______________________________________________

Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

agosto 06, 2009

Un popolo di poeti (anche a pagamento).


Tre milioni di «scrittori», più di 850 case editrici I premi sommersi da centinaia di opere in concorso.

Che fine ha fatto il popolo di santi, navigatori e poeti? I santi, come si sa, sono in netto calo, e i soli navigato­ri rimasti degni di questo nome so­no quelli virtuali. I poeti, invece, con­tinuano a fiorire. Se un giurato del premio di poesia Camaiore, come il sottoscritto, si vede recapitare quasi 250 titoli in concorso, è segno che quello italiano è ancora un popolo di poeti. Se ci sono case editrici che vi­vono (e bene, a quanto pare) delle pubblicazioni a pagamento di raccol­te poetiche, non c’è dubbio: produ­ciamo più poeti che santi e navigato­ri. Di che genere? Vedremo. Basta da­re un’occhiata ai cataloghi online di Firenze Libri, dell’Editrice Nuovi Au­tori di Milano, della Sovera e del Filo di Roma per avere un’idea della quantità di versificatori che calcano il suolo del Belpaese e che pur di ve­dersi pubblicato un libretto sono di­sposti a sborsare qualche biglietto da mille.Prendiamo il Gruppo Albatros Il Filo (Alda Merini presidente onora­rio). Funziona così. Attraverso pub­blicità sui maggiori giornali, la casa editrice comunica la propria disponi­bilità a valutare e a selezionare gratui­tamente le opere inedite di scrittori «emergenti». In genere, l’editore si dice interessato alla pubblicazione e a quel punto propone un contratto che prevede l’acquisto di un tot di co­pie (tra le 100 e le 200) da parte del­l’autore a prezzo di copertina (12 eu­ro).In cambio, si promettono la di­stribuzione delle eventuali altre co­pie stampate, ma non si tratta certo di distribuzione nazionale; un’inter­vista trasmessa da una emittente molto locale; una presenza nel sito della casa editrice; un paio di presen­tazioni in libreria (da stabilire). A questi patti, la raccolta viene confe­zionata con una prefazione che salvo eccezioni porta firme sconosciute al mondo della critica.Il discorso prefazioni delle raccol­te a pagamento meriterebbe un capi­tolo a sé (i cosiddetti paratesti, titoli, sottotitoli, copertine, risvolti, biogra­fie e presentazioni la dicono già lun­ga sulla serietà di molte proposte), ma basti dire che, al di là del tono in genere sostenuto finto-accademico, si rivelano spesso in sintonia con quell’idea di poesia adolescenziale e romantica tipica della gran parte dei testi. Trionfano i «messaggi lancia­ti », le «riflessioni su cui meditare», gli «accenti dolenti»... Si veda un esordio come questo: «Chi ha con­tratto in giovane età il vizio di con­templare il mare ha una forte possibi­lità di sviluppare, con il passare degli anni, una grave infezione poetica». Oppure la visione che viene fuori da questa notazione: «I temi canonici della poesia: l’oltre, la vita come con­sunzione, il tempo che macera, l’amore che salva e, soprattutto, il nulla, e l’idea che esso sia alla base di tutto».Intendiamoci: niente di male nel soddisfare, dietro compenso, l’esi­genza — di insegnanti in pensione, pubblicitari, commercianti, periti aziendali, professionisti, impiegati, medici — di vedersi materializzare i propri «sfoghi» poetici in un libret­to. Ma si tratta di un’attività più vici­na alla tipografia che a una vera e propria editoria (selettiva e autosuffi­ciente). Un modo per dare conforto a quella che in una delle prefazioni viene definita con una formula mol­to franca: «L’incompetenza dei dilet­tanti ma l’entusiasmo dei semplici». Incompetenza nel senso che questi testi non nascono da una ricerca ver­bale o da una particolare consapevo­lezza di studio e di lettura. Entusia­smo perché rivelano comunque, al di là dei risultati, un intimo slancio comunicativo consegnato al presti­gio della carta stampata, nonostante gli innumerevoli laboratori online. Certo, questo conferma quel che si dice da tempo e che sembra un para­dosso: che in Italia sono più i poeti che i lettori di poesia. Almeno a giu­dicare dai debiti più visibili, che ri­sentono di remoti echi scolastici e che sia pure privilegiando il metro li­bero (e non potrebbe essere diversa­mente) ignorano le migliori espe­rienze contemporanee.Insomma, restiamo un Paese di versificatori indefessi. L’esperienza di un giurato del Camaiore consente di farsi un’idea della consistenza del popolo dei dilettanti, ma anche di ciò che sta sotto le punte d’iceberg proposte dalle collane arcinote (che rimangono la Bianca di Einaudi, lo Specchio di Mondadori, la Garzanti, la nuova Scheiwiller, la Fenice con­temporanea di Guanda, Crocetti, Donzelli e poco altro). Con diverse scoperte: per esempio certi piccoli o minuscoli o minimi editori locali che (anche, si suppone, rischiando economicamente) non si stancano di proporre novità promettenti. Sem­mai, ci sono editori medi che non mollano, sia pure con uscite sporadi­che, la poesia: Jaca Book, Viennepier­re (dove è apparso l’ultimo Silvio Ra­mat, Canzoniere ), Marietti, Manni, Effigie (editore di un formidabile e arditissimo Ivano Ferrari, Rosso epi­stassi ), Aragno, Quodlibet, marcos y marcos... Se un esordiente (ma solo se fedele lettore a sua volta di poeti e se criticamente avveduto) dovesse chiedere a chi rivolgersi per una pub­blicazione, non sarebbe male che guardasse fuori dai soliti circuiti: ad Atelier di Borgomanero (legata al­l’omonima «rivista militante» di Giu­liano Ladolfi e Marco Merlin: da se­gnalare l’esordio eccellente di Gio­vanna Rosadini, Il sistema limbico ), alla Nuova Editrice Magenta (Varese) di Dino Azzalin e Angelo Maugeri, ai «libriccini da collezione» di Lieto Colle (di Faloppio, in provincia di Co­mo), a Fara di Rimini, alla Empiria, alla Genesi di Torino, all’Obliquo di Brescia, alla Mobydick di Faenza, alle preziosità della Vita Felice di Milano (dove è apparso l’ultimo Michelange­lo Coviello, Casting ), alle Edizioni della Meridiana di Firenze, alle plaquettes de Il Faggio curate da Giancarlo Majorino, all’elegante se­rie della Collana Stampa, confeziona­ta a Brunello (Varese) e curata da Maurizio Cucchi: che di recente ha pubblicato una raccolta in dialetto milanese di Vivian Lamarque ( La gentilèssa ) e una silloge di Biancama­ria Frabotta intitolata I nuovi climi . E chissà a quante altre ancora. Verreb­be da dire, a chi lamenta l'assenza di un'editoria di poesia, di guardarsi be­ne intorno prima di aspirare ai colos­si. Avvertendo (per non creare ecces­sive illusioni) che la distribuzione è minima (circolazione in genere da ri­vista) e che la crisi degli ultimi mesi ha ridotto anche il mercato della poe­sia: e un risultato considerato accet­tabile da Einaudi o Mondadori è at­torno alle duemila copie.I nuovi climi, si diceva. Se si eccet­tuano le numerose raccolte (ma so­no le più ingenue) di carattere vaga­mente sentimentale, di sospirosità autobiografiche, di ispirazioni cosmi­che, religiose o metafisiche, di sem­pliciotti slanci civili, il motivo più ri­corrente (e forse più appagante sul piano poetico) è quello dei muta­menti devastanti del paesaggio e dei guasti ecologici che minacciano la natura, con il senso di precarietà e di spaesamento che ne deriva. Sorpren­dentemente, è una sensibilità che si avverte in verticale, negli autori più, diciamo, ingenui, dove trova una de­clinazione nostalgica (sin dai titoli: «Cielo indiviso», «Tevere in fiam­me», «Il respiro dell’ametista»...) e nei più avvertiti: si diceva della Fra­botta, ma bisognerà aggiungere lo stesso Giancarlo Majorino de La nu­be terra e le due ultime uscite einau­diane: Roberta Dapunt ( La terra più del Paradiso ) e Fabio Pusterla: Le ter­re emerse, poesie scelte 1985-2008, abitate da dronti, albatros, crocus, merli, ghiandaie e pitosfori nella de­riva di putridumi e torbiere, rappre­senta in questa direzione il miglior risultato prodotto dalla generazione dei cinquantenni. Anche ai poeti a pagamento non farebbe male legger­lo.

di Paolo Di Stefano corriere.it

Nessun commento: