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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

agosto 21, 2009

Un racconto del 2007: C’era un coyote che veniva sempre a salutare Ernest.

Ah, questo Hemingway. Se fos­se ancora tra noi farebbe co­me sempre da guida ai ragazzi abbandonati a se stessi, voglio dire ai loro sogni, alle loro speranze, al­le loro disperazioni dopo la morte dei leader che li hanno ispirati, e ora sono tutti negli immensi spazi profumati del­l’eternità.
Ha fatto tanti figli, e i figli hanno fatto figli loro, uno più bello dell’altro, spes­so suicidi, sempre atterriti dal loro «do­vere » non detto di non deludere quel­l’immagine amata da quasi tutti i ragaz­zi del mondo: lo scrittore da cercare di imitare, nel modo di vestirsi ma soprat­tutto nel modo di scrivere, per essere ca­piti, con le sue frasi comprensibili a tut­ti, e i suoi pensieri legati alla speranza di tutti, l’amore, la dignità, la loro pre­senza ad abbracciare l’anima abbando­nata di ragazzi spaventati dal futuro di guerre, di promesse tradite, di incertez­ze sempre più inafferrabili. Il suo messaggio non può essere fini­to: finché ci sarà un ragazzo, il suo mes­saggio lo porterà nel cuore e riempirà il cuore di altri ragazzi, che ricominceranno ad amare l’amore, la digni­tà, la verità, che i ragaz­zi avranno davanti a sé, nell’anima, prima di prendere decisioni che possono condurli a far­si ammazzare in guer­ra.
Quando il produttore Domenico Procacci mi ha regalato, con genero­sità, la possibilità di andare a offrire le mie lacrime e la mia gratitudine alle tombe dei miei amici americani, ho co­minciato da Hemingway, ripetendo tra me i suoi commenti alla sua prosa quan­do mi ha fatto l’onore di lavorare con lui a un’edizione di Al di là del fiume e tra gli alberi ; un’emozione indimenticabile, onorata dalla presenza di un coyote che veniva ogni giorno come a un appunta­mento, facendo il giro di quella tomba e poi tornando fuori dal cimitero da un cancelletto che portava nella dolce cam­pagna intorno. E lì, di fianco alla lapide bianca come la speranza, c’era la lapide della moglie Mary, del cacciatore d’orsi che accompagnava Hemingway, e subi­to dopo c’era una minuscola lapide bian­ca che copriva il nome di Margot (in ar­te Margaux) Hemingway, splendida ra­gazza forse suicida, con l’invocazione degli dei per lei che diceva: Free Spirit Freed (Spirito libero liberato). Vorrei ora ricordare Mariel (la sorella di Margot-Margaux), il cui bellissimo vi­so sorridente ha l’aria di sconfiggere queste lapidi. Mariel è bellissima come già Margot, e com’era il loro padre Jack Hemingway (figlio di Ernest Hemin­gway), anche lui morto molti anni dopo essere stato prigioniero di guerra in Ger­mania. A fare i conti si vede che Mariel ha lavorato in quattordici film, quasi ignorati in Italia ma popolarissimi in America, specialmente uno del 1979 inti­tolato Manhattan , dove la bellissima Mariel interpretava una diciassettenne come lei, amante cinematografica di Woody Allen. Invece la sorella Margaux ha interpretato sette film dei quali forse il più importante è stato il primo, Lipsti­ck (in Italia uscito con il titolo Stupro ), del 1976, con la sorella Mariel che recita­va con lei. Il 2 febbraio 2007, dal quotidiano americano «Usa Today» mi è arrivato un articolo di Diana McKeon Charkalis, con fotografie del soggiorno di Mariel a Los Angeles, e della sua cucina ultra mo­derna, e della statua di Shiva provenien­te di sicuro dall’India. Ma la cosa che im­pressiona di più è la bellezza di questa Mariel, che nell’ottobre 2006 ha recitato qui da noi al Piccolo Teatro di Milano una pièce teatrale tratta dalle Voci con­tro il potere raccolte da Kerry Kennedy (settima figlia degli undici di Ro­bert- Bob Kennedy, fratello del presiden­te, che nel 1990 ha sposato a Washin­gton un figlio del governatore Mario Cuomo e dal quale ha divorziato nel 2003 dopo avergli dato tre figli).
Quella sera a Milano, dopo lo spetta­colo, siamo andati in un ristorantino vi­cino al Piccolo Teatro e Mariel Hemin­gway e Kerry Kennedy si sono comporta­te coi modi cari alle nostre famiglie, per esempio salutando come usava anni fa (forse pensando alla mia età), ed erano bellissime, dolcissime. Sembrava di muoversi in un drammatico incontro di società: le due ragazze poco più che ado­lescenti si muovevano tra le immagini di queste due leggendarie famiglie. Ker­ry Kennedy era venuta un’altra sera a una grande cena organizzata dallo stili­sta Gianfranco Ferrè, alla quale ero stata invitata da Adolfo Vannucci, uno dei so­stenitori del progetto di Kerry Voci con­tro il potere. Ma più pensavo a quelle due bellissi­me ragazze discendenti di Hemingway e Kennedy, più mi chiedevo che cosa si poteva fare per ridare loro, allietate dal­la bellezza e dalla serenità di vita, qual­che traccia di un’esistenza che ormai sembrava predisposta dal destino.
Chissà se Mariel pensa qualche volta alla sorella, la stella suicida, e cosa pen­sa del suicidio: definitiva violenza prati­cata senza possibilità di rimedio. Chis­sà, pensavo ancora all’imprevisto desti­no di superstiti di queste due splendide ragazze trascinate dal loro futuro di vitti­me forse irresponsabili di tragedie dovu­te più alla storia che a loro decisioni, e chissà cosa pensavano loro, se lo aveva­no capito, eppure dovevano essere sem­pre salutate come se volessimo consolar­le di lutti di cui in realtà non parlavamo mai. Proprio mai?
di Fernanda Pivano

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