto che la sua arte dovrebbe "sconvolgere" la visione di uno dei siti archeologici più straordinari e suggestivi della Magna Grecia. Ma poi appare quel tocco di imprevisto da lui tanto vantato. All'interno del Teatro Romano esplodono i suoi "Splashbuilding", una specie di Big Bang liquido in scala monumentale, creature molecolari che evocano una disintegrazione dei propri elementi come eruttando da una superficie acquatica. In atri termini, è come se gigantesche gocce d'acqua fossero cadute sulla terra per esplodere di rimbalzo in una corona di corpuscoli atomici. Le immagini E sono proprio gli "Splashbuilding", installazioni del 2009, a dare il titolo all'evento espositivo che dal 31 luglio al 3 novembre vede protagonista Dennis Oppenheim al Parco Archeologico di Scolacium nell'ambito della quarta edizione del progetto Intersezioni che rientra nel programma di Sensi contemporanei, organizzato dalla Provincia di Catanzaro con la collaborazione della direzione regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Calabria, in rapporto scientifico con il Marta Herford Museum di Herford in Germania dove il 28 giugno scorso si è chiusa con successo una vasta retrospettiva dell'artista. A curare la mostra, che si sdoppia nella retrospettiva ospitata dal Museo Marca di Catanzaro, è Alberto Fiz che avverte: "Quelle di Oppenheim sono strutture che sfidano i limiti dell'arte e dell'architettura dove ciascun elemento sviluppa un processo metamorfico complesso, teso a capovolgere la dimensione oggettuale standardizzata in relazione ad un principio costruttivo e allo stesso tempo decostruttivo. La lezione del Bauhaus torna d'attualità con una forte carica d'ironia e di provocazione che sconvolge le regole perbeniste dell'arte contemporanea".
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Il gusto dell'imprevedibile diventa il filo rosso di questo viaggio nell'universo visionario di Oppenheim articolato in venti installazioni monumentali dove l'arte ambientale viene trasfigurata da una ricerca estetica che echeggia la scienza e la fantascienza. Oppenheim, classe '38, che fin dagli anni Sessanta ha formulato una sua personale e autonoma concezione di Land Art, veicolata molto da suggestioni performative tra Body Art e Arte Povera, appare perfettamente in sintonia con la dimensione storica del parco di Scolacium, che oltre alle magnifiche distese di uliveti, ha la particolarità di sfoggiare un'Intersezione unica di momenti e stili diversi, tra la fondazione greca, la colonizzazione romana, e la riconversione normanna. Dopo uno scrupoloso studio della realtà di Scolacium, Oppenheim, che ritorna in Italia per un progetto pubblico dopo dodici anni dall'intervento nella zona industriale di Marghera, ha scelto il suo percorso ideale dove far esplodere le sue creazioni di ferro, acciaio, plastica. Dice l'artista "Considero Scolacium un luogo unico dove il tempo scorre in uno stato sospeso di divenire. Per questo lo trovo particolarmente affascinante per le mie sculture che non tendono a una visione consolatoria bensì a sviluppare una rinnovata energia vitalistica con il contesto ambientale". Così ecco che al centro del Foro romano compare "Tumbling Mirage" (2007-2009), un complesso organico di misteriose tre gigantesche sfere di sei metri di diametro ciascuna, non altro che un miraggio futuristico di navicelle aliene. Ancora "Electric Kisses", due strutture abitabili di quattro metri d'altezza in acciaio e tubi di colore blu a evocare in chiave postmoderna le architetture moresche. Una foresta di alberi fluorescenti con rami in acciaio accanto a bizzarre creature floreali mutanti, geneticamente modificati in plastica, costituiscono "The Alternative Landscape", installazione scenica con decine di elementi che azzarda un nuovo concetto di land art come fusione strategica di forme artificiali e elementi naturali. Dopo due immensi coni stradali di cinque metri d'altezza svettano "Submerged Vessels" (2001), tre vascelli in fiberglass e acciaio che sembrano riemergenti da antiche acque come fossero reperti archeologici, Titanic di un mondo antico perso nella memoria dei tempi (arrivati dalla Fundacion Cristobal Gabarron di Valladolid). Il tutto è arricchito dalla retrospettiva del Marca, un fitto percorso di sculture e modelli realizzati da Oppenheim dagli anni Sessanta a oggi, dove spiccano i suoi famigerati cervi con la fiammella che esce dalle corna azionata da una bombola di gas. Accanto a sculture come Swarm (2009) o Light Chamber (2009) si trovano i trenta modelli di sculture monumentali realizzati dal 1967 a oggi provenienti dallo studio dell'artista, così come da importanti istituzioni pubblico come lo Smak di Gand. Chicca del Marca è l'ampia rassegna di video realizzati dall'artista in quarant'anni di sperimentazione.
Notizie utili -
"Dennis Oppenheim. Splashbuilding. Un grande omaggio all'artista americano in due sedi".
Dal 31 luglio al 3 novembre 2009.
Parco Archeologico di Scolacium Roccelletta di Borgia (Catanzaro).
Orari: tutti i giorni 10-21,30.
Ingresso libero.
Museo Marca, via Alessandro Turco 63, Catanzaro.
Orario: martedì-domenica 9,30-13 16-20,30; chiuso lunedì.
Ingresso: €3.
Informazioni: tel. 0961.746797;

Un popolo di poeti (anche a pagamento).


Tre milioni di «scrittori», più di 850 case editrici I premi sommersi da centinaia di opere in concorso.

Che fine ha fatto il popolo di santi, navigatori e poeti? I santi, come si sa, sono in netto calo, e i soli navigato­ri rimasti degni di questo nome so­no quelli virtuali. I poeti, invece, con­tinuano a fiorire. Se un giurato del premio di poesia Camaiore, come il sottoscritto, si vede recapitare quasi 250 titoli in concorso, è segno che quello italiano è ancora un popolo di poeti. Se ci sono case editrici che vi­vono (e bene, a quanto pare) delle pubblicazioni a pagamento di raccol­te poetiche, non c’è dubbio: produ­ciamo più poeti che santi e navigato­ri. Di che genere? Vedremo. Basta da­re un’occhiata ai cataloghi online di Firenze Libri, dell’Editrice Nuovi Au­tori di Milano, della Sovera e del Filo di Roma per avere un’idea della quantità di versificatori che calcano il suolo del Belpaese e che pur di ve­dersi pubblicato un libretto sono di­sposti a sborsare qualche biglietto da mille.Prendiamo il Gruppo Albatros Il Filo (Alda Merini presidente onora­rio). Funziona così. Attraverso pub­blicità sui maggiori giornali, la casa editrice comunica la propria disponi­bilità a valutare e a selezionare gratui­tamente le opere inedite di scrittori «emergenti». In genere, l’editore si dice interessato alla pubblicazione e a quel punto propone un contratto che prevede l’acquisto di un tot di co­pie (tra le 100 e le 200) da parte del­l’autore a prezzo di copertina (12 eu­ro).In cambio, si promettono la di­stribuzione delle eventuali altre co­pie stampate, ma non si tratta certo di distribuzione nazionale; un’inter­vista trasmessa da una emittente molto locale; una presenza nel sito della casa editrice; un paio di presen­tazioni in libreria (da stabilire). A questi patti, la raccolta viene confe­zionata con una prefazione che salvo eccezioni porta firme sconosciute al mondo della critica.Il discorso prefazioni delle raccol­te a pagamento meriterebbe un capi­tolo a sé (i cosiddetti paratesti, titoli, sottotitoli, copertine, risvolti, biogra­fie e presentazioni la dicono già lun­ga sulla serietà di molte proposte), ma basti dire che, al di là del tono in genere sostenuto finto-accademico, si rivelano spesso in sintonia con quell’idea di poesia adolescenziale e romantica tipica della gran parte dei testi. Trionfano i «messaggi lancia­ti », le «riflessioni su cui meditare», gli «accenti dolenti»... Si veda un esordio come questo: «Chi ha con­tratto in giovane età il vizio di con­templare il mare ha una forte possibi­lità di sviluppare, con il passare degli anni, una grave infezione poetica». Oppure la visione che viene fuori da questa notazione: «I temi canonici della poesia: l’oltre, la vita come con­sunzione, il tempo che macera, l’amore che salva e, soprattutto, il nulla, e l’idea che esso sia alla base di tutto».Intendiamoci: niente di male nel soddisfare, dietro compenso, l’esi­genza — di insegnanti in pensione, pubblicitari, commercianti, periti aziendali, professionisti, impiegati, medici — di vedersi materializzare i propri «sfoghi» poetici in un libret­to. Ma si tratta di un’attività più vici­na alla tipografia che a una vera e propria editoria (selettiva e autosuffi­ciente). Un modo per dare conforto a quella che in una delle prefazioni viene definita con una formula mol­to franca: «L’incompetenza dei dilet­tanti ma l’entusiasmo dei semplici». Incompetenza nel senso che questi testi non nascono da una ricerca ver­bale o da una particolare consapevo­lezza di studio e di lettura. Entusia­smo perché rivelano comunque, al di là dei risultati, un intimo slancio comunicativo consegnato al presti­gio della carta stampata, nonostante gli innumerevoli laboratori online. Certo, questo conferma quel che si dice da tempo e che sembra un para­dosso: che in Italia sono più i poeti che i lettori di poesia. Almeno a giu­dicare dai debiti più visibili, che ri­sentono di remoti echi scolastici e che sia pure privilegiando il metro li­bero (e non potrebbe essere diversa­mente) ignorano le migliori espe­rienze contemporanee.Insomma, restiamo un Paese di versificatori indefessi. L’esperienza di un giurato del Camaiore consente di farsi un’idea della consistenza del popolo dei dilettanti, ma anche di ciò che sta sotto le punte d’iceberg proposte dalle collane arcinote (che rimangono la Bianca di Einaudi, lo Specchio di Mondadori, la Garzanti, la nuova Scheiwiller, la Fenice con­temporanea di Guanda, Crocetti, Donzelli e poco altro). Con diverse scoperte: per esempio certi piccoli o minuscoli o minimi editori locali che (anche, si suppone, rischiando economicamente) non si stancano di proporre novità promettenti. Sem­mai, ci sono editori medi che non mollano, sia pure con uscite sporadi­che, la poesia: Jaca Book, Viennepier­re (dove è apparso l’ultimo Silvio Ra­mat, Canzoniere ), Marietti, Manni, Effigie (editore di un formidabile e arditissimo Ivano Ferrari, Rosso epi­stassi ), Aragno, Quodlibet, marcos y marcos... Se un esordiente (ma solo se fedele lettore a sua volta di poeti e se criticamente avveduto) dovesse chiedere a chi rivolgersi per una pub­blicazione, non sarebbe male che guardasse fuori dai soliti circuiti: ad Atelier di Borgomanero (legata al­l’omonima «rivista militante» di Giu­liano Ladolfi e Marco Merlin: da se­gnalare l’esordio eccellente di Gio­vanna Rosadini, Il sistema limbico ), alla Nuova Editrice Magenta (Varese) di Dino Azzalin e Angelo Maugeri, ai «libriccini da collezione» di Lieto Colle (di Faloppio, in provincia di Co­mo), a Fara di Rimini, alla Empiria, alla Genesi di Torino, all’Obliquo di Brescia, alla Mobydick di Faenza, alle preziosità della Vita Felice di Milano (dove è apparso l’ultimo Michelange­lo Coviello, Casting ), alle Edizioni della Meridiana di Firenze, alle plaquettes de Il Faggio curate da Giancarlo Majorino, all’elegante se­rie della Collana Stampa, confeziona­ta a Brunello (Varese) e curata da Maurizio Cucchi: che di recente ha pubblicato una raccolta in dialetto milanese di Vivian Lamarque ( La gentilèssa ) e una silloge di Biancama­ria Frabotta intitolata I nuovi climi . E chissà a quante altre ancora. Verreb­be da dire, a chi lamenta l'assenza di un'editoria di poesia, di guardarsi be­ne intorno prima di aspirare ai colos­si. Avvertendo (per non creare ecces­sive illusioni) che la distribuzione è minima (circolazione in genere da ri­vista) e che la crisi degli ultimi mesi ha ridotto anche il mercato della poe­sia: e un risultato considerato accet­tabile da Einaudi o Mondadori è at­torno alle duemila copie.I nuovi climi, si diceva. Se si eccet­tuano le numerose raccolte (ma so­no le più ingenue) di carattere vaga­mente sentimentale, di sospirosità autobiografiche, di ispirazioni cosmi­che, religiose o metafisiche, di sem­pliciotti slanci civili, il motivo più ri­corrente (e forse più appagante sul piano poetico) è quello dei muta­menti devastanti del paesaggio e dei guasti ecologici che minacciano la natura, con il senso di precarietà e di spaesamento che ne deriva. Sorpren­dentemente, è una sensibilità che si avverte in verticale, negli autori più, diciamo, ingenui, dove trova una de­clinazione nostalgica (sin dai titoli: «Cielo indiviso», «Tevere in fiam­me», «Il respiro dell’ametista»...) e nei più avvertiti: si diceva della Fra­botta, ma bisognerà aggiungere lo stesso Giancarlo Majorino de La nu­be terra e le due ultime uscite einau­diane: Roberta Dapunt ( La terra più del Paradiso ) e Fabio Pusterla: Le ter­re emerse, poesie scelte 1985-2008, abitate da dronti, albatros, crocus, merli, ghiandaie e pitosfori nella de­riva di putridumi e torbiere, rappre­senta in questa direzione il miglior risultato prodotto dalla generazione dei cinquantenni. Anche ai poeti a pagamento non farebbe male legger­lo.

di Paolo Di Stefano corriere.it

agosto 05, 2009

Chet Baker raccontato da Paolo Fresu

Nello scrivere della poetica e della vita di Chet Baker si ha l’impressione di avere a che fare con qualcosa di incompiuto e sfuggevole. Molto si sa della sua storia e altrettanto si è scritto, ma restano punti oscuri, così come oscura e tormentata è stata la sua carriera. Irrisolta è ad esempio la natura della sua morte e sfuggevole è la sua personalità dal carattere forte e allo stesso tempo fragile. Fragile è la sua voce dolce e suadente che si incrina al canto di I’m a Fool to Want You ripreso dalla camera discreta del regista francese Bertrand Fèvre nel bellissimo cortometraggio Chet’s Romance del 1987, e forte era la sua passione giovanile per le belle auto e le belle donne. C’è però uno stridente squilibrio in tutto ciò. Perché se la sua vita e la sua morte sono ancora oggi avvolte dal mistero, la sua musica era straordinariamente limpida, logica e trasparente. Forse una delle più razionali e architettonicamente perfette della storia del jazz. Analizzando i suoi assolo di tutte le epoche è raro trovarvi una nota fuori posto. L’impressione è di essere con estrema chiarezza, dove ogni suono si incastra in un ricco mosaico assemblato in forme perfette e con tasselli dai colori sgargianti che bene si amalgamano tra loro. È così per la linea melodica nonché per il suo tempo perfetto e rilassato, forse il più cool di sempre. Ci si chiede dunque come mai la complessità dell’uomo e il suo apparente disordine (conflittuale?) abbiamo potuto esprimersi in musica attraverso un rigore formale così logico e preciso.
Lungi da noi il voler dare risposte. Non affermeremo niente di nuovo nel dire che Chet incarnava il luogo comune di genio e sregolatezza, e non è stato né il primo né l’unico artista contemporaneo a rappresentarsi con un volto così multiforme. Una cosa è certa: in questo bailamme di mood e di pensieri, nessuno potrà dire che egli sia stato incoerente con se stesso. Scostante sì, ma non incoerente. La sua sterminata discografia è sempre stata qualitativamente di alto livello anche quando, negli ultimi anni di carriera, si circondava spesso di musicisti mediocri o comunque molto inferiori ai suoi standard. Di alto livello perché la sua tromba riusciva sempre a ritrovare il filo del discorso perduto nei meandri del chorus. Non una nota inutile, non un errore, ma sempre uno swing misurato (e smisurato) che si accompagnava a un’intuizione melodica felice, sostenuta da un progetto disegnato con determinazione e lealtà. È stato un racconto avvincente, il suo. Scritto in capitoli che si inanellano l’uno dietro l’altro con la maturità dei grandi e con il rigore di coloro che pensano per dinamiche partendo dall’inizio di una storia per svilupparla successivamente e concluderla tracciandone una parabola perfetta. Parabola che rappresenta con le note ciò che Chet ha vissuto e che in parte è raccontato in questo libro che testimonia solo la proiezione verso la nota di volta e i tempi luminosi. Chet era solo se stesso. Solo e se stesso. A differenza di Miles Davis, non è stato di certo un innovatore che ha contribuito in modo determinante allo sviluppo del jazz, ma oggi è nell’immaginario collettivo per avere attraversato i tempi come una foglia in balia dei venti.
Ma sarebbe riduttivo pensarla solo in modo così romantico. Se il trombettista moderno si divide tra i browniani, i davisiani e gli hubbardiani, si farebbe torto alla storia se non si ipotizzasse una categoria altra che è quella dei bakeriani, così intrisa di poesia e di pathos. Potrebbe sembrare un controsenso ma vi invito ad andare a risentirvi la versione di Everything Happens to Me registrata nel disco It Could Happen to You del 1958. La voce modulata che canta il tema iniziale spazza via già dal primo ascolto i dubbi sull’interprete, e quando subito dopo Chet imbraccia la tromba con la sordina il suono e il feeling sono del migliore Davis. Quello meditativo e lirico che noi tutti conosciamo, in quanto Chet ha assimilato totalmente i suoi predecessori, metabolizzandone gli stili e trovando la propria via al jazz che ci porta fino ad oggi. Una via personale e unica che si riconosce tra mille rimandando a quel passato che inizia con Bix e Satchmo.
Di Chet si è detto tanto e molto si è fantasticato. Non laciatevi però ingannare dai racconti della sua vita consumata tra viaggi, droghe, donne, storie di musicisti non pagati e calci (durante il concerto…) alla cassa del batterista di turno che non andava a tempo o che suonava troppo forte. Perché era un uomo capace di slanci di grande generosità e con un animo sensibile quanto la sua musica.
Lo incontrai al Festival Jazz di Sanremo agli inizi degli anni Ottanta. Io suonavo da poco ed essere nel programma di quel festivla era per me importante. Mi esibii con Andrea Pozza la pianoforte, Rosario Bonaccorso al contrabbasso e Valerio Abeni alla batteria, e alla fine del concerto vidi Chet venire dal fondo della stessa sala verso il palcoscenico mentre io riponevo lo strumento nella sua custodia. Il mio cuore iniziò a battere così forte che rischiai di stramazzare al suolo con la tromba in mano . Si avvicinò e in inglese mi disse: “Ho sentito la tua versione di Round Midnight. Bella, bravo, complimenti!” E andò via con la stessa calma con la quale era apparso nel fondo della sala del Casinò. Solo un’altra volta lo incontrai. Accadde a Parigi nella hall dell’Hotel Violet. Suonavo con Aldo Romano in uno dei club della Rue des Lombard e Chet quella mattina si avviava di certo verso uno studio di registrazione con una tromba sotto braccio avvolta in un foglio di carta di giornale. Non ebbi il coraggio di salutarlo né tantomeno mi venne l’idea di ringraziarlo per quella sera al Casinò di Sanremo. Chissà se si sarebbe ricordato di me e di quella versione di Round Midnight, e chissà quante volte lui l’ha suonata…bellissima, eterea, poetica, come Monk l’avrebbe voluta. Grazie alla sua tromba e alla sua voce la forma aaba della canzone diventava un racconto fatto di vissuto e di melodie lineari dove la nota di volta è ancora immersa nel suo mistero. È così che si spense in una sera primaverile, il 13 maggio 1988. Dicono sia precipitato dalla finestra della camera del suo albergo di Amsterdam. La vita e la musica di Chesney “Chet” Baker sono quanto di più incompiuto e sfuggevole il jazz abbia raccontato dagli inizi del novecento.








Questo testo di Paolo Fresu (sotto) è una delle introduzione all'autobiografia di Chet Baker Come se avessi le ali (minimum fax)

agosto 04, 2009

Quando Amazon gioca a fare il Grande Fratello.

In Usa sul lettore elettronico di molti clienti scompaiono «1984» e «La fattoria degli animali»
Quante volte il vostro libraio di fiducia si è introdotto furtivamente in casa vo­stra per riprendersi quello che vi aveva ap­pena venduto (restituendo però corretta­mente i soldi da voi spesi, lasciandoli sul vo­stro comodino)? Vi è successo eccome, se siete clienti di Amazon.com — la libreria via Internet più grande del mondo — e possessori del letto­re elettronico Kindle, una specie di grosso iPod che non contiene musica ma libri, sca­ricabili via Internet senza fili e leggibili tra­mite il grande visore delle dimensioni di un libro tascabile.
La notizia, che in prossimità del 1˚aprile non sarebbe mai apparsa sui giornali perché è tanto paradossale da sembrare un prover­biale, memorabile, incredibile «pesce» è que­sta: molti clienti di Amazon che avevano com­prato le edizioni elettroniche di 1984 e La fat­toria degli animali di George Orwell si sono accorti nei giorni scorsi che quei libri erano spariti improvvisamente dal loro Kindle. E che la cifra spesa per acquistarli era stata rim­borsata sulla loro carta di credito. Un guasto? No: Amazon, con una mossa francamente in­quietante e per la quale si è immediatamente scusato, si è collegato ai Kindle dei clienti e ha cancellato senza avvisarli quei due testi, regolarmente acquistati. Amazon aveva rile­vato un problema di copyright, i responsabili delle due edizioni elettroniche non erano cioè titolari dei diritti sui lavori di Orwell, una sorta di pubblicazione abusiva. Le moda­lità certo lasciano perplessi: è chiaro che i clienti avrebbero dovuto essere almeno av­vertiti del problema. E’ così finita inevitabilmente sotto accusa la scelta fatta da Amazon di agire direttamen­te calpestando privacy, buona educazione e — garantiscono numerosi giuristi americani che via Internet si sono immediatamente sca­tenati sulla questione — in violazione del con­tratto sottoscritto dai clienti Kindle.
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Il fatto che la cancellazione dei file — su un Kindle di libri ce ne stanno a centinaia — abbia colpito proprio George Orwell, e in particolare i suoi due libri più famosi, j’accuse di quel grande contro i pericoli del totalitarismo, rende l’incidente ancora più imbarazzante. Certo, da una parte bisogna ammettere che nella giungla dei diritti d’autore è sempre più difficile orientarsi. Ma un gigante come Amazon, che ha utili di oltre mezzo miliardo di euro all’anno e varie filiali nel mondo tra Giappone, Germania, Francia, Regno Unito (non esiste Amazon Italia, però, anche a cau­sa degli evidenti problemi del nostro servizio postale che danneggiano il commercio onli­ne) dovrebbe sapere quali libri può vendere e quali invece sono off-limits per questioni di diritti. Perché la tecnologia che permette di comprare 1984 comodamente senza passare dalla libreria è la stessa che dà al Grande Li­braio il potere di riprendersi la sua merce sen­za avvisare. E, verrebbe inevitabilmente da di­re, tutto ciò è parecchio orwelliano.
corriere.it

agosto 03, 2009

Herbie Hancock: "La mia vita oltre le note"

A sette anni inizia a studiare pianoforte, a undici esegue un concerto di Mozart con l'Orchestra Sinfonica di Chicago ed il successivo mezzo secolo lo trascorre esplorando tutte le forme musicali possibili, dal jazz alla musica elettronica. Dodici Grammy Award e primo musicista jazz a vincere il disco di platino. Ora il grande pianista Herbie Hancock di anni ne ha quasi settanta, ma non li dimostra. Il suo concerto con il pianista cinese Lang Lang ha concluso il Ravenna Festival, quest'anno dedicato a tutte le voci della preghiera, dal muezzin al canto sinagogale ai riti della chiesa russo-ortodossa.

Restando in tema, lei segue il Buddismo di Nichiren Daishonin da 37 anni. Questa pratica ha cambiato la sua musica?
"Il Buddismo serve a trasformare la propria vita. La fonte della mia musica è la mia vita e se cambia l'una cambia anche l'altra. La differenza più importante è che prima di praticare pensavo "sono un musicista", mentre ora penso "sono un uomo che fa il musicista". Suonare è solo una delle tante funzioni che ho: sono anche un marito, un padre, un amico, un buddista, un cittadino degli Usa e del mondo. Ho aperto la mia vita agli altri. Oltre alla giusta tonalità o al buon sound, ora cerco di capire qual è il mio messaggio, come posso, attraverso la musica, fare in modo che le persone provino quello di cui hanno bisogno".

E cosa desidera la gente?
"Innanzitutto la pace. Anche suonando cerco la collaborazione tra le culture: abbiamo cibi, vestiti e linguaggi diversi. Ma le difficoltà e le sofferenze nella vita sono le stesse, e non importa se sei ricco o povero, alto o basso: il cuore è lo stesso. Come esseri umani in realtà siamo uguali".

Ma le differenze possono arricchire...
"Certo sono interessanti e dialogando con gli altri nella musica possono essere create moltissime cose nuove, forme fantastiche che da soli non saremmo mai riusciti a realizzare. Il modo in cui penso alla musica è diverso da quando pratico il Buddismo: ci sono tante cose che non ho mai pensato di poter fare come musicista, così tante possibilità. Per questo è nato il disco "Possibilities". Se si pensa che l'essere umano ha potenzialità infinite diventa tutto molto più eccitante. Cambia il punto di vista".

"Una nuova strategia per un nuovo mondo", dice Barak Obama. Le piace il nuovo presidente USA? "
Sì, molto. È un grande uomo, e penso che diverrà uno dei più grandi presidenti che l'America abbia mai avuto. Molto di quello che dice suona come se venisse dal cuore. Pensa alle persone, al loro benessere, all'ambiente in cui vivono".

A proposito di ambiente...
"Personalmente spero di poter fare qualcosa con il progetto CarbonZero, che studia l'emissione di anidride carbonica nell'aria. Volo spesso da un paese all'altro: ora devo andare a Parigi, poi a Londra e prima ero stato in India. Questo produce ovviamente molto carbonio, ma c'è un modo per aiutare il pianeta, aderendo ad un programma di afforestazione, cioè piantare tanti alberi quanti ne servono per compensare l'anidride carbonica prodotta. Anche mia moglie si occupa d'ambiente, in America e in Africa".

Il suo primo contratto con la Blue Note lo ha ottenuto fingendo di dover partire militare e sempre mentendo riuscì ad entrare nel leggendario Quintetto di Miles Davis. Che rapporto ha con le bugie?
"Non mi piace dire bugie, ma ci sono state occasioni nella mia vita in cui è stato necessario. Nella maggior parte dei casi, però, non lo è, anzi penso sia meglio sviluppare la propria capacità di dire il vero, esprimendosi in modo da creare un'atmosfera che dia a noi e alla persona con cui parliamo l'occasione di crescere".

Di cosa ha paura?
"La morte è certamente una delle cose che fa più paura. Da quando pratico anche questo tema è diventato più facile da affrontare: ne ho ancora paura, ma non come prima, perché il Buddismo cambia il nostro modo di guardare la morte, aiuta a capire, a vederla come parte della vita, perché lo è. Naturalmente, ho qualche preoccupazione per il futuro dell'umanità, ma allo stesso tempo sono pieno di speranza perché c'è tanta gente che fa molto per gli altri anche senza essere buddista".
di Anna Cepollaro