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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

dicembre 27, 2009

Carlo Sgorlon, il cantore friulano






Riposava da giorni, nel freddo senza redenzione della sua terra, raccontata con aderenza e partecipazione da sempre. Carlo Sgorlon è morto a Natale, nel Friuli che aveva visto trasformarsi da avamposto bucolico a territorio industrializzato e di cui aveva saputo raccontare con puntualità drammi ampiamente prevedibili e tragedie legate all’imponderabile. Il Vajont e lo spaventoso terremoto del 1976, le case crollate, le esistenze cancellate, il dolore che non ha bisogno di parole ma sente la necessità di qualcuno che lavori per non permettere all’oblio di prendersi la scena. Scriveva e collezionava premi, Sgorlon. Figlio di un sarto e di una maestra elementare, trascorse l’infanzia in un’Italia quasi pre-rurale, dove imparò “le conoscenze fondamentali del mondo”. Bastava poco, per sentirsi felici oltre regimi, dolori privati, fame e stenti. Osservatore formidabile, Sgorlon riportò su carta impressioni e intuizioni elaborate durante un’adolescenza itinerante che lo spinse a prendere treni e a plasmare la propria fortuna tra le pagine dei testi che lo innalzarono a “normalista” a diciotto anni e gli spalancarono poi le porte di una cultura che
apprezzava la sua malinconia senza autocommiserazione, l’ambiente provinciale capace di tracciare massime universali e la tradizione riportata nel sano alveo della pedagogia. Cesare De Michelis, fondatore di Marsilio, è colto di sorpresa dalla dipartita di un viaggiatore di confine che conosceva bene. “Dice davvero? Mi dispiace molto”. La voce si spezza, il ragionamento fluisce senza interruzioni. “Carlo era uno scrittore molto colto. Un profondo interprete di Kafka, un sincero, ostile, soldato dell’antimodernità. Gli faceva orrore ma, come molti, non aveva affilato adeguati strumenti per difendersi”. Il rimpianto verso una società ormai estinta e il favoleggiare sulle parole dei vecchi, tanto a fondo da ricavarne una morale agiudiziale (fondamentale nella sua formazione fu il nonno, che lo spinse, senza inutili tenerezze, a ricercare il rischio come cifra stilistica), ricorrevano spesso. “Tutta la sua poetica, risiedeva nella rievocazione di un microcosmo che non esisteva più e non sarebbe tornato neanche con una rivoluzione postmoderna. Gli zingari, i cosacchi, i lavoratori friulani. Ogni singola descrizione, e Sgorlon sapeva farlo come pochi, portava a quel meridiano senza luogo in cui la memoria si abbraccia con la nostalgia e la semplicità con la pace dei sensi”. Ogni volta che dall’amato Friuli scendeva a Venezia - che lo aveva premiato a distanza di dieci anni da Primo Levi con quel Campiello che nel 1973, grazie a “Il trono di legno”, coprì d’alloro e di lampi di vita sociale, luci e copertine un esponente tra i meno salottieri dell’intero panorama editoriale italiano - Sgorlon non dimenticava di salutare il vecchio amico. “Era un conversatore formidabile e mi faceva piacere camminare tra le calli con Carlo”. Sgorlon l’irregolare: “Era di sconfortante bruttezza ma di quell’imperfezione che rendeva affascinanti”, il poeta che della politica non si fidava. “Mai saputo cosa votasse ma sono certo che fosse equidistante tra le grandi chiese che all’epoca, nei ‘70, si davano battaglia nel nostro paese. Antifascista e anticomunista, sicuramente. L’unica cosa per cui davvero si appassionasse, era il vivere secondo natura. Un ritmo della vita più lieto. Quello cercava, senza requie. Non so se fosse in analisi o quali nevrosi coltivasse, ma questa confusione senza orizzonte né domani, non poteva donargli alcuna soddisfazione”. Così Sgorlon ha salutato le sue tante vite. Quella da insegnante, da viticoltore, da contadino capace di godere odori e sapori, nebbie e brine, albe, notti e nevicate al riparo dal rumore. De Michelis si ferma a riflettere, cerca le parole giuste, allontana l’enfasi come crede, sarebbe piaciuto anche a Sgorlon. Chi se ne va ha sempre torto, chi lascia non può difendersi dalla rievocazione. “Sa cos’era veramente Carlo? Un uomo di grande immediatezza, di semplicità assoluta. Se avesse potuto, avrebbe riannodato all’infinito il filo della narrazione domestica. Era un narratore fluviale, sia che usasse la penna, sia che con la voce grossa, rauca, definitiva, raccontasse a una platea, anche solo immaginaria. Innalzando in una dimensione mistica il compito educativo del ricordo, stringendone in nessi intorno al fuoco di un camino, cercando di capire come si era potuti precipitare nell’abisso della contemporaneità senza salvezze o contrappesi”. Perché alla fine, oltre le fotografie fissate nella memoria, tra i lustrini di uno “Strega” o di un “Flaiano” (Sgorlon vinse quaranta coccarde, con pochi paragoni tra le giurie e le piccole, miserevoli battaglie nel dietro le quinte degli agoni letterari del secondo novecento), rimanevano in luce gli elementi primigenei. L’essenza femminile, l’acqua, l’eterno peregrinare alla ricerca della soddisfazione o il crollo dei valori che seppero tenere insieme senza sigle o bandiere una comunità. L’ultimo romanzo, “La penna d’oro”, edito da Morganti a dicembre dello scorso anno, era un’autobiografia . L’istantanea di un personaggio anticonvenzionale, abituato a muoversi sul labile filo tra fantastico e reale, affezionato alle origini perché solo in quelle si può ritrovare ciò che l’uomo cerca freneticamente senza sapere che è lì, sotto ai suoi occhi, troppo stanchi per osservare l’evidente. “Io mi rivolgo a quei lettori-scrive Sgorlonche hanno il gusto di perdersi in storie ben fatte e fornite di quella poesia di cui oggi si diffida. Possiedo un forte istinto narrativo, e a quello mi abbandono. È una specie di bussola incorporata nel mio inconscio. Seguo i grandi archetipi del narrare. Non trovo difficoltà a realizzare questo tipo di narrativa, se non di natura psicologica. So infatti di andare contro il gusto corrente e contro la cultura egemone. So di essere il solo, o quasi. Però c'è anche una certa soddisfazione a sapere di non essere uno che salta sul cocchio del vincitore, che in Italia tutti inseguono, ma sul quale non tutti riescono a salire”.
Il Marquez italiano non saltò mai sul carro giusto e forse per questo, riuscì a rimanere ciò che era, interpretando come in un sogno senza via di fuga, tutti gli altri personaggi della sua cosmogonìa. Oggi in Friuli fischia il vento, urla la bufera, ma non si avverte neanche un soffio di tempesta.
di Malcom Pagani
Carlo Sgorlon è morto a Natale, quando in molti gioivano assieme alla famiglia, magari riunita per l’occasione, quando ragazzini più o meno inerbi aprivano pacchi e pacchettini, Sgorlon chiudeva gli occhi e il destino fermava la sua penna.
Leggere oggi Sgorlon, leggere i suoi libri intendo, è più che fare un tuffo nel passato, è accorgersi che le nostre radici, quelle di tutti sono sotto i nostri piedi, non in voli pindarici che cercano di sollevarci da ‘essere umano’ a chissà cos’altro.
Aveva settantanove anni quando Carlo Sgorlon se n’è andato e noi tutti abbiamo perduto un grande narratore naturale, innamorato della tradizione e del mito, sensibile al sacro e al divino.La cosa che fa sorridere oggi è che Sgorlon sin dall’inizio si trovò isolato in Italia, eppure non gli mancarono i successi: quaranta premi letterari, tra cui il Supercampiello che quasi sfacciatamente portò a casa due volte, unico nella storia del premio, eppoi lo Strega, il Napoli, il Flaiano, il Nonino, l’Isola d’Elba. Crebbe lettori come premi, in quantità.Fu capace di toccare temi di grande attualità parlando di antiche leggende e sopratutto, sopra ogni cosa, della natura, natura che l’ha sempre, da sempre visto appassionato difensore contro le sciempiaggini della industrializzazione e i danni dello sfruttamento all’anima contadina di questo paese.
Carlo Sgorlon era l’ultimo vero artigiano della libertà, conservatore si ma esaltante, conservatore anarchico quasi, anarchia che limava nella sua poetica, conciliandola al conformismo diffuso, lavorando a pagine che comunicassero emozioni, passioni e avventure, legate a tradizioni e culture lontane e da discoperchiare dall’oblio con un lavoro paziente e costante, con un tuffo in un mondo di invenzione e narrazione che poco ha a che fare con la descrizione dei mali che affliggono la nostra società, eppure era di quello che raccontava.
“Ho sempre cercato, prima di ogni altra cosa, la verità profonda delle situazioni, ossia la poesia, è non ho mai trasformato un libro in una requisitoria da Pubblico Ministero, come avviene tanto spesso ai nostri giorni”, questo raccontava di se stesso Sgorlon e forse la chiave del suo disappunto è tutta lì, il disappunto che permea l’ultimo dei suoi libri, quell’autobiografia pubblicata nel 2008, quasi un testamento spirituale, d’una penna più che dello scrittore, quella “ La penna d’oro” manifesto per la sua delusione d’una società letteraria e per la gente del suo Friuli che lo dimenticava, dimenticandone le radici.
Eppure non è certo nato con la penna tra le dita, il più grnde censore che ebbe mai fu se stesso. Il primo romanzo “Il vento nel vigneto” è del 1960 e verrà successivamente tradotto in friulano col titolo di “Prime di sere”. Solo poi sono arrivati i romanzi che hanno raccontato della sua terra alla penisola: da “Il trono di legno” epopea contadina iniziata e finita con “ Gli dei torneranno” a “L’armata dei fiumi perduti”, da “La carrozza di rame “ a “La conchiglia di Anataj”, raccontando per primo il dramma delle foibe in “Malaga di Sir”
Ecco perché l’isolamento non volontario di Sgorlon è una macchia per tutti i letterati ed accademici, che difficilmente ora, come gli è stato difficile quando Sgorlon era in vita, possono capire che l’affetto che meritava era solo per avere l’onore di percepire che l’oro della sua penna ha solo avuto l’arire d’ accarezzare la fantasia ed i cuori di molti, ed oggi son certo che dovunque sia andato, in qualunque Valhalla stia passeggiando se la rida al tardivo inutile riconoscimento d’una disattenta ecclesia politica che non rimanendo in silenzio banalmente declama per voce del Ministro Bondi.
Se sapessero che i personaggi di Sgorlon non sono determinati dai chiassosi miti di oggi, tutti di natura egoistica, ma da miti di altra pasta, che si muovono nel mondo con una sorta di leggerezza lunare perché il mondo è solo l’illusione d’uno sterminato, sempiterno illusionista.
Carlo Sgorlon se n’è andato ed a noi non resta che un inchino perché: “Il destino spesso ordisce alle nostre spalle beffe bizzarre, che vanificano tutte le nostre speranze e il lavoro di una vita intera”

di Livio Cotrozzi

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