______________________________________________

Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

dicembre 01, 2009

Uffizi: turisti nel primo museo del primo Paese d'arte del mondo

Le cravatte e le borsette del Ferravamo (Salvatore, Bonito 1898 – Firenze 1960) sono esposte in un ampio salone ben illuminato dentro teche perfettamente lustrate che ne valorizzano al meglio i colori e le linee. Le opere di altri cinque alfieri del made in Italy (Massaccio, Masolino, Veneziano, Paolo Uccello e Beato Angelico) sono invece ammassate alle pareti di una saletta, la numero 7, molto più angusta, calda e buia, un po’ come studenti fuorisede in un monolocale. Il confronto – tra privato e pubblico sotto lo stesso tetto – stride all’occhio del visitatore della Galleria degli Uffizi, il primo museo italiano col suo milione e mezzo di visitatori annuali (dietro ai 4,5 dei Musei Vaticani che sono , per l’appunto, vaticani). Intendiamoci: ben vengano gli spazi commerciali, i cui profitti servano a sostenere l’Arte, ma è inevitabile notare l’incongruenza tra le due collocazioni, dipinti del Quattrocento e foulard del Duemila. Giusto un esempio. Per non dire dei tre capolavori del Caravaggio confinati quasi a fine percorso in un’altra stanzetta, che richiede al turista una deviazione, o dei poveri caravaggisti ancor più relegati in spazi dove il visitatore stremato raramente s’inoltra, prima di attraversare invece obbligatoriamente le sette sale adibite a shop prima dell’uscita.
La cultura fa male ai piedi, scriveva Vázquez Montalbán, e al visitatore degli Uffizi fa anche male alla vista, all’olfatto e alla vescica: opere mal illuminate e protette, climatizzazione ridicola, struttura fatiscente, ressa e servizi igienici punitivi. Promettono che sarà tutto diverso, finalmente, dalla primavera del 2011, se verranno rispettati i tempi di consegna dei Nuovi Uffizi, ovverosia dei lavori in corso (costo 29 milioni) per l’ampliamento del cinquecentesco complesso monumentale del Vasari. Se ne parla da oltre vent’anni, nel 2002 l’ex ministro Urbani annunciò la fine dei lavori per il 2005, ma questi ebbero inizio solo nel 2006. “Ho 34 anni e non ricordo di aver mai visto gli Uffizi senza una gru: è un cantiere infinito” dice il sindaco Matteo Renzi.
Nei Nuovi Uffizi gli spazi espositivi raddoppieranno (da 6.100 a 12.900 metri quadri) e le circa 2.200 opere avranno una collocazione più consona e razionale, le sale saranno climatizzate, le opere meglio illuminate, gli spazi di servizio migliorati (da 3.100 a 4.625 metri quadri), gli accessi facilitati con due torri di collegamento tra i tre piani. Nel 2013 sarà riaperto il Corridoio Vasariano, che collega gli Uffizi a Palazzo Pitti attraverso il Ponte Vecchio e custodisce una collezione di autoritratti pazzesca (Rembrandt, Velázquez, Chagall, Tintoretto, Correggio…): oggi è visitabile da duecento persone alla settimana solo su appuntamento in periodi limitati. Invece, la cosiddetta loggia disegnata dall’archistar giapponese Isozaki, che vinse la gara nel 1998 per la ristrutturazione dell’uscita, forse non si farà mai: maledetta da Sgarbi, viene ogni volta accantonata dai governi Berlusconi.
Nel frattempo, un lungo ventennale frattempo, il tour degli Uffizi rimane un mezzo supplizio, non solo per i cantieri: vedere l’Annunciazione di Leonardo dietro un vetro sporco è un dolore e un insulto. Il percorso poi è scombinato, gli allestimenti disomogenei. Meglio così che niente, certo: lo sforzo per andare avanti, nonostante tutto, da parte dei responsabili è enorme ed encomiabile. Ma chissà se anche i turisti stranieri, non rassegnati per Dna come noi italiani all’approssimazione e al disservizio, la pensano così. Dal primo museo italiano, il 21° nel mondo, sarebbe ovvio aspettarsi di meglio. “Gli Uffizi sono un tesoro non sfruttato a pieno” aggiunge il sindaco: “Firenze deve imparare a raccontarsi meglio. Il solo fatto che non esista una card unica per i musei gestiti dalla sovrintendenza è atroce: il simbolo di una gestione assurda”.
Gli Uffizi incassano circa sette milioni l’anno di biglietti e gli ingressi sono calati del 4,3 per cento nel primo semestre 2009. Il fatturato globale del Polo mussale fiorentino (24 musei) è 21 milioni. Cinquemila visitatori in media al giorno, con punte di 7-8 mila, devono farsi da una a quattro ore di fila per accedere attraverso la cruna di due metal detector: C’è una corsia riservata alle prenotazioni via internet per 4 euro in più oltre i 6,50 di biglietto, o 10, nel caso frequente in cui vi sia anche una mostra temporanea, non facoltativa. Il Louvre costa al massimo 10,50 euro, prenotazione inclusa. Il bivacco esterno, tra ambulanti e mimi, crea inevitabilmente sporcizia e degrado (rifiuti, cartacce, cicche, bottiglie…). Gli ascensori per salire, riservati ai disabili, sono due, piccoli e risalente probabilmente anch’essi all’epoca del Vasari.
Nella prima sala le pale di Giotto, Cimabue e Duccio di Boninsegna sono male illuminate e la climatizzazione è garantita, si fa per dire, da un condizionatore tipo pinguino attaccato alla spina. Non c’è un termostato per la regolazione automatica della temperatura e dell’umidità. È così ovunque, tranne che in qualche sala, dove invece fa un freddo polare. Gli impianti, si legge sul sito ufficiale http://www.nuoviuffizi.it/ , “risultano obsoleti o non funzionali agli scopi cui sono destinati, altrove assenti”. Qualche custode si porta il ventilatore. D’estate si arriva anche a 30 gradi ed è immaginabile l’afrore emanato dalle comitive accalcate tipo bus. La mattina si aprono i finestroni per far girare l’aria (e lo smog…).
Dalle prime cinque stanze – al nostro passaggio – quattro sono incustodite perché i sorveglianti fanno capannello in una a chiacchierare. Ma quando poi manca il personale (malattie, ferie ecc) alcune sale restano addirittura chiuse. Secondo i sindacati l0organico è sotto di un terzo. La pulizia , invece, viene eseguita da una ditta esterna una volta alla settimana nel giorno di chiusura. Solo una percentuale minima dei dipinti è salvaguardata da un vetro. E solo pochissimi di quelli protetti hanno il vetro antiriflesso, che dunque non costringa a fare l’aerobica davanti, ad esempio alla Venere o alla Primavera del Botticelli, per vedere l’opera e non la faccia del giapponese accanto o il riflesso delle luci. La settimana scorsa un quadro del ‘700 del Ferretti s’è schiantato in terra, come un poster di Kakà. La differenza tra un’opera ben valorizzata, come i Duchi di Piero della Francesca, e quelle, la maggior parte, mortificate dal contesto, è misurabile all’interno degli stessi Uffizi. Al solito, è questione di soldi: si fa quel che si può quando si può.
Al mondo è esposta solo una quindicina di dipinti sicuramente attribuibili a Leonardo: due sono qui, l’Annunciazione e l’Adorazione dei Magi, e sgomitano sulla stessa parte. Così finisce che, nei momenti di punta, il caos diventa ingovernabile: un mese fa due guide sono arrivate alle mani per una questione di precedenza tra gruppi. Altro che contemplazione o sindrome di Stendhal: qui viene quella da soffocamento.
“Gli Uffizi presentano un patrimonio in modo chiaro e comprensibile e le opere sono conservate secondo standard assolutamente compatibili” ribatte la sovrintendenza Cristina Acidini: “Dovremmo togliere il 30 per cento delle opere per valorizzare le rimanente, ma preferiamo un’offerta più ricca. I veri problemi sono gli organici e i finanziamenti statali”.
Quanto ai servizi, toilette grandi e nuove si trovano nel seminterrato prima di iniziare il percorso. Ma se vi scappa durante il giro, dovete arrivare alla fine del secondo corridoio e fare la coda davanti ad un minuscolo e scorticato bagnetto con tre water, di cui uno fuori uso il giorno della nostra visita. Ristoro? Una birra nel bar (in appalto) sull’incantevole terrazza costa sette euro al tavolo. E, come ristorante, spazio e offerta sono ben miseri.
Ma se ci si azzarda a definire la condizione attuale degli Uffizi “deludente”, il direttore Antonio Natali va su tutte le furie: “È ottima, altroché. I turisti sono soddisfatti. Pur assediati dai cantieri, non abbiamo mai chiuso un solo giorno. Non ci sto che gli Uffizi passino per l’emblema della malacultura.. Dovrei spendere ora soldi per rifare l’illuminazione e la climatizzazione quando sarà pronta tra due anni?”. Forse no, ma, mettendosi nei panni del visitatore di oggi (e degli ultimi vent’anni), non è che i disagi vengano compensati da uno sconto. Solo da tanta, bistrattata, Bellezza.

di Emilio Marrese

Nessun commento: