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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

settembre 24, 2009

I ragni di Louise Bourgeois

A 97 anni, la più grande e provocatoria artista vivente s'ispira ancora agli incubi della sua infanzia. E racconta che, per lei, creare è un modo per sopravvivere. E non uccidere qualcunodi Antonella Barina"L'artista è un lupo solitario. Ulula tutto solo. Il che però non è così terribile, perché lui ha il privilegio di essere in contatto con il proprio inconscio. Sa dare alle sue emozioni una forma, uno stile. Fare arte non è una terapia, è un atto di sopravvivenza. Una garanzia di salute mentale. la certezza che non ti farai del male e che non ucciderai qualcuno". Diretta, dura, quasi brutale, Louise Bourgeois spiega così la propria creatività, come un modo per esorcizzare i demoni che la inseguono fin dall'infanzia. Lo spiega via e-mail, perché a quasi 97 anni (li compirà il giorno di Natale), non concede più interviste vis-à-vis, riceve rarissime persone e non esce di casa da una dozzina d'anni. Solo qualche domenica, ogni tanto, secondo un'abitudine che dura ormai da trent'anni, accoglie i giovani artisti che vanno a renderle omaggio e a mostrarle i loro lavori ("E' il mio modo di tenermi aggiornata su ciò che accade" spiega). Ma non sono pochi quelli che se ne vanno in lacrime dopo i suoi commenti. Certo, quella di Louise Bourgeois è una personalità ostica, ombrosa, imprevedibile: basta vedere quegli enormi, terrificanti ragni che lei ha chiamato Maman, quei suoi corpi di stoffa mutilati, quei volti fasciati che sembrano urlare afoni...Quei lavori così aggressivamente emotivi che fanno di lei una delle più grandi artiste viventi. E che a partire da sabato 18 ottobre (fino all'11 gennaio) saranno in mostra al Museo Capodimonte, a Napoli, nella prima grande retrospettiva che le dedica l'Italia (catalogo Electa). Circa sessanta opere, tra cui due nuove installazioni della serie Cells mai viste prima, che saranno esposte insieme alla collezione permanente del museo, quella di arte antica: con Botticelli, Bruegel, Sebastiano del Piombo...Creando contrasti ad alta tensione. "Bisogna essere molto agressivi per essere scultori" dice la Bourgeois. "Quando mi si chiede troppo, io anzichè reagire contro le persone mi rivolto contro le mie statue. Il che è molto più sicuro". E' un'arte profondamente autobiografica, la sua, che affonda le radici nel rapporto tormentato con i suoi genitori, parigini della buona borghesia, che riparavano e vendevano arazzi. "Il mio problema fu nascere alla vigilia della prima guerra mondiale", nel 1911: lei non aveva ancora tre anni quando il padre si arruolò e, poco dopo, fu ferito. Per mesi Louise fu trascinata dalla madre in ospedale in cerca del padre, ricoverato chissà dove: un'assenza vissuta come abbandono; uno spettacolo di dolore, nelle corsie, che torna di continuo nei corpi martoriati delle sue sculture. "Alla fine della guerra, poi, mio padre era cambiato. Deciso a divertirsi. A inseguire le gonnelle. Gli uomini sono sfrenati e le donne soffrono". Peggio: a fargli perdere la testa fu Sadie, la governante assunta per insegnare l'inglese a Louise e ai suoi fratelli, che per dieci anni visse in famiglia. Un triplo tradimento (dei due amanti, ma anche della madre, che non reagiva più di tanto) di cui i bambini erano consapevoli. Una ferita che la Bourgeois troverà la forza di rivelare al mondo solo nell'82, a 71 anni, nel corso di un'intervista. E una sua scultura degli Anni 90, ora al Centre Pompidou, raffigura una casa della sua infanzia, ingabbiata e sovrastata da un'imponenete ghigliottina. "A farmi lavorare è la rabbia", dice oggi l'artista. " E la memoria mi aiuta a capire perchè mi sento come mi sento e faccio quello che faccio. bisogna essere accurati nei ricordi. L'obiettivo è rintracciare la fonte della propria ansia. In questo consiste la psicoanalisi e a questo mi serve la scultura". Louise approda negli studi d'arte di Montparnasse e Montmartre nel '33, dopo aver studiato Calcolo e Geometria alla Sorbona. "Mio padre però detestava gli artisti. Non voleva che diventassi una di loro. E non sarebbe successo se fossi rimasta in Francia, così sono partita: sono una fuggiasca". Scappa via dalla sua infanzia con Robert Goldwater; un critico d'arte americano conosciuto a Parigi, che ai primi venti di guerra, nel '38, sposa Louise e la porta con sé a New york. ("Lui era l'esatto opposto di mio padre"). La coppia adotta un piccolo orfano di guerra, poi ha due figli. La maternità è un tema ricorrente nel lavoro della Bourgeois..."Ho cercato di essere riflessiva e scaltra come maman, ma non sono mai stata alla sua altezza: lei era molto più forte di me. E' difficile essere madre se tu stessa sei alla ricerca di una madre". Dopo la guerra, Louise allestisce uno studio sul tetto della sua casa di Manhattan, dove si rifugia a scolpire: dozzine di figure di legno emaciate, solitarie, che chiama Personages e che, spiega, rappresentano tutti coloro che si è lasciata alle spalle in Francia. I Goldwater sono ben inseriti nel mondo artistico neyorkese: lui insegna storia dell'arte all'università; lei è un'ospite perfetta e il tramite tra i surrealisti fuggiti dall'Europa nazista - Max Ernst, Duchamp, Breton, Matta - e i nuovi espressionisti americani, De Kooning, Rothko... Anche lei espone, eppure non svetta. E nel '51, quando muore suo padre, entra in depressione, passa le giornate a letto, per un decennio non fa più una mostra. Riprende solo negli Anni '60. Ma a notarla sono in pochi. "Sono una maratoneta solitaria. E non lavoro per il successo. Lavoro per esprimermi e sentirmi più serena. Per questo ho potuto continuare tanti anni ignorata dal mercato. Qualcosa cambia nel '73, quando muore il marito: la perfetta padrona di casa, moglie dell'illustre professore, trasforma il suo salotto in studio - sculture e disordine, appunti sui muri, materiali ovunque - e fa amicizia con creativi d'ogni sorta, più giovani di lei...Tra cui Jerry Gorovoy, artista e gallerista in erba, che la fa esporre. Da allora - a tutt'oggi - lui diventa il suo assistente, il suo manager; il suo tuttofare onnipresente...Un po' figlio fedele, un po' padre protettivo, un po' protesi, un po' amico. E finalmente i grandi musei scoprono Louise Bourgeois. Che nell'82, a 71 anni, è la prima donna ad avere una grande retrospettiva al Moma di New York. Nel '92 è consacrata dal Guggenheim tra i classici, nella mostra Da Brancusi a Bourgeois. Nel '93 rappresenta gli Stati Uniti alla Biennale di Venezia... Ma bisogna arrivare a quegli enormi ragni di bronzo - alla Tate di Londra, al Guggenheim di Bilbao, sul lungomare di San Francisco - perchè la "fuggiasca" così forte e vulnerabile entri definitivamente nell'immaginario del grande pubblico. "Il ragno è un'ode a mia madre. Ho ereditato la sua intelligenza. Ma anche il cuore insano di mio padre"Artecinema A Napoli un documentario sulla vita della scultrice. Parla la regista"Lei è una donna insieme forte e fragile, che punge come un porcospino. Per paura".di Antonella BarinaLouise Bourgeois siede a un tavolo, mandarino e coltello in mano e, visibilmente turbata, ricorda una storia della sua infanzia: il giorno in cui suo padre intagliò la buccia di un mandarino e la staccò dal frutto, in modo da creare un pupazzetto con un pene eretto. Per poi rivolgersi ai commensali: " Mi dispiace che mia figlia non possa esibire una simile bellezza. Lei, è ovvio, lì non ha granché". L'artista siede immobile e a stento trattiene le lacrime: "A distanza di tanti anni, l'episodio è ancora così vivo nei miei ricordi. Come fosse successo ieri. Cosa possono fare i bambini, la notte, se non piangere, piangere? Anche se è inutile: i genitori arrivano con uno specchio e dicono "guarda come sei brutta quando piangi"". La scena - senza tagli, senza musica, tesa come il suo dolore soffocato - è il momento più drammatico del documentario: Louise Bourgeois. The spider, the mistress and the tangerine (il ragno, l'amante e il mandarino), che debutterà in prima europea il 16 ottobre alle 21, 30, al Teatro Augusteo di Napoli (l'esordio a New York ha registrato il tutto esaurito per due settimane). Un viaggio attraverso l'immaginazione e la vita della grande artista, che la storica dell'arte Amei Wallach e la regista Marion Cajori hanno girato a partire dal 1993. Conversando con lei nel suo studio di Brooklyn e ( da quando non esce più di casa) nella sua abitazione di Manhattan; andando a filmare i suoi lavori a New York, Madrid, Milano, Venezia, Londra; conquistando pian piano la sua fiducia; e scoprendo come le spine della sua infanzia si ripropongono in sculture e installazioni. Forte accento francese, volto scavato, dai tratti duri, come una scultura africana, la Bourgeois si racconta con franchezza spesso sconcertante."Eppure non è stato facile" racconta Amei Wallach. "Louise è umorale: a volte ci aspettava, altre ci cacciava, altre copriva l'obiettivo della cinepresa con le mani; a volte ci rendeva la vita impossibile, altre ci spiazzava con vere performance preparate per noi. Ma nel corso dei mesi siamo diventate amiche e lei si è svelata sempre di più". Che tipo è la Bourgeois?"Una donna incredibilmente fragile e al tempo stesso tosta, che punge come un porcospino: per difendersi. Una persona con la capacità rara di accedere al proprio inconscio, quello che hanno i grandi maestri. E i matti. La sua unicità come artista?"Avere osato questo viaggio pericoloso e folle nella propria psiche, esumando immagini che nessun altro artista è mai riuscito a dissippellire. Visioni in continuo cambiamente, emozioni sempre nuove: il suo lavoro ha avuto un'evoluzione così radicale che è insieme modernista e post-modern".Perché allora il successo è arrivato così tardi nella sua vita?"Tardissimo, direi: ci abbiamo messo tanto a girare il film perché, ancora una dozzina di anni fa, non c'erano collezionisti privati delle sue opere, quindi mecenati disposti a finanziare una pellicola su di lei. I motivi? Sono svariati: per le donne affermarsi è sempre stato più difficile...per decenni è andato di moda il formalismo astratto, mentre la Bourgeois esplorava terreni d'altro genere...la sua arte è così impietosa, che tutt'oggi c'è chi fatica a guardarla..."Le ha mai chiesto cosa significa per lei invecchiare?"Mai: è uno dei temi che nessuno oserebbe affrontare con Louise. Certo, non ha significato concigliarsi con la sua infanzia. Che è più che mai una ferita aperta".Figlia dolente, com'è nel ruolo di madre?"In difficoltà: sia lei che i figli sono persone difficili".Nel film, il figlio Jean-Louis ricorda un episodio di tanti anni fa: "Loiuse aveva cucinato un magnifico cosciotto di agnello e noi - papà e i fratelli - ci siamo mostrati stupefatti, perché non si metteva spesso ai fornelli. Al che lei, furiosa, ha afferrato il pezzo di carne e l'ha gettato dalla finestra. Fui spedito a recuperarlo: era rotolato sotto una macchina e si era ricoperto di ghiaia. L'ho sciacquato e ci siamo riseduti a mangiare senza profferire parola".

Il venerdì: Articolo del novembre 2008

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