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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

dicembre 28, 2009

Thoni Sorano, l’eclettismo mediterraneo

Ho sentito Thoni Sorano per la prima volta al Teatro Incontro di Pinerolo, in provincia di Torino, in uno spettacolo intitolato “L’Amore dall’Egeo al Caspio” nell'ambito della rassegna culturale “Per sentieri e remiganti”. Thoni cantava, accompagnato da tre musicisti eccezionali: Fakhraddin Gafarov , Carmelo Siciliano e Simone Amodeo . Dopo il concerto, breve chiacchierata con l'artista siciliano, giusto il tempo di scoprire che era appena rientrato da Berlino dove ha sonorizzato e musicato lo spettacolo teatrale "Aufbruch aus Troja" -Fuga da Troia- (coproduzione del Ballhaus Naunyn/ Teatroinstabile Berlino in scena al teatro Ballhaus Naunynstrasse).Ciò che colpisce del lavoro di Thoni è l'eclettismo. Il suo percorso è una ricerca continua di suoni, strumenti, tecniche...Ma in realtà non è solo per il lavoro, tutta la sua vita è sotto il segno dell'eclettismo. Thoni è musicista, cantante e ballerino. Si occupa di musica, danza e teatro, scrive, compone, monta ed esegue spettacoli di vario genere. Ha studiato danza, musica e canto con vari maestri in giro per il mondo. Ma la musica e la danza lo affascinano anche dal punto di vista antropologico e culturale. E quindi esegue studi sulle musiche orientali e mediterranee (in particolare la musica sufi) presso la facoltà di Lingue e Civiltà Orientali di Roma. Oggi, oltre agli spettacoli, diffonde anche attraverso l'insegnamento le conoscenze che ha raccolto lungo il suo percorso intorno alle musiche e ai canti popolari del Mediterraneo. Quella per l'Oriente profondo sembra una attrazione irresistibile per un artista che però si dichiara siciliano e attaccato alla sua “sicilianità”, mediterraneo e attaccato alla sua “mediterraneità”. Lo si trova spesso a vagare (artisticamente) per le pianure e le montagne dell'Asia minore: Persia, Turchia, Azerbaigian…cantando nelle varie lingue e dialetti che abitano questi luoghi così misteriosi per l'immaginario occidentale. Ma non è assolutamente una contraddizione. In effetti l'artista, nato a Siracusa, ha una visone molto interessante del Mediterraneo come spazio culturale. Di questo e di tante altre cose ci parla Thoni Sorano in un incontro cordiale, qualche giorno dopo il concerto in un piccolo bar di San Salvario, il più simpatico dei quartieri popolari multiculturali di Torino.
Sei un cantante di origine siciliana, giri il mondo ma rimani attaccato alla tua terra e alla tua mediterraneità, perché?
Semplicemente citerei Socrate, Gnoti Seauton, conosci te stesso. Inoltre ricordo che una volta, a lezione di turco, la mia professoressa Anna Masala ci disse che, per ricercare all’interno della cultura orientale, non dovevamo dimenticare chi eravamo ed era necessario conoscere la cultura greca classica; quella posizione, espressa da un’orientalista, fu per me sorprendente. Direi quindi che la Sicilia è, e sempre sarà, lo spazio più intimo della mia identità; è inevitabile e onestamente trovo che sia un punto privilegiato di osservazione rispetto al Mediterraneo.
Dici di essere attaccato alla Sicilia ma poi canti di tutto in turco, persiano, azero... Cosa c'entra la Sicilia con le steppe dell'Asia Minore?
In quelle regioni del mondo ho trovato una vitalità e varietà musicale che in Sicilia non esiste più; in quei paesi si ascolta ancora musica tradizionale, s’ impara a suonare strumenti tradizionali anche come passatempo. Da noi in Italia la musica popolare è ormai stata sradicata dal proprio contesto originale, viene ricercata con nostalgia ma è relegata a scenari museali; sono solo andato là dove sentivo la vita, in Sicilia non l’ho mai sentita. Naturalmente anche in quei luoghi il mio destino è quello di essere comunque sempre uno straniero, ma lo accetto. Mi basta immaginare di sentirmi uno di loro.
Quindi la tua visione del Mediterraneo non è legata al mare, va molto oltre. Cos'è il Mediterraneo per te?
Che il Mediterraneo non sia solo mare l’ho imparato da Predrag Matvejevic, leggendo il suo famoso saggio. Quel punto di vista mi ha incoraggiato a sentimi io stesso il Mediterraneo, quindi qualsiasi senso di affinità possa avvertire rispetto a una cultura nuova è sempre l’eco del Mediterraneo che mi ci conduce.
Ti capita di suonare queste musiche nella tua città di origine? Se sì, qual è la reazione della gente a queste tue contaminazioni?
Ricevo annualmente proposte per esibirmi nella mia provincia ma poi cadono nel vuoto anche perché si pretende che gli artisti locali, se non raccomandati, suonino gratis. Tutto questo mi rattrista perché è proprio nella mia terra che sarei felice di dare un esempio di dignità. La verità è che in Sicilia le persone capaci e creative non hanno soldi mentre quelle in carica alle istituzioni sono totalmente disinteressate alla cultura. Non so, magari se finisco in tv a qualche rissa m’invitano e mi pagano pure!
Nel tuo ultimo disco "Principia" hai inserito una cover della celebre canzone popolare "Vitti 'Na Crozza" (già interpretata da artisti come Domenico Modugno, Amalia Rodriguez, Gabriella Ferri etc), hai inoltre incluso in questo brano le voci di Pippo Fava e di Paolo Borsellino trasformandolo in un canto "Antimafia", quali sono i motivi di questa scelta?
Volevo restituire dignità a questo brano dal testo così profondo e lirico, che è stato spesso confuso con una banale tarantella; per questo ho scelto di arrangiarlo con uno strumento turco, il saz suonato da Carmelo Siciliano; questo strumento solitamente accompagna i canti poetici. Riguardo le voci di Fava e Borsellino, le ho scelte perché furono entrambi assassinati dalla mafia pochi giorni dopo aver pronunciato quelle parole, considero quindi quei discorsi come una specie di loro eredità. Il loro coraggio e senso di dignità è comprensibile se si ascolta con attenzione il contenuto di quelle dichiarazioni.
Progetti nel futuro prossimo?
Continuano i concerti con il maestro Fakhraddin Gafarov e con Carmelo Siciliano, con i quali abbiamo realizzato un repertorio di canzoni d’amore tradizionali dal titolo “L’Amore dall’Egeo al Caspio”; in febbraio riprenderò lo spettacolo “Malpelo e Iqbal” e la perfomance “Help the Child Within” nella quale, in un mix di musica elettronica e acustica, si parla dell’uso e abuso delle armi da fuoco. E poi, incrociamo le dita, un disco nuovo.
Per approfondimento, vedere i progetti e ascoltare alcuni brani di Thoni Sorano:

di Karim Metref http://www.babelmed.net/



dicembre 27, 2009

Carlo Sgorlon, il cantore friulano






Riposava da giorni, nel freddo senza redenzione della sua terra, raccontata con aderenza e partecipazione da sempre. Carlo Sgorlon è morto a Natale, nel Friuli che aveva visto trasformarsi da avamposto bucolico a territorio industrializzato e di cui aveva saputo raccontare con puntualità drammi ampiamente prevedibili e tragedie legate all’imponderabile. Il Vajont e lo spaventoso terremoto del 1976, le case crollate, le esistenze cancellate, il dolore che non ha bisogno di parole ma sente la necessità di qualcuno che lavori per non permettere all’oblio di prendersi la scena. Scriveva e collezionava premi, Sgorlon. Figlio di un sarto e di una maestra elementare, trascorse l’infanzia in un’Italia quasi pre-rurale, dove imparò “le conoscenze fondamentali del mondo”. Bastava poco, per sentirsi felici oltre regimi, dolori privati, fame e stenti. Osservatore formidabile, Sgorlon riportò su carta impressioni e intuizioni elaborate durante un’adolescenza itinerante che lo spinse a prendere treni e a plasmare la propria fortuna tra le pagine dei testi che lo innalzarono a “normalista” a diciotto anni e gli spalancarono poi le porte di una cultura che
apprezzava la sua malinconia senza autocommiserazione, l’ambiente provinciale capace di tracciare massime universali e la tradizione riportata nel sano alveo della pedagogia. Cesare De Michelis, fondatore di Marsilio, è colto di sorpresa dalla dipartita di un viaggiatore di confine che conosceva bene. “Dice davvero? Mi dispiace molto”. La voce si spezza, il ragionamento fluisce senza interruzioni. “Carlo era uno scrittore molto colto. Un profondo interprete di Kafka, un sincero, ostile, soldato dell’antimodernità. Gli faceva orrore ma, come molti, non aveva affilato adeguati strumenti per difendersi”. Il rimpianto verso una società ormai estinta e il favoleggiare sulle parole dei vecchi, tanto a fondo da ricavarne una morale agiudiziale (fondamentale nella sua formazione fu il nonno, che lo spinse, senza inutili tenerezze, a ricercare il rischio come cifra stilistica), ricorrevano spesso. “Tutta la sua poetica, risiedeva nella rievocazione di un microcosmo che non esisteva più e non sarebbe tornato neanche con una rivoluzione postmoderna. Gli zingari, i cosacchi, i lavoratori friulani. Ogni singola descrizione, e Sgorlon sapeva farlo come pochi, portava a quel meridiano senza luogo in cui la memoria si abbraccia con la nostalgia e la semplicità con la pace dei sensi”. Ogni volta che dall’amato Friuli scendeva a Venezia - che lo aveva premiato a distanza di dieci anni da Primo Levi con quel Campiello che nel 1973, grazie a “Il trono di legno”, coprì d’alloro e di lampi di vita sociale, luci e copertine un esponente tra i meno salottieri dell’intero panorama editoriale italiano - Sgorlon non dimenticava di salutare il vecchio amico. “Era un conversatore formidabile e mi faceva piacere camminare tra le calli con Carlo”. Sgorlon l’irregolare: “Era di sconfortante bruttezza ma di quell’imperfezione che rendeva affascinanti”, il poeta che della politica non si fidava. “Mai saputo cosa votasse ma sono certo che fosse equidistante tra le grandi chiese che all’epoca, nei ‘70, si davano battaglia nel nostro paese. Antifascista e anticomunista, sicuramente. L’unica cosa per cui davvero si appassionasse, era il vivere secondo natura. Un ritmo della vita più lieto. Quello cercava, senza requie. Non so se fosse in analisi o quali nevrosi coltivasse, ma questa confusione senza orizzonte né domani, non poteva donargli alcuna soddisfazione”. Così Sgorlon ha salutato le sue tante vite. Quella da insegnante, da viticoltore, da contadino capace di godere odori e sapori, nebbie e brine, albe, notti e nevicate al riparo dal rumore. De Michelis si ferma a riflettere, cerca le parole giuste, allontana l’enfasi come crede, sarebbe piaciuto anche a Sgorlon. Chi se ne va ha sempre torto, chi lascia non può difendersi dalla rievocazione. “Sa cos’era veramente Carlo? Un uomo di grande immediatezza, di semplicità assoluta. Se avesse potuto, avrebbe riannodato all’infinito il filo della narrazione domestica. Era un narratore fluviale, sia che usasse la penna, sia che con la voce grossa, rauca, definitiva, raccontasse a una platea, anche solo immaginaria. Innalzando in una dimensione mistica il compito educativo del ricordo, stringendone in nessi intorno al fuoco di un camino, cercando di capire come si era potuti precipitare nell’abisso della contemporaneità senza salvezze o contrappesi”. Perché alla fine, oltre le fotografie fissate nella memoria, tra i lustrini di uno “Strega” o di un “Flaiano” (Sgorlon vinse quaranta coccarde, con pochi paragoni tra le giurie e le piccole, miserevoli battaglie nel dietro le quinte degli agoni letterari del secondo novecento), rimanevano in luce gli elementi primigenei. L’essenza femminile, l’acqua, l’eterno peregrinare alla ricerca della soddisfazione o il crollo dei valori che seppero tenere insieme senza sigle o bandiere una comunità. L’ultimo romanzo, “La penna d’oro”, edito da Morganti a dicembre dello scorso anno, era un’autobiografia . L’istantanea di un personaggio anticonvenzionale, abituato a muoversi sul labile filo tra fantastico e reale, affezionato alle origini perché solo in quelle si può ritrovare ciò che l’uomo cerca freneticamente senza sapere che è lì, sotto ai suoi occhi, troppo stanchi per osservare l’evidente. “Io mi rivolgo a quei lettori-scrive Sgorlonche hanno il gusto di perdersi in storie ben fatte e fornite di quella poesia di cui oggi si diffida. Possiedo un forte istinto narrativo, e a quello mi abbandono. È una specie di bussola incorporata nel mio inconscio. Seguo i grandi archetipi del narrare. Non trovo difficoltà a realizzare questo tipo di narrativa, se non di natura psicologica. So infatti di andare contro il gusto corrente e contro la cultura egemone. So di essere il solo, o quasi. Però c'è anche una certa soddisfazione a sapere di non essere uno che salta sul cocchio del vincitore, che in Italia tutti inseguono, ma sul quale non tutti riescono a salire”.
Il Marquez italiano non saltò mai sul carro giusto e forse per questo, riuscì a rimanere ciò che era, interpretando come in un sogno senza via di fuga, tutti gli altri personaggi della sua cosmogonìa. Oggi in Friuli fischia il vento, urla la bufera, ma non si avverte neanche un soffio di tempesta.
di Malcom Pagani
Carlo Sgorlon è morto a Natale, quando in molti gioivano assieme alla famiglia, magari riunita per l’occasione, quando ragazzini più o meno inerbi aprivano pacchi e pacchettini, Sgorlon chiudeva gli occhi e il destino fermava la sua penna.
Leggere oggi Sgorlon, leggere i suoi libri intendo, è più che fare un tuffo nel passato, è accorgersi che le nostre radici, quelle di tutti sono sotto i nostri piedi, non in voli pindarici che cercano di sollevarci da ‘essere umano’ a chissà cos’altro.
Aveva settantanove anni quando Carlo Sgorlon se n’è andato e noi tutti abbiamo perduto un grande narratore naturale, innamorato della tradizione e del mito, sensibile al sacro e al divino.La cosa che fa sorridere oggi è che Sgorlon sin dall’inizio si trovò isolato in Italia, eppure non gli mancarono i successi: quaranta premi letterari, tra cui il Supercampiello che quasi sfacciatamente portò a casa due volte, unico nella storia del premio, eppoi lo Strega, il Napoli, il Flaiano, il Nonino, l’Isola d’Elba. Crebbe lettori come premi, in quantità.Fu capace di toccare temi di grande attualità parlando di antiche leggende e sopratutto, sopra ogni cosa, della natura, natura che l’ha sempre, da sempre visto appassionato difensore contro le sciempiaggini della industrializzazione e i danni dello sfruttamento all’anima contadina di questo paese.
Carlo Sgorlon era l’ultimo vero artigiano della libertà, conservatore si ma esaltante, conservatore anarchico quasi, anarchia che limava nella sua poetica, conciliandola al conformismo diffuso, lavorando a pagine che comunicassero emozioni, passioni e avventure, legate a tradizioni e culture lontane e da discoperchiare dall’oblio con un lavoro paziente e costante, con un tuffo in un mondo di invenzione e narrazione che poco ha a che fare con la descrizione dei mali che affliggono la nostra società, eppure era di quello che raccontava.
“Ho sempre cercato, prima di ogni altra cosa, la verità profonda delle situazioni, ossia la poesia, è non ho mai trasformato un libro in una requisitoria da Pubblico Ministero, come avviene tanto spesso ai nostri giorni”, questo raccontava di se stesso Sgorlon e forse la chiave del suo disappunto è tutta lì, il disappunto che permea l’ultimo dei suoi libri, quell’autobiografia pubblicata nel 2008, quasi un testamento spirituale, d’una penna più che dello scrittore, quella “ La penna d’oro” manifesto per la sua delusione d’una società letteraria e per la gente del suo Friuli che lo dimenticava, dimenticandone le radici.
Eppure non è certo nato con la penna tra le dita, il più grnde censore che ebbe mai fu se stesso. Il primo romanzo “Il vento nel vigneto” è del 1960 e verrà successivamente tradotto in friulano col titolo di “Prime di sere”. Solo poi sono arrivati i romanzi che hanno raccontato della sua terra alla penisola: da “Il trono di legno” epopea contadina iniziata e finita con “ Gli dei torneranno” a “L’armata dei fiumi perduti”, da “La carrozza di rame “ a “La conchiglia di Anataj”, raccontando per primo il dramma delle foibe in “Malaga di Sir”
Ecco perché l’isolamento non volontario di Sgorlon è una macchia per tutti i letterati ed accademici, che difficilmente ora, come gli è stato difficile quando Sgorlon era in vita, possono capire che l’affetto che meritava era solo per avere l’onore di percepire che l’oro della sua penna ha solo avuto l’arire d’ accarezzare la fantasia ed i cuori di molti, ed oggi son certo che dovunque sia andato, in qualunque Valhalla stia passeggiando se la rida al tardivo inutile riconoscimento d’una disattenta ecclesia politica che non rimanendo in silenzio banalmente declama per voce del Ministro Bondi.
Se sapessero che i personaggi di Sgorlon non sono determinati dai chiassosi miti di oggi, tutti di natura egoistica, ma da miti di altra pasta, che si muovono nel mondo con una sorta di leggerezza lunare perché il mondo è solo l’illusione d’uno sterminato, sempiterno illusionista.
Carlo Sgorlon se n’è andato ed a noi non resta che un inchino perché: “Il destino spesso ordisce alle nostre spalle beffe bizzarre, che vanificano tutte le nostre speranze e il lavoro di una vita intera”

di Livio Cotrozzi

dicembre 24, 2009

L'esistenza dell'ateo contro i dogmi



Giornalista - Lei crede in Dio?
Rael - Questa domanda mi offende. Io le ho forse chiesto se crede in Babbo Natale?
Giornalista - Beh, non è la stessa cosa...
Rael - Qual è la differenza? Me la spieghi.
Giornalista - ...(silenzio imbarazzato)...
Rael - Beh, ho una brutta notizia da darle. Babbo Natale non esiste!
Già, Babbo Natale non esiste... e neanche Dio !
L'accostamento non potrebbe essere più calzante, benché faccia sicuramente storcere il naso ai "benpensanti".
Allo stesso modo in cui un bambino, crescendo e facendo esperienza del mondo, smette di credere nella befana, l'intera umanità, progredendo (non senza intoppi) nella propria emancipazione intellettuale e continuando ad indagare la natura e l'universo, non può che allontanarsi dall'idea di dio, lasciandosela alle spalle come segno distintivo di un'epoca in cui il lume della ragione cedeva il passo a quello dei roghi.
Essere Ateo, quindi, non è l'attitudine rinunciataria, come pretendono alcuni, di chi si arrende davanti alle sofferenze umane, ma, al contrario, è l'atteggiamento propositivo di chi vuole ridare all'essere umano la sua giusta dimensione e dignità, collocandolo in modo razionale nell'universo, rimettendolo al centro della sua stessa esistenza e riponendo interamente nelle sue mani la responsabilità delle proprie scelte individuali e sociali.
Argomenti in favore dell'Ateismo
Se siete atei e vi siete imbattuti in qualche zelante credente, di sicuro vi siete sentiti chiedere almeno una volta: "Come fai a dire che Dio non esiste? Non puoi dimostrarlo!" Ancora una volta il parallelismo fatto nel paragrafo precedente ci viene in aiuto. Sfidiamo chiunque, infatti, a dimostrare l'inesistenza della befana...Non è compito dell'ateo, inoltre, "dimostrare" che Dio non esiste. È compito semmai del credente dare prove convincenti dell'esistenza di un qualcosa di cui nessuno può testimoniare un'esperienza diretta ed oggettiva di qualsiasi tipo. Migliaia di anni di religioni non sono mai riuscite a dimostrare l’esistenza di Dio. Perché credere in qualcosa di cui non si ha il benché minimo indizio? Vista la mancanza di prove fornita dai credenti, la non credenza è la scelta più ragionevole.
L'esistenza di Dio, inoltre, è filosoficamente inutile. Non fornisce alcuna risposta alla domanda "Perché esiste ciò che esiste? Perché l'universo anziché il nulla?" L'ipotesi della sua esistenza non spiega niente e solleva più problemi di quante soluzioni dia. Essendo per definizione degli stessi credenti "incomprensibile", "inesplicabile", "trascendente", Dio si autocertifica l'esistenza, diventando un concetto che si autosostiene. E se Dio esistesse, chi avrebbe creato Dio? O è l’unico rappresentante di una generazione spontanea?
Ma torniamo su questioni più umane. Se lo spirito galileiano poco si addice a sondare il «dilemma» dell'esistenza di Dio, sicuramente risulta invece molto utile nel "misurare" gli effetti di tale credenza nella società e negli individui.I dogmi religiosi sono assurdi e molto spesso rivoltanti e contrari alla natura umana. Facciamo solo alcuni esempi:
Il Peccato Originale - che rende l'essere umano un colpevole per il solo fatto di nascere.
La Trinità - delirio dottrinale che, come diceva Schopenhauer, ha causato più morti delle pestilenze (oltre allo squilibrio mentale dei suoi assertori... [*]).
La valorizzazione della sofferenza - che incoraggia ed esalta la mortificazione del corpo in virtù di una sorta di predestinazione alla santità (si pensi al culto delle stigmate, alle corde legate in vita per mortificare la carne,...).
Il disprezzo del corpo e la condanna del piacere - che ha portato l'essere umano alla più inumana delle alienazioni, la vergogna per il suo stesso corpo, e all'associazione della nudità e del sesso a sentimenti di peccato e di indecenza [*] (si ritiene inaccettabile che in televisione un minorenne veda una scena di erotismo, ma non che assista ad immagini di violenza e di omicidi...).
Non meraviglia che l'applicazione di un tale sistema di credenze sia generatrice di delirio mistico e di fanatismo religioso.Quando si rende l'essere umano un colpevole per il solo fatto di essere "umano", fatto di "carne", lo si aliena dalla sua stessa natura, lo si violenta nel volerlo rendere "non umano". Questa snaturazione dell'individuo è causa di sofferenze e di frustrazioni che, traslate su scala sociale, generano odii razziali, intolleranza religiosa, rifiuto della diversità, di cui ancora oggi vediamo i frutti.
L'Ateismo non ha alcuna pretesa sull'essere umano se non quella di restituirgli la sua umanità, di restituirgli il diritto di trarre piacere dal proprio corpo, di restituirgli la libertà di progredire senza lo spauracchio di un dio che non vuole essere estromesso, e soprattutto di restituirgli il lume della ragione!
Ateismo e spiritualità
La parola "Ateismo" non è antitetica alla parola "spiritualità", allo stesso modo in cui "religione" non è sinonimo di "dio". Il Buddismo, ad esempio, è una religione atea, che non riconosce l'esistenza di un dio personale dotato di volontà. Questa idea (sommamente presuntuosa nella sua pretesa di antropomorfizzare l'intero universo) è invece caratteristica dei credo monoteisti.
La parola religione deriva dal latino "religere", che vuol dire riunire, collegare. Essere religiosi quindi non significa credere in un dio, ma sentirsi parte di un tutto, percepire il legame che unisce gli esseri umani tra loro e questi alla natura e all'universo. Questo sentimento di comunione e partecipazione è alla base di una spiritualità autentica, svincolata dal soprannaturale e dalla superstizione. Ed è questo "sentirsi parte", questo sentimento di laica fratellanza a creare unione tra gli esseri umani anziché contrapposizione.
Ateismo e Diritti Umani
L'Ateismo spinge prima di tutto alla responsabilizzazione. Non a caso la Dichiarazione dei Diritti Umani è stata creata inspirandosi a principi di laicità, duri da mandar giù tra le fila religiose. Benché infatti non se ne parli (o addirittura si tenda a mostrare il contrario) le religioni monoteiste, così intente nell'intessere elogi tra le masse inebetite, non vedono per nulla di buon grado certi principi di libertà individuale contemplati dalla Carta dei Diritti.Come possono dirsi favorevoli alla libertà di coscienza e di religione quando denunciano la secolarizzazione della società, combattono contro i movimenti religiosi e filosofici minoritari (spregiativamente chiamati "sette") come un cancro da estirpare, e puntano il dito inorriditi su chi si professa ateo?Come possono dirsi a favore dell'uguaglianza degli esseri umani quando tra le loro stesse fila la donna non può coprire quelle stesse cariche che occupano gli uomini? (per non parlare dei paesi islamici, dove alla donna non è nemmeno consentito mostrare il proprio volto in pubblico, o preso gli ebrei, dove gli uomini ringraziano dio per non essere nati donna...)Come può l'essere umano avere diritto alla felicità se gravato dal peso di un peccato originale che gli si è attribuito per il semplice fatto di essere venuto al mondo? Come può avere diritto ad una morte dignitosa se gli si nega la possibilità di porre termine alla propria sofferenza con l'eutanasia?Come possono accettare che ciascun individuo viva liberamente le proprie orientazioni sessuali se le unioni omosessuali non sono ammesse, se quelle eterosessuali fuori dal matrimonio religioso vengono considerate un peccato e se quelle consumate nel rispetto di questi vincoli dottrinali devono avere come unico fine la riproduzione?
Meglio fermarsi qui... Per chi avesse voglia di farlo, un confronto tra la Carta dei Diritti Umani e i principi dottrinali (essenzialmente) monoteisti mostrerà molte altre incongruenze.

Libertà di ricerca
Alla fine di novembre del 2002, il ministro della Sanità Girolamo Sirchia ha affermato che “la clonazione, terapeutica e riproduttiva, è un crimine contro l’umanità al pari della schiavitù e delle sevizie sui bambini”.Ancora una volta lo Stato italiano, per voce di uno dei suoi rappresentanti, ha dimostrato quale sia la sua posizione nei riguardi della scienza e dei suoi progressi. Affermazioni come quelle del ministro della Sanità testimoniano quale campagna di volontaria disinformazione sia in atto nel nostro paese, e come l’Italia sia tuttora il simbolo dell’oscurantismo che ha contrassegnato i periodi più bui della storia occidentale.
È avvilente vedere come i rappresentanti di uno stato che si autodefinisce laico possano fare proprie le più deliranti tesi cattoliche per boicottare ogni avanzamento della scienza.Paragonare la clonazione alla schiavitù e alla pedofilia significa offendere tutti coloro la cui vita o salute dipende dalla ricerca in questo nuovo settore della scienza, significa insultare tutti coloro che sono stati vittima di abusi sessuali e di atti di pedofilia, compresi quelli dei preti cattolici verso i quali lo Stato e la Chiesa dimostrano un’indulgenza vergognosa.
La clonazione, terapeutica e/o riproduttiva, è una tecnologia che va nel senso della vita, e i vantaggi che ne possono derivare sono innumerevoli come dimostra un’attenta analisi dei dati scientifici, libera dai pregiudizi e dalle paure che vengono con tanta cura diffusi dagli ambienti ecclesiastici di cui i rappresentanti statali si fanno troppo spesso portavoce.
La clonazione è innegabilmente un’importante tappa nel progresso scientifico, in quanto non solo porterà al miglioramento delle condizioni di vita umane, ma emanciperà l’uomo dal ruolo che la teologia gli ha accuratamente ritagliato nel corso dei secoli, restituendogli la sua vera dimensione e la giusta collocazione nel suo modo di concepire se stesso e l’universo. È questo che il potere cattolico teme: che la Scienza, come ha sempre fatto, apra gli occhi dell’essere umano sulla sua “nudità”, e che lo liberi dall’inutile zavorra delle sue polverose dottrine millenarie.Per questo il Movimento Raeliano lancerà a partire da ora una campagna informativa sui benefici delle ricerche sulla Clonazione Umana, in un momento storico in cui stiamo per assistere alla nascita dei primi bambini frutto della clonazione riproduttiva: perché questi neonati vengano accolti con l'amore e il rispetto che meritano in quanto esseri umani a pieno titolo.
Stop all'omofobia
Noi Raeliani protestiamo contro le pressioni esercitate dal Vaticano in seno all'ONU che hanno portto al ritiro di un progetto di risoluzione dal titolo «Diritti della persona ed orientazione sessuale», che avrebbe dovuto condannare le discriminazioni fondate sull'orientazione sessule, e chiediamo l'esclusione dello Stato del Vaticano dalle istanze dell'ONU.Noi protestiamo contro l'omofobia della Chiesa e chiediamo che cessi la propaganda criminale del Papa contro l'uso del preservativo e contro il diritto delle donne di disporre liberamente del proprio corpo.Ogni giorno in molte nazioni del mondo gli omosessuali sono vittime di discriminazioni, persecuzioni, violenze, torture ed omicidi. La Chiesa condanna l'omosessualità come una mostruosità o una deviazione sessuale. Voi che forse siete omosessuali e dunque considerati come dei mostri agli occhi di questa istituzione, perché continuate a far parte di queta chiesa che vi manca di rispetto e vi condanna?
Ciascuno ha il diritto di disporre del proprio corpo come desidera. L'omosessualità non è un comportamento anormale o normale. Ciascuno deve poter condurre una vita sessuale in armonia con i propri gusti e le proprie attrazioni naturali. Rimproverare ad un omosessuale di essere omosessuale è tanto stupido quanto rimproverare ad un uomo di ssere un uomo o ad un gatto di essere un gatto. L'omosessualità è tanto naturale quanto lo è l'eterosessualità o la bisessualità. La sola cosa innaturale è voler obbligare gli altri ad assumere i nostri stessi comportamenti sessuali.Da qualche tempo i media hanno rotto il muro del silenzio, denunciando i numerosi scandali di cui è protagonista la Chiesa; e ricordiamoci che i processi aperti per pedofilia e per violenze su minori, come gli scandali degli aborti delle religiose e quelli finanziari, sono soltanto una piccola parte della reale dimensione del fenomeno, proprio come la punta di un icesberg!Rifiutatevi di essere complici silenzioni di coloro che incoraggiano l'omofobia. Dissociatevi da tutti i crimini commessi e dalle sofferenze causate per secoli dalla vostra religione d'appartenenza in nome di Dio. Liberatevi dal senso di colpa che la vostra religione vi impone. Dio non esiste!


Il Processo a Giordano Bruno
Si dice che durante il suo processo conservò tutta la sua insolenza: "Avete certamente più paura voi nel pronunciare quella sentenza che io nell’ascoltarla! ", avrebbe tuonato davanti ai suoi giudici.La condanna del filosofo come "eretico", su ordine del papa Clemente VIII, mette una fine brutale alla vita di peregrinazioni, di dispute e di tormenti di questo essere eccezionale. Essa è rappresentativa dell’intolleranza e degli eccessi ideologici, nel campo cattolico così come nel campo riformato, in quell’epoca delle guerre di religione e della fine del Rinascimento.L’8 febbraio 1600, dopo sette anni di processo, d’incarcerazione e di torture nel corso delle quali ha sempre rifiutato di abiurare le sue convinzioni, il "Santo Uffizio" lo caccia dalla Chiesa come "eretico impenitente" e lo rimette a una corte secolare che lo condanna a morte.


Il Supplizio di Giordano Bruno
All’alba del 17 febbraio del 1600, quattro secoli fa, a Roma, in Campo de’ Fiori, Giordano Bruno sale sul rogo, su ordine del papa.Viene legato al patibolo del rogo dell’Inquisizione. Sfidando ancora l’autorità, distoglie lo sguardo dal crocefisso che gli viene presentato.L’uomo è attaccato nudo al patibolo del rogo. Ha cinquantadue anni. La folla lo circonda.Viene fissato il morso di legno destinato a impedirgli di parlare, di urlare un’ultima volta, per impedirgli materialmente di urlare ancora una volta la propria rivolta e la propria convinzione.Sul rogo, Giordano Bruno ha forse rivolto lo sguardo verso il cielo, quel cielo che descriveva infinito e multiplo... ormai velato dal fumo delle fiamme che salgono verso di lui.Il rogo consuma quel corpo che non ha cessato di ridere, di pensare, di commuoversi e di provocare.Giordano Bruno non ha ceduto davanti all’Inquisizione. Non ha abiurato alcunché della propria visione del mondo.Il suo crimine: aver avuto, prima di Galileo, Leibniz, Einstein o Mendeleïev, l’intuizione geniale di ciò che è divenuto la teoria generale dell’Universo, la relatività, la chimica, la genetica, etc.Bruno incarnò la lotta della coscienza contro il dogmatismo. Dopo gli eretici e gli stregoni, si mettono al rogo i libri giudicati empi. Tutti i libri scritti da Bruno, che i giudici poterono trovare, furono bruciati in piazza San Pietro.Il martirio del filosofo errante, cercatore dimenticato, discreditato dalla chiesa, è il simbolo di tutti i crimini contro la mente. Questo visionario della pluralità dei mondi, inflessibile e sulfureo, tre volte scomunicato, continua a incarnare, quattrocento anni più tardi, la resistenza a tutti i dogmi.

dicembre 23, 2009

Ateismo come umanesimo

Per coloro che come Nietzsche hanno negato Dio in nome dell’uomo qualsiasi concezione teologica della storia finisce con l’essere una negazione radicale della libertà umana.

M. Scheler Mensch und Geschichte in Gesammelte Werke; trad. it. Uomo e storia in Lo spirito del capitalismo a cura di R. Racinaro Guida Napoli 1988 pagg. 285-287
In tutto l’ateismo (nel senso piú lato) precedente dei materialisti positivisti ecc. l’esistenza di un Dio veniva considerata in sé come desiderata ma come o non dimostrabile o altrimenti direttamente o indirettamente non concepibile ovvero come contestabile da parte del corso del mondo. Kant che riteneva di aver contestato le dimostrazioni dell’esistenza di Dio tuttavia faceva dell’esistenza di un oggetto corrispondente all’idea razionale “Dio” “un postulato valido in generale della ragione pratica”. Qui in questa nuova teoria invece si dice: potrebbe forse essere che in senso teorico vi sia qualcosa come un fondamento dell’universo un ens a se – non ha importanza che questa X sia pensata in maniera teistica o panteistica in maniera razionale o irrazionale – tuttavia non ne sappiamo nulla. Ma del tutto indipendente dal sapere e dal non sapere ciò che è decisivo è un altro elemento: un dio non può né deve esistere a causa della libertà della responsabilità del compito – a causa del senso dell’esistenza dell’uomo. Nietzsche ha scritto una frase raramente compresa in maniera completa: “Se vi fossero degli dei non sopporterei di non essere un dio quindi non vi sono dei”. Qui l’ateismo postulatorio – l'immagine opposta piú rigorosa rispetto al teismo postulatorio di Kant – è espresso per la prima volta in maniera rigida. Nel capitolo 21 dell’Etica di N. Hartmann intitolato Teleologia dei valori e metafisica dell’uomo questo “ateismo postulatorio della responsabilità” viene condotto alla sua altezza suprema e si tenta di fondarlo in maniera scientificamente rigorosa; soltanto in un mondo meccanico ovvero in un mondo non costruito teleologicamente un essere etico una “persona” ha possibilità d’esistenza. In un mondo che sia stato prodotto in base a un piano da una divinità o nel quale una divinità al di fuori dell’uomo disponga in qualche modo del futuro l'uomo come essere etico come persona è annullato. “Si deve scegliere: o teleologia della natura e dell’ente in generale o teleologia dell’uomo”... Ovvero: qualora il mondo sia in qualche modo essenzialmente uguale all’uomo (e questo – ritiene Hartmann – è l’elemento che assumono tutte le teologie fin qui esistite) allora va smarrita la specificità dell’uomo nella sua posizione cosmica allora l’uomo viene privato dei suoi diritti. Non è la determinazione causale non è il meccanismo a privarlo dei suoi diritti; al contrario il meccanismo gli offre la possibilità d’imprimere nella realtà ciò che egli ha visto nell’ordinamento rigorosamente oggettivo delle idee e dei valori dell’essere ideale. Anzi il meccanismo è lo strumento della sua libertà e delle sue decisioni sovrane autonomamente responsabili. Ma ogni predeterminazione del futuro che ponga un essere al di fuori di lui annulla l’uomo in quanto tale.

Novecento filosofico e scientifico a cura di A. Negri Marzorati Milano 1991 vol. II pag. 239

dicembre 22, 2009

La generazione rubata

Un film di Phillip Noyce. L'Australia, come la conosciamo oggi, è stata fatta a scapito di chi in quella terra abitava da sempre, gli aborigeni. Questo film racconta una vicenda poco nota al grande pubblico, (chissà perchè!?) Nei primi decenni del `900, il governo aveva deciso di "preoccuparsi" dell'educazione dei meticci, i figli di bianchi e aborigeni. Per questo aveva allestito un'apposita struttura che con l'aiuto della polizia aveva il compito di rapirli, strappandoli alle proprie madri, per deportarli in collegi dove sarebbero stati cristianamente educati alla civiltà. Nel 1931 Molly, quattordici anni, viene rapita con la sorellina Daisy di otto e la cuginetta Gracie di dieci. Sono portate in un centro che dista 1500 miglia dal loro villaggio. Ma Molly, nonostante il rischio di severe punizioni, decide di tentare la fuga, con le due bimbe al seguito. Per orientarsi costeggiano il Rabbit Proof Fence (titolo originale del film) ossia il recinto per fermare i conigli che devastavano le coltivazioni, un recinto lungo migliaia di chilometri. La storia del film è la lunga fuga di tre bimbe braccate. E non si creda che questi rapimenti fossero cose d'altri tempi, il governo australiano ha seguito questa pratica sino ai primi anni del 1970!!! Le vittime di quell'educazione mostruosa sono oggi definite generazione rubata. I "cristiani" ovunque sono andati, hanno portato morte, malattie e distruzione; basti pensare allo sterminio dei nativi americani. Nessuno ripagherà più tutte queste vite rubate, ma almeno dobbiamo riconoscere la loro storia,la loro cultura e dignità.Un film che chiunque dovrebbe vedere e riflettere.

attentialweb.blogspot.com

dicembre 21, 2009

L'Italia delle arti divisa dal crocifisso di Michelangelo

L'Italie des arts divisée par le crucifix de Michel-Ange

Pour 3,2 millions d'euros, l'Etat italien pensait avoir fait une bonne affaire en acquérant, le 11 décembre 2008, une statue en bois d'un Christ en croix haute de 41,3 centimètres, datant de 1495 et attribuée à Michelangelo Buonarotti dit Michel-Ange (1475-1564). Qui dit moins ? D'autant que le vendeur, un antiquaire de Turin (Piémont), en demandait 15 millions d'euros. Tout attestait le talent de Michel-Ange, alors âgé de 20 ans : la légèreté de l'ensemble, l'articulation des genoux, les muscles des épaules, les fesses, l'inclinaison de la tête du Christ qui évoque inévitablement la Pietà de la basilique Saint-Pierre de Rome. Restaient bien un torse trop compact ou des jambes trop longues. Mais, à ce prix-là, on n'allait pas chipoter.
Fier d'avoir enrichi le patrimoine national italien au plus fort de la crise économique, le ministre de la culture, Sandro Bondi, décidait aussitôt de montrer l'oeuvre au pays avec une exposition itinérante de Palerme à Milan (elle est actuellement visible au Musée diocésain de Naples). Deux jours après l'acquisition du crucifix, Benoît XVI venait l'admirer à l'ambassade d'Italie auprès du Saint-Siège en lui attribuant ainsi une sorte de certificat d'authenticité qu'aucun document n'est venu attester.
Un an plus tard, la belle histoire est peut-être en train de tourner court. Vendredi 11 décembre, les carabiniers - mandatés par la Cour des comptes - ont effectué une perquisition de cinq heures au ministère des biens et des activités culturels et ont fait main basse sur toute la documentation concernant l'acquisition du crucifix. Et les parquets de Turin et de Rome ont ouvert une enquête. Le crucifix est-il l'oeuvre de Michel-Ange comme le soutiennent quelques experts ou celle d'un estimable artisan de Florence comme le disent d'autres ?
Investissement risqué
Selon Antonio Paolucci, directeur des musées du Vatican, et Christina Acidini, directrice des musées de Florence, "ce crucifix est un enrichissement important du patrimoine italien". Pour Francesco Gagliotti, spécialiste en sculpture médiévale, "la qualité de l'oeuvre n'a rien à voir avec Michel-Ange, mais elle est un exemple de plus de tant et tant de crucifix fabriqués en série par les artisans florentins de l'époque". Quant à Margrit Lisner, qui a authentifié un autre Christ de Michel-Ange, celui-ci serait l'oeuvre de Sansovino, un artiste de la Renaissance.
L'antiquaire turinois, lui, a moins de préventions. Interrogé par le quotidien La Repubblica sur le fait de savoir si l'Etat n'aurait pas fait un investissement risqué, il répond : "Et sur quoi vaut-il la peine d'investir sinon sur ce qui peut ramener le plus de touristes possible en Italie ?"
di Philippe Ridet http://www.lemonde.fr

dicembre 18, 2009

Carisma sociale e relativi equivoci morali

È ben nota la posizione di Max Weber che ha ridefinito in termini moderni il concetto di carisma. Mentre nelle società orientali il concetto di "carisma" è visto nella sua specificità storico-sociale, nelle società occidentali contemporanee Max Weber tratta in parallelo la formazione dei carismi sociali come nuclei di formazione di potere capitalistico legati soprattutto alla evoluzione e alla articolazione del concetto di Beruf (professione). Il Beruf (mestiere-professione) ha avuto nel tempo e nell’ambito religioso in cui si è sviluppato, due fondamentali, diverse interpretazioni. La prima, in ambito luterano, ha significato soprattutto "vocazione professionale" legata alla felicità-necessità dell’individuo di poter realizzare il disegno divino affidatogli. Nel secondo significato (vicino alle filosofie religiose e alle pratiche delle sette di origine calvinista) Beruf diventa "obbedienza a un imperativo etico" e il conseguente successo in ambito economico - il profitto - viene a configurarsi come "conferma della grazia divina". La natura, in parte religiosa, della figura sociale del capitalismo occidentale (confermata anche dalla storia analoga del termine calling inglese che corrisponde problematicamente al Beruf tedesco) ha avuto, in certe plaghe del capitalismo industriale e finanziario del nord Italia (e in particolare in area lombarda) delle discendenze chiaramente individuabili. Non tanto nella formazione dei capitali e dei capitalisti degli anni ’50 dove qualche aspetto di "calvinismo" economico era rintracciabile negli operatori delle valli bresciane e bergamasche (ma non si presentava ancora come modello sociale) quanto, piuttosto, negli ultimi trent’anni, nel corso dei quali si è come rinverdito (in modo francamente un po’ sospetto) proprio quel modello di ispirazione etico-religiosa "applicato" ai meccanismi e alle finalità tradizionali della formazione del capitale. Il richiamo frequente ed esplicito da parte di notissimi finanzieri nostrani (responsabili di grandi concentrazioni economiche e politiche - anche se quest’ultime oculatamente "coperte"), alle finalità etiche, vorrebbe un po’ enfaticamente alludere, anche in certe plaghe dell’attivismo finanziario del nord, a quel modello di origine protestante (più calvinista che luterano) legato al concetto di professione (Beruf) non come "vocazione" (luteranesimo) ma come, appunto, obbedienza ad un imperativo etico (calvinismo). Senonchè, l’ibridismo dei contesti religiosi (l’alto tasso di cattolicità delle valli lombarde) comporta delle modifiche, delle attenuazioni e degli adattamenti del concetto iniziale di obbedienza all’imperativo etico che, francamente, riduce a ben poco il richiamo originario alla eticità, in questi ambiti di sviluppo del capitalismo del nord Italia. Quando i finanzieri di dichiarata, anzi conclamata fede cattolica, parlano di "...eticità dell’andamento aziendale" si riferiscono soprattutto ad una certa correttezza e ad un certo equilibrio nell’impiego e nella gestione delle risorse aziendali: virtù che, alla lunga, se osservate fedelmente, produrrebbero ricchezza vera e stabile, nonché prestigio sociale e "carisma" a favore dei titolari di queste misurate e oculate conduzioni. "L’imperativo etico" di origine e natura calvinista, significa ben altro! Significa soprattutto ricaduta sociale del successo conseguito in campo economico. Significa non solo maggiore funzionalità fisiologica del nucleo organizzativo, al fine dell’incremento dei processi di produzione del profitto, ma significa partecipazione dei soggetti sociali al benessere ideato e prodotto da alcuni individui "carismatici" che costituiscono lo strumento e il viatico divino per la prosperità generale. Nell’ibridismo culturale e religioso che ispira il concetto di eticità dei finanzieri nostrani, invece, c’è una discriminante "secca" che fa la differenza (in senso negativo). Essa è rappresentata dall’assillo dell’idea di potere. Rivediamo la definizione iniziale di San Paolo a proposito del carisma in ambito religioso: il carisma è dato al singolo per il bene di tutta la comunità ecclesiale e raggiunge pienamente il suo scopo in rapporto alla interiore disponibilità e docilità del carismatico. Di quanto si distacca da questa definizione (se ci è consentita una non del tutto arbitraria contaminazione) l’uso che gli "individui carismatici mondani" di cultura italica (e lombarda in particolare) fanno delle risorse finanziarie che per vari motivi e con varie modalità politico-sociali si trovano a governare? La distanza è enorme. Dal punto di vista morale la posizione è pressochè agli antipodi di quella definita dall’assioma Paolino. Le risorse finanziarie acquisite con il concorso determinante di varie fonti di energia sociale (Chiesa, sodalizi professionali, politica ecc.) una volta strutturate in un sistema organizzativo collaudato (banche, assicurazioni, aziende semi-pubbliche ecc.), devono produrre soprattutto potere; devono diventare centrali di potere irreversibili. Si tratta evidentemente di un’interpretazione molto...riduttiva del concetto di eticità! La formazione dell’auto-carisma da parte di operatori economici che si sono mossi efficacemente soprattutto in ambito più strettamente finanziario, diventa, conseguentemente, indispensabile. Vengono indirettamente sollecitate, all’uopo, tutte le fonti disponibili di celebrazione della personalità (onorificenze nazionali e straniere, riconoscimenti accademici, coinvolgimenti culturali ai massimi livelli in settori spesso al di là delle reali competenze ecc.): tutto concorre alla formazione del "carisma sociale". Ma a che scopo? Allo scopo, probabilmente, di maturare una chiamata in campo politico, direttamente a livelli tali da poter risparmiare tutti quei "passaggi compromissori" ai quali è sottoposta, di solito, la gran parte di uomini politici che vengono dalla cosiddetta gavetta. La formazione di questo "auto-carisma" segna anche, di solito, l’approdo finale di una pratica professionale nella quale il soggetto ha potuto esprimere tutte le sue potenzialità e nella quale, di nuovo e di progressivo, per l’organizzazione che presiede, non ha più nulla da procurare. Per poter ambire al "carisma" di.. fine carriera, è necessario, tra l’altro, avere dietro le spalle un "casato" di riconosciuto prestigio, una struttura dinastica familiare che legittimi una candidatura di questo tipo anche dal punto di vista della tradizione locale. Non basta una regolare militanza religiosa e una obbedienza confessionale.

di Arnaldo Guarnieri www.criticaminore.it
San Paolo

dicembre 15, 2009

L'arte dell'Africa Sub-Sahariana

Oggi più che mai l'Africa è fonte di sfide e di opportunità, non solo per via delle sue potenzialità umane, naturali ed economiche ma anche per la ricchezza del suo patrimonio culturale e per la vitalità e l'originalità della sua arte.
Con lo scopo di contribuire a far conoscere al grande pubblico l'arte contemporanea africana, il Complesso del Vittoriano ospita una significativa mostra in cui sono esposte ottanta opere tra dipinti, sculture, installazioni e video di trenta artisti di diverse generazioni, nati nei Paesi dell'Africa Sub-Sahariana.
Il curatore della mostra, il professor André Magnin, sottolinea l'originalità delle opere esposte, alcune delle quali inedite, e che "comportano uno shock sul pubblico, creando un forte impatto. E' una mostra che permette di far vedere la ricchezza in cultura, arte e storia del continente africano e che racconta gli artisti africani, rispettandone la singolarità".
L'esposizione è divisa in due sezioni: la prima è composta dalla "Collezione di Arte Contemporanea Africana", proveniente dalla celebre raccolta di Jean Pigozzi, il più importante collezionista di arte contemporanea africana; la seconda, denominata "ArtistiAfricani" è costituita dalle opere di artisti indicati da diverse Ambasciate di Paesi Africani.
All'interno della prima sezione i disegnatori, pittori, scultori, videasti inventano e realizzano opere che ci proiettano in universi fantasmagorici, che traggono spunto al contempo dalla realtà quotidiana, da credenze o sogni o aspirano a rivolgersi a un pubblico internazionale.
La seconda sezione è composta da opere spesso figurative e colorate, dove non predomina tanto l'interesse per la tecnica o il riferimento, quanto piuttosto una forte volontà di vicinanza con il pubblico, con l'attualità, sia locale sia mondiale.
Gli autori creano il proprio linguaggio che si richiama a immaginari prospettici, spostando i confini conosciuti dell'arte tradizionale. Essi sono riusciti a fondere sapientemente, ciascuno nel proprio ambito, il carattere individuale delle creazioni e quello collettivo della percezione delle loro opere. La mostra, che vuole proprio dimostrare come l'arte attinga la sua linfa vitale dalla molteplicità di relazioni che scorrono in ogni direzione, è estremamente interessante e porta il visitatore a scoprire un tipo di arte diversa meno conosciuta al grande pubblico e a incuriosirsi delle nuove pulsioni artistiche internazionali.
Tra le opere più interessanti vi sono "La riconciliazione è il bacio della morale" di Amani Bodo, "Senza titolo" di Pathy Tshindele, "I nuovi padroni del mondo" di Chéri Chérin, "Senza titolo" di Esther Mahlangu e "Tsunami" di Richard Onyango.

di Simone di Tommaso

Complesso del Vittoriano, Salone Centrale, con ingresso in via San Pietro in Carcere - Roma
dal 19 novembre 2009 al 17 gennaio 2010
aperto dal lunedì al giovedì dalle 9.30 alle 19.30.
Venerdì e sabato fino alle 23.30.
Domenica fino alle 20.30.
Ingresso gratuito
http://www.comunicareorganizzando.it/

Patrick Wolf: The Bachelor

Fa piacere di questi tempi avere fra le mani un oggetto come "The Bachelor". Il ricco booklet, pieno di foto (che ritraggono il Nostro con i costumi più improbabili e fantasiosi), contiene sia i credits dettagliati, sia i testi trascritti integralmente: non poco, soprattutto paragonato alla media dei prodotti indie-pop, ossia uno striminzito foglietto ripiegato, con informazioni minime sul contenuto dell'album. Da molti giudicata pessima in quanto eccessiva e pacchiana, la copertina è invece un gioiello, a patto di capire quanto sia intimamente legata al contenuto del disco, come del resto accade da sempre per le opere di Wolf. Per il primo album ricorderete una foto che lo ritraeva conciato da artista di strada, con un mercatino sullo sfondo, e in effetti la musica era un pastrocchio di soluzioni una più stramba dell'altra; il secondo mostrava il suo sguardo malinconico su uno sfondo nero, e la musica era per l'appunto densa di un tragico romanticismo; per il terzo atto lo trovammo al luna-park vestito come un clown, non a caso il disco conteneva pezzi fra i suoi più vitali.
"The Bachelor" ci offre un Lupo agghindato con un costume che profuma di vecchia fantascienza, oggetti antichi sullo sfondo e font barocco: si tratta non a caso di un'opera densa di strati, contenente ballate dal sapore rinascimentale che vanno avanti a suon di beats digitali, brani cyber-punk che lasciano il posto a nenie tradizionali, e via dicendo. Più che un disco sembra un romanzo steam-punk virato pop barocco. La traccia iniziale, "Kriegspiel", con quelle feroci sirene elettroniche, sembra spalancare la porta dell'Inferno, ma a sorpresa la segue l'andante pop-rock orchestrale di "Hard Times". Il disco si svela molto più denso e suonato di quanto ci si aspettasse: l'elettronica c'è ma rimane in sottofondo, a parte due-tre numeri cyber molto vistosi (la ballata "Damaris" e le due collaborazioni con Alec Empire, il singolo "Vulture", spettacolare acrobazia EBM, e "Battle", pezzo industrial il cui impeto marziale ricorda a tratti i Cop Shoot Cop). L'ammassarsi dei suoni è esagerato (archi e tastiere come già accennato, ma anche chitarre, piano, percussioni e vecchi strumenti a corda) e la produzione soffoca ogni spazio possibile: usando un'iperbole potremmo dire che i dischi precedenti a confronto sembrano quasi low-budget.
"The Bachelor" è barocco nella sua stessa essenza, delirante, pretenzioso, ma soprattutto inusuale. Non solo per la veste: anche a livello di composizione è fuori dagli schemi. La title-track (in duetto con Eliza Carthy) è costruita da una serie di variazioni di un unico refrain, nello stile di certe antiche filastrocche, una struttura del tutto anomala rispetto alla tradizione pop-rock; il substrato strumentale di "Thickets" è una nenia che ruota imperterrita su sé stessa; mentre diversi brani raggirano l'utilizzo del ritornello puntando sul climax, raggiunto sistematicamente verso la conclusione ("The Sun Is Often Out" ne è il miglior esempio... tappeto di archi solenni e progressione del canto che sembra spingersi a fatica verso un tratto liberatorio... ma quando finalmente entra il coro si rimane interdetti: non lascia sfogare quanto accumulato sino a quel momento, bensì scava ancora più a fondo, con quelle voci bianche sfuggenti e al contempo stentoree).
L'errore da non commettere innanzi a un'opera del genere è quello di pretendere dai brani un'immediatezza che non possiedono: le melodie sono meravigliose, ma vanno lasciate decantare, e perché inusitate e perché bombardate di suoni, ricucite di ghirlande e abiti sfarzosi, nel segno della più opulenta decadenza. Superato lo scoglio iniziale vedrete che non risulterà difficile canticchiare ogni singolo brano. Nel frattempo attendiamo il secondo capitolo del progetto, "The Conqueror", che dovrebbe rappresentare, a quanto pare, la faccia accessibile della medaglia (ma detto fra noi: meno male che non li ha pubblicati in un'unica confezione come inizialmente annunciato, saremmo ancora fermi alla fase digestiva).
di Federico Romagnoli mpnews.it

dicembre 11, 2009

Cesare Lombroso: le teorie arcaiche e inattuali dell'inventore dell'Antropologia criminale

Cesare Lombroso nasce a Verona il 6 novembre 1835 da un'agiata famiglia ebraica. Sofferente di angina pectoris, morirà il 19 ottobre 1909 nella sua casa torinese.
Nel 1852 si iscrive alla facoltà di medicina dell'Università di Pavia, dove si laurea nel 1858. La fama di Lombroso è legata soprattutto alla teoria dell'uomo delinquente nato o atavico, individuo che reca nella struttura fisica i caratteri degenerativi che lo differenziano dall'uomo normale e socialmente inserito.
Nel 1866 Lombroso è nominato professore straordinario dell'Università di Pavia.Nel 1871 Lombroso ottiene la direzione del manicomio di Pesaro dove vivrà una felice esperienza professionale, in quel periodo elabora una proposta che sottopone alle autorità ministeriali: la creazione di manicomi criminali destinati agli alienati che delinquono e agli alienati pericolosi. L'anno dopo rientra a Pavia e inizia gli studi che lo porteranno alla elaborazione della "teoria dell'uomo delinquente".
Nel 1897 pubblica la quinta edizione dell'Uomo delinquente, in quattro volumi, di cui uno contenente un singolare "ATLANTE". (qui in parte riportato e che possediamo in originale)L'analisi dei caratteri somatici criminali nelle immagini dfi questo atlante si fa sempre più dettagliata e l'Autore propone le caratteristiche proprie dei tipi criminali, differenziati in base alle anomalie proprie della classe a cui appartengono. Si delinea quindi il profilo criminologico del pazzo morale e del pazzo epilettico, accomunando nella stessa classe degli epilettoidi i pazzi morali, i delinquenti epilettici e i delinquenti nati; segue l'analitica descrizione dei mattoidi, ovvero individui alienati che passano per geni, ma che in realtà sono persone comuni affette da un'ideazione patologica che li porta a dedicarsi ad attività estranee alle loro capacità.
Essi si improvvisano politici seduttori, ammalianti predicatori, venditori di fumo, e via di seguito e sono animati da una esagerata laboriosità oltre a sfoggiare un nascisistico culto della propria personalità.
Conscio che la teoria atavica del delinquente è stata messa in discussione dagli studi dei suoi stessi allievi e seguaci, fra i quali Enrico Ferri, Lombroso, pur restando fedele alla primitiva impostazione della teoria antropologica dell'uomo delinquente, introduce nuovi elementi nello studio del fenomeno criminale, nel tentativo di sfuggire alle critiche, talvolta acute.Nella Funzione sociale del delitto, pubblicato nel 1897, infatti, la prospettiva si amplia e Lombroso tenta un'analisi sociale del delitto a vasto raggio, proponendo un'interpretazione della società e del delitto, riferito non più soltanto al criminale atavico, ma a settori della vita pubblica e politica, dove nuovi reati "nuovi rami di truffa o di intrigo politico, o di peculato" crescono "quanto più la civiltà si va avanzando".
Lombroso osa sfidare il senso comune proponendo una visione della realtà del delitto che investe anche uomini di governo, parlamentari, che agiscono attraverso la menzogna, la truffa, il segno del vizio, dell'amoralità, della delinquenza (spesso legalizzata con leggi e norme fatte da loro stessi).
Oggi nessuno potrebbe sostenere la validità scientifica delle teorie lombrosiane, ma è doveroso mettere in evidenza lo sforzo e la novità del lavoro di Lombroso che, partendo dal dato bio-antropologico, ha aperto la strada ad un approccio multifattoriale che comprende anche gli aspetti sociali, su cui lavoreranno i suoi allievi Ferri e Garofalo.
Con Lombroso l'Italia ha cominciato a interrogarsi su aspetti fino ad allora trascurati, e lo studio del delitto è stato affrontato per la prima volta come fenomeno umano e sociale.
Con le teorie di Lombroso, all'insegna del consenso o del dissenso, si confrontano un po' tutti gli studiosi che si occupano di criminologia ma per alcuni di questi il rapporto con Lombroso è particolarmente forte tanto che si usa parlare di scuola positiva.
Il museo creato da Lombroso, negli spazi messi a disposizione dall'Università, intanto, aveva assunto dignità scientifica e, nella nuova versione, fu inaugurato nel 1898, in occasione del Primo Congresso Nazionale di Medicina legale.
Il ministero di Grazia e Giustizia l'anno dopo emanò una circolare con la quale dispose che le cancellerie penali consegnassero al museo di Torino armi o altri strumenti con i quali erano stati commessi delitti. La disposizione sarà riconfermata in data 21 giugno 1909 con la precisazione che fosse fatta un'equa ripartizione dei corpi di reato tra il museo di Torino e il museo di Roma, già istituito nel 1904 dal medico legale Salvatore Ottolenghi, ex allievo di Lombroso, nell'ambito della prima scuola di Polizia scientifica, situata nell'edificio delle Carceri Nuove, in via Giulia.
Sorsero poi, altri musei criminali, di Polizia scientifica e di antropologia criminale annessi, quasi sempre, ai gabinetti scientifici delle università e delle questure. Lo scopo principale era quello di esporre reperti anatomici e oggetti provenienti dalle carceri, manufatti di detenuti, testimonianze del mondo criminale, foto di "tipi" ripresi ai fini della classificazione e dell'identificazione di criminali, foto di tatuaggi, scritti vari per gli esami grafologici e quant'altro.
La fisionomia del museo lombrosiano poi cambia assumendo sempre più quella di un museo di medicina legale. Superato il periodo della guerra, nel 1948 il museo subisce un nuovo trasferimento nei locali appositamente costruiti per l'Istituto di Medicina Legale in corso Galileo, destinato all'Istituto di Antropologia Criminale.
Mentre quasi tutti i suoi reperti sono oggi raccolti nel Museo di antropologia criminale di Torino, nell'ultima edizione della sua opera sull'Uomo Delinquente Lombroso aveva allegato - come abbiamo già detto - un ATLANTE fotografico e corredato di singolari tabelline, frutto di accurate catalogazioni delle varie tipologie nelle varie nazioni, e in particolare quella Italiana, suddivise in Regioni e anche in Province.
cronologia.leonardo.it

Museo Lombroso
Via Pietro Giuria, 15
Torino
Dal Lunedì al Sabato
dalle 10,00 alle 18,00
Informazioni:
0116708195

dicembre 10, 2009

Il cinema di Lynch e Cronenberg

Il tema del doppio, dell’ambiguità del reale, del confine tra realtà e artificio, dunque dello sdoppiamento della personalità e della moltiplicazione dei mondi possibili: queste alcune tematiche costanti nelle opere di due tra i più visionari e amati registi del nostro tempo, lo statunitense David Lynch e il canadese David Cronenberg. Mattia Artibani prova ad analizzare e a interpretare il loro criptico linguaggio, i loro virtuosismi, le loro ambivalenze, col saggio Il cinema del multiple self. Lynch/Cronenberg. Mulholland Drive/La promessa dell’assassino (Prefazione di Giacomo Marramao, inEdition editrice/Collane di LucidaMente, pp. 92, € 12,00 – quarto volume della collana di saggistica Gli itinerari del pensiero).Esso è diviso in due parti, simmetricamente dedicate alle peculiarità dei due maestri e a ciascuno dei due film scelti.Per offrire al lettore un “assaggio” dell’opera, riportiamo la descrizione e l’analisi, contenuta nella prima parte del libro, del personaggio di Rita (interpretato da Laura Elena Harring) in Mulholland Drive.È doveroso cominciare ad approfondire il discorso focalizzandosi sui personaggi della storia, personaggi che, come si vedrà, non offrono allo spettatore un unico lato ma mutano vicendevolmente attraverso la narrazione. Il primo che andremo a incontrare è la donna bruna, ovvero Rita, la prima persona che appare all’inizio del film, seduta sui sedili posteriori di un’auto che sfreccia nel cuore della notte lungo appunto la Mulholland Drive, la lunga strada che dalle colline di Los Angeles porta fino all’oceano.È un personaggio oscuro, impenetrabile, enigmatico e il suo stesso aspetto esteriore rafforza tale impressione: bruna e conturbante, quasi non parla, lo sguardo piuttosto intimorito e perso nel vuoto di chi non capisce cosa stia succedendo esattamente, ma anche di chi porta con sé una storia di dolore, di smarrimento. Con lei due uomini, uno che le punta una pistola. Poi, paradossalmente, la donna è salvata dall’impatto violentissimo con un’altra auto, che provoca la morte dei due uomini. Dopo tale sequenza la vediamo vagare per le colline della città, fino ad arrivare magicamente in un quartiere residenziale di Los Angeles, attraversando il Sunset Boulevard, chiara citazione del classico film di Wilder, simbolo a sua volta di un’epoca del cinema. Dunque ricapitoliamo. C’è una strada che si perde nell’oscurità, c’è la notte fonda, c’è una donna bruna che vaga senza un perché: in questo inizio mancano del tutto i minimi punti di riferimento che servirebbero a decodificare le immagini trasformandole in parti di un racconto. Qui avviene, quasi subito, il fenomeno prima descritto di estraniazione narrativa, ovvero, per seguire il racconto, è necessario dimenticare il filo logico che lega gli eventi tra loro, rinunciare a una spiegazione razionale delle cose ma lasciarsi guidare dall’esperienza emozionale e intuitiva che le immagini suggeriscono. Non bisogna confondere questo fenomeno con una sorta di trance a cui lo spettatore dovrebbe essere sottoposto, pena il fraintendimento del film. Non si tratta di un film privo di racconto, privo di un minimo di unità narrativa o volutamente sconnesso senza inizio né fine. Semmai occorre individuare la logica nascosta, perché una logica c’è, ovvero un senso esiste, il problema è che difficilmente lo si coglierà unicamente con la riflessione razionale, con il meccanismo causa/effetto, ma occorrerà aprire le porte della percezione sensibile, usare tutti e cinque i sensi. Difatti una delle caratteristiche del cinema di Lynch è di essere essenzialmente corposo, nel senso che le sue produzioni non si limitano a essere fruibili unicamente attraverso la vista ma anche attraverso, paradossalmente, il tatto, poiché i colori sono così imponenti e carichi da essere quasi oggetti che fuoriescono dallo schermo e toccano le corde emotive dello spettatore. Ci si trova così come di fronte a una materia malleabile, da afferrare e manipolare a proprio piacimento rimanendone però invischiati: non si può infatti pretendere di comprendere il cinema lynchiano senza questa esperienza della materialità dell’opera, senza il coinvolgimento emotivo, seppur limitato, nella narrazione. Dunque, tornando allo svolgimento del film, abbiamo subito davanti agli occhi tutti gli elementi di un mistero, di un senso difficile da cogliere, elementi che aumentano man mano che passano i minuti, poiché questa donna bruna, di cui ancora non sappiamo nulla, si aggira per le villette di Los Angeles senza meta, fermandosi in un giardino a riposare. Alle prime ore del giorno si accorge che nella casa, davanti alla quale lei si è nascosta, sta andando via la padrona, una vistosa signora dai capelli rossi. A questo punto Rita opera la sua prima violazione di un domicilio, cosa che si ripeterà e che avrà un senso importante: la ragazza entra nella casa rimasta vuota e si nasconde sotto un tavolo, ha una vistosa ferita sulla testa e non può fare nient’altro che addormentarsi. È ancora buio e il senso rimane ancora oscuro.Possiamo quindi dire che il film si apra con una predominanza di toni scuri, su di un mondo inspiegabilmente cupo, che rimanda a un immaginario torbido e morboso, comunque poco limpido.
di Rino Tripodi

di Mattia Artibani, Il cinema del multiple self. Lynch/Cronenberg. Mulholland Drive/La promessa dell’assassino, Prefazione di Giacomo Marramao, inEdition editrice/Collane di LucidaMente

«L’identità in sé è uno strano affare». Con questa battuta rapida e disinvolta, dal tono apparentemente colloquiale, David Lynch ci consegna, in linguaggio cifrato, uno dei motivi conduttori della sua opera. Non si tratta, per un cineasta così refrattario alle dichiarazioni programmatiche, dell’annuncio di una nuova “poetica” o “estetica” dell’immagine-movimento, ma della segnalazione di un enigma. Di una cifra, appunto, da decifrare: o destinata a rivelarsi indecifrabile proprio attraverso la straniante cinetica di una realtà che si sdoppia nella sequenza delle immagini, lungo la linea d’ombra tra materiale e immateriale, veglia e sonno, corpo e fantasma. Identity is no matter, sembra replicare alla battuta di Lynch l’adagio della filosofia contemporanea: una filosofia che ha radicalizzato – svolgendola fino alle estreme conseguenze – la scomposizione del soggetto avviata dal grande empirismo moderno. Curiosa circostanza, che la modernità abbia mutuato dalla logica il termine identità per indicare il soggetto-persona. Ma è ancora più paradossale che questo transfert abbia coinciso – proprio a partire da Locke e Hume – con una critica radicale della nozione stessa. Si comprende così la liquidazione, operata da Wittgenstein, dell’identità come «proposizione inutile», quantunque «collegata a un certo ruolo svolto dall’immaginazione». Wittgenstein assumeva, infatti, il termine nella sua accezione classica, come identità logica di un ente con se stesso: secondo la formula a=a. E, in base a tale assunto, poteva tranquillamente affermare l’esemplare inutilità della questione: «Una cosa è identica a se stessa. – Non c’è esempio migliore di proposizione inutile». E tuttavia…E, tuttavia, interrogarsi circa le relazioni intercorrenti tra una cosa e se stessa non è né ozioso né impertinente: soprattutto se spostiamo il fuoco della nostra attenzione dalla nozione di «essere identico a x» a quella di persistere in un’identità o di condividere un’identità con altri soggetti di una comunità o di un gruppo. Ma, una volta operato tale spostamento, l’identità cessa di essere un problema puramente logico, per trasformarsi nel problema della relazione (con sé o con altri) e dell’identificazione simbolica. Ci troviamo, dunque, al cospetto di uno dei motivi conduttori della riflessione contemporanea, costituito dalla presa d’atto – non solo nella filosofia, ma anche nella scienza e nella letteratura, nelle arti figurative e nel cinema – della dissoluzione dello statuto sostanzialistico del Sé, e dalla conseguente riscoperta della radicale contingenza inerente alla doppia natura relazionale dell’identità: ogni identità si costituisce tramite una relazione interna fra l’io presente e l’io passato, fra la percezione e la memoria, e tramite una relazione esterna fra il Sé e l’Altro. Una volta congedate le tradizionali vedute “essenzialistiche”, una tale costituzione perderà ogni sembianza unitaria e omogenea, per apparire, nella sua intrinseca pluralità, inesorabilmente fragile e precaria: «L’idea che la persona individuale possa essere considerata, o sia effettivamente, un insieme di “io” sottoindividuali relativamente autonomi ha una lunga storia». Con questa affermazione Jon Elster introduceva, oltre un ventennio fa, una raccolta di saggi dal titolo tanto programmatico quanto provocatorio: The Multiple Self. Una «lunga storia», diceva Elster. La scoperta che l’Io non è né un soggetto-sostanza né una struttura omogenea, ma una sorta di cavea teatrale al cui interno riecheggiano esperienze ed emozioni, imperativi e valori diversi, discende per via diretta dalla metafora humeana del teatro della mente: noi non siamo altro che “fasci” o agglomerati di “differenti percezioni” che si susseguono “con un’inconcepibile rapidità” in un “flusso” costante. Ed è appunto in relazione a questo divenire incessante che le percezioni vengono rappresentate nella cavità teatrale della psiche: «La mente è una specie di teatro, dove le diverse rappresentazioni fanno la loro apparizione, passano e ripassano, scivolano e si mescolano con un’infinita varietà di atteggiamenti e situazioni. Non c’è, propriamente, in essa alcuna semplicità in un dato tempo, né identità in tempi differenti». La “scena influente” della scomposizione e della pluralità costitutiva del Sé continua a persistere anche una volta che il teatro della mente di Hume si è trasformato, grazie alla Traumdeutung freudiana, nel teatro dell’inconscio, aprendo definitivamente il varco a quella duplicazione straniante dell’identità che troverà poi espressione nella categoria di Un-heimlich: dove l’estraneità è coinvolta in un plesso inestricabile a ciò che si presenta a prima vista più intimo e “familiare” (heim). È dalla consapevole assunzione di questo sfondo concettuale che prende le mosse l’approccio di Mattia Artibani al cinema del multiple Self. La sua analisi incrociata di due registi così diversi come David Lynch e David Cronenberg ha non solo il merito di scansare le trappole della genericità connesse a ogni pretesa “monografica”, concentrandosi su due film espressivi del tema prescelto (Mulholland Drive e Eastern Promises), ma soprattutto quello di resistere alla tentazione di sovrapporre al tessuto filmico la concettualità filosofica. L’intento che egli persegue non è quello di riproporre un’ennesima “filosofia del cinema”, né di aggiungere un ulteriore capitolo alla (ormai convenzionalissima) endiadi “cinema e filosofia”, ma piuttosto di fare emergere le ricadute filosofiche del linguaggio cinematografico, assunto nella sua assoluta specificità e autonomia. Diversi, ma in un certo senso specularmente opposti, sono i modi in cui i due cineasti rappresentano nelle due opere analizzate il tema dell’identità multipla. Diversi gli scenari: la Los Angeles delle ambizioni e delle simulazioni, ma anche delle solitudini, hollywoodiane in Mulholland Drive; il quartiere londinese di immigrati russi, con i giochi delle affiliazioni e disaffiliazioni mafiose, in Eastern Promises. Diametralmente opposta l’ottica: all’introflessione dello sguardo di Lynch, dove la corporeità dei personaggi sfuma in fantasmatica manifestazione di emozioni e stati psichici, fa riscontro l’estroflessione della trama di Cronenberg, in cui lo spessore biografico dei personaggi appare costantemente irretito nella “trappola dei ruoli” e nelle logiche di appartenenza e di riconoscimento. In breve: se in Lynch troviamo rappresentato il problema – squisitamente psicologico – dell’identità (anzi dell’identità multipla al suo “grado zero”), in Cronenberg la posta in gioco appare piuttosto costituita dal problema – eminentemente simbolico – dell’identificazione. E tuttavia proprio il carattere speculare dell’opposizione finisce per istituire tra le due ottiche un paradossale interscambio: se in Lynch la duplicazione delle identità sembra rinviare, dal piano di un’interiorità segnata dal silenzio e dalla parola assente («Silencio… silencio, no hay banda!», dice Rita in stato di trance a Betty, prima del viaggio in taxi al “Club Silencio”), a un’enigmatica potenza sdoppiante del reale, in Cronenberg l’ambivalenza inclusivo-conflittuale del riconoscimento sociale finisce per indurre effetti di scissione nella stessa interiorità. La spazialità dinamica messa in scena dalle due opere, attraverso le immagini-simbolo della strada e del circolo, stanno così a segnalarci – con l’intensità che solo la tecnica dell’immagine-movimento è in grado di produrre – che l’identità è sempre una formula insatura: una serie non-lineare e un tabulato a entrature multiple, intessuto di intrecci e scomposizioni, sdoppiamenti e transiti incessanti. Lungo la “barriera di contatto” tra materiale e immateriale, corpo e fantasma, realtà e sogno.
Dalla prefazione: «Nella scena forse più famosa del film la donna bruna allo specchio osserva, lì accanto sul muro, il poster di Rita Hayworth in Gilda, a sua volta visto attraverso uno specchietto a lato: moltiplicazione di livelli e di piani simbolici, di rimandi continui in un gioco senza fine e senza soluzione, alla Escher. Specchio e nome, l’uno opposto all’altro: col nome ci si fissa a una forma (la prima forma imposta, secondo Pirandello), con lo specchio si vuole sfuggire o ci si illude di farlo. E poi c’è l’acqua che rende più labile l’identità, come Narciso che non riconosce più se stesso attraverso lo specchio acquoso. E ancora tanti altri rimandi sono presenti in questa scena magistrale».
di Giacomo Marramao
inedition.it


Il ritorno ad Haifa di Ghassan Kanafani

Ghassan Kanafani il cantore più famoso della Nabka, e anche quello che ha saputo dare maggiore drammaticità al racconto e alle sofferenze che sono derivate al popolo palestinese.
Ghassan Kanafani nacque ad Acri in Palestina nel 1939. Rifugiatosi in Libano nel 1948 dopo la proclamazione dello Stato di Israele con la famiglia, si spostò nel 1953 a Damasco, dove pubblica i primi racconti e lavora in un’agenzia ONU di aiuto ai profughi; quindi si trasferì in Kuwait dove insegna fino al 1960. In quell’anno iniziò a collaborare con i giornali della resistenza palestinese e dal 1969 diresse uno degli organi di informazione dei palestinesi. Morì nel 1972 in un attentato.
Due sono i libri che lo hanno reso celebre anche da noi: "Ritorno ad Haifa" (Edizioni Lavoro) e "Uomini sotto il sole" (Sellerio edizioni).
In "Ritorno ad Haifa" Kanafani opera un parallelismo tra la sofferenza degli ebrei collegata all’immane tragedia della Shoah, con la sofferenza dei palestinesi costretti alla diaspora dopo essere stati violentemente espropriati della propria terra, della propria casa, di tutto. Un parallelismo che è raffigurato nell’incontro che avviene tra l’anziana profuga dei campi di sterminio e due palestinesi che avevano dovuto abbandonare precipitosamente la loro casa, oggi occupata dall’anziana signora, sotto l’attacco dell’esercito israeliano. In quella fuga essi hanno perso il figlio di pochi mesi che è stato poi allevato dalla coppia israeliana. Kanafani mette in rilievo come tutti i personaggi di questa storia siano delle vittime e lo sottolinea con il massimo di drammaticità nelle parole del figlio che diventa il simbolo dell’incapacità dei due popoli, uno occupante e l’altro occupato, di dialogare.. Il figlio, infatti, ha finito per fare sua la mistificazione e lo stravolgimento che è avvenuto della storia della Palestina. Quando incontra i genitori li rifiuta perchè lui è stato cresciuto da genitori ebrei ma soprattutto perchè lui si sente ebreo. Non prende in considerazione le giustificazioni oggettive delle condizioni nelle quali si è verificato l’abbandono o delle difficoltà che hanno reso praticamente impossibile cercarlo; egli finisce per essere l’interprete fedele delle ragioni dell’occupante e del disprezzo verso un popolo accusato di non essere capace di difendere i propri figli e la propria terra.
In "Uomini sotto il sole", Kanafani prende in esame un’altra delle tragedie palestinesi: la necessità di emigrare per poter permettere a se stessi e alla propria famiglia di vivere. Un’emigrazione dolorosa non solo perchè determina l’abbandono della terra nella quale si è nati o dove ci sono tutte le relazioni e le storie personali, ma anche perchè avviene spesso in modo clandestino. Nel libro i personaggi si presentano con il loro carico di speranze e di rimpianti, ma l’intreccio serve all’autore per mettere in evidenza un problema: quello dei palestinesi che, persa ogni speranza di identità e di dignità , diventano estranei alla causa palestinese e a ogni sentimento di solidarietà con la propria gente. Uno di questi è l’antieroe del racconto, quello che trasporterà nella cisterna i poveri disgraziati che vogliono raggiungere il Kuwait, attraversando il deserto. Il finale di questa storia non è consolatorio, non ha alcuna retorica, non prevede comprensione o perdono, ma mette in evidenza le contraddizioni di un popolo che vive una situazione di occupazione e non può costruire il futuro.
arcilettore.it

Le scintille di Gad Lerner

Un Gad lerner straordinariamente ed inaspettatamente intimista. che racconta la ‘sua’ storia familiare che è storia di un popolo, quello ebraico, lacerato da fughe, ritorni, allontanamenti, che attraversa luoghi e tempi in perenne ricerca di una ‘sua’ identità e di una ‘sua’ terra promessa. così, impropriamente, si può cercare di sintetizzare questo romanzo-diario che lerner ci regala: un viaggio - dall’italia al libano (terra natia) passando per la Galizia dei suoi nonni e per l’israele dei suoi genitori - che con la scusa di recuperare la memoria familiare costituisce un’indagine e una ricerca su un mondo malato di etnocentrismo. un viaggio, come scrive l’autore in cui “cerco l’oggi, non l’ieri”, che non è solo un susseguirsi di tappe, ma anche un incessante incontro di uomini (quanti ne avrà conosciuti lerner?) e di culture, e soprattutto una ricerca di sé. “Vattene! = Vai verso te stesso. non potevamo - scrive lerner - sperare in un espediente linguistico più felice per trasmetterci la visione dinamica dell’identità: solo andandocene via dalla casa del padre andremo davvero incontro a noi stessi”. un libro - ricco di racconti e di ricordi - che proprio partendo dal contrasto generazionale con il padre scorre verso una confessione pubblica di amore e di forte empatia con israele, anche quando - giovane inviato di lotta continua - raccontava il conflitto: “la censura militare israeliana si accontentava del mio buon accento ebraico per concedermi senza formalità un lasciapassare. non dipendeva solo dalle regole vigenti, rispettose del diritto all’informazione e del dissenso. quegli ufficiali, secondo me, valutavano che al dunque la mia ebraicità avrebbe sempre prevalso sulla mia militanza politica. e non avevano torto”. in questa dichiarazione d’amore (“quando mi accusano di essere un ebreo che odia israele, o che odia se stesso, mi viene da sorridere. sarei piuttosto un ebreo senza padre? neanche questo è vero”), lerner non si sottrae anche alla spietata analisi dei momenti più drammatici e laceranti di israele, come fu l’invasione del libano del 1982 e la strage di sabra e shatila. un libro ricco di suggestioni e di emozioni di cui ‘shalom’, in anteprima, offre con orgoglio ai lettori la lettura del primo capitolo.
G. K.

Lech lecha, vattene verso te stesso
“Pronto... le interesserebbe avere un’intervista con il vero Lerner?” Era il 1995. Avevo da poco compiuto quarant’anni quando una famosa scrittrice mi conficcò degli aghi nella pancia raccontando di aver ricevuto una simile telefonata da mio padre Moshé. Il vero Lerner, le aveva detto, come a metterla in guardia da quel profittatore di suo figlio che s’era fatto bello con lei della nostra storia familiare su una rivista femminile, lasciandolo in ombra. Perché non avrebbe dovuto spettargli il medesimo spazio sul giornale, o quanto meno la medesima attenzione della donna che mi aveva intervistato? “Ti piaccia o non ti piaccia sei un Lerner, cosa credi? Anche se ti vergogni perché montato contro di me, contro tuo padre che ancora ieri ti teneva sulle ginocchia.” Me l’ero sentita ripetere tante volte, quella lamentela, fin dall’adolescenza. Sempre con le stesse identiche parole, e con un accento inconfondibile che suonava straniero perfino a me, rivelatore delle sue origini complicate.
“Te credi essere tanto sapientone, yaani, ma lasci mettono piedi su testa, furbi di tuoi amici si approfittano ma io più intelligente, iiio so, neanche puoi immaginare quali persone importanti danno retta a tuo padre, io contatto di grandi personalità e tu carne di mia carne non dai retta. Ach, quei disonesti che montano te, loro sanno bene gli affari che mi hanno rubato altrimenti sarei gran signore come i Stern, i Shammah, i Safra...” Seguiva, in un crescendo d’ira, la raffica di accuse rivolte ai Taragan, cioè mia madre e i suoi genitori, che volevano rovinarlo. Finché l’angoscia toglieva a me ogni volontà di contraddirlo, e fuggivo ancora più lontano da lui. Tra fratelli ci illudevamo di trovare consolazione facendogli il verso, scherzavamo su quella tiritera farcita di improperi gutturali yiddish o aspirati in arabo. Con l’unico risultato di diventare tutti più cattivi, sordi l’uno all’altro. L’incedere degli anni, appesantiti da difficoltà economiche e malattie, ha attenuato la sua acrimonia dirottandone le energie residue in un’ostinata, singolare ricerca di status. La gelosia del vero Lerner è diventata la molla che spingeva papà all’inseguimento di una rivincita tramite il cognome di cui giustamente si sentiva titolare, ma che nel frattempo capitava a me di far circolare nel paese in cui per caso siamo finiti a vivere: l’Italia. “Lei è il padre di Gad Lerner?” “No, lui è mio figlio!” Arrossisce di compiacimento ogni volta che può riferirmelo, con che stile ha saputo puntualizzare la corretta gerarchia familiare alla faccia dei pettegoli. Lui che ancora oggi riesce a chiamarmi solo col nomignolo “Dadone”, alterando il tono della voce come si fa per tenerezza con un piccino. Il mio Dadone non è mai diventato un altro Lerner adulto. Neppure ora che entrambi abbiamo i capelli bianchi e io gli ho fatto assaggiare il sapore amaro del rifiuto. Già prima di quell’imbarazzante telefonata alla scrittrice, dunque, sapevo come il vero Lerner detenesse il potere di insinuarsi nella mia vita quando meno me l’aspettavo. La sua comparsa improvvisa, col turbamento che ne seguiva, veniva forse a ricordarmi che solo in apparenza lui era il più debole tra noi?
Quel che so è che la pubblicazione del mio colloquio sulle origini familiari – malauguratamente qualcuno gliel’aveva segnalato – provocò il suo ego ferito tanto da indurlo a prendere il treno e far visita all’intervistatrice. Né poteva stupirmi la facilità con cui riuscì a procurarsene il numero telefonico: non gli mancava certo l’intraprendenza mondana. Da tempo capitava che interlocutori del mio lavoro fossero raggiunti da sue richieste d’incontro. Vantava incarichi di rappresentanza ebraica, talvolta si proin poneva loro come intermediario d’affari poco verosimili. Naturalmente io ignoravo il susseguirsi di tali approcci ma, ogni tanto, in giro per l’Italia, ecco la sorpresa: “Che tipo brillante il tuo papà, una persona eccezionale”. Incuriosiva soprattutto i provinciali, quella sua verve di narratore esotico. All’esito positivo del contatto con la smaliziata scrittrice suppongo abbia contribuito, viceversa, l’attrazione di lei per le storie tormentate, come prometteva di essere quella del vero Lerner. Fatto sta che davvero s’incontrarono a Roma in un paio d’occasioni. Negli anni seguirono altre telefonate, a mia totale insaputa. Mio padre deve averne gioito. Lui si è sempre compiaciuto di essere un seduttore, non senza qualche ragione. Le foto giovanili di Moshé Lerner ritraggono un bell’uomo dagli occhi grigi e la carnagione olivastra vestito alla moda europea sotto il sole di Beirut. Sorrideva al futuro dopo anni di catastrofi europee e di guerre mediorientali superate acrobaticamente nella più totale inconsapevolezza. Di suo padre Elias, un gentiluomo coi baffetti alla Charlie Chaplin, aveva ereditato lo sguardo ironico e l’eleganza naturale. Se solo la vita avesse girato per il verso giusto, lo charme che irradiava da quel giovanotto ashkenazita venuto al mondo a Haifa nel 1926, un anno dopo che i suoi genitori erano approdati in Palestina lasciandosi alle spalle la Galizia yiddish, pareva in grado di assicurargli un benessere da viveur cosmopolita. Tuttora la sua conversazione tortuosa riesce a stregare l’interlocutore nonostante, anzi, direi per merito anche degli strafalcioni linguistici di cui è costellata. Mostra di saperla lunga su ogni argomento, sfoggia credenziali altisonanti, dichiara di aver viaggiato in ogni dove. Una vita di successi che è l’esatto contrario di quella sfortunata che ha vissuto. Un tragitto disseminato di buche, il suo, come testimonia l’eloquio maldestro tipico delle persone cresciute senza una lingua madre. Chi invidia questa specie particolare di poliglotti per il numero di lingue con cui sono in grado di arrangiarsi, sottovaluta quale vuoto concettuale e sentimentale provochi dentro di loro il pensare, il sognare, l’emozionarsi senza possederne davvero neppure una. Parlare tante lingue, ma tutte male perché la tua non esiste. Quante saranno infine le parole, quali gli accenti del vero Lerner? Lo yiddish della prima infanzia palestinese, quando ancora l’ebraico era appannaggio di un’élite ristretta? L’arabo parlato nella siriana Aleppo, dove Elias Lerner avviò, e mantenne per venticinque anni, una fiorente attività di vendita e allestimento di impianti elettrici con succursali a Damasco e a Beirut, mentre Moshé frequentava l’intero ciclo di studi all’Alliance française? L’inglese del trading levantino appreso a Beirut, dove fu inviato in avanscoperta quando la nascita imminente di uno Stato ebraico in Palestina rese problematica la vita dei Lerner in Siria?
Già prima del 1948, l’anno dell’indipendenza d’Israele, da Aleppo la ferrovia conduceva Moshé studente fuori sedelungo un itinerario suggestivo, attraverso la piana della Beka’a su per le foreste dei cedri, fiancheggiando le nevi della Montagna che dà nome al Libano per discendere in città con il sole che tramonta sul mare. Assaporò la dolcezza del Libano, il paese di latte e di miele, senza concludere gli studi all’Università Saint-Joseph di Beirut. Preferì cimentarsi con le trattative importexport nell’avviato bureau del suocero, dove ben presto cominciarono i litigi. A Beirut ricevette insieme una moglie e un lavoro, entrambi poco adatti.
La diciottenne Revital, detta Tali, era sensuale, prometteva meraviglie quando la sposò a Bhamdoun in una sinagoga di montagna. Ma i Taragan, divenuti felicemente levantini, guardavano dall’alto in basso i Lerner, ashkenaziti finiti a vivere in Siria. Sebbene nativi della confinante Palestina (i miei nonni sotto la dominazione turca, la mamma durante il mandato inglese) i Taragan si erano integrati già negli anni Trenta nella buona società libanese, dove la bellezza di Tali non passava inosservata. Fin troppo, se è vero che a prevenire il pericolo di un matrimonio misto venne cercato in fretta un ebreo cui dare in moglie quel fiore, prima che lo cogliesse chissà quale corteggiatore goy fra i rampolli maroniti, armeni, greco-ortodossi che le ronzavano intorno. Alla rapida intesa tra Joseph Taragan ed Elias Lerner credo abbia giovato, in mancanza di un sensale professionista di matrimoni combinati, la comune appartenenza dei capifamiglia alla massoneria. Magari fosse stato in grado di approfittarne Moshé, pure lui iscritto alla Loggia! Neppure la tanto decantata influenza massonica riuscì a sostenerlo.
Per gentile concessione dell’Autore.
Copyright Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Prima edizione nella “Serie Bianca” novembre 2009
Scintille Una storia di anime vagabonde Gad Lerner
Feltrinelli Editore pp. 160 - € 14
Shalom.it