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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

novembre 13, 2009

La prima linea: eutanasia di un amore armato

Un viaggio onesto nel mondo del terrorismo italiano.

La zona grigia
Liberamente ispirato al romanzo "Miccia Corta" e alla vita (e all'amore) di Susanna Ronconi e Sergio Segio, La prima linea di Renato De Maria racconta i drammatici eventi che colpirono l'Italia negli anni Settanta e hanno per protagonisti un uomo e una donna, membri del gruppo armato di sinistra Prima Linea. Partendo dal gennaio del 1982, giorno stabilito per l'evasione della Susanna di Giovanna Mezzogiorno dal carcere di Rovigo, e procedendo a ritroso, il film di De Maria mette in scena la brutalità nella quale sfociarono le iniziative dell'organizzazione terroristica e mette a tacere le polemiche e le speculazioni sterili che hanno preceduto l'uscita ma soprattutto la visione del film. Scritto da Sandro Petraglia e Ivan Cotroneo, prodotto da Andrea Occhipinti e dai fratelli Dardenne, La prima linea riferisce, senza celebrarle, le gesta di "cattivi" reali, eludendo i meccanismi di fascinazione e di emulazione da parte dello spettatore. De Maria si è evidentemente posto la questione dei processi di identificazione, dimostrando di comprendere bene l'appeal esercitato dai suoi protagonisti. Nonostante i ripetuti (e inquietanti) tentativi di "affondamento" del film, La prima linea di De Maria vedrà stelle e schermo e farà appello al solo giudizio del suo pubblico. A Roma per presentare il loro film, il regista, gli attori, gli autori e i produttori hanno discusso le modalità di rappresentazione della criminalità.

Fonti e consulenze
Renato De Maria: Siamo partiti dalla pubblicistica, abbiamo letto tutti i libri scritti dagli ex brigatisti o dai giudici che all'epoca condussero le indagini su di loro. Successivamente abbiamo guardato e riguardato il lavoro di Zavoli, La Notte della Repubblica, che includeva un'intervista a Sergio Segio, e naturalmente abbiamo incontrato Susanna Ronconi e Sergio Segio, sviluppando un rapporto diretto e umano con loro. Nel 2006, anno di pubblicazione del libro di Sergio (Miccia corta), rimasi fulminato dall'impianto narrativo del suo testo, già così cinematografico, che accantonai un precedente progetto per farne subito un film. Mi piaceva il suo tono crepuscolare, che coglieva bene la fine di un'epoca e di un'esperienza terribile di lotta armata.

Interpretando Susanna
Giovanna Mezzogiorno: Non è stato facile interpretare una donna come Susanna Ronconi, altrettanto trovare un modo di approcciare il mio personaggio. Prima di pensare a come impostare il mio lavoro mi sono guardata intorno, ho osservato le interpretazioni di altri colleghi e ho notato che i terroristi al cinema vengono rappresentati o in maniera eccessivamente romantica o con estrema durezza, io ho cercato di trovare la giusta via di mezzo. Susanna, in quegli anni, fu una donna determinata, spietata e sempre coerente con le sue idee politiche, ho cercato perciò di mettere insieme la donna vitale ed energica di oggi con quella del passato, di restituire la sua totale estraneità dalla realtà, per lei e per Sergio non esisteva nulla al di là del loro nucleo ed è stato anche questo a determinare il fallimento della loro azione. Tra il mio personaggio e i suoi sentimenti c'è il muro dell'ideologia, è questo filtro a permetterle di uccidere e di fare tutte quelle cose che lei credeva andassero fatte.

Interpretando Sergio
Riccardo Scamarcio: Per costruire il mio personaggio sono partito da un'intervista a Sergio Segio vista nella trasmissione di Zavoli. In quell'intervista colsi il suo essere portatore di una sorta di implosione, intuizione che mi fu confermata dopo il nostro incontro. Sergio Segio è una persona logica che fa analisi lucide con un tono della voce sempre pacato. Mi sono perciò lasciato ispirare da quel tono e da quella implosione. Il mio è un personaggio che prende coscienza della sconfitta, la sua vita è una lunga agonia che lo condurrà fuori dal gruppo armato e dentro il carcere.

Non ho l'età
Renato De Maria: Uno dei motivi che mi ha spinto a girare questo film è senza dubbio legato alla giovane età di Susanna e Sergio. Quando nel gennaio del 1982 Sergio decise di liberare Susanna dal carcere di Rovigo, dove era detenuta insieme ad altre tre compagne, aveva soltanto venticinque anni, questo vuol dire che quando entrò nelle fila di Lotta Continua ne aveva appena diciotto e ancora che commise i suoi atti terroristici tra i ventuno e venticinque anni. Prima di pormi il problema della pietas, mi sono chiesto perché fosse accaduto tutto questo, volevo capire come dei ragazzi tanto giovani potessero scegliere la lotta armata, entrare in clandestinità e allontanarsi dalla vita e dalla realtà, vivendo in una dimensione paranoica di scontro tra loro e lo Stato. Il mio film lavora molto sulla separazione, i miei protagonisti sono sempre dietro a un vetro, a una finestra, a un muro, perché volevo rendere visibile la loro separazione dal mondo e dai loro sentimenti.

Il contesto storico (semplificato)
Sandro Petraglia: Il nostro film resta dentro la storia dei personaggi, scaricando il contesto, la tensione e la sensazione che l'Italia potesse fare in quegli anni la fine del Cile. La storia del nostro Paese è assai complessa e naturalmente gli ex terroristi sono interessati a raccontare il contesto perché questo in parte "giustificherebbe" il senso del loro agire. Noi al contrario volevamo fare un film semplice, scrivere la storia di due ragazzi che avrebbero potuto fare una vita diversa e invece scelsero l'integralismo dell'ideologia, passando dalla linea difensiva a quella offensiva. Per parlare correttamente degli anni di piombo avremmo dovuto avvalerci dei contributi degli storici ma noi abbiamo scelto altrimenti, mostrando il protagonista in carcere e ascoltandolo parlare di lui al passato. Questo incipit ci ha permesso di costruire tre fasi temporali e tre fasce di racconto.

Produttori di prestigio
Luc Dardenne: Fin dalla prima lettura siamo rimasti sedotti dalla sceneggiatura. L'Italia è uno dei pochi paesi che ha il coraggio di raccontare attraverso il cinema la sua storia. Ci piaceva che Renato De Maria decidesse poi di farlo attraverso il racconto della vita di un uomo. Un uomo consapevole di essere un assassino che voleva un mondo migliore. Trovavamo interessante il punto di vista del regista, l'idea di mettere un personaggio fuori dalla realtà e poi di restituirlo a quella stessa realtà dopo l'omicidio di un giudice, presentato nel film come un padre. La prima linea non è un tribunale, il film si limita a raccontare la storia di un essere umano. Finanziamenti declinati

Luc Dardenne: In tempi di corse ai finanziamenti europei e statali, veder un produttore rinunciare a una sovvenzione è quantomeno atipico, la decisione di Andrea Occhipinti è senza dubbio storica. Il suo è un atto di fede, Andrea crede in questo film e vuole che questo film venga visto, al di là delle polemiche.

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