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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

settembre 28, 2009

L'educazione come pratica di libertà.

I processi educativi dovrebbero essere caratterizzati dal rispetto per i diritti dell’uomo, da obiettivi di alfabetizzazione per tutti, dal riconoscimento della diversità culturale, da una prospettiva di sviluppo sostenibile, di cittadinanza attiva e di pace, da percorsi di educazione al pensiero critico, da un’attenzione complessiva per l’essere umano.L’educazione e la cultura giocano un ruolo fondamentale non soltanto per il rispetto, ma anche per lo sviluppo della diversità dell’uomo. Sfortunatamente oggi, educazione e cultura sono diventate commercio. E’ nella ricerca di paradigmi alternativi riguardanti proprio l’educazione e la cultura che si può contribuire in quanto educatori ad ostacolare una globalizzazione violenta e monoculturale. I nuovi paradigmi si costruiscono attraverso una partecipazione attiva e creativa dell’individuo all’avventura educativa e culturale. L’educazione deve farsi pratica di libertà, deve creare un’attitudine generale a porre e a formulare problemi, sviluppando l’intelligenza attraverso il dubbio, uno spirito problematizzatore. Là dove si impone il consumismo in tali ambiti, l’alternativa è la produzione culturale ed educativa, non individuale ma collettiva (Gelpi). Per diventare cittadini di un mondo che vuole riconoscersi in valori comuni - pace, diritti umani, sviluppo, ambiente - e promuovere un’osmosi tra crescita economica, sviluppo democratico e rispetto della persona umana.La cultura che si fonda sui diritti umani è infatti una cultura pervasiva, che libera e apre, che considera la scuola, l’università, il mondo dell’informazione e quello dei poteri locali, regionali e nazionali come un cantiere, un laboratorio di costruzione della nuova cittadinanza democratica che nasce dalla scuola, ma pervade l’intero arco della vita della persona (Morin).Per raggiungere questo obiettivo occorre allora recuperare quella visione ampia dell’educazione che i Greci hanno chiamato Paideia. Nell'Enciclopedia Filosofica alla voce Paideia leggiamo: ''Nel suo significato letterale ed originario vale ''educazione'' come tecnica con cui il fanciullo è preparato alla vita. Nondimeno il termine nel mondo ellenico andò sempre più arricchendosi di significato, fino ad esprimere l'ideale della formazione umana; non più dunque, preparazione alla cultura, ma la cultura stessa in quanto "valore" della personalità. I latini tradussero "paideia" con "humanitas"; i tedeschi traducono "Bildung", significando, appunto, un concetto diverso dalla "Kultur". La paideia, l'humanitas, non è, infatti, la cultura in senso quantitativo ed oggettivo, ma la cultura nella sua alta espressione qualitativa e personale. Nella civiltà greca, di conseguenza, la persona umana realizzava interamente se stessa nella paideia e per questo conquistava l'immortalità e la beatitudine''. Ci sono nella concezione greca (soprattutto in quella platonica e aristotelica, in cui paideia è educazione permanente, compito del cittadino e del politico, precondizione di chiunque intenda partecipare alla “custodia” civile, militare, culturale della propria vita) aspetti di etica, di politica e di educazione che andrebbero ripresi oggi, tenendo conto del mutato contesto storico. Mi riferisco ad esempio all’accrescimento della consapevolezza e delle responsabilità come appartenenza ad una comunità o ancora il precetto che gli amministratori e i politici della polis vegliassero affinché ai cittadini fossero garantite le opportunità e le norme atte a favorire il perseguimento di mete di vita, per sé e, contemporaneamente, per l’esercizio della cittadinanza.Ricorda Arendt: nella vita pubblica della polis si decideva con la persuasione, con la parola, non con la forza e la violenza. Attraverso la politica si accedeva alla libertà: perché non si era sottomessi, ci si poteva sentire se stessi, interagendo con gli altri per azioni e imprese liberamente scelte.I fenomeni di globalizzazione dei mercati e delle comunicazioni non hanno portato con sé un’estensione e uno sviluppo generalizzato della democrazia e dei diritti ad essa correlati.Sembra che nelle democrazie odierne il senso greco del logos si sia sempre più modificato nel primato di una ragione tecnica e procedurale che non permette di condividere idee e significati. Ma il logos non è la ragione tecnica, è il linguaggio, la parola che viene scambiata nella comunità e che alimenta la relazione intersoggettiva. La politica stessa nasce quando gli uomini non scambiano solo cose, ma le parole, che sono per essenza relazione.Per Aristotele il linguaggio riguarda il manifestare ciò che è utile e ciò che è dannoso, ciò che è giusto e ciò che è ingiusto. Solo la paideia quindi, l’educazione alla parola e attraverso la parola, permette all’uomo di scegliere liberamente un comportamento responsabile. E’ l’ethos ciò che distingue l’uomo in quanto capace di rispondere di se stesso, di rendersi responsabile di sé (Gadamer).E’ necessario allora che insieme alle nuove generazioni, a partire dalla scuola di base, sia ricostruito il lessico della democrazia, non solo recuperando i significati delle sue parole fondanti (democrazia, libertà, uguaglianza, costituzione) ma stabilendo una connessione con ciò che esse vogliono dire nella vita di ciascuno e della collettività in termini di pratiche (riprendendo l’idea deweyana della scuola come luogo di vita democratica).L’insegnante, co-costruttore di saperi, è anche regista di una piccola vita sociale che nella scuola si costruisce come prova di partecipazione alla più ampia società. Solo una scuola che non dimentica l’etica pubblica è davvero pubblica. Diventa ostacolo allora il linguaggio mercantilistico introdotto con l’autonomia scolastica, l’esaltazione delle regole del mercato nelle politiche dell’educazione introdotte dallo spirito d’impresa (cito ad esempio gli indicatori oggettivi di produttività) che rischia di creare confusione con la competizione. E una scuola assillata dalle regole dell’efficienza e della competizione difficilmente si può sentire impegnata a educare ai diritti, alle libertà fondamentali, alla giustizia.Per evitare che la parola educazione si cristallizzi, si solidifichi e diventi priva significato, diventa importante allora coltivare il pensiero: il pensiero libero, che crea il rinnovamento intellettuale. E nell'educazione oggi, nel rapporto fra i professori e gli studenti, nell'organizzazione della scuola, e anche nel mondo dell'informatica e in quello dell'informazione, va stimolato come non mai, guardando al futuro, quanto la capacità di pensare, di rinnovare il suo sapere, di rivederlo, di ricrearlo. In caso contrario credo che saremo condannati a un inaridimento, a un esaurimento del nostro orizzonte di possibilità.E mi rifaccio ancora una volta ad un termine greco, arete, che, all'origine, significava eccellenza umana, capacità di autocrearsi o di essere qualcosa di superiore, di ulteriore rispetto alla pura animalità. Significava, in altre parole, saper creare una figura umana superiore, eccellente. Il verbo “aretao” significa infatti crescere, svilupparsi. Di conseguenza arete sta ad indicare la possibilità dell'essere umano di svilupparsi in modo eccellente, in senso positivo.È certo molto importante anche in una prospettiva pedagogica che l'uomo, l'individuo, il bambino possa svilupparsi verso il positivo. Infatti, solo l'educazione, con i suoi sistemi, istituzioni, spazi, può far sì che il bambino sia virtuoso nel senso greco; solo l'educazione può consentirgli di sviluppare le sue capacità, il suo essere, ciò che gli è proprio e che porta dentro di sé.Ma l'educazione è, nel contempo, un'azione che la società opera nei confronti dei singoli ed un processo personale dell'Individuo, nell'acquisizione dei dati necessari al suo sviluppo globale. Non dobbiamo dimenticare che essa è uno strumento, una premessa necessaria atta a risvegliare il giudizio e la personalità, a formare il carattere della società di domani.Essa non si limita ad una fase della vita dell'uomo ma ne é, o, meglio, ne dovrebbe essere, una costante, e come tale la formazione della persona è il centro dell'azione educativa greca e romana. Essa è prerogativa dell'uomo.La libertà è, dunque, la condizione necessaria affinché possa essere estratto (e-duco) e plasmato l'io o coscienza individuale, che è l’ahamkara (costruzione dell'ego) indiano. E’ necessario però tener conto del mutato contesto storico. Oggi i rapporti sociali sono “tirati fuori” da contesti locali di interazione e riallacciati su archi spazio-tempo lontani e indefiniti e le relazioni sociali sono sempre più spesso stabilite a grandi distanza.Per questo si moltiplicano oggi azioni in direzione contraria, orientate alla riappropriazione e ridefinizione di relazioni sociali alle condizioni locali di spazio e tempo.Il processo di globalizzazione va infatti di pari passo con uno di regionalizzazione. Sembra trattarsi anzitutto di un fenomeno culturale: il cosiddetto disembedding provoca un senso di insicurezza e lo stesso effetto hanno la rapidità con cui le relazioni sociali cambiano e la varietà di situazioni con cui si confronta.Questa possibilità comporta anche la formazione di nuove subculture e la rivitalizzazione di identità tradizionali e locali, che forniscono risposte di significato, facilità di rapporti fiducia alle interazioni nella vita quotidiana.La deterritorializzazione esito della globalizzazione penalizza anche la pedagogia e tutti i saperi dell’educazione che da sempre operano localmente e sono legati al territorio e alla comunità, come Civitas umana e luogo di riferimento, appartenenza e riconoscimento culturale. La pedagogia infatti trova nel proprio luogo d’origine il proprio impianto culturale, gli assetti disciplinari, il linguaggio scientifico, i valori. In un contesto globale, smarrisce la sua funzione di risposta alla crisi di senso poiché la sua offerta è parziale e locale, laddove la progettualità, le aspirazioni, le costruzioni sociali sono volte al globale.Siamo di fronte al paradosso espresso da Luhmann: la società è fatta in ultima analisi di interazioni dirette fra persone, ma la società che è cresciuta non è più accessibile alle persone per mezzo dell’interazione diretta.Una rivoluzione che impedisce di pensare al proprio quotidiano prescindendo dalla complessità della situazione mondiale, ma che richiede anche un radicamento nell’esperienza vissuta autentica per interpretare e dare senso ad uno sfondo che altrimenti si riduce a contrattazioni affaristiche.Si parla infatti di educazione sostenibile, che agisce da un lato localmente opponendosi alla deterritorializzazione, e dall’altro globalmente governando la mondializzazione disumanizzante.Dal punto di vista locale, occorre pensare a pratiche educative che restituiscano ai luoghi la loro capacità di produrre senso per l’esistenza, rivalutando la dimensione della communitas, ancorandosi ai territori come spazi vissuti di organizzazione delle identità, dei saperi, delle relazioni, delle comunicazioni, delle visioni del mondo.Dal punto di vista globale, occorre aprirsi alla sfida della formazione di un cittadino globale, nel confronto tra culture e civiltà.E’ evidente quindi quanto sia necessario per la scuola uscire da un’ autoreferenzialità rispetto al mondo sociale e quanto sia ugualmente necessario (come indicato da Vanna Iori) che i quartieri e le piazze delle grandi città tornino ad essere vissuti, recuperando il senso degli spazi in cui si parla, si discute, si gioca, si festeggia.La pedagogia, in conclusione, deve educare coscienze che sono individuali ma ad un tempo collettive, private ma allo tempo pubbliche. Fin dall’infanzia, deve fare rientrare nei progetti educativi e nei programmi esperienze di partecipazione, di collaborazione e di assunzione di incarichi e di responsabilità, con l’obiettivo di promuovere la massima realizzazione dell’individuo, delle proprie possibilità personali, così da renderlo attore di cambiamento all’interno dall’organizzazione. E’ importante che la scuola sia "un luogo di cittadinanza democratica". L’organizzazione stessa della scuola, prefigurata dalla sperimentazione dell’autonomia, favorisce la responsabilizzazione e la partecipazione degli studenti alla vita scolastica, l’ascolto delle loro proposte, la creazione di spazi adeguati alla crescita democratica e all’esercizio attivo di diritti e responsabilità, la promozione di una cultura del dibattito e della negoziazione e la legittimazione di punti di vista diversi. Per la politica, di contro, si tratta di accettare la presenza di individui scomodi perché educati alla partecipazione e alla gestione del bene comune.

di Giada Farè

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