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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

novembre 30, 2009

Sottodiciotto X FilmFestival Torino

anteprime Commedie e film drammatici si alternano nella serie di anteprime, che presentano titoli molto attesi della nuova stagione.

retrospettiva, personali e omaggi Sottodiciotto dedica la retrospettiva dell’edizione 2009 al regista inglese Mike Leigh, presente al Festival. Altri ospiti di fama internazionale saranno il regista-animatore russo e Premio Oscar Aleksandr Petrov, il regista argentino Fernando Solanas, il documentarista francese Laurent Chevallier senza dimenticare l'omaggio a Mario Monicelli.

premio La Targa Città di Torino - Sottodiciotto Filmfestival viene assegnata quest’anno a CittoMaselli in omaggio a un regista che, iniziata una carriera da enfant prodige a soli 14 anni, è assurto a ruolo di grande autore, mantenendo intatta per oltre sei decenni un’esemplare passione per il cinema, declinato nella sua più profonda dimensione umana e civile, e una forte attenzione al mondo giovanile.

programmi speciali Il grande cinema di ieri e, ancora, il cinema giovane (e inedito) di oggi si ritrovano anche in diversi programmi speciali.

vetrina internazionale e proiezioni speciali La sezione presenta una serie di titoli – in gran parte inediti in Italia – selezionati nell’ambito della più recente e significativa produzione europea ed extraeuropea legata all’universo giovanile.

sottodiciotto animation festival Secondo appuntamento con il Festival nel Festival interamente dedicato al cinema d'animazione.

premio del pubblico Iniziativa ormai tradizionale del Festival, torna anche quest’anno il Premio del pubblico Sottodiciotto Filmfestival - La Stampa-TorinoSette, attribuito dai lettori del settimanale torinese a Il papà di Giovanna di Pupi Avati.

convegno e incontro-dibattito Due gli approfondimenti proposti quest’anno, organizzati dall’Istituzione Torinese per un’Educazione Responsabile e la Divisione Servizi Educativi della Città di Torino: il convegno Frammenti di creatività- Educare alla creatività pensando al futuro (e la tavola rotonda Cinema e creatività: 10 anni di Sottodiciotto Filmfestival.

concerto Come ogni anno, il Festival dedica un appuntamento alla musica con il concerto “Pagella non solo rock”.

novembre 26, 2009

Auspicio di viver da foglia


Un vento infierisce sui rami
snodati a fonte di calore,
gementi d’inerme crepitar
che di suo stria terso campo blu.
Eppure contrasta nell’urlo
placido e ritto lor tronco,
che sfida impellente sradicar
dalla cui scelta fui sventato.
Arbusto sua sponte non chiede
d’essere privato da fronde
ma sempre non manca chi voglia
potargli passato intricato.
Giocose stranezze d’un anno,
ignare passanti –sospese-
d’abiti di gala cangianti
figuran gioiose di ballo.

Mpek

novembre 24, 2009

La crisi del rapporto Uomo-Natura

Il rapporto Uomo -Ambiente è per sua natura complesso e bidirezionale: si tratta di due sistemi interattivi in costante relazione dinamica. Lo stesso "ambiente" è definizione culturale, il risultato dell'azione filtrante operata dalle categorie conoscitive.
I problemi inerenti l'ambiente riguardano sostanzialmente il modo con cui la società umana amministra i processi produttivi, le risorse rinnovabili e non, i beni culturali, i meccanismi di regolazione e di previsione dei fenomeni naturali. Le modificazioni di questo rapporto sono dunque di natura storica. Tutto questo si inscrive nei fenomeni di globalizzazione dell'economia e nel rapporto Nord- Sud del mondo. L'attuale scorcio di secolo sigla la fine del paradigma produttivo industriale e l'imporsi di una nuova organizzazione del mercato e del ciclo economico: si passa ad un modello di impresa-rete dislocata su scala mondiale e decentrata nei suoi comparti funzionali (dalla progettazione alla commercializzazione).
Alcune conseguenze macroscopiche di questa trasformazione sono:
Un diverso rapporto con lo spazio e con il territorio: la fine dell'identificazione economica e simbolica dell'impresa con lo Stato -Nazione di origine;
Una crescente interdipendenza degli attori economici: da ciò deriva una accelerazione dei processi di scambio a livello finanziario, commerciale e soprattutto informativo;
L'irrompere di meccanismi di mercato anche negli spazi tradizionalmente riservati al monopolio pubblico, non tanto per l'assetto proprietario quanto per i bisogni di sviluppo e per i paradigmi di riferimento.
Di qui si origina l'esigenza di una ridefinizione dei modelli organizzativi dei soggetti economici, ora esposte ad un contesto globale che è insieme una minaccia e uno stimolo alla crescita e allo sviluppo. L'incremento della popolazione, l'uso crescente e incontrollato di energia e risorse, l'aumento della produzione di rifiuti solidi, liquidi e gassosi, la distruzione delle risorse naturali, l'estinzione di specie rare di animali rendono al nostro pianeta sempre più difficile il compito di tollerarci.
Oggi circa il 20% della popolazione mondiale utilizza più dell'80% delle risorse naturali. Nel 1986 l'umanità - "una specie tra milioni di altre "(W. Rees) - si è appropriata del 40% del prodotto netto della fotosintesi terrestre. Nell'ambiente marino, del 30%. L'ansia di produrre sempre maggiore benessere materiale porta a fagocitare le risorse disponibili, presi come siamo dalla formula del tutto e subito e sordi al richiamo del ...e dopo? L'ozono e l'effetto serra sono un chiaro segnale della raggiunta capacità del pianeta di assorbimento degli scarti. La formula "usa e getta" - comoda, pratica, apparentemente economica - è diventata un gesto, un'abitudine quotidiana ormai radicata. Si usano le materie prime e si gettano le scorie tossiche o altamente inquinanti. Uranio, mercurio, rifiuti chimici hanno trovato un posto nelle terre del Sud: un business illegale che l'Occidente ha tutto l'interesse a mantenere.
La più grande contraddizione che stiamo oggi vivendo è quella che vede da un lato la protesta contro la distruzione della foresta amazzonica e dall'altro il nostro quotidiano gettare rifiuti in discariche abusive e inceneritori in modo incontrollato e irrazionale. Nella maggior parte dei casi senza renderci conto delle conseguenze di quel gesto.
L'effetto serra è una chiara conseguenza della capacità -satura- di assimilazione del nostro Pianeta. Lo studio che segue affronta, in modo sintetico e generico, la risposta dell'Italia all'indirizzo di ripensamento, pianificazione, sperimentazione e uso di tecnologie pulite evidenziato dai dibattiti internazionali sul futuro e la tutela del nostro meraviglioso Pianeta.
Erosione del suolo, deforestazione, impoverimento dello strato di ozono, inquinamento di terra, aria, acqua, piogge acide, estinzioni di specie di animali e piante sono tutti elementi di degrado che continuano a svilupparsi in misura crescente. Adottare uno sviluppo sostenibile richiede un'economia che soddisfi i suoi bisogni presente senza depauperare il futuro.
Occorre dunque "rileggere il bilancio ecologico (locale, regionale, globale) ribaltando l'approccio tradizionale della sostenibilità: non più calcolare quanto carico umano può sorreggere un habitat definito, ma quanto territorio (terra, acqua, aria) è necessario per un certo carico umano, cioè per reggere l'impronta ecologica che una popolazione imprime sulla biosfera (carrying capacity)" (M.Wackernagel- W. Rees Come ridurre l'impatto dell'uomo sulla terra).
Le dimensioni locale e globale del problema ambiente sono ormai fortemente intrecciate.
di Daniela Eutizi www.minerva.unito.it

novembre 20, 2009

Sulle orme immaginarie del grande viaggiatore del passato Ibn Battuta, un giro a Dubai tra passato e modernità

Il mio nome è Ibn Battuta. Avevo solo 21 anni quando ho lasciato mio padre e la mia famiglia a bocca aperta e ho detto loro, con semplicità: "Io parto". Ho lasciato la mia casa e la mia città, Tangeri, in Marocco, per conoscere il mondo. Era il 1325, secondo il vostro calendario. Non avrei rivisto i miei cari e la mia città, baciata dal Mediterraneo, prima del 1354. Tanti anni erano passati, tante cose avevo perduto. Ma perdendomi mi ero arricchito, girando per il mondo, dall'Andalusia alla Cina, percorrendo 75mila miglia e incontrando lingue e culture di genti differenti, che a volte parlavano ad un Dio diverso dal mio. Sono tornato più ricco di quando sono partito e mai, proprio mai, mi sono sentito migliore di qualcuno che ho incontrato.
Il mio viaggio, all'epoca, mi portò nella Penisola Arabica. Il pellegrinaggio alla Mecca, obbligo di ogni buon musulmano, divenne lo spunto per un giro lungo le coste di questa terra maestosa, tra l'Africa e l'Asia, lungo le coste dello Yemen e dell'Oman, fino ad arrivare in quel posto che tutti, oggi, chiamano Emirati Arabi Uniti. Proprio qui, dopo tanto tempo, ho deciso di tornare. Volevo vedere con i miei occhi l'omaggio che questo popolo mi ha tributato, dedicando al mio nome e alla mia fama di grande viaggiatore, un luogo enorme e importante.
Ibn Battuta Mall, si chiama. Il mall, nella vostra cultura, è un centro commerciale. Enorme. In fondo non avete inventato nulla di nuovo. I vecchi suq, i porti delle città che si affacciano sul Mediterraneo, gli antichi caravanserragli non erano altro che luoghi dove le merci di tutto il mondo, dopo lunghi viaggi, venivano scambiate. E' cambiato tutto il resto, però. Il mio ricordo era quello di un Paese di pescatori di perle e marinai, di pirati e beduini, che legavano la loro sopravvivenza a un cammello, un falcone e un cavallo, da soli o in lunghe carovane. Oggi sono macchine enormi, che rombano minacciose, a solcare le strade. Anche quelle che portano al centro commerciale dedicato a me. Migliaia di persone percorrono corridoi sfavillanti, suddivisi secondo le suggestioni dei paesi che ho visitato durante il mio lungo viaggio. Cantastorie e intrattenitori rallegrano il passeggio di famiglie locali e di persone che arrivano qui da tutto il mondo, arrivate fin qui per comprare quello che potrebbero acquistare a casa loro. Forse è questo che differenzia i miei tempi dai vostri: le merci venivano scambiate, ma non tutte erano a disposizione. Oggi le merci sono tutte uguali.
I bambini si divertono molto, grazie a un tappeto volante virtuale, che gli permette di vivere l'esperienza dei viaggi che ho compiuto nella mia vita. Deve essere molto divertente, ma spero che a loro resti la voglia di andare con le proprie gambe in mondi lontani. Per perdersi e per ritrovarsi più ricchi. Qui si parlano tutte le lingue del mondo e si gusta una cucina planetaria, ma se fosse esistito un tappeto virtuale magari non sarei mai partito da Tangeri, oppure i grandi viaggiatori che hanno attraversato la Penisola Arabica sarebbero rimasti a bere un the a Londra o a Parigi. Avremmo però perso l'occasione di leggere le pagine scritte da Wilfred Thesiger, Paul Theroux, A.W. Kinglake e tanti altri. La differenza è che oggi berrebbero qui la stessa qualità di the.
La Penisola Arabica è la casa del Rub al-Khali, il più grande deserto sabbioso del mondo. Lungo 1.000 chilometri e largo circa 500. Lo chiamano il ‘quarto vuoto' ed è qui che è nata la mia religione e la una cultura millenaria. Visto dall'interno del mall che porta il mio nome mi sembra che il vuoto è stato riempito, utilizzando ogni millimetro disponibile. Uscirò da qui, per cercare di capire come e quanto è cambiata questa terra. Anche perché non sono abituato a questa aria condizionata gelida. Rispetto alle condizioni di vita del passato, quando il termometro superava i 60 gradi, deve essere stato un bel miglioramento delle condizioni di vita. Sono curioso di vederla questa vita a Dubai, della quale ricordo i vecchi dohw con le loro vele tese e il fondo piatto, capaci di solcare il mare solo con l'ausilio della Luna e di portare merci fino alla Persia e oltre ancora.Già, le merci. Continuo a parlarne. Mentre lascio il mall e vado a curiosare per le strade di Dubai penso che, alla fine, avete avuto una bella idea. Per secoli sono arrivati viaggiatori da tutto il mondo qui, ma molti di loro erano armati e volevano imporre il loro dominio su queste terre. Grazie all'attaccamento alle loro tradizioni le genti di queste terre li hanno respinti, ma è accaduto qualcosa di interessante. Oggi non c'è più bisogno di usare le armi, perché è bastato convincere queste persone a desiderare di possedere gli stessi oggetti di coloro che un tempo sono venuti come conquistatori. Il risultato, per certi versi, è lo stesso. Solo che al posto dei cannoni, qui, si usano i carrelli stracolmi dei mall.

di Christian Elia

novembre 18, 2009

Torino Film Festival 2009

27 Torino Film Festival diretto da Gianni Amelio. Un festival che si preannuncia ricco e interessante, con ospiti importanti, retrospettive e soprattutto tanto buon cinema da tutto il mondo. Dal 13 al 21 novembre.
Francis Ford Coppola e Charlotte Rampling. Emir Kusturica e Mario Monicelli. Paolo Sorrentino e Marco Bellocchio. Sono solo alcuni degli ospiti eccellenti che riempiranno le giornate cinematografiche del 27 Torino Film Festival. Dopo la direzione morettiana, il regista Gianni Amelio guida con mano ferma uno staff che ha selezionato 254 titoli dopo aver visionato 3500 film, con l’intento di “Offrire dei film al pubblico di cinefili ma anche al pubblico della domenica, che vuole trascorre due ore in modo intelligente”.
Ed è a per tutti gli appassionati di cinema che saranno proiettate 42 anteprime mondiali, 21 anteprime internazionali, 10 anteprime europee e 74 anteprime italiane. Si vedranno anche degli horror, forse per la prima volta al TFF, perché, come ha affermato il direttore Amelio: “Amo molto il rapporto tra chi fa il cinema e chi lo fruisce, senza preclusioni verso il cinema che si apre anche al divertimento”.
Il TFF ha dei fil rouge, temi universali che attraversano le pellicole e le seizoni, come il viaggio, il cinema e la televisione. E naturalmente la famiglia e la musica, che ricorrono nel film di apertura Nowhere boy di Sam Taylor Wood, storia di John Lennon e della nascita dei Beatles, uno delle decine di proposte della sezione “Festa mobile” citazione di Hemigway per indicare le anteprime più attese e i più stimolanti film visti all’estero, mentre il concorso si apre a 16 opere “per tutti” provenienti da 13 paesi: un vero giro del mondo in cui l’Italia è rappresentata da due pellicole (La bocca del lupo di Pietro Marcello e Santina di Gioberto Pignatelli) e gli Stati Uniti da tre film.
“Onde” è la sezione sperimentale, che seleziona le opere del cinema del futuro, 48 in totale tra lungo e cortometraggi andando alla ricerca dei linguaggi filmici più nuovi e soprendenti.
Confermate le sezioni "italiana corti" e "italiana.doc" quest’ultima per continuare a dare spazio a un genere molto trascurato in Italia sia in sala, sia nella distribuzione televisiva.
Due le retrospettive: una dedicata a Nagisa Oshima, con cinque opere televisive che per la prima volta sono visibili fuori dal Giappone, e l’altra a Nicholas Ray, mentre l’approfondimento è dedicato a Nicolas Winding Refn, regista danese che, come ha sintetizzato la vicedirettrice del Festival Emanuela Martini “gira thriller a Copenhagen come se fosse a New York”.
Con “Figli e Amanti” sei registi italiani – Marco Bellocchio, Davide Ferrario, Matteo Garrone, Mario Martone, Paolo Sorrentino e Gianni Zanasi - presenteranno al pubblico il film che li ha spinti a diventare registi, non senza qualche curiosa sorpresa.
A partire da questa edizione è stato istituito anche il Gran Premio Torino, assegnato a Emir Kusturica – per l’occasione sarà possibile vedere la versione integrale di Underground – e alla American Zoetrope di Francis Ford Coppola “per il suo prezioso ruolo di congiunzione tra cinema classico e cinema del futuro”. Del regista americano sarà proiettato anche il nuovo Tetro - Segreti di famiglia.
di Ada Guglielmino Nonsolocinema.com

Friedrich Engels, femminista o sessista?



«La forma più evidente di sfruttamento è la prostituzione: questo è il modo in cui la borghesia attacca addirittura fisicamente il proletariato... La donna è sfruttata come oggetto della libidine maschile e come macchina per produrre figli». «Se avessi un reddito di 5mila franchi non farei altro che divertirmi con le donne, fino allo stremo. Senza le francesi la vita non avrebbe senso: ma finché ci saranno le grisettes, avanti tutta!». Parole dello stesso uomo, Friedrich Engels: perché nella nuova biografia scritta dallo storico britannico Tristram Hunt, The Frock-coated Communist: The Revolutionary Life of Friedrich Engels («Il comunista azzimato: vita rivoluzionaria di Friedrich Engels») tra le tante contraddizioni dell’industriale tessile amante della bella vita che scrisse con Marx Il Manifesto del Partito Comunista c’è anche la differenza impressionante tra la teoria e la prassi del suo rapporto con le donne.
DONNE INDIPENDENTI - Perché è evidente, dimostra il documentatissimo prof. Hunt, che l’Engels filosofo sia tra i pionieri della rivendicazione dei diritti delle donne, architetto di una precisa teoria generale dell’emancipazione femminile. Ma il filosofo che scrive con passione - e mente modernissima - della donna doppiamente vittima di oppressione nella società è anche l’uomo che si lancia in appassionate odi ai lupanari, e che privatamente si trovò sempre a disagio in presenza di donne indipendenti (diremmo oggi: assertive) - lui trovava in realtà disdicevole che gli tenessero testa in una discussione. L’ennesima versione della solita vecchia storia, l’uomo che predica bene e razzola malissimo, progressista in tutto tranne quando si tratta di mettersi a stirare le camicie o stendere il bucato quando sta per cominciare la partita in tv? Ovviamente sì, ma non solo: certo i peccati personali di Engels sono, da una parte, così lontani, mentre la modernità delle sue teorie - almeno quelle sull’oppressione della donna - è ancora così (tristemente) attuale.
TEORIA E PRATICA - Leggere il libro del professor Hunt, per un maschio, è però anche un test. Un modo per mettere alla prova i propri inevitabili pregiudizi personali: perché se il primo architetto della liberazione femminile assolveva i suoi comportamenti privati usando le posizioni pubbliche come salvacondotto, ciò non è evidentemente più possibile. Perché una peraltro giusta filippica perorata alla macchina del caffè, in ufficio o all’ora di cena, sulla mancanza di asili-nido, sulla cronica arretratezza delle pari opportunità italiane rispetto al nord Europa, sulle tante cose inammissibili all’estero che avvengono ogni giorno nei luoghi di lavoro italiani, non mette tuttavia nessun maschio al riparo dallo spettro che si aggira per l’Europa - e non solo - maschile e progressista: lo spettro del sessista illuminato, tanto orgoglioso delle proprie convinzioni egualitarie da specchiarsi più in esse che non nei propri comportamenti quotidiani.
di Matteo Persivale corriere.it

www.italia.flop



I numeri si sbandierano se sono belli e si nascondono se non lo sono. Così, sui dati di traffico del portale turistico Italia.it è sceso il silenzio: nessuno sa quanti visitatori abbia e le promesse di trasparenza proclamate da Renato Brunetta evidentemente in questo caso non valgono. Esistono tuttavia alcuni strumenti che permettono di valutare la diffusione e la popolarità di un sito, come Alexa.com o Google Trends: e da questi emerge come il bilancio di Italia.it sia catastrofico, con poche centinaia di utenti unici al giorno e tutti o quasi provenienti dall’Italia (il sito doveva servire a stimolare il turismo dall’estero). Nato ai tempi del ministro Lucio Stanca (precedente governo Berlusconi), Italia.it è stato riesumato dal nuovo ministro del Turismo Michela Brambilla, dopo che l’esecutivo Prodi ne aveva decretato la fine. Anche dopo il rilancio, tuttavia, il sito è rimasto povero di contenuti, nonostante il costo altissimo: le stime più prudenti parlano di 7 milioni di euro già spesi. Negli scorsi mesi il ministro aveva annunciato ‘entro ottobre’ grandi novità per Italia.it: mai arrivate, proprio come le notizie sui clic.

novembre 13, 2009

La prima linea: eutanasia di un amore armato

Un viaggio onesto nel mondo del terrorismo italiano.

La zona grigia
Liberamente ispirato al romanzo "Miccia Corta" e alla vita (e all'amore) di Susanna Ronconi e Sergio Segio, La prima linea di Renato De Maria racconta i drammatici eventi che colpirono l'Italia negli anni Settanta e hanno per protagonisti un uomo e una donna, membri del gruppo armato di sinistra Prima Linea. Partendo dal gennaio del 1982, giorno stabilito per l'evasione della Susanna di Giovanna Mezzogiorno dal carcere di Rovigo, e procedendo a ritroso, il film di De Maria mette in scena la brutalità nella quale sfociarono le iniziative dell'organizzazione terroristica e mette a tacere le polemiche e le speculazioni sterili che hanno preceduto l'uscita ma soprattutto la visione del film. Scritto da Sandro Petraglia e Ivan Cotroneo, prodotto da Andrea Occhipinti e dai fratelli Dardenne, La prima linea riferisce, senza celebrarle, le gesta di "cattivi" reali, eludendo i meccanismi di fascinazione e di emulazione da parte dello spettatore. De Maria si è evidentemente posto la questione dei processi di identificazione, dimostrando di comprendere bene l'appeal esercitato dai suoi protagonisti. Nonostante i ripetuti (e inquietanti) tentativi di "affondamento" del film, La prima linea di De Maria vedrà stelle e schermo e farà appello al solo giudizio del suo pubblico. A Roma per presentare il loro film, il regista, gli attori, gli autori e i produttori hanno discusso le modalità di rappresentazione della criminalità.

Fonti e consulenze
Renato De Maria: Siamo partiti dalla pubblicistica, abbiamo letto tutti i libri scritti dagli ex brigatisti o dai giudici che all'epoca condussero le indagini su di loro. Successivamente abbiamo guardato e riguardato il lavoro di Zavoli, La Notte della Repubblica, che includeva un'intervista a Sergio Segio, e naturalmente abbiamo incontrato Susanna Ronconi e Sergio Segio, sviluppando un rapporto diretto e umano con loro. Nel 2006, anno di pubblicazione del libro di Sergio (Miccia corta), rimasi fulminato dall'impianto narrativo del suo testo, già così cinematografico, che accantonai un precedente progetto per farne subito un film. Mi piaceva il suo tono crepuscolare, che coglieva bene la fine di un'epoca e di un'esperienza terribile di lotta armata.

Interpretando Susanna
Giovanna Mezzogiorno: Non è stato facile interpretare una donna come Susanna Ronconi, altrettanto trovare un modo di approcciare il mio personaggio. Prima di pensare a come impostare il mio lavoro mi sono guardata intorno, ho osservato le interpretazioni di altri colleghi e ho notato che i terroristi al cinema vengono rappresentati o in maniera eccessivamente romantica o con estrema durezza, io ho cercato di trovare la giusta via di mezzo. Susanna, in quegli anni, fu una donna determinata, spietata e sempre coerente con le sue idee politiche, ho cercato perciò di mettere insieme la donna vitale ed energica di oggi con quella del passato, di restituire la sua totale estraneità dalla realtà, per lei e per Sergio non esisteva nulla al di là del loro nucleo ed è stato anche questo a determinare il fallimento della loro azione. Tra il mio personaggio e i suoi sentimenti c'è il muro dell'ideologia, è questo filtro a permetterle di uccidere e di fare tutte quelle cose che lei credeva andassero fatte.

Interpretando Sergio
Riccardo Scamarcio: Per costruire il mio personaggio sono partito da un'intervista a Sergio Segio vista nella trasmissione di Zavoli. In quell'intervista colsi il suo essere portatore di una sorta di implosione, intuizione che mi fu confermata dopo il nostro incontro. Sergio Segio è una persona logica che fa analisi lucide con un tono della voce sempre pacato. Mi sono perciò lasciato ispirare da quel tono e da quella implosione. Il mio è un personaggio che prende coscienza della sconfitta, la sua vita è una lunga agonia che lo condurrà fuori dal gruppo armato e dentro il carcere.

Non ho l'età
Renato De Maria: Uno dei motivi che mi ha spinto a girare questo film è senza dubbio legato alla giovane età di Susanna e Sergio. Quando nel gennaio del 1982 Sergio decise di liberare Susanna dal carcere di Rovigo, dove era detenuta insieme ad altre tre compagne, aveva soltanto venticinque anni, questo vuol dire che quando entrò nelle fila di Lotta Continua ne aveva appena diciotto e ancora che commise i suoi atti terroristici tra i ventuno e venticinque anni. Prima di pormi il problema della pietas, mi sono chiesto perché fosse accaduto tutto questo, volevo capire come dei ragazzi tanto giovani potessero scegliere la lotta armata, entrare in clandestinità e allontanarsi dalla vita e dalla realtà, vivendo in una dimensione paranoica di scontro tra loro e lo Stato. Il mio film lavora molto sulla separazione, i miei protagonisti sono sempre dietro a un vetro, a una finestra, a un muro, perché volevo rendere visibile la loro separazione dal mondo e dai loro sentimenti.

Il contesto storico (semplificato)
Sandro Petraglia: Il nostro film resta dentro la storia dei personaggi, scaricando il contesto, la tensione e la sensazione che l'Italia potesse fare in quegli anni la fine del Cile. La storia del nostro Paese è assai complessa e naturalmente gli ex terroristi sono interessati a raccontare il contesto perché questo in parte "giustificherebbe" il senso del loro agire. Noi al contrario volevamo fare un film semplice, scrivere la storia di due ragazzi che avrebbero potuto fare una vita diversa e invece scelsero l'integralismo dell'ideologia, passando dalla linea difensiva a quella offensiva. Per parlare correttamente degli anni di piombo avremmo dovuto avvalerci dei contributi degli storici ma noi abbiamo scelto altrimenti, mostrando il protagonista in carcere e ascoltandolo parlare di lui al passato. Questo incipit ci ha permesso di costruire tre fasi temporali e tre fasce di racconto.

Produttori di prestigio
Luc Dardenne: Fin dalla prima lettura siamo rimasti sedotti dalla sceneggiatura. L'Italia è uno dei pochi paesi che ha il coraggio di raccontare attraverso il cinema la sua storia. Ci piaceva che Renato De Maria decidesse poi di farlo attraverso il racconto della vita di un uomo. Un uomo consapevole di essere un assassino che voleva un mondo migliore. Trovavamo interessante il punto di vista del regista, l'idea di mettere un personaggio fuori dalla realtà e poi di restituirlo a quella stessa realtà dopo l'omicidio di un giudice, presentato nel film come un padre. La prima linea non è un tribunale, il film si limita a raccontare la storia di un essere umano. Finanziamenti declinati

Luc Dardenne: In tempi di corse ai finanziamenti europei e statali, veder un produttore rinunciare a una sovvenzione è quantomeno atipico, la decisione di Andrea Occhipinti è senza dubbio storica. Il suo è un atto di fede, Andrea crede in questo film e vuole che questo film venga visto, al di là delle polemiche.

novembre 11, 2009

Thoni Sorano in concerto

Giovedì 12 novembre ore 21- Teatro Incontro
Via Federico Caprilli
10064 Pinerolo (To)
0121 32 27 64

Una rilettura buddhista della Conferenza degli uccelli di Attar, con Nahal TajadodInterviene Stefanella Campana

Un’interpretazione in chiave buddhista del testo del poeta mistico sufi Attar.

Segue, in anteprima italiana, L’Amore dall’Egeo al Caspio, concerto del trio Thoni Sorano, Fakhraddin Gafarov e Carmelo Siciliano.

Si forma come danzatore, fino al 1998 quando frequenta il corso di “Dance and Visual Arts” presso l’università di Brighton (UK). Si dedica successivamente allo studio del canto, privatamente, col soprano Giovanna Collica.
1999 Si iscrive alla facoltà di Lingue e Civiltà Orientali (Roma) approfondendo lo studio della musica mediorientale, mediterranea e in particolare della musica Sufi.
2001 Fonda insieme al sound-designer Marco Saitta il duo "Akdeniz" e pubblica sulla compilation "Mokabeach" (Carosello) il singolo "Dolap".
2002 Con Akdeniz, compone il brano “Dert” per la colonna sonora del film “Anime Veloci” di P. Marrazzo (il film uscirà nel 2005).
2004 Firma quattro brani, in turco, siciliano e inglese, nel progetto discografico T.A.O. Alchemic Symphony per l’etichetta Fairylands. Il progetto include anche un tour con i musicisti (fra cui Gavino Murgia e Vincenzo Zitello).
2005 Pubblica "Thonisorano", il suo primo lavoro solista, segue una serie di concerti in diverse città italiane fino al 2006.
2007 Inizia una stabile collaborazione col duo iraniano Avinar, realizzando un recital di musica mistica persiana classica basato su poesie Rumi, Hafez e altri poeti mistici persiani. Partecipa alla XVIII edizione di Musicultura Festival col brano “Presa” , finalista ed incluso nel CD compilation.
2008 Compone le musiche e si esibisce nello spettacolo di teatro danza “Malpelo E Iqbal” con la regia di J.Ambrogio; si affronta il tema del lavoro minorile. Debutta a Roma nel 2009 con il patrocinio UNICEF. Scrive e rappresenta la performance video musicale “Help The Child Within” ,che indaga sul tema dell’uso e abuso delle armi da fuoco, nell’ambito del festival Offene Buhne, ospite del Teatro Instabile Berlino alla Kunsthaus Tacheles in Berlino. La performance è fotografata da E.Zerah.
2009 Esce il suo secondo album “Principia”, rimasterizzazione del disco d’esordio che include due brani inediti e le musiche dello spettacolo “Malpelo E Iqbal”. Con il maestro di Tar Fakhraddin Gafarov e il polistrumentista Carmelo Siciliano realizza il programma “Canzoni d’amore dall’Egeo al Caspio”, inedito percorso musicale che valorizza preziosi e poco noti repertori musicali.

Parallelamente alla musica svolge attività didattiche e divulgative:
Nel 2003 insegna canto e tecniche di canto popolare al Music All (Roma) e guida il corso "Music in the Mediterranean" presso il Mediterranean Centre for Arts and Sciences - MCAS (Siracusa).
Nel 2004 tiene un seminario sulla musica mediorientale all'interno del master post universitario "Teoria e Dinamiche del teatro Classico" organizzato dal Dams di Torino ad Ispica (RG).

novembre 09, 2009

Perché (non) ho tradito mio padre Nabokov

Esce finalmente il capolavoro incompiuto di Vladimir Nabokov. È un’opera scottante, scabrosa, bruciante. Che appunto doveva essere bruciata trent’anni fa. Così dispose, morendo nel 1977, l’autore, come del resto aveva già decretato per il manoscritto di Lolita, salvato in extremis dalla moglie Véra. Provato nella vitalità ma non nella forza creativa, si dedicò negli ultimi due anni di vita al romanzo The Original of Laura. Dell’Originale non restano che 138 schede manoscritte, rimaste prive di composizione e ordine definitivi. Fu per un comprensibile pudore rispetto a un lavoro lasciato in fieri che lo scrittore voleva distruggerlo. È il figlio Dmitri a decidere invece di darlo oggi alle stampe. Cantante lirico, erede degli scritti del padre dopo la scomparsa nel 1991 della madre Véra, curatore e traduttore di tanti suoi romanzi e racconti, Nabokov junior tronca con questa scelta il dilemma: onorare il padre, rispettare le direttive dell’autore o conservarne l’opera? E mette a tacere una volta per tutte le polemiche scatenate dai nabokoviani offesi dalla pubblicazione di un’opera imperfetta.

«Ma perché, signor Nabokov, perché realmente si è deciso a pubblicare Laura?». È Dmitri stesso a porsi questa domanda nella prefazione al romanzo. E a darsi una risposta ironica: per alleviare, con un gesto di gentilezza, le tribolazioni di chi dovesse trovarsi combattuto tra le estreme volontà dell’autore e le pretese della posterità.
Eppure, presentando il capolavoro inedito di suo padre, lei si dice convinto che oggi Vladimir Nabokov approverebbe la decisione. Perché?
«D’accordo, la mia prima risposta era semischerzosa. In realtà, anche se non avrei mai distrutto l’originale di L’originale, volevo convivere con l’idea di pubblicarlo, e immaginare come mio padre avrebbe reagito in un momento più sereno. Perfezionista com’era, si opponeva alla pubblicazione di opere incompiute. Lottava per terminare Laura mentre era vivo e lucido. A quelli che chiedono perché non distrusse egli stesso il manoscritto, oppure perché io abbia disobbedito ai suoi ordini, risponderei così: quando gli fu posta la domanda su quali libri stesse leggendo o avrebbe voluto conservare, lui elencò: 1) una nuova traduzione dell’Inferno di Dante, 2) un libro sulle farfalle dell’America del Nord, 3) un romanzo che stava scrivendo ma che non era del tutto terminato intitolato L’originale di Laura. Sembrano le parole di uno scrittore che intende distruggere questo romanzo?».
Ma chi è Laura? O «FLaura», scrive l’autore confondendo il titolo del libro con il nome della sua protagonista Flora (e Laura, precisa la traduttrice Anna Raffetto, si pronuncia Lóra). L’originale è il testo di un romanzo oppure il corpo di una donna? Le parole di Vladimir Nabokov danno adito al sospetto di tale ambigua identità: «La sua mirabile struttura ossea scivolò immediatamente in un romanzo - scrive - divenne la struttura segreta di quel romanzo...».
«Le do tre risposte: a) Sì, Laura è ambedue: il romanzo e il personaggio. b) No, non è affatto così. c) Forse: è un enigma la cui soluzione lascerò al lettore…».
Si può dire che alla fine della sua vita Vladimir Nabokov avesse l’idea di scrivere un romanzo sul proprio stesso romanzo incompiuto? Un libro sull’opera segreta, su un nascosto «Opus veneficum», come scrisse egli stesso? E anzi, esplicitamente aggiunse: «I lettori sono indirizzati verso quel libro - là, su uno scaffale molto alto e molto male illuminato - ma che già esiste, come già esiste la magia ed esiste la morte...».
«Lo scaffale molto alto e molto male illuminato potrebbe essere la sua propria mente dove esisteva già ogni sua opera prima di essere scritta. Come disse lui stesso, anche con Laura fu così. E nei momenti di delirio immaginava di leggerlo a un piccolo pubblico fantastico di persone e uccelli».
Nei suoi ultimi giorni e nell’estremo sforzo creativo Nabokov scriveva forse della sua propria morte? Del venir meno della sua stessa arte? Il gioco di autocancellazione del protagonista maschile del testo, Philip Wild, si conclude - sull’ultima pagina di L’originale di Laura - con un inquietante balbettio: «Cancellare, espungere, raschiare via, eliminare, strofinare via, annientare, obliterare».
«Un’idea, assolutamente falsa, che è stata già proposta da altri. Uno che parla della propria morte non adopera il sottotitolo Dying is fun (morire è divertente). Chi ci dice che la serie di parole che appaiono sull’ultima fiche non si riferiscano al manoscritto piuttosto che alla persona?».
In un’opera senza precedenti come questa, dove riconosce il genio di suo padre?
«Il suo metodo di scrivere era lo stesso impiegato per Lolita, Ada e Fuoco pallido: utilizzava una sola facciata di una scheda, segnando il verso con una grossa X per evitare confusione. Utilizzava le matite n. 2, né troppo dure né troppo tenere, e facilmente cancellabili. Diceva, infatti, che consumava l’estremità gommata di una matita più rapidamente della grafite. Non so come avrebbe reagito all’avvento del computer (detestava l’elettricità), però un simile strumento avrebbe favorito il suo modo di trattare il testo: usava spostare, mescolare o togliere le schede mentre componeva. Il suo humour sottile e sfumato lampeggia qua e là. Il pensiero metafisico risiede, si potrebbe dire, nell’idea della reversibilità della morte esperita con il metodo di autocancellazione adottato da Wild».

IN ITALIA DAL 18 NOVEMBRE
Con la riproduzione degli appuntiL’originale del capolavoro segreto di Vladimir Nabokov sarà sotto gli occhi di tutti ora che, il 18 novembre, Adelphi ne manderà in libreria la traduzione (L’originale di Laura): eseguita da Anna Raffetto e accompagnata dalla riproduzione degli appunti annotati sulle schede di lavoro dal pugno dello scrittore russo. Incompiuto, frammentario, embrionale, contiene in nuce un distillato essenziale di prosa: le gemme della scrittura nabokoviana tanto più iridescenti e preziose quanto più sfaccettate e concentrate. Vi si racconta di una ninfetta conturbante, di un vecchio maschio satiro, di un accademico intristito, di un letterato nevrotico e irresoluto, di un manoscritto nascosto e incompiuto. E della malinconia - temuta, ma per Nabokov certo sventata - «di un artista scoraggiato che muore non di malattia ma per il cancro dell’oblio che invade ogni opera».

di Alessandro Iadiccio La Stampa


Biografia di Vladimir Nabokov

Il celebre scrittore di "Lolita" nacque a Pietroburgo nel 1899 da una famiglia di vecchia nobiltà russa che, dopo la rivoluzione del 1917, emigrò in Occidente. La su formazione, dunque, è fortemente ascrivibile alla sensibilità europea, di cui ha saputo svolgere momenti e dilemmi senza abbandonare però quel senso del dramma tipico della cultura russa. Laureatosi a Cambridge, fece dell'Europa la sua casa, vivendo prima in Francia e poi in Germania, anche se i primi scritti attribuiti all'artista sono ancora in russo (motivo per cui si diffusero per lo più fra gli immigrati del suo paese). Appassionato di farfalle, Vladimir Nabokov coltivò per gli insetti una passione che divenne una vera e propria professione. Nel 1940, quando si trasferì negli Stati Uniti (nel '45 prese la cittadinanza americana), lo fece per diventare ricercatore entomologo. Da allora scrisse in inglese. Naturalemente, il geniale scrittore non abbandonò mai la letteratura, tanto che in seguito, per ben undici anni insegnò letteratura russa alla Cornell University di Ithaca. Alternando per l'appunto l'attività di entomologo a quella letteraria (indimenticabile rimane una sua foto che lo ritrae in una boscaglia a con la retina in mano intento a cacciar farfalle). Nel 1926 uscì il suo primo romanzo, "Masenka", a cui seguirono un paio di anni dopo "Re donna fante" e poi via via "La difesa di Luzin" (una storia basata su un'altra sua grande passione, gli scacchi), "L'occhio", "Camera oscura", "Gloria" e il racconto kafkiano "Invito a una decapitazione". Sono tutte opere che in gran parte si possono tutte definire capolavori, mirabili sintesi fra temi tipicamente russi, come quello dello sdoppiamento, e crisi del romanzo tipicamente europeo Ma uno scrittore come Nabokov non poteva rimanere neanche indifferente ad una realtà come quella americana, con i suoi drammi, le sue miserie e le sue contraddizioni. La solitudine tipica di una società così fortemente individualistica, il tema del soggetto sospinto da numerose forse di tipo seduttivo e commerciale non potevano essere ignorate dal grande spirito dell'artista russo. Sull'onda emotiva di questa analisi introspettiva scrive "La vita vera di Sebastian Knight" e, nel 1955 pubblica il libro che gli darà fama imperitura, lo scandaloso e sublime "Lolita". Invero, con l'uscita di questo romanzo la notorietà di Nabokov schizza alle stelle in un batter d'occhio, subito il tema (quello della relazione morbosa fra un maturo professore e un'imberbe ragazzina), e lo stile del romanzo lo mettono al centro dell'attenzione critica internazionale, influenzando poi in seguito una schiera smisurata di autori. Passato il momento caldo di "Lolita", Nabokov diede alle stampe altri libri di grande spessore, come ad esempio "Pnin ironica esplorazione del mondo dei college statunitensi, e "Fuoco pallido" anch'esso ambientato nel mondo dei college. La capacità dello scrittore, anche in questo caso, di svelare ciò che si cella dietro le apparenze dell'uomo medio occidentale e nevrotizzato non hanno eguali. Alcuni romanzi ancora usciranno dalla penna di Nabokov, non tutti valutati come avrebbero meritato ed oggetto di tardive riscoperte. Non bisogna poi dimenticare che Nabokov è stato anche un eccellente critico letterario. I suoi studi si sono concentrati soprattutto sugli autori della madre patria e fra i quali è doveroso citare almeno il fondamentale saggio "Nikolaj Gogol'"(1944). Importante, inoltre, la traduzione in inglese, con tanto di commento personale, dell' "Evgenij Onegin" di Puskin. Altri saggi su scrittori europei dell'Ottocento e del Novecento sono stati raccolti nelle postume "Lezioni di letteratura" (1980). Una raccolta di interviste e articoli, anche di argomento entomologico, è in "Opinioni forti" pubblicato in italiano anche con il titolo "Intransigenze". Vladimir Nabokov si è spento a Montreaux il 2 luglio 1977.

novembre 05, 2009

Per sentieri e remiganti

Da ieri nella ex città olimpica di Pinerolo, ha preso il via la III edizione della Rassegna multidisciplinare Per sentieri e remiganti - for travellers only che ospita personalità e punti di vista extra-ordinari in ambiti artistici e speculativi: filo conduttore è il viaggio, inteso non solo in senso spaziale ma anche, e soprattutto, in senso culturale e spirituale.Ideata dall’Associazione culturale Gruppo del Cerchio con il contributo della Regione Piemonte e il patrocinio di Provincia di Torino e Città di Pinerolo, in collaborazione con Libreria Volare, Centro commerciale Le due valli e ristorante-vineria Perbacco, questa edizione della Rassegna, che continua nei tre giovedì immediatamente successivi, il 5, 12 e 19 novembre, propone tra i suoi ospiti il montanaro-navigatore da record Alex Bellini, il “naso” di Chanel, Hermès, Gucci e Guerlain Maurice Roucel, la scrittrice iraniana Nahal Tajadod, autrice di Passaporto all’iraniana (Einaudi), e l’indologo torinese, specialista del periodo classico e medievale, Alberto Pelissero.Agli incontri con i protagonisti della Rassegna si affiancano di volta in volta momenti diversi di spettacolo: il documentario sulla prima traversata a remi dell’oceano Pacifico Al-One 2008 di Alex Bellini, l’esibizione di Li Rong Mei, Gran Maestro di tai chi chuan e autrice de Il taijiqaun. Corpo che pensa, mente che muove (Mediterranee), che danza la sua scoperta dell’“essenza”, il concerto, in anteprima italiana, di canti d’amore e separazione del Trio Thoni Sorano, Fakhraddin Gafarov e Carmelo Siciliano (sopra la foto della locandina) nonché lo spettacolo teatrale ispirato alle più belle storie d’amore della tradizione induista, buddhista e islamica La stanza sacra del desiderio del Gruppo del Cerchio.
Le sere del 12 e 19 novembre il pubblico troverà inoltre esposta presso il Teatro Incontro di Pinerolo la mostra fotografica Per sentieri e remiganti – Retrospettiva, di Augusto Cantamessa e Pier Ilario Benedetto dedicata agli incontri e ai personaggi delle precedenti edizioni (da Battiato a Jodorowsky).
Accompagna la Rassegna il progetto La “colazione” del viaggiatore, iniziativa rivolta alle scuole del pinerolese: alla cifra simbolica di 2 euro, gli studenti potranno incontrare, presso l’Auditorium del Liceo Marie Curie di Pinerolo, Alex Bellini (5 novembre ore 10,30) e Alberto Pelissero (19 novembre ore 10,30).
La Rassegna si inaugura al Cinema Italia di via Montegrappa 6 e, dal secondo appuntamento, continua presso il Teatro Incontro di via Caprilli 31, a Pinerolo.

Il viaggio: olio su tela di Armando Tantillo

Decennio dell'Educazione allo Sviluppo Sostenibile. Settimana Unesco di Educazione allo Sviluppo

Il Decennio dell'Educazione allo Sviluppo Sostenibile (DESS) 2005-2014 è una grande campagna lanciata dalle Nazioni Unite per sensibilizzare giovani e adulti di tutto il mondo verso la necessità di un futuro più equo ed armonioso, rispettoso del prossimo e delle risorse del pianeta.
La campagna vuole valorizzare il ruolo dell'educazione, e più in generale degli strumenti di "apprendimento" (istruzione scolastica, campagne informative, formazione professionale, attività del tempo libero, messaggi dei media...) nella diffusione di valori e competenze orientati a uno sviluppo sostenibile.
Uno sviluppo cioè di cui possano beneficiare tutte le popolazioni del pianeta, presenti e future, e in cui le tutele di natura sociale, quali la lotta alla povertà, il rispetto i diritti umani, la tutela della salute possano integrarsi con le esigenze di conservazione delle risorse naturali trovando sostegno reciproco.

"Non possiamo procedere da soli,
non possiamo voltare le spalle.
Io oggi ho un sogno"

Martin Luther King
Washington, 28 agosto 1963

Per l'edizione 2009 della Settimana Unesco di Educazione allo Sviluppo Sostenibile (9-15 novembre '09), il Comitato italiano UNESCO DESS ha scelto il tema della CITTA' e CITTADINANZA.
La manifestazione, promossa e patrocinata dalla CNI Unesco, ha in primo luogo lo scopo di sviluppare negli individui come nelle collettività, negli enti locali come nelle imprese capacità operative e di azione responsabile finalizzate ad una città ecologica e solidale, fondata su nuovi stili di vita, improntati su una cittadinanza consapevole e partecipata.
Tutte le istituzioni, le organizzazioni, gli enti, i centri, le scuole, le ONG, le università, le imprese etc impegnate nell'educazione allo sviluppo sostenibile saranno invitate per l'occasione a promuovere, possibilmente in sinergia, iniziative educative e di sensibilizzazione.
La Settimana di Educazione allo Sviluppo Sostenibile si svolge sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica. L’iniziativa è realizzata con la collaborazione del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio - Direzione Ricerca Ambientale e Sviluppo e con il sostegno di Poste Italiane e Braccialini.

novembre 04, 2009

Claude Lévi-Strauss

L'antropologo Claude Lévi-Strauss è stato colui che, con la sua utilizzazione del modello della linguistica strutturale nelle indagini sulle strutture della parentela e sui miti e con le sue teorie generali sul concetto di struttura, ha più contribuito alla formulazione e alla diffusione di quello che è stato chiamato strutturalismo. Nato il 28 novembre 1908 a Bruxelles da genitori francesi, è vissuto a Parigi, dove si è laureato in filosofia nel 1931; nel 1935 si trasferisce in Brasile, dove rimane sino al 1939, compiendo spedizioni in Amazzonia e nel Mato Grosso. Nel 1939 torna in Francia, ma si rifugia poi negli Stati Uniti, dove insegna a New York, entra in contatto con l'antropologia americana e stringe amicizia con Jakobson. Rientrato in Francia nel 1948, nel 1950 insegna all'Ecole Pratique des Hautes Etudes e dal 1954 Antropologia sociale al Collège de France; nel 1973 è stato eletto all'Accademia di Francia. Le sue opere principali sono: Le strutture elementari della parentela (1949), Tristi tropici (1955), Antropologia strutturale (1958), Il totemismo oggi (1962), Il pensiero selvaggio (1962, dedicato a Marleau-Ponty), Mitologiche (Il crudo e il cotto, 1964, Dal miele alle ceneri, 1966-67; L'origine delle buone maniere a tavola, 1968; L'uomo nudo, 1971), Antropologia strutturale due (1973) e Lo sguardo da lontano (1983). Secondo Lévi-Strauss, la linguistica di Saussure rappresenta "la grande rivoluzione copernicana nell'ambito degli studi dell'uomo", ma sullo sfondo dei suoi studi di antropologia è la tradizione della scuola di Durkheim. Questi aveva mostrato che i fenomeni socio-culturali non sono spiegabili come espressioni di istinti o di scelte individuali volontarie e consapevoli, ma in termini di rappresentazioni collettive. I concetti basilari della religione, come Dio, anima, spirito o totem, hanno la loro origine nell'esperienza con cui gli uomini avvertono la forza e la maestà del gruppo sociale e sono il prodotto di una sorta di mente collettiva. Sulla linea dello studio delle rappresentazioni collettive, l'allievo e nipote di Durkheim, Marcel Mauss (1872-1950), aveva individuato, nel Saggio sul dono (1924), alla base dello scambio arcaico il triplice obbligo, radicato nella mente umana, di dare, ricevere e restituire, ossia un principio di reciprocità, da cui dipendono le relazioni di solidarietà tra individui e gruppi, mediante lo scambio di doni pregiati. A questi problemi si collega l'opera fondamentale di Lèvi-Strauss, Le strutture elementari della parentela. L'obiettivo di essa è di individuare la logica sottostante a tutti i sistemi di parentela al di là della loro varietà, ossia la struttura invariante rispetto a cui essi sono tutti trasformazioni. Alla base di tutti i sistemi matrimoniali è, secondo Lèvi-Strauss, la proibizione dell'incesto, la quale impedisce l'endogamia: l'uso di una donna, vietato all'interno del gruppo parentale, diventa disponibile ad altri. Grazie alla proibizione dell'incesto è reso allora possibile lo scambio di un bene pregiato, le donne, tra gruppi sociali e quindi lo stabilimento di forme di reciprocità e di solidarietà che garantiscono la sopravvivenza del gruppo. Sono queste le relazioni invarianti necessarie in ogni società, alla luce delle quali diventa possibile studiare le varie forme che assumono le relazioni di parentela, individuando due categorie essenziali di sistemi matrimoniali, quello a scambio limitato, tra cugini, di tipo prescrittivo, e quello a scambio generalizzato, di tipo preferenziale. L'antropologia, alla pari della geologia, della psicanalisi, del marxismo e soprattutto della linguistica, diventa in tale modo scienza capace di cogliere le strutture profonde, universali, a-temporali e necessarie, al di là della superficie degli eventi, che è sempre ingannevole, e al di là dell'apparente arbitrarietà degli elementi che costituiscono ogni società. A queste strutture si accede non attraverso la descrizione puramente empirica delle varie situazioni di fatto, ma mediante la costruzione di modelli. Essi sono sistemi di relazioni logiche tra elementi, sulle quali è possibile compiere esperimenti, ossia trasformazioni, in modo da individuare ciò che sfugge all'osservazione immediata. I modelli non hanno mai perfetta rispondenza alla realtà, ma non sono neppure semplici costrutti puramente soggettivi o dotati soltanto di valore metodologico: essi hanno valore oggettivo, perchè mettono in luce le strutture che formano l'ossatura logica della realtà. La struttura non è una pura e semplice forma, ma "è il contenuto stesso colto in una organizzazione logica concepita come proprietà del reale". Una disposizione di parti costituisce una struttura, quando è un sistema retto da una coesione interna, che si manifesta nel momento in cui sene studiano le trasformazioni, non storiche, ma secondo regole logiche: grazie a questo studio è infatti possibile rintracciare proprietà simili in sistemi apparentemente diversi. Per definire una struttura occorre collocarsi, come fa la linguistica, sul piano delle regole grammaticali e sintattiche, non su quello del vocabolario, ossia degli elementi singoli. In questo senso, la struttura di cui parla Lévi-Strauss, si distingue nettamente dalla struttura sociale, di cui parlano gli antropologi britannici, in primo luogo Alfred Radcliffe-Brown (1881-1955), per i quali essa è l'insieme di relazioni sociali, empiricamente osservabili, tra gli individui, che ne consentono il funzionamento e la stabilità. Secondo Claude Lévi-Strauss invece, il fenomeno empirico è soltanto una combinazione logicamente possibile di elementi: per poterlo spiegare occorre ricostruire preliminarmente il sistema globale di cui esso è soltanto una variante. Dalla scuola durkheimiana, Lévi-Strauss riprende l'idea della natura psichica dei fatti sociali: questi sono sistemi di idee oggettive, ossia di categorie che nel loro insieme costituiscono lo spirito umano nella sua universalità, ma questi sistemi non sono elaborazioni consce, bensì inconsce. Il fondamento ultimo è dato dallo spirito umano inconscio, che si rivela attraverso i modelli strutturali della realtà. Obiettivo dell'antropologia diventa allora la contemplazione dell'architettura logica dello spirito umano, al di là delle sue molteplici manifestazioni empiriche. L'attività inconscia collettiva tende a privilegiare una logica binaria, ossia una logica che costruisce categorie mediante contrasti o opposizini binarie. Per quanto riguarda la lingua, la fonologia ha messo in luce che alla base del sistema dei suoni significativi, c'è un piccolo numero di sistemi di contrasto. Questo stesso tipo di logica presiede anche alla costruzione dei miti. I miti secondo Lévi-Strauss non sono espressioni di sentimenti o spiegazioni pseudoscientifiche di fenomeni naturali o riflessi di istituzioni sociali, ma non sono neppure privi di regole logiche. Come è possibile spiegare il fatto che i contenuti dei miti sono contingenti e appaiono arbitrari, eppure presentano forti somiglianze nelle diverse regioni del mondo? La risposta secondo Lévi-Strauss, sta nel fatto che il mito è l'espressione dell'attività inconscia dello spirito umano e si struttura come un linguaggio. Come la funzione significativa di una lingua non è direttamente collegata ai suoni, ma al modo in cui i suoni sono combinati tra loro, così anche i miti sono formati di unità costitutive minime, le cui combinazioni avvengono secondo precise regole e danno luogo a unità significanti. In questo senso, i miti non sono creazioni puramente individuali e il compito di uno studio scientifico dei miti consiste nel mostrare non come gli uomini pensano e costruiscono i miti, ma "come i miti si pensano negli uomini, e a loro insaputa". Gli elementi della riflessione mitica si collocano a metà tra le immagini connesse alla percezione e i concetti, cosicchè il pensiero mitico resta legato a immagini, ma, lavorando con analogie e paragoni, può dare origine a generalizzazioni e costruire nuove serie combinatorie degli elementi di base, che restano costanti. Di tali strutture, il pensiero mitico si serve per produrre un oggetto che abbia l'aspetto di un insieme di eventi, ossia un racconto. In particolare, il sistema mitico e le rappresentazioni che esso suscita stabiliscono correlazioni tra condizioni naturali e condizioni sociali ed elaborano un codice che permette di passare da un sistema all'altro di opposizioni binarie pertinenti a questi piani. Il materiale è fornito dalle classificazioni, per esempio di animali e vegetali, che hanno tanta parte nel pensiero primitivo: esse non sono solo legate all'esigenza pratica di permettere un miglior soddisfacimento dei bisogni, ma nascono dall'esigenza intellettuale di introdurre un principio di ordine nell'universo. In questo senso Lévi-Strauss rivendica, ne Il pensiero selvaggio, l'esistenza di un autentico pensiero anche nei primitivi, il quale è alla base di ogni pensiero e non è una mentalità pre-logica, come aveva sostenuto Lucien Lévi-Bruhl (1857-1939), esclusivamente caratterizzata da una partecipazione affettiva e mistica con le cose, nettamente distinta dal pensiero logico. L'unica differenza, secondo Lévi-Strauss, è data dal fatto che il pensiero "selvaggio", quale si esprime anche nei miti, è più legato all'intuizione sensibile e, quindi, più attento a salvaguardare la ricchezza e la varietà delle cose e a memorizzarla. L'ultimo capitolo de Il pensiero selvaggio è una polemica contro la Critica della ragion dialettica di Sartre. Definendo l'uomo in base alla dialettica e alla storia, Sartre ha di fatto privilegiato, secondo Lévi-Strauss, la civiltà occidentale, isolandola dagli altri tipi di società e dai popoli "senza storia". In Razza e storia, Lévi-Strauss aveva riconosciuto che ogni società vive nella storia e muta, ma che diversi sono i modi in cui le varie società reagiscono a ciò. Le società primitive hanno subito trasformazioni, ma in seguito resistono a tali modificazioni : in questo senso, esse sono società fredde, ossia con un basso grado di temperatura storica, e la loro storia è fondamentalmente stazionaria. Esse si distinguono dunque dalle società calde, come quella occidentale, perennemente in divenire e caratterizzate da una stria cumulativa, le quali hanno come costo della loro instabilità i conflitti. In prospettiva, Lévi-Strauss auspica una integrazione tra questi due tipi di società e le corrispondenti forme di cultura e di pensiero. Egli rifiuta, dunque, ogni forma di etnocentrismo, in quanto ogni cultura realizza soltanto alcune delle potenzialità umane. Questo significa abbandonare ogni forma di umanesimo e di stoicismo, ossia respingere l'equivalenza, dominante nel mondo occidentale, tra le nozioni di storia e di umanità: la storia è soltanto una delle scelte possibili che gli uomini possono compiere. Claude Lévi-Strauss è morto il giorno 1 novembre 2009, pochi giorni prima di compiere 101 anni.
biografieonline.it

novembre 02, 2009

La Terra Santa


Le più belle poesie
si scrivono sopra le pietre
coi ginocchi piagati
e le menti aguzzate dal mistero.
Le più belle poesie si scrivono
davanti a un altare vuoto,
accerchiati da argenti
della divina follia.
Così, pazzo criminale qual sei
tu detti versi all’umanità,
i versi della riscossa
e le bibliche profezie
e sei fratello a Giona.
Ma nella Terra Promessa
dove germinano i pomi d’oro
e l’albero della conoscenza
Dio non è mai disceso né ti ha mai maledetto.
Ma tu sì, maledici
ora per ora il tuo canto
perché sei sceso nel limbo,
dove aspiri l’assenzio
di una sopravvivenza negata.

di Alda Merini