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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

dicembre 10, 2009

Il ritorno ad Haifa di Ghassan Kanafani

Ghassan Kanafani il cantore più famoso della Nabka, e anche quello che ha saputo dare maggiore drammaticità al racconto e alle sofferenze che sono derivate al popolo palestinese.
Ghassan Kanafani nacque ad Acri in Palestina nel 1939. Rifugiatosi in Libano nel 1948 dopo la proclamazione dello Stato di Israele con la famiglia, si spostò nel 1953 a Damasco, dove pubblica i primi racconti e lavora in un’agenzia ONU di aiuto ai profughi; quindi si trasferì in Kuwait dove insegna fino al 1960. In quell’anno iniziò a collaborare con i giornali della resistenza palestinese e dal 1969 diresse uno degli organi di informazione dei palestinesi. Morì nel 1972 in un attentato.
Due sono i libri che lo hanno reso celebre anche da noi: "Ritorno ad Haifa" (Edizioni Lavoro) e "Uomini sotto il sole" (Sellerio edizioni).
In "Ritorno ad Haifa" Kanafani opera un parallelismo tra la sofferenza degli ebrei collegata all’immane tragedia della Shoah, con la sofferenza dei palestinesi costretti alla diaspora dopo essere stati violentemente espropriati della propria terra, della propria casa, di tutto. Un parallelismo che è raffigurato nell’incontro che avviene tra l’anziana profuga dei campi di sterminio e due palestinesi che avevano dovuto abbandonare precipitosamente la loro casa, oggi occupata dall’anziana signora, sotto l’attacco dell’esercito israeliano. In quella fuga essi hanno perso il figlio di pochi mesi che è stato poi allevato dalla coppia israeliana. Kanafani mette in rilievo come tutti i personaggi di questa storia siano delle vittime e lo sottolinea con il massimo di drammaticità nelle parole del figlio che diventa il simbolo dell’incapacità dei due popoli, uno occupante e l’altro occupato, di dialogare.. Il figlio, infatti, ha finito per fare sua la mistificazione e lo stravolgimento che è avvenuto della storia della Palestina. Quando incontra i genitori li rifiuta perchè lui è stato cresciuto da genitori ebrei ma soprattutto perchè lui si sente ebreo. Non prende in considerazione le giustificazioni oggettive delle condizioni nelle quali si è verificato l’abbandono o delle difficoltà che hanno reso praticamente impossibile cercarlo; egli finisce per essere l’interprete fedele delle ragioni dell’occupante e del disprezzo verso un popolo accusato di non essere capace di difendere i propri figli e la propria terra.
In "Uomini sotto il sole", Kanafani prende in esame un’altra delle tragedie palestinesi: la necessità di emigrare per poter permettere a se stessi e alla propria famiglia di vivere. Un’emigrazione dolorosa non solo perchè determina l’abbandono della terra nella quale si è nati o dove ci sono tutte le relazioni e le storie personali, ma anche perchè avviene spesso in modo clandestino. Nel libro i personaggi si presentano con il loro carico di speranze e di rimpianti, ma l’intreccio serve all’autore per mettere in evidenza un problema: quello dei palestinesi che, persa ogni speranza di identità e di dignità , diventano estranei alla causa palestinese e a ogni sentimento di solidarietà con la propria gente. Uno di questi è l’antieroe del racconto, quello che trasporterà nella cisterna i poveri disgraziati che vogliono raggiungere il Kuwait, attraversando il deserto. Il finale di questa storia non è consolatorio, non ha alcuna retorica, non prevede comprensione o perdono, ma mette in evidenza le contraddizioni di un popolo che vive una situazione di occupazione e non può costruire il futuro.
arcilettore.it

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