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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

ottobre 28, 2009

Lo schermo velato di Vito Russo

Dal momento che questo libro di Vito Russo è diventato in breve tempo un best-seller e di conseguenza una sorta di Bibbia del cinema gay (usato come tale: le sue opinioni si citano come versetti...), è opportuno circoscriverne anzitutto il soggetto: non è una storia dell'omosessualità nel cinema, ma delle modalità di rappresentazione dei personaggi gay/lesbici/trans nel cinema hollywoodiano (con qualche episodica apertura di sguardo su altre realtà, specie il cinema inglese).
Ed è un libro militante, come lo era il suo autore. Due aspetti che lo distanziano nettamente dal precedente e pionieristico volume di Parker Tyler, Homosexuality in the Movies.
Ciò premesso, è doveroso riconoscere al lavoro di Russo i suoi meriti. Si tratta di un testo a suo modo fondamentale (oltretutto è uno dei pochissimi libri sull'argomento disponibili in italiano) e ha avuto una grande importanza storica. Chiunque si interessi di cinema e omosessualità non può non leggerlo. E la sua tesi di fondo regge benissimo, anche se non necessariamente per merito di Russo. Voglio dire che scrivere un testo per dimostrare che Hollywood era omofoba è un po' come scrivere un testo per dimostrare che la maggior parte dei film di Hollywood ha un lieto fine. È insomma decisamente ovvio, quasi tautologico. La differenza però dovrebbe essere evidente, ed è enorme: il lieto fine non è oggetto di condanna sociale. Quindi questo libro è importante, andava scritto, dobbiamo tenercelo caro. Ed è tutto sommato un peccato che dalla seconda edizione dello Schermo velato sia stata eliminata la lista di necrologi che ne riassumeva perfettamente lo spirito.
Ma allo stesso tempo il lettore odierno deve anche essere consapevole dei limiti di questa ricerca, che è oggi bene saper contestualizzare. Vito Russo scrive da militante, è il suo pregio e insieme il suo limite. Russo fu un militante di primo livello, ma non guarda in faccia a nulla e a nessuno per arrivare dritto al suo scopo. La sua analisi è prettamente contenutistica: ciò che gli interessa è semplicemente come i personaggi gay, lesbici, trans vengono rappresentati, ciò che fanno, ciò che viene fatto loro dire e, non ultimo, la fine loro riservata. Se il quadro complessivo è attendibile, l'analisi dei singoli film (al di là di errori, imprecisioni e sviste comprensibili in un lavoro di tanto respiro) perde spesso di finezza e non si premura di operare distinzioni che sarebbero invece opportune per un lavoro critico più rigoroso.
Accade così che giudizi contenutistici e giudizi estetici talora si confondano, che l'analisi dei personaggi gay non venga opportunamente contestualizzata né nel singolo film (mancando una focalizzazione complessiva del sistema dei personaggi: di solito, cioè, Russo non si chiede come sono rappresentati i personaggi eterosessuali, e se vi sia un collegamento tra questi e quelli omosessuali), né nell'ambito dell'opera di un autore (quando sia il caso: si vedano per esempio le pagine discutibili dedicate ai vari film di Robert Aldrich), né in un'ottica storica: i film degli anni '10 e quelli degli anni '80 vengono affrontati con il medesimo spirito.
Tutto ciò non annulla però l'importanza storica del libro, che rimane un monito a vigilare su una produzione cinematografica certo cambiata negli anni successivi alla morte di Russo, ma forse meno di quel che sembra. Per un maggior acume critico si può poi riandare ai testi di Tyler - purché si abbia il gusto necessario per apprezzarne gli svolazzi camp - o a quelli degli studiosi successivi (ma non si creda che il fiume di saggistica accademica sul cinema gay degli ultimi vent'anni sia necessariamente migliore: non sono molti gli studiosi del livello di un Richard Dyer, per esempio).
Per quanto riguarda l'edizione italiana, è giusto rendere merito a Costa & Nolan e Baldini & Castoldi, che hanno portato in Italia il libro nelle sue due edizioni, e a Vincenzo Patanè, i cui due saggi che arricchiscono la seconda edizione rappresentano anche un omaggio affettuoso al lavoro di Russo. Peccato solo che entrambi gli editori abbiano risparmiato sull'indice analitico, strumento essenziale in opere come questa: il lettore italiano, a differenza di quello americano, dovrà soffrire per cercare le opinioni di Russo su un determinato film. Ma tutto sommato la sofferenza acuisce lo spirito militante...
Mi piace chiudere con le parole con cui lo stesso Russo concludeva il suo libro, parole in cui è racchiuso lo spirito, il senso, la fatica e l'importanza del lavoro di Russo e di chi si sforza di continuarlo, anche se magari con altri strumenti e altri metodi, più rigorosi:
È chiaro sin da quando è stata pubblicata la prima edizione di questo libro che non abbiamo più bisogno di film sull'omosessualità. I film commerciali ad altro budget e quelli per la televisione che hanno per soggetto argomenti della mia esistenza ritenuti degni di discussione sono forse mali necessari, ma non sono per me. Sono per le mamme del New Jersey o per le zie di Kansas City o per gli spauriti quindicenni gay del Mississippi che comprano "Christopher Street" da qualche edicolante cieco. Sono stanco di capire se l'ultima soap opera, tutta buone intenzioni, sia riuscita a convincere l'America che non ho le corna e la coda, che non mi interessa molestare i loro noiosi figlioletti o che la Bibbia non dice mai che sono destinato al loro notorio, ma piuttosto fantasioso, inferno. [...]
Allora basta con i film sull'omosessualità. Ci vogliono, invece, film che esplorino le persone a cui capita di essere gay.

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