______________________________________________

Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

ottobre 30, 2009

Aristotele: Etica Nicomachea

Proponiamo qui uno schematico riassunto dell’Etica a Nicomaco di Aristotele. L'opera, divisa in dieci libri, venne così intitolata perché fu il figlio di Aristotele, Nicomaco, a raccogliere e divulgare le lezioni tenute dal padre. Soprattutto nei libri V, VI e vi si notano frequenti interpolazioni e manipolazioni dovute a discepoli del maestro e a successivi compilatori. L'opera fu pubblicata perla prima volta, insieme al corpus delle altre opere aristoteliche, da Andronico di Rodi (50-60 a.C.).

LIBRO I
I primi due libri dell'Etica e capp. 1-6 del terzo sono dedicati a definire l'oggetto della ricerca morale che è il bene dell'uomo, inteso non astrattamente, ma come il massimo dei beni che si può acquisire e realizzare attraverso l'azione. Per Aristotele l'etica è una scienza eminentemente pratica e in essa il sapere deve essere finalizzato all'agire. In questo senso, radicale è la critica rivolta a Platone, che considera ontologicamente il bene come Idea suprema e, come tale, inattingibile dall'uomo. E il sommo bene a cui ogni individuo tende è la felicità (eudaimonia). Ciascuno, però, l'intende a suo modo: chi la ripone nel piacere (edonh) e nel godimento; chi nella ricchezza; chi nell'onore, chi, invece, nella vita contemplativa (bioV qeorhtikoV). Ma il vero bene, e con esso la vera felicità è qualcosa di perfetto, termine ultimo a cui si richiamano tutte le determinazioni particolari: "Ciò che è sufficiente in se stesso è ciò che, pur essendo da solo, rende la vita sceglibile e non bisognosa di nulla; ora, una cosa di questo genere noi riteniamo che è la felicità", la quale consiste in "un'attività dell'anima razionale secondo virtù e, se le virtù sono molteplici, secondo la più eccellente e la perfetta".
Dalla felicità l'indagine si sposta quindi alla virtù. Un'importante distinzione viene fatta, nell'ambito delle virtù umane, tra le virtù dianoetiche, che sono proprie della parte intellettuale dell'anima, e le virtù etiche che corrispondono alla parte appetitiva dell'anima, in quanto guidata dalla ragione.

LIBRO II
Nel secondo libro Aristotele si sofferma a esaminare la natura di tali virtù: esse le virtù sono del carattere e derivano dall'abitudine, da cui hanno tratto anche il nome ("etiche" da hqoV) e non si possiedono per natura, anche se per natura l'uomo ha la capacità di acquisirle, e si determinano soltanto in base ad una serie azioni di una certa qualità; esse consistono nella "disposizione a scegliere il "giusto mezzo" adeguato alla nostra natura, quale è determinato dalla ragione, e quale potrebbe determinarlo il saggio". Il giusto mezzo si trova tra due estremi, di cui uno è vizioso per eccesso e l'altro per difetto, cosicché, nel passare ad enumerare le singole virtù Aristotele considera:
il coraggio come giusto mezzo tra la viltà e la temerarietà,
la temperanza come giusto mezzo tra intemperanza e insensibilità,
la liberalità come giusto mezzo tra avarizia e prodigalità,
la magnanimità come giusto mezzo tra la vanità e l'umiltà,
la mansuetudine come giusto mezzo tra l'irascibilità e l'indolenza.
La virtù principale, comunque, è la giustizia a cui sarà dedicato l'intero quinto libro.

LIBRO III
Il terzo libro concerne l’atto pratico, al fine di definire la volontarietà e l'involontarietà dell'azione: "Poiché involontario è ciò che si compie per costrizione e per ignoranza, si converrà che volontario è ciò il cui principio risiede nel soggetto, il quale conosce le condizioni particolari in cui si svolge l'azione". E' chiaro, quindi, come per Aristotele la virtù e la malvagità dipendono soltanto dall'individuo, il quale è libero di scegliere in quanto "è il principio e il padre dei suoi atti come dei suoi figli".

LIBRO IV
Il libro quarto è dedicato all'esame di particolari virtù etiche, già enumerate nel secondo libro.

LIBRO V
Il libro quinto tratta della giustizia, la virtù intera e perfetta: "La giustizia è la virtù più efficace, e né la stella della sera, né quella del mattino sono cosi meravigliose, e citando il proverbio diciamo:Nella giustizia ogni virtù si raccoglie in una sola. Ed è una virtù perfetta al più alto grado perché chi la possiede è in grado di usare la virtù anche verso gli altri e non soltanto verso se stesso". Esiste una giustizia distributiva a cui compete di dispensare onori o altri beni agli appartenenti alla stessa comunità secondo i meriti di ciascuno, ed essa è simile ad una proposizione geometrica in quanto le ricompense e gli onori distribuiti a due individui stanno in rapporto tra di loro, come i rispettivi meriti di costoro. Esiste poi una giustizia correttiva simile ad una proposizione aritmetica, il cui compito è di pareggiare i vantaggi e gli svantaggi nei rapporti contrattuali tra gli uomini sia volontari che involontari. Sulla giustizia è fondato, inoltre, il diritto che Aristotele distingue in diritto privato e diritto pubblico, a sua volta distinto in diritto legittimo, che è quello fissato dalle leggi vigenti nei vari stati, e in diritto naturale, che è il migliore in quanto è "ciò che ha la stessa forza dappertutto ed è indipendente dalla diversità delle opinioni". Viene, poi, definita l'equità, la cui natura "è la rettificazione della legge là dove si rivela insufficiente per il suo carattere universale"; cosicché il giusto e l'equo sono la stessa cosa in quanto l'equo è superiore non al giusto in sé, ma al giusto formulato dalla legge, che nella sua universalità è soggetta all'errore.

LIBRO VI
Il sesto libro contiene la trattazione delle virtù dianoetiche, che sono proprie dell'anima razionale. Esse sono la scienza, l'arte, la saggezza, l'intelligenza, la sapienza. La scienza (episthmh) è "una disposizione che dirige la dimostrazione" ed ha per oggetto ciò che non può essere diversamente da quello che è, vale a dire il necessario e l'eterno; l'arte (tecnh) è "una disposizione accompagnata da ragionamento vero che dirige il produrre" ed è diversa, pertanto, dalla disposizione che dirige l'agire, in cui consiste la saggezza, che è definita "come l'abito pratico razionale che concerne ciò che è bene o male per l'uomo" ed ha una natura mutevole al pari dell'uomo; l'intelligenza è un abito razionale che ha la facoltà di intuire i principi primi di tutte le scienze, nonché i "termini ultimi", i fini, cioè, a cui deve indirizzarsi l'azione, e insieme con la scienza costituisce la sapienza (sofia), che è il grado più elevato e universale del sapere, in quanto è "insieme scienza e intelligenza delle cose più alte per natura" e, come tale, è ben distinto dalla saggezza.

LIBRO VII
Il settimo libro tratta della temperanza e dell'intemperanza, della fermezza di carattere e della mollezza, e in ultimo, del piacere, definito "l'atto di un abito che è conforme a natura". In questo senso il piacere, come disposizione libera e costante, svincolata dalla sensibilità, rappresenta il fondamento della felicità.

LIBRI VIII e IX
L'ottavo e il nono libro sono dedicati all'amicizia, che Aristotele considera "una cosa non soltanto necessaria, ma anche bella", in quanto "nessuno sceglierebbe di vivere senza alici, anche se fosse provvisto in abbondanza di tutti gli altri beni": "L'amicizia è una virtù o s'accompagna alla virtù; inoltre essa è cosa necessarissima per la vita. Infatti nessuno sceglierebbe di vivere senza amici, anche se avesse tutti gli altri beni (e infatti sembra che proprio i ricchi e coloro che posseggono cariche e poteri abbiano soprattutto bisogno di amici; infatti quale utilità vi è in questa prosperità, se è tolta la possibilità di beneficare, la quale sorge ed è lodata soprattutto verso gli amici? O come essa potrebbe esser salvaguardata e conservata senza amici? Infatti quanto più essa è grande, tanto più è malsicura). E si ritiene che gli amici siano il solo rifugio nella povertà e nelle altre disgrazie; e ai giovani l'amicizia è d'aiuto per non errare, ai vecchi per assistenza e per la loro insufficienza ad agire a causa della loro debolezza, a quelli che sono nel pieno delle forze per le belle azioni". Tre sono le specie dell'amicizia a seconda che sia fondata sul piacere reciproco, sull'utile o sulla virtù: "Tre dunque sono le specie di amicizie, come tre sono le specie di qualità suscettibili d'amicizia: e a ciascuna di esse corrisponde un ricambio di amicizia non nascosto. E coloro che si amano reciprocamente si vogliono reciprocamente del bene, riguardo a ciò per cui si amano. Quelli dunque che si amano reciprocamente a causa dell'utile non si amano per se stessi, bensì in quanto deriva loro reciprocamente un qualche bene; similmente anche quelli che si amano a causa del piacere. (...) L'amicizia perfetta è quella dei buoni e dei simili nella virtù. Costoro infatti si vogliono bene reciprocamente in quanto sono buoni, e sono buoni di per sé; e coloro che vogliono bene agli amici proprio per gli amici stessi sono gli autentici amici (infatti essi sono tali di per se stessi e non accidentalmente); quindi la loro amicizia dura finché essi sono buoni, e la virtù è qualcosa di stabile; e ciascuno è buono sia in senso assoluto sia per l'amico. Infatti i buoni sono sia buoni in senso assoluto, sia utili reciprocamente". Mentre quella fondata sul piacere e sull'utile si rivela accidentale e cessa quando il piacere o l'utile vengono meno, quella invece fondata sulla virtù è perfetta ed è la più stabile ferma. Ci sono poi tante specie di amicizia quante sono le comunità organizzate della società civile; ma in ultima istanza è nella comunità politica, che ha per fine l'utile comune, che devono essere individuate le condizioni più generali dell'amicizia. E per ogni tipo di configurazione istituzionale si hanno forme diverse di amicizia. Aristotele si sofferma qui ad indagare sui diversi gradi di amicizia e di giustizia che si realizzano nella varie costituzioni, rette e degeneri, concludendo che "a poca si ridicono le amicizie e il giusto nelle tirannidi, mentre nelle democrazie la loro importanza è grande, giacché molte sono le cose comuni a coloro che sono uguali". L'indagine si sposta poi all'interno delle comunità domestiche per analizzare i vari rapporti tra i componenti del nucleo familiare, stabilendo dei nessi tra tali amicizie e quelle contratte nelle varie comunità politiche.

LIBRO X
L'ultimo libro completa la determinazione della felicità e definisce in che cosa consista il sommo bene. Se la felicità è fondata sull'agire secondo virtù e se si considera che le virtù dianoetiche sono superiori a quelle etiche e, in particolare, che la virtù più alta è quella teoretica, che culmina nella sapienza, cioè nella vita contemplativa. La contemplazione (qeoria), infatti, è l'attività più elevata in quanto è attività dell'intelletto; è l'attività più continua e che dà più piacere, perché i piaceri della filosofia sono i più intensi e i più sicuri; è l'attività più autosufficiente perché il sapere basta a se stesso e nulla deve ricercare fuori di sé per coltivare al sua sapienza; è l'attività che si ama in se stessa, perché ha in sé, nella contemplazione, il suo fine unico. Infine è l’attività svolta da Dio stesso, che è "pensiero di pensiero" e che pensa senza soluzione di continuità: nella misura in cui esercita il pensiero – che è la caratteristica che rende l’uomo veramente tale -, l’uomo partecipa della vita divina; tuttavia, in quanto essere naturale, l’uomo non può esercitare senza interruzione l’attività contemplativa, giacchè deve sopperire ai bisogni fisici che la natura gli impone (il soddisfacimento della fame, della sete, ecc).

ottobre 29, 2009

L'ateneo dimezzato

Meno autonomia uguale più merito. E più privato uguale più qualità. Sono queste le equazioni che stanno dietro il provvedimento sull’Università approvato ieri da Palazzo Chigi. Era dai tempi del sedicente “pacchetto sicurezza” che il volto ideologico della destra che ci governa non lasciava un’impronta tanto nitida. E lo si deve alla furia riformatrice di una figlia della bergamasca come Mariastella Gelmini, il ministro dell’Istruzione che per diventare avvocato scese a sostenere l’esame in Calabria, in un’ottica di “istruzione patria” di chiara marca deamicisiana (dalle Alpi all’Appennino e ritorno).

La realtà della riforma va oltre gli slogan ed è di volgare concretezza: come per la scuola, non c’è un soldo bucato neppure per gli atenei. Giulio Tremonti non sgancia e la Gelmini, che proprio ieri ha confessato al suo ideologo di riferimento Maurizio Costanzo di voler scrivere un libro di “favole regionali” manco fosse Italo Calvino, copre così la sua triste realtà di piccola fiammiferaia di Viale Trastevere. Ci sono meno denari per gli studenti più bravi, ma si racconta che i criteri di attribuzione saranno più severi e meritocratici. Ci sono meno soldi per gli atenei pubblici e si restringe ulteriormente il diritto allo studio sancito dalla Costituzione, ampliando il ricorso agli odiosi test d’ingresso. Si vuole limitare l’offerta formativa delle università Statali, limitandone l’auotonomia, e si copre il tutto con l’ingresso del famoso “mercato”.

Se almeno avessero il coraggio della provocazione culturale, si potrebbe discutere con una certa allegria. Potremmo chiudere gli occhi sugli interessi dei privati “sussidiati” ai quali abbiamo assistito nella sanità e nei servizi pubblici essenziali. Potremmo berci la storiella che il contributo scientifico e culturale dii Sciur Brambilla e Cumenda vari sia la vera modernità. Potremmo perfino ripescare meravigliose provocazioni libertarie come quelle di Enzensberger per un “ritorno al precettore”. Poi però uno vede l’ombra di Giulietto Mani di Forbice e capisce che la prima favola della Gelmini ha per titolo: “L’ateneo dimezzato”. E allora la può raccontare giusto al Costanzo Show.

di Francesco Bonazzi


Siamo allo stritolamento sistematico della cultura in Italia. Studenti più che un'onda qui ci vuole azione, vi stanno togliendo il futuro dalla mani, rimarrete a guardare?

ottobre 28, 2009

La cultura umanistica e le nuove tecnologie della comunicazione

Il mondo delle tecnologie informatiche e della comunicazione (le cosiddette ICT) rappresenta una sfida, affascinante e nello stesso tempo problematica, per la filosofia, la letteratura e le "humanae litterae" in genere. Una sfida che, come molti altri, noi filosofi intendiamo raccogliere in positivo, perché siamo convinti che la cultura umanistica possa costituire un valore aggiunto di insospettabile efficacia per l'innovazione tecnica ed intellettuale innescata dal computer. Proprio per questo abbia messo in epigrafe a questo editoriale un verso, appena ritoccato in una vocale - la e al posto della a - di Giacomo Leopardi. Un verso che ci piace considerare il sigillo della nostra impresa culturale di insegnanti (di qualunque materia e di qualunque ordine e grado) che lavorano, riflettono e cercano di dare il loro contributo alla formazione delle nuove generazioni di questi inquietanti primi anni del XXI secolo. Davvero oggi "più de' carmi il computer s'ascolta"? "Carmi" e "computer", filosofia e internet, cultura umanistica e nuove tecnologie, sono necessariamente in contrapposizione? Oppure è non solo augurabile ma forse praticabile in tempi brevi una prospettiva di superamento delle cosiddette "due culture" che già aveva preoccupato tanti intellettuali dello scorso secolo?Leopardi percepiva il pericolo del riduzionismo insito nel "computar" geometrico, che dimenticava la complessità. Ma a questo riduzionismo non era estranea la stessa cultura dei "carmi", che, coltivando una sterile separatezza, rischiava di legittimare le pretese egemoniche del "computar". È significativo invece che oggi sia in atto una presa di coscienza delle radici filosofiche delle tecnologie della comunicazione e che sia proprio la riflessione filosofica a renderci consapevoli dei processi di modificazione del linguaggio, della scrittura, dell'informazione presenti nella comunicazione globale rappresentata da Internet. L'esplosione della rete web sta imponendo alla riflessione filosofica una vera e propria mutazione epistemologica, che diventerà sempre più pervasiva negli anni a venire. La nostra convinzione è che la filosofia ed i "carmi" di leopardiana memoria abbiano ancora molto da offrire alla nuova cultura del terzo millennio.Sul tema "Leopardi e il computer" si possono leggere alcune utili ed insospettate divagazioni lessicali-filosofiche di Anselmo Grotti. Chi volesse invece riflettere con maggiore tranquillità su questi temi, scorrendo un buon vecchio libro (di carta), può leggere D. Massaro-A. Grotti, Il filo di Sofia. Etica, comunicazione e strategie conoscitive nell'epoca di Internet, Torino, Bollati Boringhieri, 2000.
Per saperne di più: http://www.unisi.it/

Lo schermo velato di Vito Russo

Dal momento che questo libro di Vito Russo è diventato in breve tempo un best-seller e di conseguenza una sorta di Bibbia del cinema gay (usato come tale: le sue opinioni si citano come versetti...), è opportuno circoscriverne anzitutto il soggetto: non è una storia dell'omosessualità nel cinema, ma delle modalità di rappresentazione dei personaggi gay/lesbici/trans nel cinema hollywoodiano (con qualche episodica apertura di sguardo su altre realtà, specie il cinema inglese).
Ed è un libro militante, come lo era il suo autore. Due aspetti che lo distanziano nettamente dal precedente e pionieristico volume di Parker Tyler, Homosexuality in the Movies.
Ciò premesso, è doveroso riconoscere al lavoro di Russo i suoi meriti. Si tratta di un testo a suo modo fondamentale (oltretutto è uno dei pochissimi libri sull'argomento disponibili in italiano) e ha avuto una grande importanza storica. Chiunque si interessi di cinema e omosessualità non può non leggerlo. E la sua tesi di fondo regge benissimo, anche se non necessariamente per merito di Russo. Voglio dire che scrivere un testo per dimostrare che Hollywood era omofoba è un po' come scrivere un testo per dimostrare che la maggior parte dei film di Hollywood ha un lieto fine. È insomma decisamente ovvio, quasi tautologico. La differenza però dovrebbe essere evidente, ed è enorme: il lieto fine non è oggetto di condanna sociale. Quindi questo libro è importante, andava scritto, dobbiamo tenercelo caro. Ed è tutto sommato un peccato che dalla seconda edizione dello Schermo velato sia stata eliminata la lista di necrologi che ne riassumeva perfettamente lo spirito.
Ma allo stesso tempo il lettore odierno deve anche essere consapevole dei limiti di questa ricerca, che è oggi bene saper contestualizzare. Vito Russo scrive da militante, è il suo pregio e insieme il suo limite. Russo fu un militante di primo livello, ma non guarda in faccia a nulla e a nessuno per arrivare dritto al suo scopo. La sua analisi è prettamente contenutistica: ciò che gli interessa è semplicemente come i personaggi gay, lesbici, trans vengono rappresentati, ciò che fanno, ciò che viene fatto loro dire e, non ultimo, la fine loro riservata. Se il quadro complessivo è attendibile, l'analisi dei singoli film (al di là di errori, imprecisioni e sviste comprensibili in un lavoro di tanto respiro) perde spesso di finezza e non si premura di operare distinzioni che sarebbero invece opportune per un lavoro critico più rigoroso.
Accade così che giudizi contenutistici e giudizi estetici talora si confondano, che l'analisi dei personaggi gay non venga opportunamente contestualizzata né nel singolo film (mancando una focalizzazione complessiva del sistema dei personaggi: di solito, cioè, Russo non si chiede come sono rappresentati i personaggi eterosessuali, e se vi sia un collegamento tra questi e quelli omosessuali), né nell'ambito dell'opera di un autore (quando sia il caso: si vedano per esempio le pagine discutibili dedicate ai vari film di Robert Aldrich), né in un'ottica storica: i film degli anni '10 e quelli degli anni '80 vengono affrontati con il medesimo spirito.
Tutto ciò non annulla però l'importanza storica del libro, che rimane un monito a vigilare su una produzione cinematografica certo cambiata negli anni successivi alla morte di Russo, ma forse meno di quel che sembra. Per un maggior acume critico si può poi riandare ai testi di Tyler - purché si abbia il gusto necessario per apprezzarne gli svolazzi camp - o a quelli degli studiosi successivi (ma non si creda che il fiume di saggistica accademica sul cinema gay degli ultimi vent'anni sia necessariamente migliore: non sono molti gli studiosi del livello di un Richard Dyer, per esempio).
Per quanto riguarda l'edizione italiana, è giusto rendere merito a Costa & Nolan e Baldini & Castoldi, che hanno portato in Italia il libro nelle sue due edizioni, e a Vincenzo Patanè, i cui due saggi che arricchiscono la seconda edizione rappresentano anche un omaggio affettuoso al lavoro di Russo. Peccato solo che entrambi gli editori abbiano risparmiato sull'indice analitico, strumento essenziale in opere come questa: il lettore italiano, a differenza di quello americano, dovrà soffrire per cercare le opinioni di Russo su un determinato film. Ma tutto sommato la sofferenza acuisce lo spirito militante...
Mi piace chiudere con le parole con cui lo stesso Russo concludeva il suo libro, parole in cui è racchiuso lo spirito, il senso, la fatica e l'importanza del lavoro di Russo e di chi si sforza di continuarlo, anche se magari con altri strumenti e altri metodi, più rigorosi:
È chiaro sin da quando è stata pubblicata la prima edizione di questo libro che non abbiamo più bisogno di film sull'omosessualità. I film commerciali ad altro budget e quelli per la televisione che hanno per soggetto argomenti della mia esistenza ritenuti degni di discussione sono forse mali necessari, ma non sono per me. Sono per le mamme del New Jersey o per le zie di Kansas City o per gli spauriti quindicenni gay del Mississippi che comprano "Christopher Street" da qualche edicolante cieco. Sono stanco di capire se l'ultima soap opera, tutta buone intenzioni, sia riuscita a convincere l'America che non ho le corna e la coda, che non mi interessa molestare i loro noiosi figlioletti o che la Bibbia non dice mai che sono destinato al loro notorio, ma piuttosto fantasioso, inferno. [...]
Allora basta con i film sull'omosessualità. Ci vogliono, invece, film che esplorino le persone a cui capita di essere gay.

ottobre 27, 2009

Delusi per noi o per gli altri con il neurone del rimpianto

Uno studio ha fotografato il cervello quando proviamo questa sensazione: sia da protagonisti che da spettatori si attivano le stesse regioni cerebrali

Quella sensazione, fatta di delusione, frustrazione, impotenza, che ci assale dopo aver sfiorato un successo e che non ci fa smettere di pensare che sarebbe potuta andare diversamente - in una parola, il rimpianto - talvolta la proviamo anche quando assistiamo da spettatori alle disavventure e ai mancati successi altrui. E' la ragione che avrebbe portato al successo tante trasmissioni televisive, i quiz che da 'Lascia o raddoppia' fino al 'Milionario', hanno incollato allo schermo intere generazioni di telespettatori, coinvolti nelle domande e risposte come se i concorrenti fossero proprio loro, e non quelli presenti negli studi televisivi. "Se ciò accade non è perché siamo interessati al destino di qualche sconosciuto, ma perché gli spettatori si rispecchiano in quelle emozioni come fossero le loro", dice Matteo Motterlini, ordinario di Filosofia e coautore di uno studio multidisciplinare e tutto italiano che cerca di capire cosa accade nel cervello quando si prova la sensazione del rimpianto. Se la comprensione del perché arriviamo talvolta a identificarci nelle emozioni altrui è ancora lontana, un contributo importante alla causa potrebbe darlo proprio questo studio: fotografando letteralmente il cervello quando si apprende l'esito di alcuni eventi, gli autori avrebbero notato come esso si comporti alla stessa maniera anche quando siamo semplici spettatori di vicende altrui. Neuroeconomia. Si tratta del primo studio nostrano che analizza il rimpianto in relazione alle decisioni economiche, ed è firmato dai ricercatori del Centro di ricerca di epistemologia sperimentale e applicata (Cresa) della Facoltà di Filosofia dell'Università San Raffaele di Milano e del Centro di neuroscienze cognitive della stessa università, in collaborazione con il Dipartimento di neuroscienze dell'ateneo di Parma. La neuroeconomia, questo giovanissimo settore della ricerca dal carattere interdisciplinare (mette insieme neuroscienze, filosofia della mente, del linguaggio e della scienza, linguistica, psicologia cognitiva, economia, informatica e l'intelligenza artificiale) indaga come il cervello ci consente di prendere decisioni, osservando l'attività neurale in tempo reale, per esaminare quali regioni cerebrali sono maggiormente coinvolte nel processo decisionale.
Utilizzando la risonanza magnetica funzionale, gli scienziati hanno individuato i meccanismi cerebrali (più precisamente, i "correlati neurologici") che ci portano a provare empatia per gioie e dolori altrui. Analizzando così i circuiti responsabili dell'inevitabile riflessione in cui la mente scivola quando sentiamo che le cose sarebbero potute andare diversamente. La ricerca. L'esperimento ha coinvolto ventiquattro persone (12 maschi e 12 femmine) in un gioco di scelta tra lotterie che consentivano loro di vincere o perdere delle somme di denaro. I soggetti hanno partecipato sia in prima che in terza persona, sia da protagonisti che da spettatori. Ai partecipanti veniva mostrato l'esito della lotteria da loro scelta, ma anche quello della lotteria sulla quale altri avevano puntato. Lo scopo era innescare un ragionamento di tipo ''contro fattuale'', consistente nell'immaginare uno stato di cose alternativo a quello effettivo. Questa forma di ragionamento, unita al senso di responsabilità per la scelta effettuata, genera a sua volta le emozioni complesse del rimpianto (quando l'esito della lotteria rifiutata è migliore dell'esito di quella scelta) e del sollievo (nel caso opposto). La scoperta. "L'originalità assoluta del nuovo esperimento - affermano gli autori - consiste nell'aver individuato le regioni cerebrali che sono attive sia quando si prova rimpianto in prima persona sia quando si è consapevoli del rimpianto provato da un altro". Le analisi hanno infatti permesso di mostrare che "il circuito cerebrale (corteccia prefrontale ventromediale, giro del cingolo anteriore e ippocampo) alla base dell'esperienza del rimpianto in prima persona (un'emozione complessa, che presenta un'originaria natura cognitiva) si attiva anche quando sappiamo che l'altra persona sta provando rimpianto". Si tratterebbe della riprova, afferma Motterlini, di "quanto sia speciale e complesso il particolare filo che ci lega agli altri, mediante il continuo rispecchiarsi delle loro esperienze nella nostra mente".
repubblica.it

ottobre 26, 2009

Cent'anni di giornalisti e di Vitaliano Brancati.

Novità in vista fra i celebri “Meridiani” editi da Mondatori. Un novità che si fa in quattro e che già dal titolo sembra odorare di interesse oltre che di garantito successo. Si tratta di quattro volumi dal titolo classico che più classico non si potrebbe Giornalismo italiano, pubblicati dalla casa editrice milanese (oramai una bandiera come la Ferrari, la Nutella e poc’altro), per auto-celebrare il proprio centenario. Quattro volumi che dovrebbero offrire una selezione di testi giornalistici «riguardanti da un lato i grandi fatti della politica interna e internazionale, dall’altro la minuta fenomenologia del costume, le guerre e le calamità naturali, i delitti e i processi provocati da quei delitti, la letteratura, il teatro e la musica , lo sport e la moda…». Un po’ di tutto insomma.Cari giornalisti, cosa saremmo senza di loro? Karl Kraus ne cantò quattro a esteti, politici, psicologi, sciocchi, studiosi e appunto giornalisti, i nipotini molto alla lontana di Johann Gutenberg : «Non avere un pensiero e saperlo esprimere - è questo che fa di un uomo un giornalista»; e poi: «I giornalisti scrivono perché non hanno niente da dire, e hanno qualcosa da dire perché scrivono»; «Il pittore ha in comune con l’imbianchino il fatto di sporcarsi le mani. Ed è proprio questo che distingue lo scrittore dal giornalista»; infine: «Comunque sempre meglio che gli artisti intervengano per la buona causa che i giornalisti per il bel periodo». Ma degli storici e soprattutto delle donne («le divido in due categorie: dolose e colpose») scrisse anche di peggio. Consolante. Due tomi sono già in libreria (vol.I: dal 1860 al 1901, pp.1832 euro 55; vol.II: dal 1901 al 1939, pp.1920, euro 55; entrambi curati da Franco Contorbia), gli altri sono previsti per i mesi che verranno. All’interno nomi per ogni palato. Si va da Carlo Collodi a Edmondo De Amicis, da Antonio Gramsci a Luigi Salvatorelli, da Gabriele D’Annunzio a Luigi Pirandello, da Carlo Rosselli a Filippo T. Marinetti, da Leo Longanesi a Indro Montanelli, passando per Dino Buzzati e Luigi Albertini. Todos caballeros. Decine di autori con frammenti giornalistici a corredo per raccontare cos’è stata l’Italia dall’Unità ad oggi.Un meraviglioso caos calmo con le vicende in agrodolce del glorisoso Stivale. Ogni autore dichiara (fra le righe e no) il proprio rapporto col potere. Ogni brano, lungo o breve, contiene una doppia verità da gustare col senno di poi per non lasciarsi sconfiggere dai pensieri molesti. Vitaliano Brancati, per esempio, catanese di Pachino (nato cent’anni or sono), negli anni delle decisioni irrevocabili, 1940 e oltre, si sentirà un uomo nuovo guarito da certo irrazionalismo giovanile (solo letture sbagliate?), dilettandosi a raccontare i siciliani, nero su bianco, con gran dose d’umorismo. Già, ma prima? Trasferitosi a Catania nel 1920, esordisce nella poesia due anni dopo. Nel 1924 fiducioso nell’avvento di un mondo nuovo si iscrive al Partito Nazionale Fascista e fonda la rivista Erbe di ispirazione dannunziana. Nel ’28 scrive il dramma in un atto Everest ispirandosi al fascismo (fascismo che successivamente verrà polemicamente rifiutato). Nel 1929 se ne va a Roma e pubblica una serie di racconti su Il Tevere di un altro siciliano la cui eco del nome risuona oggi assai fastidiosa. Telesio Interlandi (peraltro, insieme all’autore del Contra Judaeos, Guido Piovene, incluso nelle antologie di Contorbia). Si tratta proprio di quel giornalista che guiderà la ben nota Difesa della razza. Nel ’31 (il 16 giugno, per l’esattezza), c’è un’occasione che non si dimentica. L’incontro fra il ventenne Brancati e Sua Eccellenza Benito Mussolini, narrato dal giornalista-romanziere, per la prima (e non ultima) volta sulle colonne di Critica fascista. «Il quattordici parto da Catania», scrive il futuro autore di Don Giovanni in Sicilia, «con una valigia che mi sembra tutta piena di quella copia speciale di Everest, che devo consegnare a lui». “Lui” è quello che appena un lustro dopo proclamerà il ritorno dell’Impero sui colli fatali di Roma. Il dissenso brancatiano sarà però in atto già dal ’34 (qualche dubbio rimane leggendo e rileggendo il ben noto I redenti di Mirella Serri, Corbaccio 2005), appena il tempo, peraltro, di fondare con lo stesso Interlandi e Luigi Chiarini il periodico Quadrivio, che ancora nel ’38 (anno delle leggi razziali), ospiterà a puntate il brancatiano Sogno di un valzer.Nelle parole del giovane siciliano, la visita a Mussolini è né più e né meno la vista prolungata di un oggetto d’amore. Inizia la giornata particolare del candido emigrante: «Mi sveglio. È l’alba. L’aria s’è addolcita. So che, di mattina, Mussolini in blusa bianca cavalca per i viali di Roma. La luce deserta ne isola meglio l’immagine. Penso: “Fra poco lo vedrò”». A sera avviene l’incontro a Palazzo Venezia: «una voce “Vitaliano Brancati” e un usciere mi guida attraverso delle sale, al cui fondo brilla una porta bianca. La porta si ingrandisce, si isola, s’avvicina e nello stesso tempo si sottrae, come se, fra poco, dovesse sfuggire alla mano, rimanere sempre a destra o a manca del gesto con cui si vorrà aprirla». Poi «s’apre e vedo Mussolini. Tutta la sala intorno a lui brilla - pavimento, mobili scuri, pareti - e si ha per un attimo l’impressione che debba specchiarlo». E Mussolini? Com’è Mussolini? «la figura di lui è grande», spiega Vitaliano, «sola, unica, nella sala, in mezzo a questi riflessi che non avvengono, in mezzo a questa inutile volontà di specchiarla, ch’è nelle cose intorno».Si celebrano i convenevoli. Mussolini è onnisciente (non sarà lui ad avere sempre ragione?). Conosce gli autori stranieri uno ad uno: Balzac, Tolstoi, Zola. «Mentre egli parla, ora appoggiato al tavolo, ora diritto, con una semplicità di squisita eleganza civile», continua il collaboratore di Rossellini e Visconti in anni neorealisti, «io penso a tutti i luoghi comuni che sono fioriti anche introno a lui». Mussolini sarebbe forse «l’ombra» del grande Napoleone. Ma la risposta di chi lo ama è intuibile. «La più dura offesa che si possa fare a un grande uomo moderno, creatore di sé, è quello di paragonarlo a un altro, sia pur colossale, di un’epoca diversa o anche della stessa epoca». Mussolini «somiglia all’ottocentesco, per metà romantico, per metà fastoso, ornato di sciabola e bruciato dalla tisi, ancora non guarito dei sogni affannosi del borghese che odia e adora il sangue blu, violento deificatore della sua famiglia e confusamente preoccupato dei confusi “diritti dell’uomo”, sognatore di un impero e incosciente creatore di nazionalismi, chiaro ed amaro nella sua grandezza, Napoleone Bonaparte, come una quercia somiglia ad un pino o un fiore di agosto somiglia ad un fiore di maggio». Al margine di una eccitazione meritevole d’approfondimento (magari un Bruno Vespa…), il giovane catanese si spinge sulla cima del delirio psicologico. Poi passa al capitolo quasi-teologico: «sotto quella semplicità d’uomo moderno, un’altra semplicità si nasconde», scrive. «È la liscia nettezza della personalità eccezionale e potente; l’esterno dell’uomo che non sarà mai dominato, esterno senza appiglio, alto, quasi monotono, su cui è inutile tentare la scalata. E allora quest’uomo, in giacca estiva e larga, si presenta come il monolite. Tutto un pezzo: ma se un tal pezzo si trova in una sala, la sala pare gli giri intorno; se si trova in mezzo ad una folla, la folla gli rigurgita e bolle introno; se si trova in mezzo a un popolo, il popolo gli fa cerchio, si dispone a piramide e lo accetta spontaneamente per vertice…».Dopo un numero incerto di ore o minuti, Brancati lascia l’edificio. La sbornia è di quelle che non passano con un solo caffé amaro: «Io sono nato in un’epoca d’asfissia», dice. «Ricordo che non c’era nulla da fare; che sedevo, bambino, in un mondo ove tutto pareva finito; e il dubbio di vivere era così grande da togliere anche il pensiero della morte. Egli, l’uomo che ho visto pochi minuti fa, apparve come un nuovo senso della vita». Senso della vita… Uomo inviato dalla Provvidenza aveva già detto qualcun altro. Ripassando la prosa dei “Meridiani” riesce difficile spiegare perché, in Italia, si siano attesi anni per proclamare il mussolinismo religione ufficiale dei passionali anni Trenta. Ah già… in mezzo c’era - e c’è ancora - la politica. E poi rimane sempre Karl Kraus a spiegarci come va il mondo...
di Marco Iacona

ottobre 24, 2009

Nuovo Cinema Federico

Un museo, la cineteca comunale una sala per proiezioni in stile romagnolo-hollywoodiano: Rimini si prepara al restauro in grande stile del Cinema Fulgor, luogo mitico dell’infanzia di federico Fellini e ispiratore di alcune delle scene più famose e più oniriche del due volte premio Oscar. I lavori sono cominciati rivestendo la facciata di Palazzo Valloni con un variopinto telone ideato dallo scenografo Dante ferretti che raffigura i film più celebri del maestro. Entro il 2010 sarà dunque pronta Casa Fellini, destinata a sostituire l’attuale modesto museo dedicato al regista, un triste scantinato così angusto da costare un bernoccolo a Sharon Stone, colpita alla fronte dallo stipite di una porta durante un pellegrinaggio cinematografico in città.
M.D.

ottobre 23, 2009

Da Gustav Klimt e Ludwig Van Beethoven, l'arte totale


Percepire l’assoluto, intuirne l’ancestralità e preservarne la bellezza nel divenire cosmico. L’indissolubile, l’indicibile, l’indescrivibile, freme, pulsa, vive in pagine musicali che dilatano lo spazio, arrestano il tempo e ne custodiscono il pulviscolo. Pioggia d’oro, gocce di vita dissolte nei dipinti di Klimt, dove i risvolti e gli ornamenti si traducono nel fregio dedicato a Ludwig Van Beethoven. E’ l’opera d’arte totale, trasmutazione dell’empireo artistico in presagi, in oniriche visioni pronti a condurci nella fluida immensità dell’astrazione. Musica, pittura, poesia, scultura si dispiegano come onde nell’incorporeo esistenziale, viatico verso la nostra essenza. Per la XIV mostra della Secessione Viennese (1902) ventuno artisti tra cui Klimt e Klinger lavorano alla realizzazione di un'unica idea: la celebrazione di Beethoven, realizzando un’opera d'arte totale.
Tutto ruota intorno all’artista, a iniziare dalla statua, posta nella sala centrale e realizzata da Klinger in preziosi marmi policromi, avorio, alabastro e bronzo, che irradia luce e ci irradia verso l’indefinibile. Lo stile di Klimt , caratterizzato da accostamenti di colore come piani cromatici e da linee sinuose e scattanti, emerge molto bene nel fregio beethoveniano. La Nona Sinfonia assume qui, un'interpretazione simbolica: il raggiungimento della felicità e della redenzione dell’uomo attraverso l’arte.
Gli ornamenti fluttuano come arpeggi in assonanze di forme nella non – forma della felicità, raffigurata nella prima scena. Felicità, frutto del desiderio, fonte di gioia, ancora di salvezza per un’umanità emaciata, la cui sofferenza, non più latente, volge un disperato sguardo d’aiuto al cavaliere, l'eroe simbolo di virtù, che, accompagnato da Compassione e Orgoglio intraprende una dura lotta.
La strada verso il sublime è tortuosa, difficile, lastricata da difficoltà insormontabili, ma tra l’effimero e il vacuo, la meta appare in lontananza, come un dolce richiamo, un’estasi divina, pronta a placare ogni nota dolente in un abbraccio con la Poesia.Il giorno dell’inaugurazione, la musica rivive con l’esecuzione dell’Inno alla Gioia diretto da Gustav Mahler e la genialità di una mente protesa verso il futuro, scorre immersa in una soluzione di continuità tra l’estatica percezione sensoriale, la consapevolezza dell’irreversibilità esistenziale e l’incarnazione musicale ai massimi livelli.
La mostra della secessione segna un’immaginaria linea di confine tra la smaterializzazione degli elementi costitutivi e la loro integrazione simbiotica in un ordine armonico che sfugge all’ordinario, tra l’espressione e la rappresentazione dell’arte, pronta a rivelarci il reale più reale della realtà. Beethoven, non si può consegnare alla storia, perché Beethoven è storia contemporanea, è modernità, è e rimarrà attuale per i posteri a venire.
In lui, l’umanità divenne suono, un suono che giunge a noi chiaro, forte e drammaticamente vero. Non necessità d’interpretazione, vive nella sua indipendenza libero da ogni condizionamento e sovrano nella propria potenza di illuminare lo spirito. Beethoven continua a irretire nei dedali dell’ermeneutica più profonda, rilanciando nuovi orizzonti a noi sconosciuti. E tutto ha inizio come un rito orfico...

di Antonella Iozzo

L'idea estetica di Schopenhauer

Punto di arrivo della contemplazione è la condizione di libertà teoretica estetica, la visione dell‟idea platonica (intesa dunque come visione nella valenza etimologica greca), raggiungibile attraverso il superamento del mondo del desiderio, del dolore e dell‟infelicità con lo scopo principale di giungere nell‟istante a-temporale dell‟immersione nella più alta gioia che solo l‟apprensione eidetica sovrarelazionale della bellezza ideale può offrire. Soggetto e oggetto non si distinguono più l‟un l‟altro, ci dice Schopenhauer, tant‟è forte la capacità intellettiva unita alla fantasia creativa del genio artistico.
Attraverso la materia finita particolare, plasmata dalla demiurgica mano dell‟artista, l‟idea stessa si incarna nella singola opera d‟arte, che può acquisire le sembianze di una costruzione architettonica, di un giardino, di una fontana, di una pittura, di una scultura fino a giungere alla poesia, che de-concettualizza il linguaggio astratto razionale fornendo una composizione concretamente ideale forte della sua componente intellettuale. La poesia è analoga, nella sua sostanzialità, al precipitato prodotto dalla reazione chimica cioè tramuta il concetto linguistico razionale, che nella sua forma è formulabile come unitas post rem nell'apriorica unitas ante rem dell‟idea. Con la poesia, il linguaggio acquisisce la visione eidetica e nella musicalità del verso si fa portatatore di un messaggio universale, privo di ogni traccia del principio di ragione e quindi della Volontà tanto che il poeta è «un uomo universale» nella sua capacità di illustrare nella totalità l‟intero mondo delle Idee.
Il mondo delle idee è così ontologicamente denso che Schopenhauer giunge coraggiosamente ad affermare che il genio artistico «può esprimere con purezza ciò che la natura non fa che balbettare» e, una volta completata l‟opera, porla di fronte alla meschina natura ed esclamare orgogliosamente: «Ecco quello che tu [natura] volevi dire». E ancor più apertamente nel secondo volume dei Parerga e Paralipomena (1851), il paragrafo 215 presenta un‟analogia ancora più illuminante al riguardo, dove il lavoro costituente l‟opera d‟arte da parte del genio è visto da Schopenhauer come un concepimento: il soggetto conoscente puro dell‟artista, nel momento della visione dell‟oggetto ideale rimane "fecondato" dalla maschile forza generante dell‟idea, che una volta superato il principio di ragione immette nell‟intelletto puro «un pensiero pieno di vita, penetrante e originale», germe della futura opera d‟arte, frutto dell‟amore tra il genio artistico e la bellezza dell‟idea. L‟analisi estetica del mondo delle idee di Schopenhaeur non si ferma nel dimostrare la forza ontologica delle differenti idee, incarnatesi nelle molteplici forme d‟arte, ma persegue un intento ben preciso che pone in evidente risalto la finalità ultima dell‟autore, perlomeno in campo estetico. La scala gerarchica che prende forma sistematica nel terzo libro de Il Mondo punta gradualmente a mostrare come l‟organizzazione che sottende la presentazione delle singole espressioni artistiche tenda a raggiungere quei livelli artistici che, non solo interrompano la „mediatezza‟ del principio di ragione presentando l‟oggettità „immediata‟ della Volontà, ma addirittura eliminino ogni singolare oggettità presentando la Volontà stessa nella sua inerenza cosmologica e ontologica. La forma ideale più elevata e universalizzante dell‟oggettità è la poesia, mentre la Volontà stessa nella sua indipendenza dal mondo come rappresentazione è la musica.
Analizzando attentamente lo svolgimento del Terzo Libro de Il mondo come volontà e rappresentazione si nota come la forma superiore di poesia sia la tragedia poiché essa ha la massima forza oggettiva nel mostrare l‟idea complessiva della triste esistenza umana: «Nella tragedia ci viene presentato il lato terribile della vita, lo strazio dell‟umanità, il dominio del caso e dell‟errore, la caduta del giusto, il trionfo del malvagio. […] Nel momento della catastrofe tragica sorge in noi, più chiara che mai, la persuasione, che la vita sia un grave sogno, dal quale dobbiamo destarci»14. La tragedia è quindi la massima espressione del Sublime nell‟arte. Paragonando questa visione a quella schilleriana, sebbene i due autori segnalino come la tragedia sia espressione massima della caducità umana, Schiller pone l‟accento sulla dolorosa convivenza nell‟uomo della natura sensibile con quella razionale, che sfoga tutto il suo dolore nelle tremende vicende tragiche15 mentre Schopenhauer elegge il dramma tragico a monito per l‟umanità. Attraverso esempi di crudeltà inaudita, lo spettatore non deve essere richiamato dalla forza razionale, che in realtà tende così un ulteriore tranello all‟autentica libertà umana, ma deve ricevere sufficiente forza intellettuale per oggettivare adeguatamente il dolore dell‟intera esistenza terrena e raggiungere l‟autentica libertà teoretica.
E‟ proprio con l‟esposizione della tragedia, come visione pura dell‟idea complessiva dell‟esistenza umana, che la presentazione schopenhaueriana delle belle arti, snodatasi lungo una precisa rassegna, giunge a compiersi per lasciare spazio alla conclusione dell‟analisi estetica completamente dedicata alla musica, «totalmente isolata dalle altre sorelle»16 poiché in essa non è più riscontrabile una copia di una qualche idea oggettivatasi nel mondo come rappresentazione, bensì «un‟intima correlazione con l‟essenza suprema del mondo», ossia la Volontà.

di Andrea Camparsi

ottobre 21, 2009

Indagini di un cane

La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo dal 21 ottobre al 7 febbraio 2010 presenta Indagini di un cane, prima mostra del progetto europeo FACE, a cui aderiscono: Fondazione DESTE, Atene (Grecia), Fondazione Ellipse, Cascais (Portogallo), Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino (Italia), La Maison Rouge, Parigi (Francia), Magasin 3, Stoccolma (Svezia).
I soci fondatori di FACE sono istituzioni non-profit nate su iniziativa di collezionisti privati che hanno creato spazi pubblici per la produzione e promozione dell’arte contemporanea. Questa alleanza ha l’obiettivo di sostenere e ampliare le loro attività tramite ambiziosi progetti su scala internazionale.
La mostra presenta una selezione di circa 40 opere provenienti dalle collezioni delle cinque istituzioni, che hanno curato il progetto congiuntamente. Indagini di un cane prende il proprio titolo da un racconto di Franz Kafka il cui protagonista, un cane, si interroga sul senso della “caninità”, ovvero sul senso della comunità. Proprio questa ricerca lo spinge ai margini della società, lo rende diverso da tutti quelli che non si pongono domande, eppure la sua solitudine esprime la forma piu’ intensa di interesse per la comunità e i propri simili.
Gli artisti in mostra condividono questa posizione eccentrica, elaborano un nuovo linguaggio per analizzare la situazione sociale e politica del proprio tempo, creano piccoli mondi che pero’ sono aperti al mondo. La loro pratica artistica si puo’ definire arte minore, un termine che richiama la nozione di letteratura minore elaborata da Deleuze&Guattari nella loro analisi dell’opera di Kafka.
Secondo i filosofi francesi, questa sarebbe caratterizzata dall’uso sovversivo di un linguaggio al potere, dalla connessione della dimensione individuale con la sfera politica e dall’organizzazione collettiva di una enunciazione, ovvero il processo per cui la voce del singolo si trasforma in un discorso collettivo. Vista in questa prospettiva l’accezione di minore “non riguarda piu’ specifiche letterature, ma descrive le condizioni rivoluzionarie di ogni letteratura all’interno di cio’ che chiamiamo il maggiore (o il costituito)”.
Sperimentando nuove forme espressive, che sovvertono le regole del medium adottato, sia esso video o fotografia, scultura o installazione, gli artisti qui riuniti si pongono fuori dalle convenzioni linguistiche del proprio tempo per meglio analizzarlo, adottano la posizione della minoranza per avere la forza di contraddire l’ordine costituito, aprendo cosi’ lo spazio di esistenza ed espressione per nuove collettività, nuovi modi di essere insieme.
Artisti in mostra:Vasco Araujo (Lisbona, 1975. Vive a Lisbona)Virginie Barre’ (Quimper, Francia, 1970. Vive e lavora a Douarnenez, Francia)Philippe Bazin (Nantes, Francia, 1954. Vive a Parigi)Mircea Cantor (Oradea, 1977. Vive a Parigi)Maurizio Cattelan (Padova, 1960. Vive a New York e Milano)Roberto Cuoghi (Modena, 1973. Vive e lavora a Milano)Mark Dion (New Bedford, Massachusetts,1961. Vive in Pennsylvania)Gardar Eide Einarsson (Oslo, 1976. Vive a New York)Urs Fischer (Zurigo, 1973. Vive a Zurigo, Berlino e Los Angeles)Fischli & Weiss (Peter Fischli,1952, David Weiss, 1946, Zurigo. Vivono e lavorano a Zurigo)Claire Fontaine (Collettivo formatosi nel 2004. Vivono a Parigi)David Hammons (Springfield, Illinois, 1943. Vive a Springfield)Annika von Hausswolff (Gothenburg, Svezia, 1967. Vive e lavora a Berlino)Thomas Hirschhorn (Berna, Svizzera, 1957. Vive a Parigi)William Kentridge (Johannesburg, Sud Africa, 1955. Vive a Johannesburg)Kimsooja (Taegu, Korea del Sud, 1952. Vive a New York)Jeff Koons (York, Pennsylvania, 1955. Vive a New York)Sigalit Landau (Gerusalemme, Israele, 1969. Vive a Tel Aviv)Sherrie Levine (Hazleton, USA, 1947. Vive a New York)DeAnna Maganias (Washington D.C., 1967. Vive ad Atene)Mark Manders (Volkel, Olanda, 1968. Vive ad Arnhem)Esko Männikkö (Pudasjärvi, Finlandia, 1959. Vive e lavora a Oulu)Marepe (Santo Antonio de Jesus, Brasile,1970. Vive a Santo Antonio de Jesus)Paul McCarthy (Salt Lake City, Utah, 1945. Vive a Los Angeles)Boris Mikhailov (Kharkiv, Ucraina, 1938. Vive tra l’Ucraina e Berlino)Bruce Nauman (Fort Wayne, Indiana, 1941. Vive a Fort Wayne)Cady Noland (Washington DC, 1956. Vive e lavora a New York)Martin Parr (Epsom, UK,1952. Vive a Bristol)Navin Rawanchaikul (Chiang Mai, Tailandia, 1971. Vive tra la Tailandia e il Giappone)Aurel Schmidt (Kamloops, Canada, 1982. Vive e lavora a New York)Gregor Schneider (Rheydt, Germania, 1969. Vive a Rheydt)Lara Schnitger (Harleem, Olanda, 1969. Vive a Los Angeles)Santiago Sierra (Madrid, 1966. Vive a Mexico City)Lorna Simpson (Brooklyn, New York, 1960. Vive a Brooklyn)Ste’phane Thidet (Parigi, Francia, 1974. Vive a Parigi)Kara Walker (Stockton, California, 1969. Vive a Providence, Rhode Island)
FACE si pone l’obiettivo di promuovere artisti emergenti del panorama internazionale, sostenendo la produzione ed esposizione di nuove opere. Il Gruppo di Fondazioni lavora con l’intento di diffondere l’arte contemporanea in Europa e nel mondo, sostenere i giovani artisti, promuovere l’arte e la cultura contemporanea ad un pubblico sempre piu’ ampio; promuovere l’attività di tutti i Membri che ne fanno parte. A questo scopo il Gruppo di Fondazioni puo’ in particolare: produrre opere di arte contemporanea; redigere pubblicazioni e produrre cataloghi; realizzare piani di promozione, campagne pubblicitarie e attività di pubbliche relazioni; partecipare a fiere d’arte contemporanea; produrre una rivista periodica di approfondimenti della cultura contemporanea; produrre o organizzare esposizioni internazionali; avviare studi, progetti e ricerche di mercato; svolgere prestazioni e servizi vari per terzi connessi con quanto sopra.
Il progetto FACE e’ stato presentato nel 2008 al Parlamento Europeo di Bruxelles.
La mostra Indagini di un cane sarà aperta a Torino presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo dal 21 ottobre 2009 al 7 febbraio 2010. Sarà successivamente ospitata nelle sedi delle altre quattro fondazioni partner:
Ellipse Foundation, Cascais (Portogallo) - Primavera 2010
La maison rouge - Fondation Antoine de Galbert, Paris (Francia) - Autunno 2010
Magasin 3 Stockholm Konsthall, Stockholm (Svezia) - Primavera 2011
DESTE Foundation, Athens (Grecia) - Estate 2011
FACE International Relations / MediaHelen Weaver
T. +39 346 2165881 (Italy) T. +44 (0)7772 159219 (UK),
email helen.weaver@fondsrr.org
Inaugurazione mercoledì 21 ottobre ore 19
Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
via Modane, 16 Torino
Da martedì a domenica dalle 12 alle 20.
Giovedi’ dalle 12 alle 23. Lunedi’ chiuso

ottobre 20, 2009

Il Giuoco delle perle di Vetro

E' stato per me difficile analizzare questo romanzo. Via via che leggevo, andavo formandomi un giudizio velatamente negativo su quest'opera. Sempre confrontavo "Il giuoco delle perle di vetro" con le opere intensamente impetuose del primo Hesse, come "Siddharta" e "Il lupo della steppa". Mi sembrava di trovare in quest'opera un Hesse decisamente maturo, ponderato, meditativo, ma anche più arido nel suo rigore. Il senso catartico che ha sempre accompagnato tutti i suoi libri mi riusciva difficile da interpretare in questo lavoro. Per quasi tutto il romanzo mi sembrava che l'autore abbracciasse un positivismo confortante, che proponesse un mondo alternativo decisamente felice, armonioso, sereno, ma anche particolarmente artefatto e affettato. Ritenevo questo romanzo quasi un monito all'umanità, quasi che l'autore ci suggerisse "come sarebbe l'umanità se...", non senza un'ombra di artificiosità.Ma mi sbagliavo. Quest'opera è densamente popolata di massime e pensieri di ampio valore, di aforismi di pregevole ingegno, ma non è "artificiosa". Nasce da una profonda esperienta artistica e umana, e, comprendendo il lavoro che sta dietro alla sua redazione finale e l'attenta trasposizione futura dell'ambiente narrativo, si deduce che quest'opera è stata lungamente meditata. In particolare sono stati evitati tutti i riferimenti al periodo storico in cui questo romanzo è stato scritto, e cioè il decennio nazista che portò alla Seconda Guerra Mondiale.Viene proposta una sintesi di quanto la spiritualità e l'intelletto hanno da offrire al genere umano, con echi di misticismo religioso, capacità artistica, ponderazione filosofica e scientifica.Questo libro è una summa delle correnti di pensiero che hanno affascinato l'Hesse giovane e irruento esploratore del mondo. Ed è anche l'opera più ragionata, matura e attenta che l'autore abbia prodotto.Qui non troverete l'impeto e l'arditezza delle pulsioni adolescenziali: qui è presente l'assennatezza e la serenità dell'uomo saggio ed esperto di vita.Un cammino di narrazione che si percorre senza ostacoli, speditamente, ma che lascia il segno nell'esperienza del lettore.Knecht, il protagonista, assurge al ruolo di emblema della curiosità umana, della voglia di sperimentare, della bramosia di conoscenza. E la sua vita è lo specchio di questi desideri. In quest'ottica il romanzo, che rappresenta il cursus vitae di una persona, perviene a nuovi traguardi, giungendo infine a superarsi. Le tre vite finali, questi tre racconti che parlano di personaggi di epoche storiche distanti millenni tra loro, non sono altro che la riproduzione solo leggermente modificata di una stessa vita, quella di Knecht, e di alcune persone che sono state a lui vicine.Un percorso che non si conclude quindi nell'esistenza del protagonista, ma che abbraccia l'intera umanità: un archetipo delle aspirazioni umane, del dolor animi, ma soprattutto l'unione di spiritualità e conoscenza al servizio dell'uomo e della sua dote più grande, la sua umanità.
Recensione a cura di Christian

Goethe - Faust

Atto quinto:

Paesaggio aperto: Goethe riprende l'episodio delle Metamorfosi di Ovidio, in cui Giove e Mercurio percorrono la Frigia e trovano ospitalità presso due coniugi Filemone e Bauci. A dimostrare la loro gratitudine ne cambiano la modesta casa in tempio e concedono loro la grazia di poter morire contemporaneamente. Filemone si trasforma in quercia e Bauci in tiglio. In questo episodio, un viandante naufragato venne salvato dai due. Torna a ringraziarli, ma al loro posto vi trova un'oasi di pace. Si nota come vi è un presagio di catastrofe, un nuovo mondo assale l'antico.
Palazzo: ormai la sua spiaggia è divenuta fiorente. Ma Faust è irritato perché di fronte al suo mondo creato dal nulla, meccanico, fabbricato e non divenuto, sta quello di Filemone e Bauci, idillico, sereno, lentamente divenuto. Il desiderio del possesso è più forte di lui, Mefistofele non capisce le sue inquietudini. Faust chiede a Mefistofele di far cambiare residenza a due vecchi, ma in cambio ha distruzione e morte. Vengono uccisi e sente che la colpa di ciò ricade su di lui. Viene colto da senso di colpa e pentimento. Mefistofele ha portato alle estreme conseguenze il suo desiderio di possesso. E così il titano Faust si fa uomo. Ritrova, ripudiando la magia, la sua umanità, i limiti della sua umanità e la sua libertà. Ora Faust può morire.
Notte profonda: Faust canta le lodi della vita e si esalta nella bellezza del mondo. Un'affermazione d'amore verso la vita. Notare quanto sia forte il contrasto con la descrizione dell'incendio, della distruzione e della morte con lo stato d'animo di Faust. Vi è la sua prima incertezza interiore. Il senso di colpa, il rimorso, il pentimento. Tuttavia si riprende.
Mezzanotte: la crisi di Faust si sta sviluppando, si sta allontanando dalla magia e lo conduce ad una reazione di fronte a Mefistofele e alle sue arti magiche perché si accorge che viene quasi sempre trascinato dove non avrebbe dovuto e voluto arrivare. Sente il desiderio di essere libero. La sua volontà di uomo si sostituirà al potere della magia. Ma non gli è possibile tornare com'era prima del patto lo assale un senso di tragica solitudine. Gli passa davanti la visione della sua vita, vita di cui non si pente. Il suo progredire interiore e il suo non appagarsi mai non si è placato e Faust riconferma il superamento del patto con Mefistofele. Le forze misteriose e demoniache che agiscono sull'individuo e ne turbano l'armonia sono anche fonte di grandi azioni. Gli uomini che hanno vissuto sotto il dominio della cura sono stati ciechi tutta la loro vita. Faust che non l'ha conosciuta le si oppone. Sarà ora cieco, ma è cecità solamente esteriore. Faust ha saputo vincere la cura perché per reazione, dentro brilla una luce. E lo spirito raddoppia le sue energie e tende all'azione con impeto giovanile. Con un abbandono alla vita pieno di fiducia e gioioso. Accetta la vita come un inevitabile susseguirsi di bene e di male, nei loro fatali limiti imposti a ciò che si può desiderare e volere. Di fronte ad esse l'uomo, pur accettandole, è libero e non cessa mai di guardare lontano, di tendere, di salire, di progredire nell'alterna vicenda di tormento e felicità. Così la vittoria di Faust sulla cura non sta nel respingerla o nell'ignorarla, ma nell'accogliere entro di sé questa accettazione della realtà senza che, spenta la luce degli occhi, si spenga quella dell'anima.
Grande cortile antistante al palazzo: dopo che Faust si è staccato da lui, Mefistofele è divenuto solo sorvegliante. L'ultimo Streben del vegliardo, creare uno stato dove vi regni e lo governi una libera cooperazione di uomini liberi, lietamente operosi uno stato del XIX secolo à l'uomo del XVIII secolo (titanico, egocentrico, estetico) cede di fronte a questo nuovo uomo. Quest'ultimo Faust è più completo, più equilibrato e maturo nei suoi rapporti con gli altri uomini.
Mefistofele è sconfitto perché Faust si è salvato in virtù dello Streben , che annulla in lui l'errore e lo incita a non fermarsi mai. Mefistofele lo fa morire perché crede di aver vinto il patto. Ma ancora una volta dimostra di non aver compreso le ultime parole di Faust, che non esprimono, come lui crede, il desiderio di attaccarsi a qualcosa di terreno, ma nascono da una visione disinteressata e altruistica.
Sepoltura: Faust è morto. Il dissidio in lui (due anime nel suo petto) e quello simbolico (contrasto con Mefistofele) è finito. Il suo destino non è più entro i limiti della terra, ma oltre. Mefistofele non prende sul tragico la sconfitta. Si rassegna e deride la sua sciocchezza.
Gole montane: progressività del purificarsi e affinarsi, nel volo degli spiriti, un salire verso l'alto. Gli angeli che portano l'immortale Faust sono i più perfetti. La morte è il primo passo verso la spiritualità, che si compirà per gradi. Affinché l'ultimo resto della sua doppia natura cada e svanisca, è necessaria l'azione dell'amore divino e questo si manifesta per tramite di Margherita. Così si apre all'immortale di Faust la via alle sfere più alte. L'esperienza di Faust non si è compiuta, ma ne è cominciata una nuova, oltre i limiti della terra. Uno Streben purificato. Faust aveva raggiunto in terra il grado estremo del progredire, non poteva più andare oltre, la natura gli deve concedere un'altra forma di esistenza, una forma adatta a quell'implacabile Streben.
Si chiude con il Chorus Mysticus, che sembra dileguarsi verso regioni al di là della terra, dove l'uomo può elevarsi non con i suoi sensi ma solo con un volo dell'anima.

ottobre 15, 2009

Nasce Equalway

Un gruppo di giovani informatici con la passione per l'agricoltura biologica e i gruppi di acquisto solidale, un bando del ministero per le Politiche Giovanili riservato ai giovani fino a 35 anni, un premio da 35.000 euro: così è nato Equalway.org, il social network che mette in contatto, su base nazionale, piccoli produttori agricoli e allevatori e associazioni di acquirenti. Equalway, che è stato presentato a Roma alla Città dell'Altra Economia, permette di risparmiare fino al 30 per cento rispetto ai prezzi di mercato, assicurano i promotori dell'iniziativa. Il network aspira a far spiccare il volo ai gruppi di acquisto solidale, nati da alcuni anni e ancora in una fase piuttosto artigianale. Infatti i Gas al momento poggiano esclusivamente sulla propria organizzazione: spetta a ogni gruppo (al momento in Italia ce ne sono circa 600, ai quali fanno capo 75.000 persone) cercare i produttori più vicini e che offrano prodotti con le caratteristiche richieste (prodotti biologici, comunque senza conservanti-coloranti-pesticidi), contattarli, mettersi d'accordo per le quantità, il prezzo e le modalità di consegna. "Su Equalway.org abbiamo al momento 4000 produttori certificati con il biologico. La maggior parte hanno inserito solo pochi dati essenziali (in questo caso l'inserimento è gratuito), 150 hanno invece schede prodotto, fotografie, e chi intende comprare i loro prodotti può farlo direttamente sul sito, componendo il proprio carrello della spesa e calcolando il prezzo, che in genere varia a seconda delle quantità richieste", spiega Bruno Ventre, l'ideatore di Equalway.


"Il listino a quel punto arriva direttamente al produttore, e a quel punto c'è solo da mettersi d'accordo per le modalità di consegna e di pagamento. - prosegue Ventre - In questo caso il servizio che noi offriamo costa al produttore 12 euro al mese oppure 100 l'anno. Per il resto noi non facciamo da intermediari tra i gruppi d'acquisto e i produttori, offriamo solo lo strumento per incontrarsi". Naturalmente consultare Equalway.org può dare buone idee anche alle famiglie, ma l'acquisto diventa conveniente solo se lo si fa in gruppo, sia per gli acquirenti che per i produttori, che così possono contare sulla regolarità delle consegne e dei pagamenti. E d'altra parte il progetto nasce proprio da un gruppo d'acquisto solidale, fondato qualche anno fa dallo stesso Ventre: "Noi avevamo un Gas al Polo Tecnologico sulla Tiburtina, costituito tra amici e colleghi, prevalentemente tutti informatici. Avevamo anche creato un sito per la migliore gestione del gruppo. A quel punto è uscito il bando del ministero, al quale abbiamo partecipato, devo dire, con molto scetticismo. E invece ci hanno premiati, permettendoci di avviare questo progetto, che ha già avuto una eccellente risposta da parte dei produttori, speriamo che adesso ce l'abbia anche da parte dei gruppi di acquisto". I produttori sono distribuiti in tutto il territorio italiano, ma, spiega Ventre, c'è una prevalenza del Mezzogiorno: "Le regioni più attive sono Sicilia, Calabria, Puglia, Basilicata e Campania, forse perché al Nord ci sono già organizzazioni di questo tipo, e comunque buona parte della produzione viene assorbita dalle industrie di trasformazioni. Al Sud c'è invece una prevalenza di produttori più piccoli e meno organizzati". I produttori che scelgono di avere una propria pagina su Equalway.org possono anche raccontare la propria storia, spiegare ai possibili acquirenti come si svolge la loro giornata, come nascono le loro scelte, cosa c'è alla base. "Crediamo che in un periodo di crisi dei modelli economici tradizionali - conclude Ventre - per migliorarsi e migliorare il sistema sia assolutamente necessario puntare sulla conoscenza, sulla condivisione e sulla responsabilità personale".
© Rosario Amato repubblica.it

ottobre 13, 2009

La pittura contemplativa di Yuko Murata

I riferimenti di Murata alla sua cultura d’origine, storica e contemporanea, seguono percorsi diversi ma reciprocamente dipendenti. Troviamo nelle piccole dimensioni dei suoi quadri e nelle composizioni semplicissime tutto il gusto tipicamente giapponese per l’essenziale, il minuto e il particolare, spesso effimero e fuggevole. Un vero e proprio isolamento fisico dei soggetti, animali, fiori, o il paesaggio tout court, temi classici della pittura Sumi, tradizione che i giapponesi condividono col mondo cinese, ma con un approccio meno calligrafico e decorativo e più individuale e intimo, quindi con un linguaggio più astratto ed essenziale e che predilige gli spazi visivamente vuoti ma densi di significati altri. È una pittura contemplativa che segue regole ben precise come quella di dipingere con dedizione per esprimere i propri sentimenti e non come esercizio di bravura e, che quindi prescrive di non tornare mai su un segno già tracciato.
Senza dubbio la pittura di Murata è anche questo, è l’essenza e il simbolismo della natura ricercati attraverso una visione molto personale, priva di qualsivoglia intenzione mimetica o realistica, senza chiaroscuro e senza prospettiva, quantomeno non intesa alla maniera monofocale degli occidentali, bensì costruita con lentezza e parsimonia, senza spreco di linee e di dettagli, ma coi delicati e impalpabili toni delle impressioni interiori, che si riversano su sfondi compatti e immateriali, privi di profondità, evitando passaggi cromatici troppo netti e bruschi a favore dei mezzi toni e di un tenue quanto impercettibile trascorrere della cromia da un piano all’altro.In questo senso l’arte di Murata si avvicina anche alla tradizione fotografica giapponese, la quale sin dai suoi esordi, si contraddistingue per un approccio tutt’altro che mimetico e veritiero e dove la foto è usata strumentalmente per studiare nuovi soggetti, nuove pose e nuove tecniche di rappresentazione, a differenza dell’ Europa, dove il nuovo mezzo si afferma proprio grazie alla propria specificità documentaristica e mentre gli europei approfondivano il discorso in questi termini, i giapponesi si dilettavano con la pittura ad olio fotografica (shashin aburae) con manipolazioni del medium molto più spinte e disinvolte come l’asportazione dello strato di pellicola superiore dalla foto, la cui immagine veniva poi completata con colori ad olio.E Murata sembra avere negli occhi proprio questo tipo di approccio che lo porta ad inquadrare fotograficamente il soggetto pur senza passare dalla camera oscura e andando direttamente al pennello e alla tela, concentrandosi sull’impatto emotivo tutto affidato alla composizione e all’accostamento dei colori.
di Annalisa Pellino teknemedia.net

ottobre 12, 2009

Arsenio

I turbini sollevano la polvere
sui tetti, a mulinelli, e sugli spiazzi
deserti, ove i cavalli incappucciati
annusano la terra, fermi innanzi
ai vetri luccicanti degli alberghi.
Sul corso, in faccia al mare, tu discendi
in questo giorno
or piovorno ora acceso, in cui par scatti
a sconvolgerne l'ore
uguali, strette in trama, un ritornello
di castagnette.

E' il segno d'un'altra orbita: tu seguilo.
Discendi all'orizzonte che sovrasta
una tromba di piombo, alta sui gorghi,
più d'essi vagabonda: salso nembo
vorticante, soffiato dal ribelle
elemento alle nubi; fa che il passo
su la ghiaia ti scricchioli e t'inciampi
il viluppo dell'alghe: quell'istante
è forse, molto atteso, che ti scampi
dal finire il tuo viaggio, anello d'una
catena, immoto andare, oh troppo noto
delirio, Arsenio, d'immobilità...

Ascolta tra i palmizi il getto tremulo
dei violini, spento quando rotola
il tuono con un fremer di lamiera
percossa; la tempesta è dolce quando
sgorga bianca la stella di Canicola
nel cielo azzurro e lunge par la sera
ch'è prossima: se il fulmine la incide
dirama come un albero prezioso
entro la luce che s'arrosa: e il timpano
degli tzigani è il rombo silenzioso

Discendi in mezzo al buio che precipita
e muta il mezzogiorno in una notte
di globi accesi, dondolanti a riva, -
e fuori, dove un'ombra sola tiene
mare e cielo, dai gozzi sparsi palpita
l'acetilene -
finché goccia trepido
il cielo, fuma il suolo che t'abbevera,
tutto d'accanto ti sciaborda, sbattono
le tende molli, un fruscio immenso rade
la terra, giù s'afflosciano stridendo
le lanterne di carta sulle strade.

Così sperso tra i vimini e le stuoie
grondanti, giunco tu che le radici
con sé trascina, viscide, non mai
svelte, tremi di vita e ti protendi
a un vuoto risonante di lamenti
soffocati, la tesa ti ringhiotte
dell'onda antica che ti volge; e ancora
tutto che ti riprende, strada portico
mura specchi ti figge in una sola
ghiacciata moltitudine di morti,
e se un gesto ti sfiora, una parola
ti cade accanto, quello è forse, Arsenio,
nell'ora che si scioglie, il cenno d'una
vita strozzata per te sorta, e il vento
la porta con la cenere degli astri.

Eugenio Montale

ottobre 08, 2009

Antonio Tabucchi: Il tempo invecchia in fretta.

“Gli uomini non possono scegliere il luogo in cui nascere, ma quello in cui vivere e morire sì. Personalmente, non ho alcuna voglia di vivere in un Paese che autorizza le ronde, considera l’immigrazione un crimine e potrebbe un giorno obbligarmi all’alimentazione forzata”.
Negli ultimi tempi Antonio Tabucchi vive sempre più spesso lontano dall’Italia, preferendo “all’imbarbarimento della penisola” le atmosfere più civili e pacate della Francia e del Portogallo, due paesi legati a quella grande cultura europea cui è da sempre molto vicino.. Lo spiega, non senza amarezza, accogliendoci nella sua bella casa nel centro di Lisbona, dove, tra libri e quadri dei suoi amici pittori (compreso un ritratto dell’amatissimo Pessoa), ci parla del suo nuovo libro Il tempo invecchia in fretta (Feltrinelli, pp.173, 15 euro), che arriva nelle nostre librerie a cinque anni di distanza da Tristano muore. Sono nove intensi racconti in cui lo scrittore s’interroga sul tempo, la memoria e la storia – scegliendo spesso personaggi dell’ex Europa comunista – per cercare di sondare il malessere contemporaneo e il nostro smarrimento di fronte a un mondo in rapida trasformazione. Sono storie che esprimono una condizione d’incertezza in cui si riconosce anche l’autore di Sostiene Pereira, che dalla capitale portoghese guarda preoccupato all’involuzione della società italiana, oscillando tra indignazione civile e compassato distacco. “A Pisa ho ancora una casa con tutti i miei libri, ma ormai sono in pensione, figli e nipoti vivono all’estero, quindi non ho più molti motivi per tornare in un Paese che ormai stento a riconoscere”, spiega lo scrittore, a cui il presidente del senato Renato Schifosi ha chiesto oltre un milione di euro di risarcimento per un articolo pubblicato sull’Unità. “Oggi in Italia si denunciano le minacce che pesano sulla libertà di stampa. In realtà, in gran parte quella libertà l’abbiamo già persa. E la responsabilità di tale situazione è anche di chi in tutti questi anni ha consentito a Berlusconi di fare tutto quello che ha fatto”.
Uno dei suoi personaggi dice: “Ti ricordi com’era bella l’Italia?”. È la nostalgia per un Paese che non c’è più?
L’Italia c’è ancora, come pure i suoi monumenti, le sue bellezze, i suoi paesaggi. Molta gente però non la rispetta e la deturpa. Non sono nostalgico in senso pasoliniano, ma non posso tacere il degrado e il cambiamento antropologo in atto. Il Paese si è involgarito a tutti i livelli. Anche la lingua si è involgarita e impoverita, per via di tutte le beceraggini dette di continuo in televisione. Ci vorrà molto tempo per riemergere da questo degrado e ritrovare quella bellezza naturale che in passato era parte integrante del nostro patrimonio.
Perché il libro si chiama Il tempo invecchia in fretta?
La nostra relazione con il tempo ha subito negli ultimi anni un cambiamento radicale. Tempo fa, su un canale satellitare, ho visto la lapidazione di una donna in un Paese fondamentalista . Era il medioevo che all’improvviso irrompeva nella mia tranquilla modernità. Di situazioni del genere ne viviamo in continuazione. La globalizzazione tecnologica ci catapulta in tempi lontanissimi dal nostro, sovrapponendo modalità temporali molto diverse. I ritmi rapidissimi e frammentati delle nuove tecnologie turbano profondamente il tempo soggettivo della coscienza e la percezione della durata. Il mito dell’istantaneità figlio delle temporalità virtuali spinge gli uomini a vivere nell’illusione di un’eterna giovinezza, immemori della loro dimensione mortale.
La nostra percezione del tempo diventa più complicata?
È sempre stato difficile pensare il tempo, mai quanto oggi. Temporalità parziali e frammentarie si sovrappongono e si alterano a vicenda. Anche il tempo della memoria storica ce, una volta era uno zoccolo condiviso, oggi è rimesso in discussione dal revisionismo improvvisato di tanti pseudostorici.
Pensando a queste cose, sono nati questi racconti incentrati sulla nostra incerta e confusa condizione temporale. Mi piacerebbe che. Come in un quadro di Arcimboldo, la loro somma riuscisse a comporre un’immagine unitaria.
Come mai molti personaggi vengono dall’Europa dell’est?
L’Europa che stava dall’altra parte della cortina di ferro era un occidente come il nostro, solo che era un Occidente congelato, tenuto in castigo. A Praga e a Budapest utilizzavano le nostre stesse categorie culturali, ma vivevano secondo un altro calendario. Quando il muro è crollato, questi due mondi si sono ritrovati, non senza difficoltà e contrasti. Io ho provato a chiedermi che cosa significasse per noi quel pezzo di Occidente che – con la sua storia, i suoi drammi e le sue contraddizioni – all’improvviso si gettava nel nostro mondo. Come pure mi sono interrogato su ciò che noi rappresentavamo per loro. Mi sono chiesto se ci fossero stati degli equivoci nella nostra percezione reciproca. Non a caso, i racconti evocano situazioni strane e contraddittorie dove, ad esempio, c’è persino chi può avere nostalgia di tempi feroci.
Come è possibile?
È il risultato dello smarrimento prodotto dalla fine delle barriere e delle divisioni. Uno dei miei personaggi ha nostalgia del muro di Berlino, perché quel muro gli organizzava la vita e il mondo. Era un punto di riferimento cardinale della sua esistenza che oggi gli manca. Forse la nostalgia è un contenitore vuoti che ciascuno di noi finisce per riempire in un modo o nell’altro. Qualche volta anche con il peggio, se non abbiamo niente di meglio cui aggrapparci. Può capitare allora che un ebreo che ha conosciuto il fascismo rumeno e poi il comunismo di Ceausescu, quando finalmente riesce ad emigrare in Israele, finisca per avere nostalgia del suo Paese d’origine, un luogo dove ha passato gli anni peggiori della sua vita. Sono situazioni paradossali che forse solo la letteratura riesce ad indagare.
La caduta del muro di Berlino ha anche rappresentato la fine di un mondo di illusioni…
Certamente. E naturalmente la fine del totalitarismo è una lezione straordinaria, ma bisogna stare attenti a non usarla per rimettere in discussione certe conquiste e certe libertà. Oggi viviamo una situazione di confusione e di crisi degli ideali. L’illusione legata al comunismo si è spenta, ma al contempo siamo costretti a prendere atto degli effetti nefasti di un’altra illusione, quella legata al capitalismo. L’Europa riunificata dei mercati e del denaro, dobbiamo rivalutare il suo grande patrimonio, quello dell’umanesimo, anche perché la cultura può aiutarci a combattere i localismi e le intolleranze.
Lei scrive che i personaggi sono spesso portatori di storie più grandi di loro. Perché?
Il personaggio è solo l’agente di una storia. È colui che il destino ha incaricato di vivere uan determinata vicenda e di portarla nel mondo. Ecco perché, se Omero avesse incontrato Ulisse, gli sarebbe sembrato un uomo banale, molto meno importante della sua avventura. Non a caso, noi oggi sappiamo che l’importante non era Itaca, ma il viaggio. Il destino di Ulisse era quello di compierlo. Anche i miei personaggi, aldilà delle loro vicende personali, valgono per i destini che incarnano, molto spesso a cavallo tra più culture e più mondi. Il che naturalmente produce incertezze, nostalgie e contraddizioni.
Sono storie traumatiche che lo scrittore ha il compito di raccontare, in modo che non siano inghiottite dall’oblio. Se nessuno le raccontasse, sarebbe come se non fossero mai esistite.
Nonostante tutto, i suoi personaggi provano comunque a dialogare. È un modo per riconciliarsi col tempo?
Certo. La diffidenza e la mancanza di comunicazione tra le generazioni è un problema sempre più grave e uno degli aspetti del processo di disumanizzazione che stiamo vivendo. La frattura generazionale è un muro interno che divide la società. Quello che provano a fare i miei personaggi è ciò che dovremmo fare tutti: ricominciare a dialogare e a parlare, riannodando così il filo della memoria e delle storie che abbiamo vissuto.
di Fabio Gambaro

ottobre 07, 2009

La scoperta del pianeta con tre gas alla base della vita.

Adesso sappiamo che Galileo individuò anche il pianeta Nettuno, anticipando di 233 anni la scoperta “ufficiale” del francese Urbain Le Verrier. Lo sostiene il fisico australiano David Jamieson: dopo aver analizzato i taccuini del grande scienziato pisano, duce infatti che nel 1613 Galileo vide una stellina muoversi fra le altre nel campo del suo cannocchiale, intuì che si trattava di un pianeta, ma non divulgo mai la cosa. Forse l’idea che ci fossero altri pianeti oltre ai cinque conosciuti dall’umanità era troppo sconvolgente persino per lui. Chissà cosa direbbe oggi del fatto che si stanno sondando le centinaia di pianeti individuati intorno ad altre stelle per scoprire se ce ne sono che ospitano vita e forse civiltà.
E che, tra gli studiosi più attivi in questo settore c’è un’italiana, Giovanna Tinetti, classe 1972, astrobiologia torinese, che lavora all’University College di Londra. La Tinetti è riuscita, con colleghi americani, a individuare per la prima volta acqua, metano e anidride carbonica, cioè tre sostante coinvolte nei processi viventi, nell’atmosfera di un pianeta distante da noi 61 mila miliardi di chilometri.
Cercare la vita nell’Universo è forse il più affascinante campo dell’astronomia, ma è insolito per il nostro Paese. Infatti, finora, Tinetti ha lavorato all’estero.
Impossibile in Italia?
Cercare la vita nello spazio, unendo competenze di fisica, chimica e biologia, nel nostro Paese era visto quasi come fantascienza. Così, nel 2001 andai al Jet Propulsion Laboratori, in California. E da lì, nel 2006, mi sono trasferita a Parigi e infine a Londra.
Con le sue ricerche fa viaggi ben più lunghi. Come ha fatto ad analizzare l’atmosfera di un pianeta tanto Lontano?
Pianeti così distanti non possono essere visti direttamente, ma con tecniche che misurano i movimenti o la luminosità della stessa intorno a cui orbitano. Per individuare i fas atmosferici del pianeta HD18977b, a 63 anni luce da noi, abbiamo ottenuto lo spettro luminoso della luce proveniente dalla sua stella quando il pianeta era acconto a lei, e un altro quando era nascosto dietro di essa. La differenza fra i due era lo spettro della luce riflessa dal pianeta, in cui abbiamo individuato si segni tipici di acqua, metano e anidride carbonica.
Quei tre gas sulla Terra sono legati alla vita, quindi c’è vita su HD 189733b?
Quel pianeta ruota così vicino alla sua stella da avere una temperatura di oltre mille gradi, quindi quei tre gas hanno di certo un’origine inorganica. In un pianeta con le dimensioni e le temperature della Terra, la scoperta di quei tre gas sarebbe invece sicuramente un indizio della presenza di vita. Che potrebbe poi essere confermata da altri gas, come l’ossigeno, prodotto da organismi simili a piante terrestri.
Ci sono pianeti simili al nostro intorno ad altre stelle?
Non lo sappiamo ancora. Gli strumenti che abbiamo a disposizione riescono a trovare solo pianeti piuttosto grandi e molto vicini alle loro stelle. Ma la sonda americana Keplero individuerà nei prossimi mesi migliaia di nuovi pianeti extrasolari, e fra questi ce ne saranno probabilmente alcuni simili alla Terra.
Dall’analisi dell’atmosfera si può capire se esistono civiltà simile alla nostra?
Un pianeta con una civiltà simile alla nostra dovrebbe produrre gas artificiali visibili nello spettro, come i Cfc dei frigoriferi per intenderci, che sarebbero però presenti solo in tracce nell’atmosfera del pianeta. Ma se la civiltà, invece, non inquinasse la sua aria, perché troppo arretrata o, al contrario, avanzata, la spettroscopia non potrebbe scoprirla. Si potrebbe tentare ci captarne eventuali segnali radio. Ma io ci credo poco…
Ancora lontano, dunque, l’incontro con ET?
Penso che indizi sicuri di vita al di fuori della Terra li avremo entro il 2020-2030. Per quanto riguarda civiltà simili alla nostra, invece, ritengo sarà difficile scoprirne entro questa generazione. Ma poi siamo sicuri di volerli incontrare? Non è detto che siano amichevoli…
Come lavora oggi un astronomo? Passando le notti all’oculare dei telescopi come Galileo?
Certe volte i telescopi neanche li vediamo, come quelli spaziali tipo Hubble per esempio: chiediamo agli operatori di riprendere la zona di cielo che ci interessa e di inviarci i dati via internet. Altre volte andiamo sul posto a dirigere le osservazioni, dalle Hawai alle Ande.
Lo scopo?
Più si studiano i sistemi planetari, più si capisce come sia difficile far nascere e mantenere la vita, e quindi che luogo straordinario sia la Terra.

di Alex Saragosa

ottobre 06, 2009

Articolo 34 della costituzione: La scuola è aperta a tutti.

Costituzione italiana art.34: I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

Malascuola
All'inizio i bambini si divertivano. Uscire dalla propria classe con il canottino a remi del mare, per essere traghettati fuori dall'aula allagata e piena di fango, era un fuori programma talmente inconsueto da essere emozionante. E ci vuole poco a far ridere un gruppo di ragazzini che si ritrova a navigare tra i banchi su una scialuppa di salvataggio. Adesso però quando piove e la classe si riempie di melma, i bambini non scherzano più: hanno paura, l'umido fa venire bronchiti, raffreddori e polmoniti. Avviene in Italia, a Palermo, all'istituto materno ed elementare Santo Canale del quartiere Partanna. Qui da alcuni giorni maestri e genitori hanno bloccato l'ingresso della scuola con picchetti e catene. "Non possiamo rischiare la pelle dei bambini ogni volta che piove - dice la dirigente scolastica - gli allagamenti sono continui, l'acqua raggiunge anche gli 80 centimetri e più volte i genitori sono stati costretti a portare fuori i loro figli con i canotti gonfiabili...".
Tre settimane di scuola, e la scuola italiana è sempre più "Malascuola". Sono bastati venti giorni per rendere evidente il disastro provocato dai tagli decisi dalla riforma Gelmini. Da Nord a Sud si fa lezione in aule con oltre 40 studenti, mancano sedie e banchi, ieri un controsoffitto è crollato sulla testa di un gruppo di adolescenti a Bagnoli (e una ragazza è rimasta ferita), mancano saponi, detersivi, i sanitari sono rotti e le tubature perdono, e ovunque è emergenza per la sicurezza, perché i bidelli non ci sono più e non sempre professori e maestri riescono a controllare porte e corridoi. La situazione è talmente seria che nemmeno i contributi dei genitori bastano più a colmare le lacune, nonostante a Parma come a Roma famiglie e docenti abbiano imbiancato a loro spese classi e mense diventate impresentabili. E questo a fronte di una domanda di istruzione che cresce, aumenta. Con il paradosso che se gli studenti di quest'anno scolastico sono 7.805.947, contro i 7.768.506 del 2008/2009, il numero delle classi è invece diminuito, passando da 373.827 alle attuali 370.000. Dunque dopo lunghi periodi di "saldo negativo" le scuole tornano a riempirsi, ma l'offerta diminuisce, e il risultato è quanto scrive un giovane dell'Istituto tecnico industriale Ciampini di Novi Ligure: «Sono arrivato in una classe di 41 alunni in cui è quasi impossibile scrivere e a volte anche respirare. Una situazione indecente, è impossibile fare lezione così».
Racconta invece Alessandra Martinelli, 13 anni, terza media in un istituto del quartiere Bufalotta di Roma, con il tono scherzoso di chi certo non teme né caos né imprevisti: «La cosa più assurda è che almeno una volta al giorno, se manca un prof, dobbiamo "migrare" in un'altra classe, con l'obbligo tassativo di portarci la sedia. E dobbiamo stare bene attenti a non perderla di vista, la sedia, perché non ce ne sono per tutti e il rischio è quello di stare seduti sui banchi o sul davanzale. Dall'inizio della scuola è già accaduto sei volte, la scuola non chiama più i supplenti. Nei corridoi? C'è un casino pazzesco. Mica è colpa nostra se le sedie fanno rumore». Cronache da una "Malascuola", titolo di un fortunato e sconsolato libro di Claudio Cremaschi, ex dirigente scolastico in pensione, in cui si dimostra come riforma dopo riforma la scuola peggiora di anno in anno, e il livello di formazione dei ragazzi del terzo millennio è ormai precipitato ai più bassi livelli in Europa. Storie che da oggi sarà possibile inviare a Repubblica.it. Perché tutto questo, il degrado degli ambienti e l´impoverimento del corpo insegnante, avrà, anzi ha, una drammatica ripercussione sul futuro degli studenti. Infatti studiare su un banco rotto, in un'aula fredda e con le chiazze di muffa influisce su tutto, sulla psiche come sul corpo, sull'apprendimento come sull'educazione. Lo spiega con chiarezza Anna Oliverio Ferraris, docente di Psicologia dello sviluppo all'università La Sapienza di Roma. «Gli allievi, soprattutto se piccoli, si aspettano che la scuola sia un luogo accogliente, dove gli adulti hanno un progetto ben preciso, che magari pretende da loro attenzione e serietà, ma in cambio restituisce buoni servizi. I ragazzi, di tutte le età, hanno bisogno di un ambiente strutturato, la disorganizzazione li fa confondere, se la scuola cade a pezzi il messaggio che viene recepito è che la scuola non vale niente. Perché rispettare allora un muro già rotto, o un banco spaccato, o un bagno dove non trovi nemmeno la carta igienica?». «L'ambiente fisico influisce, e tanto, sulla motivazione allo studio. Ho visitato molte scuole - continua Anna Oliverio Ferraris - e devo dire che quando entri in strutture nuove, pulite, con le palestre, gli armadietti, i laboratori, il clima è diverso. Il clima, questa cosa impalpabile, è ciò che fa la differenza. Non a caso gli studenti della Finlandia, che ha le scuole più organizzate del mondo, sono in cima alle classifiche di rendimento. No, il quadro è desolante. Come si può pensare che bambini e ragazzi per studiare debbano passare ore e ore in ambienti insalubri e degradati?». Non solo. La "Malascuola" espelle i più deboli, i meno fortunati, chi l´istruzione deve sudarsela, magari di notte. Come a Napoli, dove i tagli del ministro Gelmini hanno portato alla chiusura dell'unico liceo serale della Campania, il Margherita di Savoia. Porte sbarrate e corsi vietati per oltre 100 studenti-lavoratori, già iscritti e pronti a riprendere le lezioni. Poi ci sono i "diversamente abili", bimbi e ragazzi con handicap, più gravi o più lievi, per cui tutto è delicato, sottile. Dietro di loro gli sforzi eroici di insegnanti e famiglie, pronti a cogliere un piccolo miglioramento, un sorriso di gioia insieme ai compagni, un progresso nello studio. Ma la falce è arrivata anche qui, senza pietà. E la storia di Rosaria, 44 anni, insegnante di sostegno precaria in una scuola elementare, ne è l'emblema. Triste. «Per quattro anni mi sono occupata di due bambini disabili. Giulio, con un gravissimo handicap, che ogni mattina i genitori portavano in classe, con la sua sedia a rotelle. Quando gli altri bambini lo andavano a salutare Giulio gli stringeva la mano e accennava un sorriso. Poco forse, ma per noi moltissimo. Vuol dire che Giulio sentiva, percepiva. L´altro bimbo era Alfredo, ha una tetraparesi spastica, ma la sua mente è lucida, intatta. Per quattro anni - racconta Rosanna, commossa - insieme alla maestra lo abbiamo aiutato a studiare, a comunicare con il computer. È arrivato in quarta elementare quasi al livello dei suoi compagni, con me aveva un rapporto strettissimo. Ma quest'anno io ho perso il posto, al momento non è stata assegnata alcuna insegnante di sostegno. Alfredo non vuole più andare a scuola, piange e mi cerca... La mamma mi ha chiesto se posso continuare a seguirlo privatamente, altrimenti tutti gli sforzi andranno perduti. Ho detto di sì, ma come faccio a farli pagare? Non me la sento, non è giusto. Perché dobbiamo privare Alfredo di un futuro?».
di Maria Novella De Luca