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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

agosto 26, 2009

La complessità brasiliana






La Storia, come un insieme di fatti e fenomeni politico-culturali e sociali, documentabili e definibili nel tempo, si serve di date inerenti a dei precisi accadimenti come punti di riferimento per una lettura e l'interpretazione di processi più ampi e complessi. Ma la fenomenologia e lo sviluppo dei fatti stessi, implicano circostanze che evolvono nel trascorrere del tempo, con cadenze e ritmi non sempre prevedibili e controllabili. L'evoluzione storica stessa indica che tali fatti o accadimenti sono il frutto e la conseguenza di lunghi processi che, a volte, possono essere anche molto lenti.
Così fu anche nel caso della Proclamazione della Repubblica in Brasile (nella foto), il 15 novembre 1889, una tappa politica maturata a partire dalla raggiunta indipendenza del paese dal Portogallo nel 1822, ma che ha avuto anche nell'abolizione della schiavitù, avvenuta nel 1888, il suo più forte elemento propulsore.
Queste ed altre riflessioni sull'importanza del primo periodo repubblicano, che introdusse il Brasile a pieno titolo nel contesto della storia moderna e contemporanea, sono espresse da Ettore Finazzi Agrò, ordinario di Lingua e Letteratura brasiliana presso l'università La Sapienza di Roma.
Finazzi Agrò spiega: «Chiunque studia o lavora con i temi inerenti all'indipendenza e all'autonomia del Brasile, deve tenere conto del fatto che tali processi si sviluppano con grande lentezza nel tempo, comportando elementi e variabili che non subiscono gli effetti delle dinamiche di cambiamento. Le dinamiche dei fatti storici, evolvono secondo un rapporto tempo-spazio definibile a partire da diversi fattori che si rendono più facilmente comprensibili con l'aiuto delle date. La Proclamazione della Repubblica arrivò come l'atto finale di una serie di altre azioni compiute sul piano politico ed economico sul territorio brasiliano e culminate con la rottura del lungo sodalizio esistito tra la monarchia e i grandi latifondisti. Allo stesso tempo, la Proclamazione certificò il nuovo potere della borghesia urbana. L'attenzione che le classi politiche ponevano sullo scenario rurale e sui cicli economici orientati verso l'agricoltura e gli allevamenti, si riversò sulle nuove attività economiche e finanziarie che dominavano lo scenario urbano delle principali città brasiliane. La nuova classe borghese assunse importanza agli occhi del nuovo potere repubblicano, ma ciò non significò che le nuove figure subentrate alle precedenti, di diversa impronta politica, si fossero impegnate nel fomentare ed attuare un modello politico tale da provocare un vero e proprio cambiamento radicale all'interno delle forze presenti al potere».
Il docente ha rilevato questa realtà attraverso una serie di ricerche svolte sul piano storico, partendo dagli studi realizzati sul contenuto delle opere letterarie e delle cronache stilate dai grandi scrittori brasiliani nella seconda metà del XIX secolo, come Machado de Assis: «Nelle sue cronache, l'autore indica chiaramente che il cambiamento allora avvenuto si limitò soltanto alla diffusione di un discorso politico nuovo in apparenza, destinato a dare nuova veste a dei rapporti e legami e rapporti di potere, rimasti gli stessi di prima».
Non a caso, aggiunge Finazzi Agrò, gli esponenti politici repubblicani osservarono e seguirono con cura l'evolversi delle attività e il crescente peso economico della borghesia nei centri urbani, al punto di adoperarsi nel ridisegnare il profilo urbano di alcune delle principali città brasiliane allo scopo di adattarlo alla nuova economia dell'epoca: «Il periodo di fine secolo fu caratterizzato, in questo senso, dalla demolizione-ricostruzione, fondazione e creazione di nuove capitali nei singoli Stati brasiliani. Rio de Janeiro, ad esempio, fu demolita in buona parte per essere poi ricostruita. Anche la città artificiale di Belo Horizonte, appositamente costruita su progetto dell'ingegnere Aarão Reis nel 1897 per essere la capitale dello Stato brasiliano di Minas Gerais (regione sudest del Brasile), è un esempio significativo anche se meno conosciuto».
In quest'ultimo progetto diventato realtà, la città di Belo Horizonte fu tracciata a tavolino, come spazio urbano vivibile in tutte le sue dimensioni, perfettamente interpretabile come laboratorio per la costruzione di altre città sul territorio brasiliano, ma non solo: rappresenta soprattutto la tappa embrionaria del percorso concepito verso l'ideazione e la realizzazione di Brasilia tra il 1956 e il 1960, questa volta per mano degli architetti Oscar Niemeyer e Lucio Costa, con la collaborazione di Roberto Burle Marx per l'arredo urbano. Nonostante sia stata fondata 71 anni dopo la proclamazione della Repubblica, Brasilia è frutto delle aspirazioni e idee coltivate proprio nel periodo di transizione tra la fine dell'Impero e l'inizio del periodo repubblicano. Finazzi Agrò pone l'accento anche sulle linee guide adottate dalla nuova borghesia repubblicana in ascensione: «La prima Repubblica o ‘Republica Velha' portò, sia presso la classe politica che in seno alla borghesia urbana emergente, l'impronta positivista del filosofo e sociologo francese Auguste Comte. In tutto il Brasile emerse il desiderio di modernità, guidato e portato avanti per mano delle classi politiche repubblicane formate da militari, secondo precisi parametri militari sulla progettazione nell'organizzare la modernizzazione del Paese».

Una Storia, tante realtà
Nel passaggio tra il XIX e il XX secolo quindi, la classe politica repubblicana iniziò a coltivare l'idea di fondare la nuova capitale del Brasile, all'interno del Paese, inspirandosi all'imperativo positivista secondo il quale la modernità doveva raggiungere le regioni più remote, e le località più povere o sconosciute del territorio brasiliano. Ettore Finazzi Agrò sottolinea che il processo dell'espansione della modernità, ha portato con sé la ridefinizione del territorio nazionale generando, di conseguenza, una nuova idea di nazione, specialmente se si considera che la storia brasiliana trovò il suo inizio negli spazi territoriali lungo la fascia costiera atlantica del Paese. Le classi politiche, a partire dal 1889, cominciarono a rivolgere l'attenzione verso l'interno, le zone boschive e forestali includendo, più tardi, anche gli spazi "bianchi", svincolati fino a quel momento dall'idea di nazione: «Il Positivismo, nella sua attenzione sull'idea di portare la modernità all'interno della selva, finì per risvegliare l'interesse dell'opinione pubblica verso un territorio che, fino a quel punto, risultava completamente ignoto, ignorato».



Per indicare, nell'atteggiamento della borghesia e dei politici, una sorta di gnoranza nei riguardi delle popolazioni autoctone e sulla dimensione dei territori brasiliani, Finazzi Agrò ricorda l'aneddoto narrato nel libro "Tristi Tropici" dal quasi centenario antropologo e sociologo belga Claude Lévi-Strauss, in occasione dello sbalorditivo incontro con l'ambasciatore brasiliano in Francia, negli anni Trenta. All'epoca, il giovanissimo professore si trovava alla vigilia del suo primo viaggio in Brasile su invito dell'Università di São Paulo, e espose al diplomatico il suo desiderio di studiare le civiltà indigene. Ma provò stupore nel sentirsi dire, in tono rammaricante: «Indiani? Ahimé, mio caro signore, sono spariti tutti... Come sociologo, lei scoprirà in Brasile delle cose appassionanti, ma di indiani, non ci pensi, non ne troverà neanche uno».
Finazzi Agrò mette l'accento sul fatto che il Positivismo abbia avuto la funzione di incorporare ciò che rimase per lungo tempo, in qualche modo, lasciato ai margini del discorso nazionale: «Anche se distorto sotto certi aspetti, richiamò l'attenzione dei governanti e della borghesia verso le aree dell'interno, facendo sì che lo sviluppo del rapporto con lo spazio diventasse la chiave di volta per una nuova coscienza nazionale. La costruzione e la fondazione di Brasilia fa parte di questo processo di incorporazione che, negli anni 60, rispecchia il desiderio di modernizzazione fomentata da Juscelino Kubitschek (nella foto in bianco e nero) e della classe politica, con la sua attenzione rivolta verso l'interno del Paese, in atteggiamento paragonabile al comportamento avuto dai politici appartenenti al periodo della ‘Republica Velha'».
Su tutto questo, aggiunge il docente, si estende poi il panno grigio della dittatura militare che, in qualche modo, porta a compimento quest'età dell'utopia. Trattasi del periodo in cui, pur commettendo innumerevoli errori, i governi militari che si sono succeduti a Brasilia, continuarono a portare avanti l'immagine desenvolvimentista, ossia, guidata da programmi e mete di sviluppo: «Fu un'epoca marcata da scelte spesso sbagliate, quando si ricorreva al credito internazionale e all'intervento delle multinazionali. Sicuramente il Brasile ha avuto uno sviluppo economico estremamente elevato, ma basato sugli interventi dell'economia americana, industrie nate e cresciute con l'investimento di capitali stranieri sul territorio e che, poi, sono costati caro al Paese. Il conto arrivò nel momento della crisi economica e finanziaria, come fattore scatenante dell'enorme debito estero brasiliano. Ciò nonostante, i militari continuarono a mantenere viva l'idea e le linee guida dello sviluppo, della modernità e della modernizzazione, in qualche modo ‘regimentata'. La logica militare, sia nella ‘Repubblica Velha' che negli anni della dittatura, portò i governanti a valutare gli atti politici all'interno di una strategia mentale di guerra, ad esempio nel combattere le sacche di arretratezza».
Tale atteggiamento, secondo Finazzi Agrò, incorporava in un discorso deleterio, di tipo nazionalistico, nel tentativo di rendere coerente il consenso generale sulla creazione di una sorta di orgoglio nazionale, ma che ha escluso quanti tra coloro che hanno manifestato, in diversi modi, la loro dissidenza nei confronti di quel progetto nazionale. Gli slogan come «Brasil, ame-o ou deixe-o» (Brasile, o lo ami o lo devi abbandonare), sono tipici esempi dell'atteggiamento nazionalistico imposto negli anni della dittatura: «Questo aspetto assurdamente negativo, se visto da una certa ottica, presenta sfaccettature propositive e affermative di una identità nazionale, indicando che ‘il Brasile è questo e lo si deve accettare per quello che è, altrimenti si anche andare via, lasciare il Paese'».

Quanti Brasile ci sono?
Oggi è possibile conoscere e capire meglio molti degli aspetti che caratterizzano l'identità culturale del popolo brasiliano e del Brasile stesso, senza dimenticare che l'evolversi del processo storico ha richiesto tempi lunghi, con esiti molte volte inattesi ed imprevedibili. Spiega Finazzi Agrò: «Penso che il Brasile diventò una nazione nel momento in cui i brasiliani assunsero la consapevolezza della propria differenza, sia rispetto agli altri paesi dell'America latina che nei confronti della cultura europea. Quel processo iniziato nella Proclamazione della Repubblica, generò una nuova coscienza nazionale. Propose, allo stesso tempo e in tutte le sue contraddizioni, lo scenario propizio alla nascita della borghesia urbana e della nuova classe politica, che ha stabilito una diversa relazione con il territorio, volgendo il proprio sguardo verso l'interno della nazione. Tutto questo, pur di mantenere vivo l'ideale di nazione moderna, accadde ad un costo certamente molto elevato, tradotto in diversi episodi tragici e massacri».

Lo scrittore e poeta brasiliano Machado de Assis (foto disegno)
La conoscenza del territorio brasiliano da parte della sua popolazione si è ampliata e approfondita nel tempo, ma tale rapporto permane marcato dall'ambiguità e reticenze: «Si tratta ancora di due mondi molto diversi tra di loro. È estremamente difficile rendere compatibile il mondo del sertão e quello della selva amazzonica al mondo delle grandi città costiere. Si tratta di mettere insieme due realtà territoriali che corrispondono a due temporalità, anche storiche: all'interno ci sono aree geografiche ancora sottoposte ad un regime di tipo feudale senza limiti, con il potere politico locale controllato dai latifondisti, mentre nelle grandi città moderne si cerca un dialogo con queste realtà. Molto spesso non si riesce ad andare oltre i tentativi. Questa è una delle grandi questioni su cui il tema dell'identità nazionale s'impiglia, l'impasse sul quale si gioca il suo destino».
Oggi il Brasile si trova, secondo Ettore Finazzi Agrò, in una sorta di «via di mezzo», di spazio-tempo interposto tra la modernità estrema delle città costiere e l'arretratezza dell'interno. Finazzi Agrò ricorda che poeti e scrittori hanno rivendicato la radice e l'essenza della brasilianità attraverso il concetto della neutralizzazione delle differenze, individuato come elemento portante dell'identità nazionale: «trattasi di scrittori contemporanei che si occupano costantemente delle tematiche legate alla situazione di equilibrio disequilibrato tra modernità e tradizione, modernità e passato. Parliamo di un Paese immenso dal punto di vista della dimensione territoriale, estremamente diviso sul piano climatico e geografico, ma anche sul piano delle temporalità diverse. Il Brasile si colloca con un piede nel passato, un altro nel presente e un terzo nel futuro».
Questa dicotomia trova una sua coerenza in ciò che Ettore Finazzi Agrò definisce «la neutralizzazione delle differenze». Spiega che malgrado tutto, esiste in Brasile un'identità nel senso etimologico del termine, nell'essere identico a se stesso. Nonostante le mille contraddizioni che attraversano il Paese, c'è un nucleo identitario estremamente forte, marcato dalla sorprendente vitalità che va dalle zone più remote a tutta la costa. Inoltre, l'economia brasiliana continua, nonostante tutto, ad avere questa doppia faccia. Propone un Brasile estremamente ricco, evoluto, occidentale e, al tempo stesso arcaico e povero.
Ettore Finazzi Agrò (nella foto a colori)
Questi elementi trovano una loro manifestazione sensibile e visibile nelle dinamiche sociali, oltre che nell'opera di scrittori abitanti delle grandi città brasiliane. Il cronista ed intellettuale Zuenir Ventura, ad esempio, ha dedicato il libro dal titolo "Cidade Partida" a Rio de Janeiro. Presenta la capitale carioca divisa, come scenario di tante contraddizioni al suo interno; una città moderna e produttiva, in cui anche la miseria e la povertà della popolazione dilagano. In realtà, sottolinea Finazzi Agrò, Rio è per lo meno due città, così come São Paulo è tante altre, proprio perché raggiunta dalle grandi correnti migratorie interne verso il centro urbano,
Ettore Finazzi Agrò conclude: «Forse il grande problema nazionale brasiliano è, da un altro punto di vista, la molteplicità sul piano etnico e territoriale, che rende affascinanti i temi della temporalità e della spaziosità molto diverse tra di loro. Io studio, cerco di capire e indagare su quello che gli europei in genere non riescono a vedere oltre la natura lussureggiante, la scenografia, il clima. Questo perchè gli europei hanno ancora un'idea molto stereotipata del Brasile».
di Lisomar Silva musibrasil.net

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