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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

ottobre 23, 2009

L'idea estetica di Schopenhauer

Punto di arrivo della contemplazione è la condizione di libertà teoretica estetica, la visione dell‟idea platonica (intesa dunque come visione nella valenza etimologica greca), raggiungibile attraverso il superamento del mondo del desiderio, del dolore e dell‟infelicità con lo scopo principale di giungere nell‟istante a-temporale dell‟immersione nella più alta gioia che solo l‟apprensione eidetica sovrarelazionale della bellezza ideale può offrire. Soggetto e oggetto non si distinguono più l‟un l‟altro, ci dice Schopenhauer, tant‟è forte la capacità intellettiva unita alla fantasia creativa del genio artistico.
Attraverso la materia finita particolare, plasmata dalla demiurgica mano dell‟artista, l‟idea stessa si incarna nella singola opera d‟arte, che può acquisire le sembianze di una costruzione architettonica, di un giardino, di una fontana, di una pittura, di una scultura fino a giungere alla poesia, che de-concettualizza il linguaggio astratto razionale fornendo una composizione concretamente ideale forte della sua componente intellettuale. La poesia è analoga, nella sua sostanzialità, al precipitato prodotto dalla reazione chimica cioè tramuta il concetto linguistico razionale, che nella sua forma è formulabile come unitas post rem nell'apriorica unitas ante rem dell‟idea. Con la poesia, il linguaggio acquisisce la visione eidetica e nella musicalità del verso si fa portatatore di un messaggio universale, privo di ogni traccia del principio di ragione e quindi della Volontà tanto che il poeta è «un uomo universale» nella sua capacità di illustrare nella totalità l‟intero mondo delle Idee.
Il mondo delle idee è così ontologicamente denso che Schopenhauer giunge coraggiosamente ad affermare che il genio artistico «può esprimere con purezza ciò che la natura non fa che balbettare» e, una volta completata l‟opera, porla di fronte alla meschina natura ed esclamare orgogliosamente: «Ecco quello che tu [natura] volevi dire». E ancor più apertamente nel secondo volume dei Parerga e Paralipomena (1851), il paragrafo 215 presenta un‟analogia ancora più illuminante al riguardo, dove il lavoro costituente l‟opera d‟arte da parte del genio è visto da Schopenhauer come un concepimento: il soggetto conoscente puro dell‟artista, nel momento della visione dell‟oggetto ideale rimane "fecondato" dalla maschile forza generante dell‟idea, che una volta superato il principio di ragione immette nell‟intelletto puro «un pensiero pieno di vita, penetrante e originale», germe della futura opera d‟arte, frutto dell‟amore tra il genio artistico e la bellezza dell‟idea. L‟analisi estetica del mondo delle idee di Schopenhaeur non si ferma nel dimostrare la forza ontologica delle differenti idee, incarnatesi nelle molteplici forme d‟arte, ma persegue un intento ben preciso che pone in evidente risalto la finalità ultima dell‟autore, perlomeno in campo estetico. La scala gerarchica che prende forma sistematica nel terzo libro de Il Mondo punta gradualmente a mostrare come l‟organizzazione che sottende la presentazione delle singole espressioni artistiche tenda a raggiungere quei livelli artistici che, non solo interrompano la „mediatezza‟ del principio di ragione presentando l‟oggettità „immediata‟ della Volontà, ma addirittura eliminino ogni singolare oggettità presentando la Volontà stessa nella sua inerenza cosmologica e ontologica. La forma ideale più elevata e universalizzante dell‟oggettità è la poesia, mentre la Volontà stessa nella sua indipendenza dal mondo come rappresentazione è la musica.
Analizzando attentamente lo svolgimento del Terzo Libro de Il mondo come volontà e rappresentazione si nota come la forma superiore di poesia sia la tragedia poiché essa ha la massima forza oggettiva nel mostrare l‟idea complessiva della triste esistenza umana: «Nella tragedia ci viene presentato il lato terribile della vita, lo strazio dell‟umanità, il dominio del caso e dell‟errore, la caduta del giusto, il trionfo del malvagio. […] Nel momento della catastrofe tragica sorge in noi, più chiara che mai, la persuasione, che la vita sia un grave sogno, dal quale dobbiamo destarci»14. La tragedia è quindi la massima espressione del Sublime nell‟arte. Paragonando questa visione a quella schilleriana, sebbene i due autori segnalino come la tragedia sia espressione massima della caducità umana, Schiller pone l‟accento sulla dolorosa convivenza nell‟uomo della natura sensibile con quella razionale, che sfoga tutto il suo dolore nelle tremende vicende tragiche15 mentre Schopenhauer elegge il dramma tragico a monito per l‟umanità. Attraverso esempi di crudeltà inaudita, lo spettatore non deve essere richiamato dalla forza razionale, che in realtà tende così un ulteriore tranello all‟autentica libertà umana, ma deve ricevere sufficiente forza intellettuale per oggettivare adeguatamente il dolore dell‟intera esistenza terrena e raggiungere l‟autentica libertà teoretica.
E‟ proprio con l‟esposizione della tragedia, come visione pura dell‟idea complessiva dell‟esistenza umana, che la presentazione schopenhaueriana delle belle arti, snodatasi lungo una precisa rassegna, giunge a compiersi per lasciare spazio alla conclusione dell‟analisi estetica completamente dedicata alla musica, «totalmente isolata dalle altre sorelle»16 poiché in essa non è più riscontrabile una copia di una qualche idea oggettivatasi nel mondo come rappresentazione, bensì «un‟intima correlazione con l‟essenza suprema del mondo», ossia la Volontà.

di Andrea Camparsi

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