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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

settembre 04, 2009

Videocracy: ovazione per il docufilm di Erik Gandini.

Un'ovazione finale per il regista, Erik Gandini, e due applausi a scena aperta: il primo nella sequenza in cui Berlusconi dichiara che il 50% del suo tempo lo dedica a migliorare l'immagine internazionale dell'Italia; il secondo quando si vede il famoso video "meno male che Silvio c'è". E' così che il pubblico, quello vero, della Mostra, accoglie la prima proiezione pubblica di "Videocracy", con tanta gente che avrebbe voluto entrare e che rimane invece fuori dalla sala già piena. Attenzione alle stelle, dunque, per il docufilm - appena sbarcato anche nei cinema - che ricostruisce gli ultimi trent'anni di vita italiana, mostrando come l'impero televisivo del premier abbia plasmato, trasformato, forse devastato il nostro Paese. E molto caldo, ricco di domande e di curiosità, è anche il dibattito che segue, tra gli spettatori e il regista italo-svedese. "L'ho girato - spiega Gandini - perché volevo capire quest'idea così potente, paurosa, che è alla base della tv commerciale made in Italy. La logica surreale, cinica, che ne è alla base. E anche perché in Svezia dell'Italia e di Berlusconi si ride, e volevo dimostrare che non c'è nulla da ridire: e infatti, dopo che lì hanno visto una pellicola, l'hanno definita un horror". E per compiere questo viaggio nel Belpaese, l'autore sceglie come filo conduttore il racconto di tre personaggi principali: due vincenti, Lele Mora e Fabrizio Corona, e un perdente. Un ragazzo di provincia chiamato Ricky, che spera di lasciare il mestiere di operaio per diventare una star del piccolo schermo. Uno che non si capacita del perché i suoi provini, in cui si esibisce in un mix tra Ricky Martin e arti marziali, non siano finora andati a buon fine. E che ammette candidamente di essere pronto a vendere sessualmente il suo corpo, per un film che lo lanciasse come "il Van Damme italiano". Ricky è presente anche alla proiezione e al dibattito di questa sera: "Guardando Videocracy mi è passata la voglia di diventare famoso", dice alla platea, quasi per giustificarsi. Ma lui è solo un piccolo ingranaggio di una catena, del corto circuito tra politica, potere, informazione, gossip, velinismo, bisogno spasmodico di apparire creato dalla tv commerciale (e quindi berlusconiana). Ben più inquietanti, in questo senso, appaiono Mora e Corona. Personaggi che tutti conosciamo: ma che visti sullo schermo, nei loro habitat naturali, nella loro - diciamo così - normalità, fanno davvero impressione, Mora ad esempio mostra con tranquillità la suoneria fascita sul suo cellulare, al suono di "faccetta nera" e con immagini di croci celtiche e svastiche che si alternano sul display. Ancora più forte l'impatto di Corona, che si autodefinisce "il Robin Hood moderno, che ruba ai ricchi e tiene tutto per sé". E che compare anche in una lunga e già celebre sequenza di nudo, sotto la doccia: "La scena è nata come idea sua - rivela Gandini - lui decide sempre come esporsi, come apparire". Malgrado il suo ruolo di protagonista del film, però, qui al Lido Corona preferisce eclissarsi. E resta lontano dalla sala di proiezione, malgrado la sua presenza fosse stata in un primo tempo annunciata.
di Claudia Morgoglione
RAI E MEDIASET HANNO CENSURATO GLI SPOT DI QUESTO FILM
POTETE RIBELLARVI A QUESTA DERIVA ANDANDOLO A VEDERE

Il regista del film Erik Gandini

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