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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

dicembre 10, 2009

Le scintille di Gad Lerner

Un Gad lerner straordinariamente ed inaspettatamente intimista. che racconta la ‘sua’ storia familiare che è storia di un popolo, quello ebraico, lacerato da fughe, ritorni, allontanamenti, che attraversa luoghi e tempi in perenne ricerca di una ‘sua’ identità e di una ‘sua’ terra promessa. così, impropriamente, si può cercare di sintetizzare questo romanzo-diario che lerner ci regala: un viaggio - dall’italia al libano (terra natia) passando per la Galizia dei suoi nonni e per l’israele dei suoi genitori - che con la scusa di recuperare la memoria familiare costituisce un’indagine e una ricerca su un mondo malato di etnocentrismo. un viaggio, come scrive l’autore in cui “cerco l’oggi, non l’ieri”, che non è solo un susseguirsi di tappe, ma anche un incessante incontro di uomini (quanti ne avrà conosciuti lerner?) e di culture, e soprattutto una ricerca di sé. “Vattene! = Vai verso te stesso. non potevamo - scrive lerner - sperare in un espediente linguistico più felice per trasmetterci la visione dinamica dell’identità: solo andandocene via dalla casa del padre andremo davvero incontro a noi stessi”. un libro - ricco di racconti e di ricordi - che proprio partendo dal contrasto generazionale con il padre scorre verso una confessione pubblica di amore e di forte empatia con israele, anche quando - giovane inviato di lotta continua - raccontava il conflitto: “la censura militare israeliana si accontentava del mio buon accento ebraico per concedermi senza formalità un lasciapassare. non dipendeva solo dalle regole vigenti, rispettose del diritto all’informazione e del dissenso. quegli ufficiali, secondo me, valutavano che al dunque la mia ebraicità avrebbe sempre prevalso sulla mia militanza politica. e non avevano torto”. in questa dichiarazione d’amore (“quando mi accusano di essere un ebreo che odia israele, o che odia se stesso, mi viene da sorridere. sarei piuttosto un ebreo senza padre? neanche questo è vero”), lerner non si sottrae anche alla spietata analisi dei momenti più drammatici e laceranti di israele, come fu l’invasione del libano del 1982 e la strage di sabra e shatila. un libro ricco di suggestioni e di emozioni di cui ‘shalom’, in anteprima, offre con orgoglio ai lettori la lettura del primo capitolo.
G. K.

Lech lecha, vattene verso te stesso
“Pronto... le interesserebbe avere un’intervista con il vero Lerner?” Era il 1995. Avevo da poco compiuto quarant’anni quando una famosa scrittrice mi conficcò degli aghi nella pancia raccontando di aver ricevuto una simile telefonata da mio padre Moshé. Il vero Lerner, le aveva detto, come a metterla in guardia da quel profittatore di suo figlio che s’era fatto bello con lei della nostra storia familiare su una rivista femminile, lasciandolo in ombra. Perché non avrebbe dovuto spettargli il medesimo spazio sul giornale, o quanto meno la medesima attenzione della donna che mi aveva intervistato? “Ti piaccia o non ti piaccia sei un Lerner, cosa credi? Anche se ti vergogni perché montato contro di me, contro tuo padre che ancora ieri ti teneva sulle ginocchia.” Me l’ero sentita ripetere tante volte, quella lamentela, fin dall’adolescenza. Sempre con le stesse identiche parole, e con un accento inconfondibile che suonava straniero perfino a me, rivelatore delle sue origini complicate.
“Te credi essere tanto sapientone, yaani, ma lasci mettono piedi su testa, furbi di tuoi amici si approfittano ma io più intelligente, iiio so, neanche puoi immaginare quali persone importanti danno retta a tuo padre, io contatto di grandi personalità e tu carne di mia carne non dai retta. Ach, quei disonesti che montano te, loro sanno bene gli affari che mi hanno rubato altrimenti sarei gran signore come i Stern, i Shammah, i Safra...” Seguiva, in un crescendo d’ira, la raffica di accuse rivolte ai Taragan, cioè mia madre e i suoi genitori, che volevano rovinarlo. Finché l’angoscia toglieva a me ogni volontà di contraddirlo, e fuggivo ancora più lontano da lui. Tra fratelli ci illudevamo di trovare consolazione facendogli il verso, scherzavamo su quella tiritera farcita di improperi gutturali yiddish o aspirati in arabo. Con l’unico risultato di diventare tutti più cattivi, sordi l’uno all’altro. L’incedere degli anni, appesantiti da difficoltà economiche e malattie, ha attenuato la sua acrimonia dirottandone le energie residue in un’ostinata, singolare ricerca di status. La gelosia del vero Lerner è diventata la molla che spingeva papà all’inseguimento di una rivincita tramite il cognome di cui giustamente si sentiva titolare, ma che nel frattempo capitava a me di far circolare nel paese in cui per caso siamo finiti a vivere: l’Italia. “Lei è il padre di Gad Lerner?” “No, lui è mio figlio!” Arrossisce di compiacimento ogni volta che può riferirmelo, con che stile ha saputo puntualizzare la corretta gerarchia familiare alla faccia dei pettegoli. Lui che ancora oggi riesce a chiamarmi solo col nomignolo “Dadone”, alterando il tono della voce come si fa per tenerezza con un piccino. Il mio Dadone non è mai diventato un altro Lerner adulto. Neppure ora che entrambi abbiamo i capelli bianchi e io gli ho fatto assaggiare il sapore amaro del rifiuto. Già prima di quell’imbarazzante telefonata alla scrittrice, dunque, sapevo come il vero Lerner detenesse il potere di insinuarsi nella mia vita quando meno me l’aspettavo. La sua comparsa improvvisa, col turbamento che ne seguiva, veniva forse a ricordarmi che solo in apparenza lui era il più debole tra noi?
Quel che so è che la pubblicazione del mio colloquio sulle origini familiari – malauguratamente qualcuno gliel’aveva segnalato – provocò il suo ego ferito tanto da indurlo a prendere il treno e far visita all’intervistatrice. Né poteva stupirmi la facilità con cui riuscì a procurarsene il numero telefonico: non gli mancava certo l’intraprendenza mondana. Da tempo capitava che interlocutori del mio lavoro fossero raggiunti da sue richieste d’incontro. Vantava incarichi di rappresentanza ebraica, talvolta si proin poneva loro come intermediario d’affari poco verosimili. Naturalmente io ignoravo il susseguirsi di tali approcci ma, ogni tanto, in giro per l’Italia, ecco la sorpresa: “Che tipo brillante il tuo papà, una persona eccezionale”. Incuriosiva soprattutto i provinciali, quella sua verve di narratore esotico. All’esito positivo del contatto con la smaliziata scrittrice suppongo abbia contribuito, viceversa, l’attrazione di lei per le storie tormentate, come prometteva di essere quella del vero Lerner. Fatto sta che davvero s’incontrarono a Roma in un paio d’occasioni. Negli anni seguirono altre telefonate, a mia totale insaputa. Mio padre deve averne gioito. Lui si è sempre compiaciuto di essere un seduttore, non senza qualche ragione. Le foto giovanili di Moshé Lerner ritraggono un bell’uomo dagli occhi grigi e la carnagione olivastra vestito alla moda europea sotto il sole di Beirut. Sorrideva al futuro dopo anni di catastrofi europee e di guerre mediorientali superate acrobaticamente nella più totale inconsapevolezza. Di suo padre Elias, un gentiluomo coi baffetti alla Charlie Chaplin, aveva ereditato lo sguardo ironico e l’eleganza naturale. Se solo la vita avesse girato per il verso giusto, lo charme che irradiava da quel giovanotto ashkenazita venuto al mondo a Haifa nel 1926, un anno dopo che i suoi genitori erano approdati in Palestina lasciandosi alle spalle la Galizia yiddish, pareva in grado di assicurargli un benessere da viveur cosmopolita. Tuttora la sua conversazione tortuosa riesce a stregare l’interlocutore nonostante, anzi, direi per merito anche degli strafalcioni linguistici di cui è costellata. Mostra di saperla lunga su ogni argomento, sfoggia credenziali altisonanti, dichiara di aver viaggiato in ogni dove. Una vita di successi che è l’esatto contrario di quella sfortunata che ha vissuto. Un tragitto disseminato di buche, il suo, come testimonia l’eloquio maldestro tipico delle persone cresciute senza una lingua madre. Chi invidia questa specie particolare di poliglotti per il numero di lingue con cui sono in grado di arrangiarsi, sottovaluta quale vuoto concettuale e sentimentale provochi dentro di loro il pensare, il sognare, l’emozionarsi senza possederne davvero neppure una. Parlare tante lingue, ma tutte male perché la tua non esiste. Quante saranno infine le parole, quali gli accenti del vero Lerner? Lo yiddish della prima infanzia palestinese, quando ancora l’ebraico era appannaggio di un’élite ristretta? L’arabo parlato nella siriana Aleppo, dove Elias Lerner avviò, e mantenne per venticinque anni, una fiorente attività di vendita e allestimento di impianti elettrici con succursali a Damasco e a Beirut, mentre Moshé frequentava l’intero ciclo di studi all’Alliance française? L’inglese del trading levantino appreso a Beirut, dove fu inviato in avanscoperta quando la nascita imminente di uno Stato ebraico in Palestina rese problematica la vita dei Lerner in Siria?
Già prima del 1948, l’anno dell’indipendenza d’Israele, da Aleppo la ferrovia conduceva Moshé studente fuori sedelungo un itinerario suggestivo, attraverso la piana della Beka’a su per le foreste dei cedri, fiancheggiando le nevi della Montagna che dà nome al Libano per discendere in città con il sole che tramonta sul mare. Assaporò la dolcezza del Libano, il paese di latte e di miele, senza concludere gli studi all’Università Saint-Joseph di Beirut. Preferì cimentarsi con le trattative importexport nell’avviato bureau del suocero, dove ben presto cominciarono i litigi. A Beirut ricevette insieme una moglie e un lavoro, entrambi poco adatti.
La diciottenne Revital, detta Tali, era sensuale, prometteva meraviglie quando la sposò a Bhamdoun in una sinagoga di montagna. Ma i Taragan, divenuti felicemente levantini, guardavano dall’alto in basso i Lerner, ashkenaziti finiti a vivere in Siria. Sebbene nativi della confinante Palestina (i miei nonni sotto la dominazione turca, la mamma durante il mandato inglese) i Taragan si erano integrati già negli anni Trenta nella buona società libanese, dove la bellezza di Tali non passava inosservata. Fin troppo, se è vero che a prevenire il pericolo di un matrimonio misto venne cercato in fretta un ebreo cui dare in moglie quel fiore, prima che lo cogliesse chissà quale corteggiatore goy fra i rampolli maroniti, armeni, greco-ortodossi che le ronzavano intorno. Alla rapida intesa tra Joseph Taragan ed Elias Lerner credo abbia giovato, in mancanza di un sensale professionista di matrimoni combinati, la comune appartenenza dei capifamiglia alla massoneria. Magari fosse stato in grado di approfittarne Moshé, pure lui iscritto alla Loggia! Neppure la tanto decantata influenza massonica riuscì a sostenerlo.
Per gentile concessione dell’Autore.
Copyright Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Prima edizione nella “Serie Bianca” novembre 2009
Scintille Una storia di anime vagabonde Gad Lerner
Feltrinelli Editore pp. 160 - € 14
Shalom.it

1 commento:

Anonimo ha detto...

imparato molto