______________________________________________

Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

ottobre 08, 2009

Antonio Tabucchi: Il tempo invecchia in fretta.

“Gli uomini non possono scegliere il luogo in cui nascere, ma quello in cui vivere e morire sì. Personalmente, non ho alcuna voglia di vivere in un Paese che autorizza le ronde, considera l’immigrazione un crimine e potrebbe un giorno obbligarmi all’alimentazione forzata”.
Negli ultimi tempi Antonio Tabucchi vive sempre più spesso lontano dall’Italia, preferendo “all’imbarbarimento della penisola” le atmosfere più civili e pacate della Francia e del Portogallo, due paesi legati a quella grande cultura europea cui è da sempre molto vicino.. Lo spiega, non senza amarezza, accogliendoci nella sua bella casa nel centro di Lisbona, dove, tra libri e quadri dei suoi amici pittori (compreso un ritratto dell’amatissimo Pessoa), ci parla del suo nuovo libro Il tempo invecchia in fretta (Feltrinelli, pp.173, 15 euro), che arriva nelle nostre librerie a cinque anni di distanza da Tristano muore. Sono nove intensi racconti in cui lo scrittore s’interroga sul tempo, la memoria e la storia – scegliendo spesso personaggi dell’ex Europa comunista – per cercare di sondare il malessere contemporaneo e il nostro smarrimento di fronte a un mondo in rapida trasformazione. Sono storie che esprimono una condizione d’incertezza in cui si riconosce anche l’autore di Sostiene Pereira, che dalla capitale portoghese guarda preoccupato all’involuzione della società italiana, oscillando tra indignazione civile e compassato distacco. “A Pisa ho ancora una casa con tutti i miei libri, ma ormai sono in pensione, figli e nipoti vivono all’estero, quindi non ho più molti motivi per tornare in un Paese che ormai stento a riconoscere”, spiega lo scrittore, a cui il presidente del senato Renato Schifosi ha chiesto oltre un milione di euro di risarcimento per un articolo pubblicato sull’Unità. “Oggi in Italia si denunciano le minacce che pesano sulla libertà di stampa. In realtà, in gran parte quella libertà l’abbiamo già persa. E la responsabilità di tale situazione è anche di chi in tutti questi anni ha consentito a Berlusconi di fare tutto quello che ha fatto”.
Uno dei suoi personaggi dice: “Ti ricordi com’era bella l’Italia?”. È la nostalgia per un Paese che non c’è più?
L’Italia c’è ancora, come pure i suoi monumenti, le sue bellezze, i suoi paesaggi. Molta gente però non la rispetta e la deturpa. Non sono nostalgico in senso pasoliniano, ma non posso tacere il degrado e il cambiamento antropologo in atto. Il Paese si è involgarito a tutti i livelli. Anche la lingua si è involgarita e impoverita, per via di tutte le beceraggini dette di continuo in televisione. Ci vorrà molto tempo per riemergere da questo degrado e ritrovare quella bellezza naturale che in passato era parte integrante del nostro patrimonio.
Perché il libro si chiama Il tempo invecchia in fretta?
La nostra relazione con il tempo ha subito negli ultimi anni un cambiamento radicale. Tempo fa, su un canale satellitare, ho visto la lapidazione di una donna in un Paese fondamentalista . Era il medioevo che all’improvviso irrompeva nella mia tranquilla modernità. Di situazioni del genere ne viviamo in continuazione. La globalizzazione tecnologica ci catapulta in tempi lontanissimi dal nostro, sovrapponendo modalità temporali molto diverse. I ritmi rapidissimi e frammentati delle nuove tecnologie turbano profondamente il tempo soggettivo della coscienza e la percezione della durata. Il mito dell’istantaneità figlio delle temporalità virtuali spinge gli uomini a vivere nell’illusione di un’eterna giovinezza, immemori della loro dimensione mortale.
La nostra percezione del tempo diventa più complicata?
È sempre stato difficile pensare il tempo, mai quanto oggi. Temporalità parziali e frammentarie si sovrappongono e si alterano a vicenda. Anche il tempo della memoria storica ce, una volta era uno zoccolo condiviso, oggi è rimesso in discussione dal revisionismo improvvisato di tanti pseudostorici.
Pensando a queste cose, sono nati questi racconti incentrati sulla nostra incerta e confusa condizione temporale. Mi piacerebbe che. Come in un quadro di Arcimboldo, la loro somma riuscisse a comporre un’immagine unitaria.
Come mai molti personaggi vengono dall’Europa dell’est?
L’Europa che stava dall’altra parte della cortina di ferro era un occidente come il nostro, solo che era un Occidente congelato, tenuto in castigo. A Praga e a Budapest utilizzavano le nostre stesse categorie culturali, ma vivevano secondo un altro calendario. Quando il muro è crollato, questi due mondi si sono ritrovati, non senza difficoltà e contrasti. Io ho provato a chiedermi che cosa significasse per noi quel pezzo di Occidente che – con la sua storia, i suoi drammi e le sue contraddizioni – all’improvviso si gettava nel nostro mondo. Come pure mi sono interrogato su ciò che noi rappresentavamo per loro. Mi sono chiesto se ci fossero stati degli equivoci nella nostra percezione reciproca. Non a caso, i racconti evocano situazioni strane e contraddittorie dove, ad esempio, c’è persino chi può avere nostalgia di tempi feroci.
Come è possibile?
È il risultato dello smarrimento prodotto dalla fine delle barriere e delle divisioni. Uno dei miei personaggi ha nostalgia del muro di Berlino, perché quel muro gli organizzava la vita e il mondo. Era un punto di riferimento cardinale della sua esistenza che oggi gli manca. Forse la nostalgia è un contenitore vuoti che ciascuno di noi finisce per riempire in un modo o nell’altro. Qualche volta anche con il peggio, se non abbiamo niente di meglio cui aggrapparci. Può capitare allora che un ebreo che ha conosciuto il fascismo rumeno e poi il comunismo di Ceausescu, quando finalmente riesce ad emigrare in Israele, finisca per avere nostalgia del suo Paese d’origine, un luogo dove ha passato gli anni peggiori della sua vita. Sono situazioni paradossali che forse solo la letteratura riesce ad indagare.
La caduta del muro di Berlino ha anche rappresentato la fine di un mondo di illusioni…
Certamente. E naturalmente la fine del totalitarismo è una lezione straordinaria, ma bisogna stare attenti a non usarla per rimettere in discussione certe conquiste e certe libertà. Oggi viviamo una situazione di confusione e di crisi degli ideali. L’illusione legata al comunismo si è spenta, ma al contempo siamo costretti a prendere atto degli effetti nefasti di un’altra illusione, quella legata al capitalismo. L’Europa riunificata dei mercati e del denaro, dobbiamo rivalutare il suo grande patrimonio, quello dell’umanesimo, anche perché la cultura può aiutarci a combattere i localismi e le intolleranze.
Lei scrive che i personaggi sono spesso portatori di storie più grandi di loro. Perché?
Il personaggio è solo l’agente di una storia. È colui che il destino ha incaricato di vivere uan determinata vicenda e di portarla nel mondo. Ecco perché, se Omero avesse incontrato Ulisse, gli sarebbe sembrato un uomo banale, molto meno importante della sua avventura. Non a caso, noi oggi sappiamo che l’importante non era Itaca, ma il viaggio. Il destino di Ulisse era quello di compierlo. Anche i miei personaggi, aldilà delle loro vicende personali, valgono per i destini che incarnano, molto spesso a cavallo tra più culture e più mondi. Il che naturalmente produce incertezze, nostalgie e contraddizioni.
Sono storie traumatiche che lo scrittore ha il compito di raccontare, in modo che non siano inghiottite dall’oblio. Se nessuno le raccontasse, sarebbe come se non fossero mai esistite.
Nonostante tutto, i suoi personaggi provano comunque a dialogare. È un modo per riconciliarsi col tempo?
Certo. La diffidenza e la mancanza di comunicazione tra le generazioni è un problema sempre più grave e uno degli aspetti del processo di disumanizzazione che stiamo vivendo. La frattura generazionale è un muro interno che divide la società. Quello che provano a fare i miei personaggi è ciò che dovremmo fare tutti: ricominciare a dialogare e a parlare, riannodando così il filo della memoria e delle storie che abbiamo vissuto.
di Fabio Gambaro

Nessun commento: