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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

agosto 05, 2009

Chet Baker raccontato da Paolo Fresu

Nello scrivere della poetica e della vita di Chet Baker si ha l’impressione di avere a che fare con qualcosa di incompiuto e sfuggevole. Molto si sa della sua storia e altrettanto si è scritto, ma restano punti oscuri, così come oscura e tormentata è stata la sua carriera. Irrisolta è ad esempio la natura della sua morte e sfuggevole è la sua personalità dal carattere forte e allo stesso tempo fragile. Fragile è la sua voce dolce e suadente che si incrina al canto di I’m a Fool to Want You ripreso dalla camera discreta del regista francese Bertrand Fèvre nel bellissimo cortometraggio Chet’s Romance del 1987, e forte era la sua passione giovanile per le belle auto e le belle donne. C’è però uno stridente squilibrio in tutto ciò. Perché se la sua vita e la sua morte sono ancora oggi avvolte dal mistero, la sua musica era straordinariamente limpida, logica e trasparente. Forse una delle più razionali e architettonicamente perfette della storia del jazz. Analizzando i suoi assolo di tutte le epoche è raro trovarvi una nota fuori posto. L’impressione è di essere con estrema chiarezza, dove ogni suono si incastra in un ricco mosaico assemblato in forme perfette e con tasselli dai colori sgargianti che bene si amalgamano tra loro. È così per la linea melodica nonché per il suo tempo perfetto e rilassato, forse il più cool di sempre. Ci si chiede dunque come mai la complessità dell’uomo e il suo apparente disordine (conflittuale?) abbiamo potuto esprimersi in musica attraverso un rigore formale così logico e preciso.
Lungi da noi il voler dare risposte. Non affermeremo niente di nuovo nel dire che Chet incarnava il luogo comune di genio e sregolatezza, e non è stato né il primo né l’unico artista contemporaneo a rappresentarsi con un volto così multiforme. Una cosa è certa: in questo bailamme di mood e di pensieri, nessuno potrà dire che egli sia stato incoerente con se stesso. Scostante sì, ma non incoerente. La sua sterminata discografia è sempre stata qualitativamente di alto livello anche quando, negli ultimi anni di carriera, si circondava spesso di musicisti mediocri o comunque molto inferiori ai suoi standard. Di alto livello perché la sua tromba riusciva sempre a ritrovare il filo del discorso perduto nei meandri del chorus. Non una nota inutile, non un errore, ma sempre uno swing misurato (e smisurato) che si accompagnava a un’intuizione melodica felice, sostenuta da un progetto disegnato con determinazione e lealtà. È stato un racconto avvincente, il suo. Scritto in capitoli che si inanellano l’uno dietro l’altro con la maturità dei grandi e con il rigore di coloro che pensano per dinamiche partendo dall’inizio di una storia per svilupparla successivamente e concluderla tracciandone una parabola perfetta. Parabola che rappresenta con le note ciò che Chet ha vissuto e che in parte è raccontato in questo libro che testimonia solo la proiezione verso la nota di volta e i tempi luminosi. Chet era solo se stesso. Solo e se stesso. A differenza di Miles Davis, non è stato di certo un innovatore che ha contribuito in modo determinante allo sviluppo del jazz, ma oggi è nell’immaginario collettivo per avere attraversato i tempi come una foglia in balia dei venti.
Ma sarebbe riduttivo pensarla solo in modo così romantico. Se il trombettista moderno si divide tra i browniani, i davisiani e gli hubbardiani, si farebbe torto alla storia se non si ipotizzasse una categoria altra che è quella dei bakeriani, così intrisa di poesia e di pathos. Potrebbe sembrare un controsenso ma vi invito ad andare a risentirvi la versione di Everything Happens to Me registrata nel disco It Could Happen to You del 1958. La voce modulata che canta il tema iniziale spazza via già dal primo ascolto i dubbi sull’interprete, e quando subito dopo Chet imbraccia la tromba con la sordina il suono e il feeling sono del migliore Davis. Quello meditativo e lirico che noi tutti conosciamo, in quanto Chet ha assimilato totalmente i suoi predecessori, metabolizzandone gli stili e trovando la propria via al jazz che ci porta fino ad oggi. Una via personale e unica che si riconosce tra mille rimandando a quel passato che inizia con Bix e Satchmo.
Di Chet si è detto tanto e molto si è fantasticato. Non laciatevi però ingannare dai racconti della sua vita consumata tra viaggi, droghe, donne, storie di musicisti non pagati e calci (durante il concerto…) alla cassa del batterista di turno che non andava a tempo o che suonava troppo forte. Perché era un uomo capace di slanci di grande generosità e con un animo sensibile quanto la sua musica.
Lo incontrai al Festival Jazz di Sanremo agli inizi degli anni Ottanta. Io suonavo da poco ed essere nel programma di quel festivla era per me importante. Mi esibii con Andrea Pozza la pianoforte, Rosario Bonaccorso al contrabbasso e Valerio Abeni alla batteria, e alla fine del concerto vidi Chet venire dal fondo della stessa sala verso il palcoscenico mentre io riponevo lo strumento nella sua custodia. Il mio cuore iniziò a battere così forte che rischiai di stramazzare al suolo con la tromba in mano . Si avvicinò e in inglese mi disse: “Ho sentito la tua versione di Round Midnight. Bella, bravo, complimenti!” E andò via con la stessa calma con la quale era apparso nel fondo della sala del Casinò. Solo un’altra volta lo incontrai. Accadde a Parigi nella hall dell’Hotel Violet. Suonavo con Aldo Romano in uno dei club della Rue des Lombard e Chet quella mattina si avviava di certo verso uno studio di registrazione con una tromba sotto braccio avvolta in un foglio di carta di giornale. Non ebbi il coraggio di salutarlo né tantomeno mi venne l’idea di ringraziarlo per quella sera al Casinò di Sanremo. Chissà se si sarebbe ricordato di me e di quella versione di Round Midnight, e chissà quante volte lui l’ha suonata…bellissima, eterea, poetica, come Monk l’avrebbe voluta. Grazie alla sua tromba e alla sua voce la forma aaba della canzone diventava un racconto fatto di vissuto e di melodie lineari dove la nota di volta è ancora immersa nel suo mistero. È così che si spense in una sera primaverile, il 13 maggio 1988. Dicono sia precipitato dalla finestra della camera del suo albergo di Amsterdam. La vita e la musica di Chesney “Chet” Baker sono quanto di più incompiuto e sfuggevole il jazz abbia raccontato dagli inizi del novecento.








Questo testo di Paolo Fresu (sotto) è una delle introduzione all'autobiografia di Chet Baker Come se avessi le ali (minimum fax)

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