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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

dicembre 17, 2010

Modigliani, Maestro senza Maestro


Era il settembre 1984: stanchi di assistere all’inutile dragaggio del Fosso Reale stabilito da Vera Durbè, direttrice del Museo Progressivo d’Arte Contemporanea di Livorno – si era nel pieno delle celebrazioni del centenario della nascita di Amedeo Modigliani e si ricercavano le leggendarie teste perdute dall’artista ‘sregolato e lati-tante’ – tre giovani buontemponi gettarono due sassi di pietra scolpiti con un Black & Decker, diventando in pochi istanti un caso mediatico internazionale. Anche dopo venticinque anni è difficile dimenticare le immagini dirompenti di quella beffa tanto ben rappresentata: lo Speciale Tg1 di Frajese che raccoglieva le dichiarazioni dei tre giovani (“visto che non si trovava nulla abbiamo deciso di far trovare qualcosa”) e l’esecuzione dei falsi in diretta, le favorevoli attribuzioni dei critici d’arte più accreditati, lo sconcerto sul volto della Durbè all’indomani della dichiarazione di evidente inautenticità delle teste.
DA TUTTO questo – e dal silenzio critico sulla scultura di Modì ad esso seguito – prende le distanze Gabriella Belli, direttrice del Mart di Rovereto, che il 18 dicembre inaugura una grande mostra di assoluta purezza scientifica, dedicata proprio e solo al “Modigliani Scultore” (ideata e curata insieme a Fabio Fergonzi e Alessandro Del Puppo). La Belli rivendica il progetto quasi come fosse una reazione in positivo al penalizzante clamore critico dell’84: “Una leggenda così diffusa che solo accurati e ben approfonditi studi scientifici possono oggi allontanare, speriamo per sempre”. La dubbia mitologia modiglianesca, che ha condizionato tutto il giudizio sulla sua opera, nasce da lontano, da una biografia tormentata, dall’ostilità feroce degli stessi livornesi, dalla vita dissoluta e malaticcia, dalla difficoltà di risalire alle fonti del suo genio artistico (che poi determinò la sua successiva fortuna) e infine dalla fine tragica e precoce, nel 1920, a soli 36 anni. Modigliani non fu solo l’italiano dal temperamento irascibile in cerca di fortuna nella Parigi modernista, alcolizzato e scapestrato, ma un autentico artista, un autore del mondo che travalicò i confini del suo paese anche in cerca di un riscatto che i suoi compaesani e l’Italia stessa gli negarono tutta la vita, come è confermato dal fatto che di 28 sculture il nostro paese non ne possiede neanche una.
ERA UN MAESTRO senza maestri né discepoli, che aveva sedimentato in sé tutto ciò che aveva visto e annusato (prima nei soggiorni giovanili nel sud dell’Italia poi a Parigi), dalle suggestioni di Cezanne sino alle ricerche di Picasso e Brancusi, per poi giungere a una sintesi tanto astratta quanto misteriosa e personale, raggiungendo così un’autonomia totale – un isolato, volutamente appartato dal circuito dei movimenti che animavano Parigi, alla ricerca di tramiti culturali insoliti e differenti, autore di una formula totalmente originale, antica e contemporanea. Fu forse l’incontro con Brancusi, nel 1909, ad avvicinarlo in parte alla sensibilità ‘primitiva’, che tuttavia non lo orientò definitivamente verso gli stilismi astratti, ma lo consolidò nel raggiungimento di una purezza volumetrica capace di esprimere il sentimento della bellezza assoluta: lontana dalla verità quotidiana ma con l’intensità del vivere nel reale. La scultura, esercitata a taglio diretto e a pieno ritmo per soli due anni – attività misteriosamente terminata già nel 1913 – assume in questa ottica un valore fondamentale riguardo il rapporto esistente tra le opere in questione e i disegni preparatori, tutti presenti in mostra. Lo staff del Mart ha impiegato ben sei anni – con indagini scientifiche in quasi tutto il mondo, tra Europa, Australia e Stati Uniti, tra musei, fondi di magazzini, collezionisti privati, archivi - per realizzare un progetto di ricerca e una mostra totalmente inediti dedicati specificatamente all’opera scultorea, raramente oggetto di interesse da parte della critica d’arte istituzionale, dando vita a un nuovo racconto, fondato questa volta su una seria ricostruzione storico-artistica e una altrettanto sistematica analisi filologica e stilistica dell’operato di Modigliani. Il riferimento utilizzato è la catalogazione storica delle sculture del 1965 attuata da Ambrogio Ceroni nel 1965, che non cambia di molto il numero delle autentiche, che da 25 (di cui oggi 15 appartengono a collezioni pubbliche e le altre sono disperse o conservate presso inaccessibili collezioni private), passa a 28 proprio grazie agli studi effettuati dai curatori della mostra.
IL CONFRONTO si estende a riferimenti insoliti, come quella tra le teste di Minneapolis e di Washington (mai giunte prima in Italia) e la Battista Sforza di Francesco Laurana – apice della scultura rinascimentale italiana – e ancora con il Busto di donna del 1907 di Pablo Picasso. Un modo diretto per scoprire quanto la formazione della scultura di Modì sia davvero legata al primitivismo o vada dirottata verso un’impostazione colta e di pura osservazione del museo, sia egizio che rinascimentale. Una cosa è certa: come pochi altri protagonisti delle avanguardie artistiche del '900, Modigliani colse le suggestioni della storia e le fece inesorabilmente e totalmente sue.
di Claudia Colasanti - IFQ
Modigliani scultore. Mart,

Corso Bettini 43, Rovereto.
Orario: lun-dom 10-18, ven 10 - 21.
www.mart.trento.it

Dal 18
dicembre al 27 marzo 2011

dicembre 09, 2010

Nina Hagen: la svolta "Bio" del rock duro


E poi con degli amici abbiamo anche un piccolo terreno, fuori Berlino e anche alla periferia di Amburgo, dove vive mia figlia. Lo abbiamo completamente risanato e trasformato. Ora lo coltiviamo, ovviamente in modo Bio. E ci coltiviamo anche il grano per fare il pane per tutti. E magari questo ha anche a che fare con il mio modo di fare musica. Come hanno detto i critici più sonnolenti, dal punk al gospel. Bah…”.

E LE SCORIE atomiche contro le quali in Germania si protesta quasi ogni giorno? “Voglio la pace e attenzione a quei rifiuti: vogliamo tornare ai tempi dei bambini che nascevano straziati, deformi e malati?”.
Nina Hagen, rockeuse berlinese 55enne, una manciata di mesi fa battezzata da un pastore battista, per anni l’unica cantante rock europea che ha fatto da giovanissima battistrada ad eroi come Lou
Reed, Iggy Pop e David Bowie quando andavano a Berlino negli anni Ottanta per registrare i loro dischi di allora all’ombra del Muro, ha attraversato le notti romane dello scorso fine settimana. Ha cantato al Parco della Musica (scommessa non facile dell’ad Carlo Fuortes, ma scommessa stravinta) e all’una dopo il concerto c’erano ancora i fan ad attenderla nel freddo di una capitale dimezzata. A celebrare la vecchia liturgia del saluto più che dell’auto-grafo, come in un macchina del tempo rock che ora si attarda davanti ad alcune mezze figure musicali, anche italiane, che non hanno nulla da dire e che cantano anche male e poco: un disastro. Ma lei chiarisce: “Peccato aver cantato la stessa sera di Dalla e De Gregori. Io amo Lucio e Francesco”. “Come cantante ho avuto maestri come il dottor Martin Luther King, come Bob Dylan e come Joan Baez, Big Mama Thornton. Senza dimenticare mia madre Eva Marie e il mio patrigno Wolf Biermann, di cui voi in Italia sapete a mala pena che è stato un artista dissidente nella ex Ddr”. E quanto al vecchio stralunato ma futuribile punk berlinese fino al recupero del Gospel di oggi, con il nuovo album “Personal Jesus”, Nina Hagen ha qualcosa da dire? “Il Gospel l’ho scoperto quando ero una ragazzina a Berlino Est, l’ho cantato e l’ho studiato. Ragion per cui, nessuna illuminazione di adesso. Io non ho un nuovo stile musicale oggi, come non ne ho avuto di vecchi, prima. Io canto e suono la chitarra. Anche Woody Guthrie che canta come “i fascisti non avranno mai un futuro” è uno dei miei punti fermi”. E il tour tedesco esclusivamente nelle chiese nel mese di novembre? “Io sono contenta di diffondere il Vangelo con la musica Gospel. A tre anni già cantavo in una chiesa lontana dal centro di Berlino Est. E poi, le chiese dove ho suonato sono bellissime”.

CHIEDI a Nina Hagen – mentre alcuni timidi fan le regalano collanine, braccialetti e occhiate ruvide e roventi – perché canta dal vivo, solo di rado, i vecchi successi come “Indescrivibilmente femminile”, “Kleiner Wampie” (dialogo in un cimitero con un piccolo vampiro, appunto),
“Se io fossi un ragazzo” e “African reggae” (con cui rende omaggio ai Rasta gorgheggiando Jodel tirolesi). E lei risponde, netta: “Io non sono un Juke box. Però anche qui a Roma ho cantato per quasi due ore. E certo non mi sono risparmiata. Rock al femminile? Non mi piace Lady Gaga (e ci mancherebbe, ndr) e comunque so dove va la Frauen-rock-musik. Va verso la verità, la sorellanza e la bellezza”. Addirittura. A 55 anni, mentre le sue coetanee che cantano o recitano (spesso, si far per dire) su questo pianeta, fanno le dive o si fidanzano con giovanissimi (lei lo ha già fatto tanti anni, “ora faccio la mamma e anche il mio secondo figlio è maggiorenne, così posso pensare di più ai fatti miei”), Nina veste pantaloni di pelle nera, camicie orientali, gonnoni (quasi) alla Baez e gli inevitabili stivalacci in puro stile berlinese. Dietro i capelli nerissimi si nascondono due piccole orecchie da adolescente, il trucco è pesante sul palco, diventa quasi da educanda in camerino dopo il concerto e poi in un giro notturno romano che più tranquillo non si può. Ed è un vero peccato che lei, anche durante il bellissimo set romano alla Sala Sinopoli dell’Auditorium non abbia cantato, ad esempio, a proposito di donne e storia del mondo, che “Marlene (Dietrich) ha altri progetti e che Simone Beauvoir dice Dio me ne scampi”. Oppure “allora uno disse, qui c’è la Minnelli, dai andiamo a vedere e invece non era vero niente, c’era solo Nina Hagen, che non è niente al confronto…” (dal brano Aufm Rummel”, “In mezzo al baccano”). Oppure ancora la (sua) versione di “My Way”, con testo inedito in tedesco (“Berlino, tu città di merda…”: quando c’era ancora il Muro) e che a suo tempo preoccupò il suo principale interprete, un certo Frank Sinatra.
GRAN PARLARE poi, soprattutto dopo la sua conferma affidata lo scorso agosto proprio ad un settimanale italiano, sui rapporti Nina-papa Ratzinger: “Certo che voglio cantare anche per lui. Ma non sono ancora pronta anche se non ho timori reverenziali. Attenderò che la chiesa cattolica sia riformata. E comunque io sono figlia di Nostro Signore, io amo Gesù”. Come dire, gli apparati sono un’altra cosa. E, soprattutto, è tempo che questa Chiesa “affronti sul serio incubi molto terrestri come la pedofilia”.
Roma del Vaticano, ma anche la Roma di Berlusconi. Che cosa ne pensa, Nina? “la democrazia in Italia e in molti altri Paesi della nostra cosiddetta società civilizzata è in grosso pericolo. La voce di noi elettori è stata spesso manipolata. Berlusconi, come Bush e la stessa Angela Merkel sono, o sono stati, al potere troppo tempo. Noi donne e uomini europei dobbiamo essere sempre più solidali tra noi e darci da fare. Basta con la macchine delle bugie: altrimenti le elezioni saranno inutili. E noi saremo tutti berlusconizzati
".
di Giancarlo Riccio
IFQ

dicembre 03, 2010

Tolstoj: A 100 anni dalla morte dello scrittore, un’analisi impietosa sul suo rapporto con la moglie Sofia


Nel novembre del 1910, quando la sua vita volge al termine, Tolstoj chiede alla figlia Alexandra di annotare questi ultimi pensieri: “Dio è il Tutto illimitato, l’uomo non è che una manifestazione limitata di Dio... Dio è amore e più c’è amore, più l’uomo manifesta la presenza di Dio e più vive nel vero senso della parola...”. Sarebbe facile vedere in queste ultime riflessioni il semplice riflesso appannato dalla vecchiaia, di tutte le illuminazioni e redenzioni che gli eroi dello scrittore vivevano all’apice delle loro passioni o, come lo stesso Tolstoj, nel momento della morte. A tutto questo non era estranea la morte precoce dei suoi genitori. Né la disperazione dei fratelli Dimitri e Nicolas. Né la carneficina di Sebastopoli dove il passaggio verso il nulla non aveva alcunché di teorico... Seguendo il canovaccio del vissuto personale, la morte e la rivolta dello spirito contro la morte diventano il tessuto stesso della creazione tolstojana. “Ho ucciso degli uomini in guerra, ne ho sfidati altri a duello per ucciderli; giocando a carte e mangiando come un crapulone ho dilapidato i frutti del lavoro dei miei contadini; li ho mortificati duramente, mi sono abbandonato allo stupro, all’inganno. Menzogne, furti, dissolutezze di ogni genere, violenza, omicidio... non c’è crimine che non abbia commesso”.
PER ABITUDINE si sottolineano l’esuberante vitalismo di Tolstoj, la voracità dei suoi appetiti carnali, la sua statura di divinita’ pagana, di patriarca biblico, padre di tredici figli, che troneggiava nel mezzo di domini infiniti, di innumerevoli greggi. Guerriero senza macchia e senza paura, cacciatore audace che un giorno si troverà con la testa tra le fauci di un orso... Ma cosa sarebbe questa debordante e squillante vitalità senza i rintocchi gravi della morte presenti nei momenti più radiosi della sua esistenza?
Questo “pensiero incessante” non è forse l’opera stessa di Tolstoj, l’estrema veridicità dei personaggi che popolano i suoi romanzi, la vivacità del sangue trasfuso in loro dallo scrittore, il loro respiro al cui ritmo, con turbamento, adeguiamo il nostro? La morte del principe Andrej, il suicidio di Anna Karenina, i trapassi così diversi in “Tre morti”, il lungo addio, funebre e luminoso, di Ivan Illich... E ogni volta l’ostinata volontà di attraversare la linea d’ombra, di intravedere l’aldilà , di sintetizzare l’assaggio dell’eternità, di plasmare in parole, in immagini, il momento in cui scivoliamo verso “ciò che non si può comprendere”. Un uomo spinto nel buio di un sacco o piuttosto un punto di chiarezza che si dilata dinanzi allo sguardo di un moribondo. Bisogna avere il coraggio di rovesciare la prospettiva. I momenti nei quali Tolstoj “filosofeggia” hanno lo stesso senso della sua opera puramente artistica. Tutto Tolstoj è il tentativo sovrumano di “comprendere ciò che non possiamo comprendere”, di dire nella nostra lingua di poveri mortali l’allucinante prossimità al nulla che si cela dietro ciascuna delle nostre azioni, l’intima sensazione di eternità, il pensiero del “dopo”, idea ridicolizzata, resa obsoleta, superata dal rapido decadimento del corpo ed è per tutta questa carne votata alla decomposizione che Tolstoj evoca un realismo sorprendente, l’idea pur sempre necessaria che, contrariamente a Napoleone ad Austerlitz, vediamo non solo le carcasse putrefatte dei soldati che giacciono ai nostri piedi.
Nella sua autobiografia Sofia Tolstoj racconta la vita quotidiana di una coppia fuori del normale. “È lei, la vedo, è di lei che avevo bisogno”. In queste parole di Tolstoj
sulla moglie Sofia si ravvisano la rassegnazione e una punta di disprezzo. Lo scrive Sofia qualche tempo dopo aver promesso al marito di cancellare dal suo diario tutte le parole crudeli dette da Tolstoj su di lei. Peso tremendo quant’altri mai. Sofia avrebbe quasi preferito le percosse perché queste, al contrario dell’inchiostro, non lasciano tracce nella storia... È in parte per riabilitare il ritratto di donna debole, viziosa e spregevole fatto dal marito, che Sofia Tolstoj ha scritto le migliaia di pagine di un diario e di una autobiografia restata a lungo inedita: “La mia vita”. Nei suoi scritti troviamo le giustificazioni di una sposa prostrata, ma anche una sensibilità d’artista, senso dell’umorismo, gelosia, tristezza per aver tradito i suoi sogni di fanciulla dedicando la sua vita al servizio di un genio. Cosa sarebbe diventata se non avesse sposato Lev Nikolaevic Tolstoj che, all’epoca, aveva quasi il doppio dei suoi anni? Una scrittrice? Suo padre e i suoi professori glielo avevano predetto perché Sofia ha sempre scritto. Va fiera per aver scritto da adolescente un breve racconto sull’amore ideale. Tolstoj ne fu impressionato e, senza dubbio alcuno, al racconto si ispiro’ per costruire il personaggio di Natasha in Guerra e Pace. La settimana del fidanzamento Sofia diede alle fiamme tutti i suoi scritti, il suo racconto, il suo diario da giovinetta. Un gesto che inaugura una lunga negazione di se’ stessa: soffoca in lei la luce creatrice per non fare ombra al grande sole di Tolstoj. “Tutti i miei sogni di un avvenire brillante si sono infranti contro gli affanni della vita familiare”, scrive. Questa vita familiare tagliata fuori dal mondo, Sofia, sfogandosi, la descrive nel suo diario – “sogno di suicidarmi, di fuggire no so dove, di innamorarmi non importa di chi” – e, con più calma e distacco, nella sua autobiografia. La sua vita: tredici figli messi al mondo, non si sa quanti aborti spontanei, l’allattamento, le malattie infantili che così tanto disturbano Tolstoj. La famiglia è tutta sulle spalle di Sofia. Tolstoj? “Ha fatto pochissimo per i figli maggiori e niente per gli altri”, accusa Sofia. Più passa il tempo, più Tolstoj si ritira dalla vita reale che disprezza per chiudersi a doppia mandata in quella della mente. La sola ricompensa di Sofia è l’accesso privilegiato al mestiere di scrittore del marito. Tutti i giorni trascrive i suoi manoscritti. Un compito che la affascina anche se deve riempire un cestino sfondato: ogni mattino Tolstoj e’ stravolto per aver lavorato tutta la notte. Non si esagera nell’affermare che Guerra e Pace e Anna Karenina sono anche figli di Sofia. “Inviando il tuo manoscritto a Mosca ho avuto come la sensazione di lasciar partire un figlio e temo che possa farsi del male”. A otto anni Sofia legge “Infanzia” e si innamora dei romanzi di Tolstoj. Di un amore lucido, critico. Sofia e Tolstoj sono prigionieri l’una dell’altro. “Dove sei tu, l’aria è contaminata”, ripete Tolstoj. Questa vita pesante, lacerata dai conflitti coniugali, e’ talvolta attraversata da momenti di frivolezza. È difficile immaginare Tolstoj mascherato da capra o che porta i doni nascosti nelle maniche come Babbo Natale. Ma è quanto ci racconta la sua musa, assistente, prigioniera, carceriera, anima-sorella: Sofia.

(c) di Andrei Makine/Le Figaro/Volpe
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

novembre 30, 2010

Disney & Dalì Amici di penna e di lenza


Un carteggio appena pubblicato svela un rapporto di affettuosa stima. Scrive Salvador a Walt: “La sera in cui ci siamo conosciuti non ho dormito”.

Le lettere che Salvador Dalí e Walt Disney si scambiarono ci fanno capire come da una felice collaborazione professionale scaturì tra i due una profonda amicizia. La corrispondenza è stata resa pubblica da poco e rivela per la prima volta che l’artista surrealista Salvador Dalí e il magnate del cinema d’animazione Walt Disney non furono soltanto collaboratori, ma anche amici intimi. Una delle cose che li avvicinò fu il comune amore per la pesca, sempre stando alle lettere scovate dagli archivisti dei Disney Studios dalle quali emerge il livello di intimità e amicizia tra il grande artista e il più celebre animatore di tutti i tempi. Salvador Dalí e Walt Disney si conobbero a un party in casa del magnate del cinema Jack Warner, fondatore della celeberrima e omonima casa di produzione cinematografica, nel 1945 e iniziarono un rapporto che li portò a collaborare al progetto riguardante la realizzazione del cortometraggio “Destino”. Scrivendo al suo “caro, carissimo amico”, Dalí diceva a Walt Disney che si sentiva “incoraggiato dal nostro comune destino” e dal fatto che “la sera in cui ci siamo conosciuti, alla fine del party sono andato a letto e praticamente non ho chiuso occhio”. In un’altra lettera indirizzata a Walt Disney e datata 2 giugno 1946, Salvador Dalí prevedeva che Destino “sarebbe diventato uno dei momenti più alti e brillanti della sua [di Dalí] carriera artistica” e aggiungeva che “attendiamo con ansia il miracolo della realizzazione tecnica e so che sei esigente e scrupoloso quanto Salvador Dalí... Non dimenticare che è proprio al culmine dell’avventura artistica che dobbiamo anche cercare di consolidare tra noi profondi legami di amicizia”. Disney e sua moglie Lillian parlavano di andare a pesca con Salvador e Gala Dalí e i Dalí scrivevano ai loro “carissimi amici” quanto erano “felici di sapere che state per arrivare... Non vediamo l’ora di vederti insieme a tua moglie per pescare quei favolosi gamberoni”.
E NELLA LETTERA che porta la data dell’11 giugno 1946, Disney scriveva: “Sono felice di sapere che siete tutti e due così entusiasti del nostro comune progetto: Destino. Faremo in modo di evitare che la fretta ci impedisca di confezionare un prodotto degno del talento di Dalí. Se ne avremo la possibilità, mia moglie ed io saremo felici di venirvi a trovare ancora un volta e di andare a pesca di gamberoni nel fiume Carmel”. Walt Disney scrisse un’altra lettera pochi giorni dopo, per l’esattezza il 3 luglio 1946, per confermare all’amico che “non vediamo l’ora di venirvi a trovare... sarà un immenso piacere”. Dalí, dal canto suo, si congratulava con l’amico per lo “straordinario successo” di Zio Remo (Un anziano piantatore di cotone che racconta leggende e favole ai ragazzi, ndt) in “Una canzone del Sud” e ribadiva che “è il trionfo di questa formula – e non ho potuto fare a meno di immaginare cosa vorrà dire per il nostro cortometraggio Destino – basata sulla ‘miracolosa fusione’ di azione e cartoni animati”. Purtroppo il lievitare dei costi portò alla decisione di accantonare il progetto del lungometraggio Destino. Ma la cosa non ebbe alcuna ripercussione negativa sulla loro amicizia tanto che i coniugi Disney fecero visita ai coniugi Dalí nella loro casa di Port Lligat, Spagna, anni dopo il loro primo incontro. I bozzetti iniziali della loro collaborazione furono a lungo dimenticati prima di essere riscoperti da Roy, nipote di Walt Disney, che finì di realizzare Destino nel 2003. Nel cortometraggio della durata di sei minuti si vedono due occhi in smoking, una parete erosa dalla sabbia del tempo e la testa di una ballerina che ruota in una palla da baseball. Quest’anno, in occasione del settantesimo anniversario dell’uscita di Fantasia, il cortometraggio Destino viene presentato per la prima volta al pubblico.
BRIAN SIBLEY , esperto e studioso del cinema di Walt Disney, ha detto: “Le idee di Dalí erano estremamente audaci e avventurose, ma Disney sembrò disposto ad accettarle – sapeva che non sarebbe stato il solito cartone animato con Topolino come protagonista”. Non di meno le lettere hanno sorpreso persino Brian Sibley. “Avevo sempre pensato che il loro fosse un semplice rapporto di collaborazione professionale. Certo non mi ero reso conto di quanto invece fossero intimi. Ma erano entrambi uomini di spettacolo e capirono immediatamente che avevano qualcosa in comune. Entrambi avevano avuto un padre molto severo e un’infanzia difficile. Ci sono nella loro vita elementi che ci fanno capire per quale ragione avvertirono immediatamente questa sorta di istintiva intimità”. Quando gli è stato chiesto se un rapporto professionale come il loro sarebbe possibile oggi, Brian Sibley ha risposto: “A mio modo di vedere John Lasseter [capo della Pixar] è una specie di Walt Disney moderno. Non mi è difficile immaginare che potrebbe collaborare con un artista contemporaneo, che so, con uno come Damien Hirst, ad esempio. È possibilissimo che un realizzatore di film d’animazione del livello di Lasseter decida di fare qualcosa di sperimentale con un artista del livello di Damien Hisrt”.
di Jonathan Owen (c) The Independent
Traduzione di Carlo Antonio
Biscotto
IFQ
1932, da sinistra: Salvador Dalí, Walt Disney, Gala Dalì e la signora Disney (FOTO OLYCOM)

novembre 26, 2010

Torino Film Festival: Clint, Amelio e tutte le luci di Torino


Né cine-balle da smaltimento o cine-bolle dal rapido scoppio sono previste da Gianni Amelio, atteso alla sua seconda prova da direttore artistico del 26° Torino Film Festival. Che ben 234 film (30 in prima mondiale e 24 internazionale) offrirà da domani fino al gran finale del 4 dicembre con l’International premiére di Hereafter di Clint Eastwood. Un vero colpaccio per il regista-direttore che “senza il fucile puntato” ha catturato i favori della Warner a concedere al suo festival (e non agli altri due contendenti, cioè Venezia e Roma) il nuovo struggente lavoro del collega californiano. L’inossidabile Clint, il cui film uscirà nelle sale il 5 gennaio, Eastwood non sfilerà sulla passerella torinese. L’opera di apertura (femminile come un anno fa) sarà Contre toi, “dramma da camera” della francese Lola Doillon con Kristin Scott Thomas. La kermesse non vuole contrapporre, ma contenere diverse suggestioni. Queste sono divise in sezioni intitolate come alcuni romanzi cult della letteratura moderna. Concorso a parte, indicato con un secco Torino 28. DOVE tra i 16 eletti troviamo in Alessandro Piva l’unico tricolore: scelta in sottrazione italiana ultimamente adottata dal festival della Mole, che tuttavia non ha mancato di premiare proprio nel 2009 il portabandiera di turno, Pietro Marcello col sublime La bocca del lupo. Piva concorre con Henry, il suo terzo lavoro, dopo l’acclamato esordio del ’99 LaCapaGira e Mio cognato. Un noir che l’autore ama definire con le parole dello stesso Amelio, “storia feroce ed esilarante insieme”. Nel cast Crescentini, Riondino e Sassanelli. Sotto l’occhio “giurato” del presidente Marco Bellocchio (con Bobulova, Ciment, Grasser e Lansdale) Piva sfiderà proposte dal e sul Sudafrica come The Bang Bang Club di Steven Silver sulla storia vera dei fotografi che testimoniarono gli ultimi mesi di Apartheid, o dalla Gran Bretagna come la “commedia terroristica” Four Lions di Chris Morris su alcuni pachistani residenti in UK, o dal Canada come il gospel-thriller Small Town Murder Songs di Ed Gass-Donnelly. Più noti i nomi sparsi qua e là nel resto del programma non competitivo, dove emergono il super oscarizzato Danny Boyle (con l’atteso 127 Hours con James Franco), il sempre amato John Carpenter (The Ward), l’eccentrico Raoul Ruiz (Misterios de Lisboa), il maestro giapponese Koji Wakamatsu (Caterpillar), l’audace Christophe Honoré (Homme au bain), l’esordio registico di Philip Seymour Hoffman (Jack Goes Boating), l’estremo Gregg Araki (Kaboom), lo scomodo Peter Mullan (Neds) e ancora Amalric, Lee Chang-dong e Rafi Pitts, accanto a probabili sorprese italiane come Il pezzo mancante di Giovanni Piperno sulla vicenda di Edoardo Agnelli, o il collage di corti Napoli 24 firmato da noti e ignoti registi partenopei. Senza trascurare il curioso RCL – Ridotte Capacità Lavorative di Massimiliano Carboni con Paolo Rossi nei panni di un regista che cerca una cine-location a Pomigliano d’Arco. E se sull’horror verterà quest’anno la sezione “Rapporto confidenziale” – in anteprima oltre a Carpenter anche The Last Exorcism di Daniel Stamm – il programma della sezione più underground “Onde” regalerà tutti i lavori di Massimo Bacigalupo, voce acuta della controcultura degli anni ’70 (Coop Cinema Indipendente).
COME TRADIZIONE al cinefest torinese, due sono le retrospettive integrali che il pubblico potrà godersi quasi come una rassegna a sé. Una dedicata al russo Vitalij Kanevskij per la cura di Stefano Francia di Celle, e l’altra – certamente dai riverberi più imponenti – comprensiva dell’opera omnia di John Huston, curata da Emanuela Martini che del festival è anche vicedirettrice. Al
controverso e straordinario autore americano scomparso nel-l’87 dopo aver ultimato il suo capolavoro The Dead tratto dai Dubliners di Joyce è dedicato un corposo libro edito da Il Castoro. Ricco di saggi, interviste e schede critiche ne ritrae il profilo di un uomo-artista “contemporaneo ” proprio per le sue contraddizioni. “Un individuo di inconsapevoli assoluti”, scrive Agee. Così classico nei generi (che in parte contribuì a codificare) eppur coraggioso precursore della loro disgregazione, così talentuoso eppur capace di scivoloni (anche marchettari) vergognosi, vedi La Bibbia prodotta dall’appena scomparso Dino De Laurentiis. Oggi è importante parlare di autori come Huston per illuminare di plausibilità la genesi delle culture e controculture odierne. Dentro e fuori dall’America, tra i quotidiani loser e winner. La retrospettiva sarà omaggiata dalla presenza della figlia Anjelica: è curioso e tenero insieme scoprire che Huston fu l’unico regista a far vincere un Oscar al padre Walter (attore) dirigendolo nel 1948 ne Il tesoro della terra madre, e uno alla figlia nel 1985 ne L’onore dei Prizzi.
UNA CARRIERA lunga e intensa, eterogenea e incontenibile come era il grande John. Di certo questa retrospettiva è una delle punte di diamante dell’edizione festivaliera in apertura. Il banchetto è dunque ricco di film internazionali per tutti i gusti e il brindisi finale – se si farà e in tal caso saranno i torinesi a decretarlo – celebrerà il prossimo biennio già preventivato alla guida della kermesse da parte di
Amelio. Che nel frattempo si feliciterà di assegnare al suo prediletto John Boorman il Gran Premio Torino. Mentre è atteso al varco col suo nuovo film, l’algerino-camusiano Il primo uomo, le cui riprese sono terminate poco prima la preparazione del festival.
di Anna Maria Pasetti - IFQ

novembre 24, 2010

Seconda parte di “Fratelli di storia” di Baliani: in scena la Repubblica di un giorno


Immaginate quattromila ragazzi, tutti tra i 15 e i 40 anni, che - asserragliati sul Gianicolo - scelgono di sacrificare la propria vita in nome della democrazia. Combattono contro trentamila francesi, ben coscienti di non potercela fare. Eppure ci provano, resistono e muoiono. Per salvare l’Italia, per salvare la Costituzione. Una storia d’altri tempi, non c’è dubbio. Da cui avremmo solo da imparare. Si chiama La Repubblica di un solo giorno ed è il secondo momento del progetto Fratelli di storia, che vede la regia di Marco Baliani e che debutta questa sera al Teatro India di Roma. Nel febbraio 2010 fu Piazza d’Italia, sull’omonimo testo di Antonio Tabucchi: la memoria del Paese narrata attraverso le vicende di un borgo dell’alta Toscana e dei suoi abitanti, nell’arco storico che va dall’Unità d’Italia ai primi anni Sessanta. Quest’anno Baliani ha lavorato a quattro mani con Ugo Riccarelli (Premio Strega nel 2004), lasciando lo stesso gruppo di attori. L’occasione è il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, un’occasione per il Teatro di Roma per riportare alle memoria alcune tappe importanti della storia del Paese. “Troppo spesso dimenticate o lette con sufficienza”, commenta Riccarelli.
1849, ROMA: una Repubblica che durò un giorno (la “Repubblica dei briganti” la definirono i sostenitori di Papa Pio IX), perché la Costituzione venne presentata il 3 luglio sulla Piazza del Campidoglio
bardata a festa, nello stesso momento in cui i francesi scendevano dalle pendici del Gianicolo per restituire la città al Papa Re. Personaggi come Mazzini e Mameli, Garibaldi e Anita, il Papa e i Borboni, il terribile Oudinot a capo dell’esercito francese, e quattromila giovani romantici pronti a immolarsi. E infatti Roma venne normalizzata, ma – come scrisse Mazzini – i briganti avevano dimostrato che era possibile autodeterminarsi, lottare contro la tirannia, fondare un sistema di vita che riconoscesse dignità e cittadinanza ad ogni persona. “Fu un grande sogno di democrazia – racconta ancora Riccarelli – che durò troppo poco ma che produsse una Costituzione modernissima, della quale la nostra Carta conserva tracce evidenti”. Per la prima volta il cittadino e i suoi diritti vennero messi al centro dello Stato, vi fu un’idea di welfare, la democrazia fu scelta come sistema di governo, si sancì la separazione dei poteri tra Stato e Chiesa. Un sogno rimasto sospeso, congelato, incompiuto, ma che avrebbe poi messo radici un secolo più tardi. “Non fu una sconfitta, Mazzini vinse perché dimostrò che in pochi mesi era possibile costruire uno Stato democratico e scrivere una Costituzione rivoluzionaria”.
ALTRI TEMPI, altri ideali. “Quello che colpisce i giovani che abbiamo coinvolto nel progetto – prosegue lo scrittore – è la giovinezza di quei protagonisti. Mazzini e Garibaldi erano poco più che quarantenni, Mameli aveva
22 anni. E invece quando si parla del Risorgimento ci si immagina gente adulta, barbosa, polverosa. Fu il ‘68 dell’epoca”. Un’epoca in cui i giovani credevano ancora in qualcosa: “Un’intera generazione coltivava un’ideale, seppure con alcune differenze sostanziali: c’erano i cattolici e c’erano gli estremisti giacobini. Ma tutti avevano il senso di una nazione unita e arrivarono a Roma da tutta Italia per difendere la democrazia. Cittadini, non sudditi”. Un insegnamento per i ragazzi del 2010, che da “quei ragazzi” avrebbero molto da imparare. È per questo che, all’interno del progetto Fratelli di storia, gli studenti di molte scuole hanno compiuto percorsi sui luoghi della battaglia, sul Gianicolo o nel-l’attuale museo di Palazzo Braschi, dove è allestita una mostra. Non solo: la Repubblica Romana compì scelte “di sinistra”: furono presi i beni della Chiesa, del Papa Re, e furono utilizzati per la popolazione; venne abolita la tassa sul sale, per fare in modo che la gente conservasse i cibi; fu abolita la pena di morte; il Sant’Uffizio venne abolito con un tribunale civile. In pochi mesi, da febbraio a luglio, venne messo insieme un vero progetto democratico.
E TUTTO questo viene raccontato con la forza del teatro, perché la materia di cui sono fatti gli uomini non cede il passo ai tempi e alla memoria dimenticata. In scena i corpi si alternano a gesti, canti, danza e manufatti creati per l’occasione. L’immagine è quella di una barricata, “un urlo di oggetti – spiega Baliani – scagliati fuori dalla vita di tutti i giorni, accatastati per alzarsi a fronteggiare l’impossibile. Una barricata composta di storie, di voci, di volti, un arazzo di immagini corali”.
di Silvia D'Onghia IFQ


Il regista Marco Balliani (FOTO OLYCOM)

novembre 23, 2010

Harpo Marx, la voce muta


Ho lavato i piatti in un postribolo. Ho portato fuori dalla Russia documenti segreti. Ho insegnato a una banda di criminali a suonare l’arpa. Mi sono messo a sedere per terra con Greta Garbo, ho cavalcato con il principe di Galles, ho giocato a ping-pong con George Gershwin. George Bernard Shaw mi ha chiesto consiglio”. Queste sono solo poche righe delle memorie di Adolph Marx (New York 1888-Los Angeles 1964), il comico che smise di parlare alla fine del 1915 e non fece mai più sentire la sua voce né al cinema né in televisione. Però Adolph, più conosciuto come Harpo, aveva una sua voce e ha scritto una autobiografia alla quale, come a tutti gli scritti dei fratelli Marx, bisogna credere sulla parola... oppure no; a cominciare dall’anno di nascita: il 1893, assicura Harpo.
“HARPO PARLA” non è solamente un libro di memorie, ma una delirante cavalcata scritta da uno dei più grandi mimi del XX secolo, una guida per sapere qualcosa della vita dei fratelli più famosi del cinema, un libro nel quale Harpo racconta le sue avventure così come ha fatto Groucho nella sua autobiografia “Groucho e io”. Harpo si definisce all’inizio del libro: “Se c’è una cosa di caratteristico in me, è la sola cosa che il pubblico non conosce: la voce. Parlo con l’accento della 93esima di East Manhattan. Se vi è capitato di vedere un film dei fratelli Marx, già sapete quale è la differenza tra Chico e me. Quando insegue una ragazza
per tutto lo schermo è Lui. Quando si mette a sedere e suona l’arpa, sono Io”. Harpo lascia la scuola a otto anni e si guadagna da vivere come tanti furfantelli newyorchesi. Mentre il maggiore, Chico, vince e perde denaro al biliardo alla velocità della luce e Groucho legge, Harpo passa da un lavoro a un altro. Suo padre, Samuel Marx, immigrante tedesco di religione ebraica, che in famiglia tutti chiamano Frenchie, è un magnifico cuoco, ma uno dei peggiori sarti di Manhattan. Harpo viaggia con il padre. “La mia mansione ufficiale consisteva nel mettere in mostra i pregi e nascondere i difetti“.
SUA MADRE , Minnie, ha nella vita una sola ossessione: “Prendersi cura di suo fratello più piccolo e fare in modo che i suoi cinque figli raggiungano il successo nel mondo dello spettacolo”. Per pagine e pagine Harpo descrive le sue avventure da bambino e i primi passi nel mondo dello spettacolo: “A 13 anni scoprii che alcuni negozi del vicinato pagavano un centesimo per un gatto. Non ricordo perché. Mi trasformai in impresario. Groucho ed io mettemmo in scena nello scantinato il popolare sketch di zio Al, “Quo Vadis con i piedi all’insù”.
Prezzo di ingresso: un gatto. Fu la mia prima esibizione in pubblico. Vendemmo sette biglietti pari a sette gatti. Ma incassammo solamente quattro centesimi perché tre gatti scapparono. Così vanno gli affari nel mondo dello spettacolo”.
QUALCHE GIORNO dopo, approfittando dell’assenza della madre, Harpo si maschera da sgualdrina, tira fuori la sua voce stridula e va a tagliarsi i capelli dai Baltzer, una famiglia amica di suo zio Al. Lì comincia a civettare con gli uomini e a mettersi contro le donne che urlano: “Buttate fuori questa puttana!”. Quando chiamano la polizia, Harpo si toglie la parrucca. “Ero orgoglioso della mia esibizione. In famiglia ero diventato un personaggio”. Chico e Harpo si somigliano al punto che in epoche diverse suonano il piano nel medesimo bordello e la madame li confonde
. Minnie mise su una compagnia teatrale di famiglia quando Harpo ha 14 anni: “Appena ho visto il pubblico sono tornato bambino. La mia reazione è stata istantanea: me la sono fatta nei pantaloni”. Qualche anno dopo la madre li lascia soli sulla scena. “Corsi in scena, spinsi Chico giù dallo sgabello del pianoforte e gli impedii di suonare. Groucho mi scacciò con uno spintone. Chico scacciò Groucho. Io diedi una spinta a Chico. E in tutta questa baraonda il piano continuò a suonare e Groucho continuò a cantare La donna è mobile nel suo italiano assurdo. Venne giù il teatro”. Questo episodio accadde poco prima che la stroncatura di un critico inducesse Harpo a non aprire più bocca. Nelle memorie si parla anche del suo amore per l’arpa (“Nel giro dei teatri Pantages ho conosciuto uno che si è perso la bara con il cadavere di sua moglie dentro, ma io non ho mai perso l’arpa”), del primo provino a Hollywood (“un aiuto regista della MGM mi disse ‘levati di torno e non farti più vedere’”), del debutto dei fratelli Marx a Broadway nel 1924, della sua fama in tutto il Paese, del suo successo al cinema e in televisione, della sua popolarità internazionale, dei suoi figli, dei suoi numerosi infarti. Le sue memorie furono pubblicate per la prima volta nel 1962, due anni prima della sua morte. Tra le pagine affiora continuamente la nostalgia dell’infanzia in compagnia dei fratelli: Leo (Chico), Julius (Grouch), Milton (Gummo) e Herbert (Zeppo). E, sul finire, una nota malinconica: “Mia moglie mi dice: per essere un tipo che si spaccia per un ascoltatore di professione, ultimamente parli un sacco”.

di Gregorio Belinchon
Copyright El Paìs
Traduzione
di Carlo Antonio Biscotto
Il Fatto Quotidiano

novembre 15, 2010

Giù le mani da Rino

Certi giorni, come nel caso de L’Aja per cose ben peggiori o magari equivalenti, immagino un’Alta Corte per i Crimini Televisivi, soprattutto quando c’è di mezzo la reiterazione, voluta e consapevole, concepita con l’intenzione perfida d’essere così più convincenti, più certi di penetrare fin dentro il più periferico neurone preposto a trattenere l’ascolto. L’esempio che qui sento di dover fare, esemplificativo quanto vuoi, eppure destinato a rappresentare la prima prova dell’esistenza di un crimine passibile di denuncia, riguarda le canzoni che accompagnano gli spot, autentici chiodi sonori, molto più acuminati e portatori di un tetano spirituale di quelli che completavano la croce di Nostro Signore. Coloro che hanno ordito lo spot-manifesto realizzato per il Monte Paschi di Siena, be’, quelli, onestamente parlando, sono in prima linea per raggiungere la sbarra. E qui l’osservatore compassato non può che lasciare posto all’orango, al King Kong. Bene, il sottoscritto da mesi e ancora mesi sogna infatti che sia messo fuori legge, magari direttamente grazie a decreto internazionale, l’uso, nel senso di pubblico ascolto televisivo, del più celebre brano del compianto cantautore romano di Monte Sacro Rino Gaetano. Esatto: mai più percepire il benché minimo suono di “Ma il cielo è sempre più blu”. La sola vista di quel primo fotogramma dove un pacco di giornali tocca il suolo davanti al chiosco e i successivi istanti dove, in progressione, compaiono i computer, i giocolieri sullo sfondo di San Pietro, il Duca di Montefeltro così come lo ritrasse Piero Della Francesca e poi la sua reincarnazione in veste di gestore di agriturismo munito di V7 Guzzi, la semplice rivelazione di quella sequenza accompagnata dal pezzo del compianto Rino, tutto ciò ha il potere di rendermi ormai idrofobo, di più, mi infonde una carnivora rabbia da gorilla violento eppure immacolato sul pennone del duomo di Milano, addirittura accostato alla Madonnina, lì a urlare che nun se regge più “Ma il cielo è sempre più blu”!!! Quel pezzo di quando avevo prosaicamente vent’anni, cresciuto dall’humus di quando era bello pensare che dopo Marx sarebbe giunto aprile, e infine ,dopo Mao, giugno, quel pezzo così ciancicato e per sempre obliterato dall’uso che ne ha fatto la pubblicità. A proposito, l’ho già detto che non ne posso davvero più di sentire “Ma il cielo è sempre più blu” negli spot pubblicitari? Ovviamente, l’Alta Corte per i Crimini Televisivi (e dei Pubblicitari, va aggiunto) dovrebbe agire ad ampio spettro, non dimenticando che a pochi istanti di distanza di programmazione c’è Galbusera che ha assassinato, sempre grazie all’usura d’ascolto, un altro brano un tempo immortale come “Boom” del non meno compianto Charles Trenet, il cantante della felicità. Perduta. E forse perfino Astor Piazzolla con il suo “Libertango” ormai detestiamo al primo colpo di plettro e bandoneon grazie alla pubblicità della Vecchia Romagna, dove la giornalista si ingrifa del bel giovane durante le prove di un Palio. Un tribunale che agisca anche sui crimini pregressi: mi sembra ieri che il siparietto di una nota casa di lingerie si accanì sulla voce di Billie Holiday rendendocela sinonimo di sottoveste, esautorandola così d’ogni poesia. Una moratoria, sì. Almeno “Ma il cielo è sempre più blu” mai più in uno spot. Mai più. Nunca mas!
di Fulvio Abbate IFQ
www.teledurruti.it

novembre 12, 2010

Otto nuovi film in sala. Bob nel remake di Stanno tutti bene.

Un fine settimana con otto proposte cinematografiche: cartoon, thriller, film drammatici e biografici. Quattro pellicole italiane e due che omaggiano il nostro Paese, ampio menu per famiglie e appassionati.

Devil

Uno dei film più attesi della stagione è certamente Devil, il primo film della trilogia di The Night Chronicles, prodotta da M. Night Shyamalan, recentemente sul grande schermo per L’ultimo dominatore dell’aria. All’interno di un ascensore restano intrappolate cinque persone, un addetto alla sicurezza, un’anziana cleptomane, un venditore di materassi, un’ereditiera e un ex militare.
I cinque non si conoscono fra loro e quando la situazione sembra andare oltre il semplice guasto tecnico, la tensione inizia a farsi sentire. Soprattutto nel momento in cui, a causa di un apparente guasto tecnico, improvvisamente rimangono al buio e uno di loro viene misteriosamente ferito. Sarà solo il primo di tanti incidenti ogni volta che la luce verrà staccata. Chi li osserva da fuori in camera di sicurezza inizierà a sospettare che uno di loro non sia quel che dice di essere. Forse il diavolo? Pauroso.

Regista: Drew Dowdle, John Erick Dowdle; Genere: Thriller (Usa 2010); Attori: Logan Marshall-Green, Bojana Novakovic, Geoffrey Arend, Chris Messina, Caroline Dhavernas, Jacob Vargas, Bokeem Woodbine, Matt Craven, Jenny O'Hara, Kim Roberts

Stanno tutti bene

Giunto alla pensione, Frank Goode si guarda intorno e scopre che una vita passata a lavorare per mantenere la famiglia non ha prodotto i risultati sperati, perché alla morte della moglie si ritrova solo, con i figli lontani e con poca voglia di vedere un padre burbero e per troppo tempo assente. Ma Frank non si lascia demoralizzare e parte in un viaggio in cui andrà a trovare ognuno di loro, sconvolgendone vita e la propria. Tutto per accertarsi che “stanno tutti bene”.
È stato scelto niente meno che Robert De Niro per interpretare il ruolo che fu di Marcello Mastroianni. Stanno tutti bene, infatti, è il remake dell’omonima pellicola di Giuseppe Tornatore uscita in Italia nel 1989. Eppure nemmeno questo è bastato per spingere il film in alto nelle classifiche di vendita: in America ha incassato poco meno di 9 milioni di dollari. C’è da aspettarsi tuttavia che la tenera interpretazione di De Niro venga più apprezzata nel Belpaese. Affettuoso.

Regista: Kirk Jones; Genere: Commedia, avventura, drammatico (Usa 2009); Attori: Robert De Niro, Drew Barrymore, Kate Beckinsale, Sam Rockwell, Lucian Maisel, Damian Young, James Frain, Melissa Leo, Katherine Moennig, Brendan Sexton III

Noi credevamo

Presentato in Concorso Festival di Venezia 2010, la pellicola di Martone è liberamente ispirata a vicende storiche realmente accadute e all'omonimo romanzo di Anna Banti. Attraverso lo sguardo di tre giovani meridionali, il film racconta alcune tappe fondamentali del Risorgimento che hanno portato all’unità d’Italia. Dalla repressione dei moti del 1828 a quelli del 1834, fino all’affiliazione alla Giovine Italia di Mazzini. Attraverso quattro episodi, i destini dei tre giovani si divideranno fino a contrapporsi. Una perfetta metafora del travaglio per la nascita di una nazione unita. Il film esce, probabilmente non a caso, quando in tutta Italia già iniziano a fiorire le iniziative per i festeggiamenti del 150esimo anniversario dell’unità d’Italia. Purtroppo, però, solo 30 sale hanno acquistato la pellicola, perciò saranno davvero pochi quelli che avranno la possibilità di vederlo. Storico.

Regista: Mario Martone; Genere: Drammatico, storico (Italia 2010); Attori: Luigi Lo Cascio, Valerio Binasco, Francesca Inaudi, Andrea Bosca, Edoardo Natoli, Luigi Pisani, Andrea Renzi, Renato Carpentieri, Guido Caprino, Ivan Franek, Stefano Cassetti

Porco rosso

Diciotto anni dopo essere stato creato, arriva sul grande schermo un piccolo gioiello di Miyazaki, che da solo ha interamente scritto anche il soggetto. Negli anni Trenta, nella pausa fra le due guerre, un eroe può anche essere un aviatore ribelle e deformato da un oscuro incantesimo fino ad assumere le fattezze di un maiale.
In sella al suo biplano rosso, Marco Pagot, in arte, appunto, Porco rosso, fa dei cieli sopra l’Adriatico il suo campo d’azione in cui combatte fascisti della prima ora e pirati. Ma il cacciatore di taglie solitario fa troppo bene il suo lavoro e i pirati del cielo decidono di eliminarlo una volta per sempre. La pellicola è una perla che il regista giapponese regala all’Italia, non solo ambientando qui la sua storia, ma anche omaggiando i fratelli Pagot, pionieri dell’animazione made in Italy e padri di Calimero. Avventuroso.

Regista: Hayao Miyazaki; Genere: Animazione (Giappone 1992); Attori (voci): Shûichirô Moriyama, Tokiko Kato, Sanshi Katsura, Tsunehiko Kamijô, Sanshi Katsura, Akemi Okamura

Ti presento un amico

Se sei single, con una buona posizione e sei pure belloccio, è normale che le donne ti cadano ai piedi. Eppure il protagonista di Ti presento un amico sembra stupirsene ogni volta. E le donne che inguaieranno il bel Marco saranno ben quattro. Ma lui, con una promozione che lo porterà da Londra a Milano, ha il cuore spezzato dall’ultima fiamma e un obiettivo da portare a termine: licenziare i rami secchi dell’azienda.
Anche se si tratta delle sue amate donzelle. Raul Bova torna a lavorare con i fratelli Vanzina, Carlo alla regia ed Enrico alla sceneggiatura, dopo Piccolo grande amore girato 17 anni fa. La reunion ha un comune obiettivo: dimostrare che i Vanzina non sono fanno solo cinepanettoni, e che Bova può permettersi commedie più brillanti e meglio confezionate di quelle di mocciana memoria. Leggero.

Regista: Carlo Vanzina; Genere: Commedia (Italia 2010); Attori: Raoul Bova, Kelly Reilly, Barbora Bobulova, Vanessa Hehir, Martina Stella, Tanja Ribic, Sarah Felberbaum

La scuola è finita

«La scuola è finita» spesso è un grido di liberazione. Quello dell’ultimo giorno di scuola, di alunni e professori. In questo lavoro di Jalongo, invece, vuol dire molto altro. L’istituto Pestalozzi si trova nella periferia povera della capitale e racchiude gli stereotipi di alunni svogliati, disinteressati, annoiati ma in cerca di emozioni diverse. Di quelle che possono essere fornite, sotto forma di pasticche, da quelli come Alex Donadei.
Proprio nella sfida per recuperare questo caso disperato, figlio della povertà e del disinteresse dei genitori e di una società emarginante, si sviluppa la storia dei professori Quarenghi e Malarico, diversi ma animati dalla stessa voglia di riscatto. Il rischio però sarà quello di trascinare il ragazzo nelle proprie vite pur di non far vincere “all’altro” la sfida di un recupero sociale impossibile. La pellicola era in concorso alla Festival del cinema di Roma. Incompleto.

Regista: Valerio Jalongo; Genere: Drammatico (Italia 2010); Attori: Valeria Golino, Vincenzo Amato, Fulvio Forti, Cecilia Broggini, Luciano de Luca, Roberta Fossile, Marcello Mazzarella, Paola Pace, Antonella Ponziani, Silli Togni, Marco Zangardi

The social network

Prima di diventare il miliardario più giovane della storia, Mark Zuckerberg è stato un ragazzo prodigio di Harvard. Chiuso nella sua stanzetta all’università, al riparo da delusioni amorose e frustrazioni sociali, il genietto dei computer ha prima violato i sistemi di sicurezza del campus mettendo online tutte le foto delle studentesse per eleggere la più bella, e poi ha dato vita a quello che sarebbe diventato il social network per definizione in tutto il mondo: Facebook.
Popolarità, successo e una valanga di soldi, però, non lo terranno lontano da invidie e cause di plagio. Il soggetto del film, una vera e propria biografia, si basa sul libro The Accidental Billionaires di Ben Mezrich. In America è diventato immediatamente campione di incassi con 23 milioni di dollari nella prima settimana di programmazione a ottobre, arrivando finora a totalizzarne 46 e con diverse settimane di permanenza in testa alla classifica del botteghino. Popolare.

Regista: David Fincher; Genere: Biografico (Usa 2010); Attori: Jesse Eisenberg, Andrew Garfield, Rashida Jones, Joseph Mazzello, Brenda Song, Justin Timberlake, Rooney Mara, Adina Porter, Malese Jow, Max Minghella

Unstoppable – Fuori controllo

Il vero protagonista del film è il treno, enorme e potente e lanciato a tutta velocità per un errore umano. I due nuovi colleghi, molto diversi per temperamento e anni di esperienza, si ritroveranno con una tranquilla giornata di lavoro a Fuller Yard Wilikins, in Pennsylvania, trasformata nel loro peggiore incubo.
A causa di un errore umano, dovuto alla fretta e alla disattenzione di un collega, il nuovo super treno 777 si trasformerà ben presto in un mega proiettile lanciato contro un’area della città densamente popolata. E quando nemmeno tutti i sistemi elettronici di ultima generazione saranno bastati a fermarlo, ecco diventare necessario un atto eroico, anche estremo, dei due uomini. La trama si basa su fatti realmente accaduti. Un film che avremmo rischiato di non vedere a causa dei continui tagli alla produzione causati dalla crisi che hanno ridotto all’osso il budget e messo in pericolo il compenso stellare dei due protagonisti. Adrenalinico.

Regista: Toni Scott; Genere: Azione, drammatico, thriller (Usa 2010); Attori: Denzel Washington, Chris Pine, Rosario Dawson, Ethan Suplee, Kevin Dunn, Kevin Corrigan, Jessy Schram, Elizabeth Mathis, Lew Temple

di Silvana Salvadori Lettera43

novembre 10, 2010

Il piacere e la virtù

L’etica è, secondo Aristotele, “politiké methodos” (1094b, 12)1. Ciò significa, in primo luogo, che la rilevanza etica dei nostri atti può essere colta, per lui, soltanto commisurandola a quella che potremmo chiamare “idoneità politica dell’agire umano”.

Occorre tener presente, però, che tale dimensione politica è qualcosa che partecipa alla definizione dell’essere umano («l’uomo è animale politico e per natura tende a vivere in comune»_(1169b, 18))2, vale a dire, aristotelicamente, alla nozione della sua essenza, della quale costituisce addirittura l’elemento specificante. Prima di esporre la teoria dell’atto umano è necessario, pertanto, ripercorrere, almeno brevemente, l’itinerario seguito da Aristotele, mettendo in evidenza gl’intimi legami che egli vede stabilirsi tra l’atto e le strutture essenziali dell’essere umano.

Il piano dell’opera: rapido sguardo sull’etica a Nicomaco

La politica è da Aristotele considerata la scienza più architettonica, quella alla quale tutte le altre risultano subordinate. Le scienze, infatti, con i relativi loro fini, si mostrano come gerarchicamente ordinate, nel senso che il fine di ogni scienza ed arte può esser visto come mezzo necessario per il raggiungimento degli scopi propri della scienza loro immediatamente sovrordinata. Essendo il bene «ciò a cui ogni cosa tende», consegue che alla scienza politica competerà come fine il bene supremo (1094b).
E’ convinzione comune, secondo Aristotele, che tale bene supremo sia la felicità; ciò su cui, invece, non vi è accordo è in che cosa consista la felicità. La discordanza non emerge solo dagli stili di vita praticati e, pertanto, ritenuti atti a conseguirla (1095b, 14-15) ma vi è divergenza di opinioni anche, potremmo dire, sul piano ideologico ed all’interno dello stesso dibattito filosofico3.
Per parte sua lo Stagirita ritiene che, trattandosi del bene supremo, la felicità dovrà essere cercata per sé, il che conduce ad escludere l’edonismo, ma deve consistere anche in una “perfezione” (cioè in un fine pienamente realizzato, senza che residui nulla al di fuori del suo conseguimento) e precisamente nella più alta delle perfezioni. La costituzione della felicità che andiamo cercando è dunque, per lo Stagirita, il compimento di quanto è specificamente e perfettamente umano (1097b, 20) e, dal momento che proprio dell’uomo è un dato genere di vita costituito dall’attività razionale (1098a, 15) e la virtù non è che la perfezione di tale attività, dobbiamo concludere che «propria della felicità è l’attività rivolta alla virtù» (1097b, 21- 1098a, 19).
Poiché la virtù (in questo senso etico) è dunque la perfezione di quanto è specificamente umano, Aristotele deduce la virtù nelle sue specie in base a ciò che di specificamente umano vi è nell’uomo: l’anima razionale. In essa egli distingue una parte, che pur essendo specificamente umana, resiste alla ragione, ma può esserle del tutto docile, come nel caso dell’uomo moderato e del coraggioso. A questa “parte” dell’anima risalgono le virtù etiche; alla parte puramente razionale, il Nostro riconduce, invece, le virtù dianoetiche (1102b, 24 – 1103a, 10).
Ecco la definizione di virtù data da Aristotele:

La virtù è una disposizione del proponimento, consistente nella medietà rispetto a noi stessi, definita dalla ragione e come l’uomo saggio la determinerebbe (1106b, 36-1107a, 1)4

Che la virtù sia una disposizione o un “abito”, significa essenzialmente che non la possediamo per natura, ma l’acquisiamo per abitudine, mediante la pratica (1103a, 25). La disposizione è inoltre un modo di comportarsi rispetto alle passioni, in riferimento al quale siamo lodati o biasimati (1105b, 5; 26; 1106a, 1).
Che essa consista nella medietà significa l’attitudine a ricercare e trovare il giusto mezzo tra l’eccesso ed il difetto (1106a, 29; 1106b, 28) rispetto a sentimenti, passioni o azioni (1106b, 10-18). La medietà di cui qui si parla non è, per così dire, aritmetica: di qui il senso dell’espressione «rispetto a noi stessi». A noi sembra, inoltre, che l’espressione «rispetto a noi stessi» sia da accostare alla formula «riguardo a ciò che dipende da noi» che Aristotele utilizzerà più avanti riferendosi all’oggetto del proponimento. Dovremo perciò ritornare più tardi su questo punto.
L’appello alla ragione e all’«uomo saggio», chiama in causa le virtù dianoetiche (1139a, 1ss; 1140a, 24). Tra queste, la superiore, che è rivolta a cogliere la verità teoretica e la relativa virtù, sarà la sapienza; l’altra, la saggezza, è volta alla conoscenza della verità pratica. La saggezza collabora con le virtù etiche, queste rendono retto lo scopo, quella i mezzi (1144a, 6-9).
La sapienza è virtù superiore alla saggezza perché coincide con le scienze teoretiche ed in particolare con la metafisica ed ha come oggetto ciò che è al di sopra dell’uomo. La felicità chiaramente consisterà allora nell’attività dell’intelletto conforme alla sua virtù ed è, in qualche modo, tale da trascendere l’essere umano. Egli vivrà beatamente «…in quanto vi è in lui qualcosa di divino» (1177b, 29). Quale bene supremo, la felicità per Aristotele può ben essere intesa, come è stato detto, «una certa tangenza con la divinità»5.

L’atto umano

E’ evidente che in un’elaborazione dell’etica come scienza politica la tematica dell’atto assumerà una funzione strategica: in più punti lo Stagirita ribadisce che lo scopo della politica è l’azione (cfr. 1095a, 5; 18); il concetto di azione è più volte ripreso nella Nicomachea: come possiamo vedere nel già citato 1106b, 10 – 18 ma anche in 25, ad esempio, la virtù è asserita quale medietà non solo quanto alle passioni ma del pari riguardo alle azioni.
All’azione è dunque riconosciuta una particolare importanza anche in relazione alle virtù dianoetiche (1143a, 33 – 35); non stupirà pertanto che ad essa Aristotele dedichi, immediatamente dopo aver trattato diffusamente della virtù, l’analisi forse più interessante della sua etica, ma anche quella nella quale si palesano più chiaramente le difficoltà di fondo della sua impostazione6.
Le caratteristiche dell’atto umano, isolate nella Nicomachea, sono tre: la volontarietà, il proponimento, la deliberazione.
Anzitutto vi si distinguono le azioni volontarie dalle involontarie. Involontarie sono, in generale, quelle azioni il cui principio è fuori di noi (1110a, 1) e tali sarebbero sia quando fossero forzate che compiute per ignoranza. Possono esservi azioni miste: sulla volontarietà di quelle provocate da paura o ricatto, il Nostro rimane dubbioso (1110a, 5 – 6).
Riguardo all’ignoranza come causa d’involontarietà, Aristotele distingue tra l’atto non volontario (compiuto per ignoranza) e l’atto compiuto nell’ignoranza o senza conoscenza. All’interno del non volontario, distingue, inoltre, l’atto involontario (contro la volontà). Tra i due, questo secondo tipo è riprovevole:

Nelle azioni compiute con ignoranza appare dunque agire involontariamente chi si pente dell’azione; chi invece non si pente, poiché differisce dall’altro si può dire che agisca non volontariamente; infatti essendo la situazione diversa, è bene che essa abbia un nome particolare. E’ anche diverso l’agire per l’ignoranza dal fare qualcosa senza averne conoscenza (1110b, 25 – 28).

La distinzione tra “involontario” (________) e “non volontario” ((uch ekousion) appare piuttosto artificiosa7 al lettore di oggi, abituato a considerare “pre-morale”, cioè in qualche modo al di qua del bene e del male morale, del vero e proprio atto umano, quell’atto, moralmente rilevante in sé, ma tuttavia compiuto senza volontà per un motivo qualsiasi che escluda la responsabilità dell’agente. Il fatto è che la volontarietà definisce per intero, secondo Aristotele, la qualità umana dell’atto, ossia, non solo la rilevanza morale dell’atto in sé, ma anche la misura oggettiva della virtù dell’attore. Ci sembra di poter dire che questa sia la ragione per cui Aristotele avverta la necessità di distinguere l’agire “per ignoranza” da quello “contro la volontà” semplicemente appellandosi al costume della polis, adducendo la diversa risonanza dei due atti nella percezione morale della società (pentimento, perdono, lode, biasimo, compassione).
Possiamo dunque semplificare e mettere direttamente a confronto il genere d’azione contro e quello senza volontà. Seguendo il discorso del Filosofo, è necessario a questo punto introdurre una serie di ulteriori importanti distinzioni: tra involontarietà, ossia tra qualità moralmente negativa dell’atto capace di rendere cattivi o ingiusti e l’«ignoranza del proponimento», che determina invece la perversità dell’agente; o, si potrebbe anche dire, tra l’ignoranza globale o «universale» (quella di chi ignora, diremmo, con termine scolastico, “quod in se est”, ciò che in generale è bene per l’uomo) e l’ignoranza delle circostanze dell’azione.

Chiunque compie il male, ignora ciò che si deve fare e a causa di questa ignoranza diviene ingiusto e, in generale, cattivo. Però non si può definire involontario l’agire di chi ignora ciò che gli giova. Infatti l’ignoranza che vi è nel proponimento non è causa di involontarietà dell’azione, bensì di perversità e altrettanto dicasi dell’ignoranza dell’universale; tale è invece l’ignoranza delle circostanze particolari (1110b, 29 – 1111a, 1)

Potrebbe sembrare che qui Aristotele voglia affermare che la distinzione tra volontario e involontario influisca sulla giustizia/ingiustizia di un atto8. Ammesso che egli effettivamente sostenga questo, sarebbe sempre possibile ipotizzare un atto volontario, che sia anche cattivo, ma non voluto come tale, quindi, diremmo, solo “materialmente” cattivo, ossia non ingiusto dal punto di vista del fine di chi agisce. Né risulta impossibile immaginare il caso di chi, non ignorando affatto né «quel che si deve fare», né le circostanze dell’agire, né, in generale, «ciò che gli giova», ed anzi approvando tutto ciò, scelga tuttavia di agire in contrario.
In realtà, dalla lettura di 1111a, 5 – 20, e soprattutto da quanto detto circa la virtù nel secondo libro, si ricava che qui si vuol distinguere diversi gradi di coinvolgimento morale dell’agente sulla base, rispettivamente, dell’ignoranza delle circostanze (cioè dell’involontarietà-immoralità dell’atto o di un singolo comportamento) e dell’ignoranza delle strutture generali dell’agire -proponimento, deliberazione, fine- la quale non si limita a causare la cattiveria dell’agente ma determina in lui, invece, il ben più grave effetto di una condotta abitualmente cattiva.
Ma il punto che sarebbe interessante chiarire è “che cosa” esattamente, nel fatto indicato da Aristotele con l’espressione «compiere il male», renda involontario l’atto e cosa invece renda perverso, ingiusto o cattivo l’agente. L’oscurità che qualche lettore odierno potrebbe rimproverare anche a questo passaggio aristotelico deriva dal fatto che il modo in cui oggi comunemente intendiamo la libertà (morale) di scelta include (recependola, anzi, come sua qualità essenziale) la libertà di preferire un bene rispetto ad altri (libero arbitrio). Diversamente, per Aristotele: sebbene egli veda che l’atto in tanto presenta una sua qualità morale in quanto è un atto libero, tuttavia il suo pensiero non contempla alcun libero arbitrio, ma restringe la libertà di scelta alla volontarietà, ossia alla capacità di porre o omettere l’atto, in quanto tale capacità scaturisce dalla cognizione di cui il soggetto agente è in possesso circa le strutture dell’atto umano in generale.
Si tratta, come riteniamo, di una questione che tocca dei punti aporetici dell’impostazione di Aristotele, come vedremo in seguito.

Il temine “proponimento” (proàiresis, scelta), che compare nell’ultima citazione, rientrava, come si ricorderà, nella definizione di virtù (1111b, 5). Esso si presenta con certe caratteristiche: è specifico degli esseri razionali (e pertanto si distingue dall’impetuosità e dal desiderio):

il proponimento non è comune anche agli esseri irrazionali, mentre lo sono il desiderio e l’impetuosità (1111b, 13-18);

La proáiresis si riferisce, inoltre, non ai fini, ma i mezzi e solo «riguardo alle cose che dipendono da noi», distinguendosi, perciò, tanto dalla volontà che dall’opinione:

La volontà ha per oggetto soprattutto il fine, mentre il proponimento ha per oggetto le cose che riguardano il fine: ad esempio [...] noi vogliamo essere felici [...] ma sarebbe stonato il dire che ce lo proponiamo; insomma appare che il proponimento riguarda le cose che dipendono da noi. Ma il proponimento non potrebbe neppure essere un’opinione. E’ evidente il fatto che l’opinione può riguardare ogni cosa, non meno quelle eterne e impossibili di quelle che dipendono da noi (1111b, 25-33)9.

Un’ulteriore distinzione tra opinione e proponimento sta nel fatto che l’una è ordinata al vero e al falso, l’altro al bene ed al male (1111b, 33 – 1112a, 10).
Nel processo dell’atto umano, infine, il proponimento appare preceduto dalla deliberazione (boúlesis), a cui somiglia per taluni tratti:

L’oggetto del proponimento e quello della deliberazione sono la stessa cosa (1113a, 1-2).

E’ impossibile deliberare sulle cose casuali o imprevedibili (1112a, 18-31), sulle necessarie, né su ciò che non è in nostro potere. La deliberazione e il proponimento sono dunque coestensivi (1112a, 33) anche per ciò che riguarda il loro oggetto, vale a dire i mezzi:

Non deliberiamo intorno ai fini, bensì intorno alle cose che riguardano i fini. Infatti il medico non delibera se debba guarire, né l’oratore se debba persuadere [...] bensì dopo essersi posti il fine badano a come e attraverso quali mezzi lo potranno realizzare; e tra molti mezzi attraverso quale il fine possa realizzarsi più facilmente e meglio [...] si cerca come si potrà realizzare il fine attraverso esso e questo per mezzo di quale altro, finché si giunga alla causa prima [...] l’ultimo termine cui giunge l’analisi è il primo nella realizzazione. E se uno si imbatte in cosa impossibile, vi rinunzia [...] se però essa appare possibile, si accinge ad agire. Possibili sono le cose che possono essere compiute da noi (1112b, 13-28).

La distinzione tra queste due strutture dell’atto umano si basa sul fatto che la deliberazione riguarda la strategia da approntare in vista del fine, il proponimento si applica, uno dopo l’altro, a tutti i passaggi intermedi a partire dall’immediato. Otteniamo così il tracciato essenziale del «processo morale»10 nel quale rientrano anche la percezione e l’atto, nonché il desiderio (orexis):

Poiché oggetto della scelta (proáiresis) è, tra quanto dipende da noi, quello che è deliberato e desiderato, anche la scelta viene ad essere un desiderio deliberato di ciò che dipende da noi (1113a, 10-12) 11.

Il quadro delle strutture dell’atto umano appare, così, completo. Nel tentativo di superare la morale intellettualistica di provenienza socratica12, Aristotele ha articolato e reso flessibile lo schema dell’atto umano, grazie, soprattutto, all’introduzione del concetto di volontarietà, spingendosi fino al punto di affermare che «la lode ed il biasimo hanno luogo per gli atti volontari» (1109b, 30); ma il concetto aristotelico di volontarietà, anche così distinto dalle altre operazioni razionali che concorrono alla produzione dell’atto umano, ossia la deliberazione ed il proponimento, non ha ancora le caratteristiche che il senso comune gli assegna oggi. Nell’Etica a Nicomaco il tratto tipico dell’azione volontaria rimane quello che noi oggi chiameremmo “spontaneità”13, visto che il nostro filosofo ritiene che anche i bambini siano capaci di azioni volontarie, che sono volontarie anche le azioni dettate dall’ira e che persino gli animali agiscano volontariamente (1111a, 24; 1111b, 9)14.

Volontaria sarà dunque quell’azione il cui principio risiede in chi agisce, se conosce le circostanze particolari in cui si svolge l’azione (1111a, 22-23).

E’ evidente, allora, che il concetto aristotelico di volontarietà è contrassegnato analogicamente: a motivo dell’autonomia di movimento che la caratterizza, la volontarietà/spontaneità dell’azione impulsiva, o quella dei fanciulli o degli animali non può dirsi del tutto diversa -ma neppure esattamente la stessa cosa- rispetto all’atto morale, il quale soltanto può dirsi pienamente volontario in quanto, inglobando la cognizione delle circostanze, ha in sé il proprio principio in una maniera che si può definire completa. Infatti Aristotele sostiene chiaramente che noi siamo responsabili delle nostre azioni in forza della volontarietà del proponimento15.
Precisato questo, tuttavia, rimane il fatto che egli definisce il proponimento quale «deliberato desiderio di cose in nostro potere», in cui il desiderio non si trova come qualcosa di semplicemente aggiunto alla ragione ma, a detta del Ross, come «desire guided by reason and reason fired by desire». Il Ross fa inoltre notare che «Aristotle declares choice to be of means, not of end»16. Di conseguenza le virtù, «disposizioni del proponimento», sono sì in nostro potere, ma esclusivamente in quanto razionali ed esse stesse riguardanti non i fini ma solo i mezzi.
Dobbiamo concludere che l’obbiettivo programmatico di superare l’intellettualismo etico di Socrate e del platonismo non fu centrato da Aristotele. Egli non riuscì a distinguere la volontà come facoltà razionale autonoma rispetto alla ragione speculativa, né che la qualità morale dei nostri atti non si riduce al discernimento dei mezzi o al decidere di agire o di astenersene. Egli non si avvide che il nostro personale fine ultimo è “ef’emìn__ rientra, in qualche modo, tra le «cose che dipendono da noi», e che la qualità morale dell’atto umano reclama che la strategia dell’agire debba estendersi fino alla deliberazione di sé.
Il piacere

Nell’Etica a Nicomaco il piacere17 è connesso al problema dell’atto umano sostanzialmente per il fatto che vi è inteso come «attività di una disposizione conforme a natura» (1153a, 14-15) e «segno delle disposizioni acquisite che sopraggiunge alle nostre azioni» (1104b, 4)18.
Ora, la disposizione può essere buona o cattiva ed in tanto dipende da una determinazione volontaria del soggetto. Da ciò Aristotele trarrà la propria posizione sull’argomento: la cattiveria non può essere una qualità intrinseca al piacere, mentre lo è il bene. La sua eventuale malizia deriverebbe piuttosto dal perseguirlo eccessivamente (1150a, 19-22).
A questo assunto fondamentale va aggiunta la distinzione che il Nostro stabilisce tra quei piaceri per i quali non può esservi alcun eccesso e quelli riguardo ai quali può esistere un eccesso o un difetto (1154a, 14-18; 1153a, 28-35; 1154b, 15-17).
In riferimento all’eccesso di piacere si definiscono sia l’intemperante che l’incontinente; ma mentre il primo eccede con proponimento, l’altro solo trascinato dal desiderio:

L’intemperante infatti si muove con proposito, pensando che si debba sempre perseguire il piacere presente; l’incontinente invece non pensa che si debba farlo, ma lo persegue (1146b, 23-24).

Analogamente, in riferimento allo stesso tipo di piaceri ed alla retta ragione, si definiscono anche il continente ed il moderato:

Il continente è un uomo tale da non far nulla contro la ragione per i piaceri corporali e tale pure il moderato; ma il primo è tale pur avendo cattivi desideri, il secondo no; il primo essendo tale da non godere contro la ragione, il secondo tale da godere, ma da non lasciarsi trascinare (1151b, 35 – 1152a, 2).

L’avere ristretto il piacere solo a quello nei confronti del quale può esservi incontinenza ed intemperanza, cioè il piacere legato al senso del tatto, vale a dire la gola o il piacere sessuale (1118a, 25-27) è, a parere di Aristotele, il motivo per cui i platonici ritennero il piacere stesso come qualcosa di intrinsecamente cattivo (1153b, 1 – 1154a, 7). Ma non esistono solo piaceri di cui si dà eccesso:

si tratta dei piaceri accompagnati da desiderio e dolore e propri del corpo (tale infatti è la loro natura) e dei loro eccessi, per i quali l’intemperante è intemperante. Per questo il moderato li fugge, giacché vi sono anche dei piaceri propri del moderato (1153a, 32-35)

Sembrerebbe, anzi, che le attività superiori, in quanto più pienamente conformi allo specifico naturale umano, non solo non patiscano l’eccesso ma possano dirsi piacevoli a più forte ragione. La trattazione intorno al piacere alla luce della virtù (moderazione, continenza, temperanza) e dei vizi opposti giunge così al punto voluto dall’Autore, vale a dire la relazione necessaria esistente tra il piacere e la felicità.

E’ necessario che il piacere sia un bene [...] è anche necessario che sia così, se di ciascuna disposizione vi sono attività non ostacolate, e se l’attività di ogni disposizione, o di qualcuna di esse, è felicità e che quindi essa sia la cosa più desiderabile, qualora non sia ostacolata: ciò è il piacere [...]

Ricostruiamo in breve l’argomento dello Stagirita (1153b, 1-1154a, 8). Male è ciò che è da fuggire, e il dolore è male, in quanto è da fuggire. Poiché il piacere è contrario al dolore e questo è una sorta di ostacolo al piacere, il Nostro conclude che piacere è il perseguimento costantemente privo di ostacoli di una certa disposizione ordinata alla felicità. Pertanto il piacere in sé non è né male né moralmente indifferente, ma un bene. Diviene un male solo occasionalmente, qualora lo si persegua oltre l’”ostacolo” rappresentato, per il desiderio dell’incontinente e dell’intemperante, dalla medietà, ovviamente per quel genere di attività per le quali si dia eccesso o difetto. Ma tanto per il virtuoso, per il quale la medietà non rappresenta un ostacolo ma un bene da perseguire, che per quelle attività per le quali non vi è possibilità di eccedere, il piacere non può che essere un bene necessario alla felicità. Aristotele stesso riassume così:

E’ evidente che, se non sono un bene il piacere e l’

attività, non sarà neppure possibile che l’uomo felice viva piacevolmente; per quale scopo egli avrebbe bisogno del piacere, se esso non fosse un bene e se egli potesse vivere anche dolorosamente? Infatti il dolore non sarebbe né un bene né un male se non lo fosse il piacere [...] E quindi neppure la vita dell’uomo virtuoso sarebbe piacevole se non lo fossero anche le sue attività (1153b, 35-1154a, 7).

Come si vede anche soltanto da questi accenni riassuntivi, la dottrina contenuta nel trattatello sul piacere del settimo libro dell’Etica a Nicomaco si integra perfettamente con l’impianto complessivo dell’opera, sia con quanto sostenuto, nel primo libro, circa la virtù, e cioè che «le azioni secondo virtù debbono essere piacevoli di per se stesse» (1098a, 21-22), sia con quanto affermato a proposito delle operazioni che consolidano la struttura dell’atto umano. Aristotele può così persino affermare che l’assoluta immobilità di Dio, in quanto “attività” conforme alla sua natura assolutamente semplice, è certamente un piacere di cui Dio gode (1154b, 25-29).
Sullo stretto rapporto posto qui tra felicità e piacere si soffermano quanti criticano l’eudemonismo razionalistico dello Stagirita:

Se il principio eudemonista fosse vero, si dovrebbe dire che l’azione ha tanto più valore morale quanto più è espressione posta in vista della felicità che promette o che dà. Ma ciò contraddice la coscienza morale la quale mette l’atto posto per puro amore del bene, della rettitudine morale, molto al di sopra dell’atto posto per interesse proprio. L’eudemonismo, come edonismo, rende il disinteressamento inintellegibile e immorale; esso sfocia logicamente in un atteggiamento che è il contrario di quello in cui la coscienza morale riconosce il suo ideale19.

Riportiamo la critica del de Finance perché sarebbe in certo modo “risolutiva”, in grado di riassumere la critica non su l’uno o l’altro degli aspetti dell’Etica a Nicomaco, bensì al suo ruolo di capostipite di un’intera famiglia di dottrine etico-filosofiche:

La felicità può essere considerata dal punto di vista soggettivo, come godimento di un bene posseduto, o dal punto di vista oggettivo, come possesso del bene. Nel primo caso la critica dell’eudemonismo si riconduce a quella all’edonismo;

nel secondo caso, invece,

l’eudemonismo è superato. Il criterio dell’azione buona non sarà più il suo rapporto alla felicità, ma alla felicità vera, alla felicità conforme alla natura umana, alla ragione, ecc. La felicità stessa ha la propria norma che la distingue dalle contraffazioni. Ora, se la norma non può esercitare la sua funzione che a condizione di essere essa stessa controllata da un’altra norma, bisogna vedere in questa la vera norma. Il principio che interviene qui si potrebbe enunciare: norma normae est norma normati20.

La felicità come tale non può essere principio della qualità morale dell’atto, sostiene in ultima analisi de Finance, in quanto essa stessa non può fare a meno di riferirsi a qualcosa di ancor più originario, fondante, normativo, e cioè la verità o il bene.
Tuttavia dev’essere chiaro che ciò che Aristotele dice qui è da inserire, ripetiamo, nell’intera architettura del suo discorso etico. Occorre pertanto accuratamente tenere distinti felicità e piacere anzitutto per il fatto che Aristotele stesso afferma esplicitamente che se la felicità ha senza dubbio bisogno di piaceri, ciò avviene solo perché è essa medesima ordinata al bene. Insomma, non va perso di vista lo sfondo antropologico del discorso etico dello Stagirita, per cui egli considera la felicità come un equilibrio che tiene conto, realisticamente, della complessità delle disposizioni naturali dell’essere umano (fisiche, intellettuali e politiche) e della loro armonizzazione (1153b, 15-19).
Dalla teoria dell’atto umano lumeggiata poco sopra, procede poi un argomento se possibile ancora più forte, che pone l’eudemonismo aristotelico fuori della portata del tipo di critica presa qui in esame. Non deve sfuggire la netta distinzione aristotelica tra virtù e atto morale. In questa visuale, il piacere, dal canto suo, compare con la funzione e lo statuto di un semplice contrassegno che accompagna lo svolgersi naturale di tutta la strategia dell’atto fino al conseguimento dell’obiettivo finale. Nulla, invece, nel testo della nicomachea, come riteniamo, autorizza a pensare che Aristotele concepisca la felicità come qualcosa che sia contenuto nell’atto che si propone alla ragione, nemmeno sotto forma di “promessa”. La felicità riguarda piuttosto la virtù, ma non come alcunché di sopraggiunto ad essa. E’ vero che la felicità ed il piacere non possono andare disgiunti, ma ciò non implica affatto l’uso della virtù come mezzo per il raggiungimento della felicità. Propriamente parlando, la felicità non è il fine della virtù, piuttosto essa è intrinsecamente connessa all’esercizio della virtù più alta, come, in generale, il piacere è connaturale all’attività secondo una disposizione qualsiasi; sicché, per rispondere alle critiche del de Finance, dalle pagine dell’Etica a Nicomaco si potrebbe forse ricavare l’osservazione che al vizioso piace il vizio ed al virtuoso la virtù; ed in ciò stesso quest’ultimo trova la sua felicità.
Sentieri senza sbocchi

Non sembra, pertanto, che Aristotele possa essere accusato di edonismo; ma neppure la seconda delle due critiche di de Finance appare centrata, giacché lo Stagirita non pensa affatto alla felicità come «norma» o «criterio dell’azione buona» ma, in generale, come qualcosa che ha attinenza con l’esser saggi.
Sebbene nel pensiero di Aristotele l’etica rimanga subordinata alla politica, vi è qualcosa in essa che supera la politica.

Se dunque tra le azioni conformi alle virtù quelle politiche e quelle di guerra eccellono per bellezza e per grandezza, ma sono disagiate e mirano ad altro fine e non sono scelte per se stesse, se invece l’attività dell’intelletto, essendo contemplativa, sembra eccellere per dignità e non mirare a nessun altro fine all’infuori di se stessa ed avere un proprio piacere perfetto (che accresce l’attività) ed essere autosufficiente, agevole, ininterrotta per quanto è possibile all’uomo e sembra che in tale attività si trovino tutte le qualità che si attribuiscono all’uomo beato: allora questa sarà la felicità perfetta dell’uomo, se avrà la durata intera della vita. Infatti in ciò che riguarda la felicità non può esservi nulla di incompiuto. Ma una tale vita sarà superiore alla natura dell’uomo; infatti non in quanto uomo egli vivrà in tale maniera, bensì in quanto vi è in lui qualcosa di divino; e di quanto esso eccelle sulla struttura composta dell’uomo, di tanto eccelle anche la sua attività su quella conforme alle altre virtù. Se dunque in confronto alla natura dell’uomo l’intelletto è qualcosa di divino, anche la vita conforme ad esso sarà divina in confronto alla vita umana (1177b, 15-32).

La massima virtù è una virtù dianoetica e teoretica; l’attività conforme a tale virtù, l’attività cui è connessa la massima felicità, è la contemplazione (1177a, 13-19). Tutto ciò è comunque riservato a pochi e, sembrerebbe, privo di conseguenze sul piano politico. Questo genere di attività resta, proprio come quella che è conforme alla natura del dio aristotelico, lontana e disinteressata delle cose del mondo. Questa analogia, che suggerisce l’esistenza di un nesso tra la felicità e l’attività specifica conforme alla natura dell’agente, ci fa ritenere che la critica più pertinente, qui, non è quella che prende di mira l’eudemonismo della Nicomachea ma quella che si sofferma proprio sul particolare gioco che, nella visione aristotelica, lega la felicità umana al rapporto tra la natura e la città.
Il momento destinato ad influire maggiormente sulla fisionomia dell’Etica a Nicomaco fu quello in cui Aristotele scelse di inquadrare l’etica nel discorso politico. La fermezza con la quale il Filosofo si attiene a questo principio si può spiegare solo mettendo alla scoperto la logica interna al suo pensiero etico, cui quella scelta sembra obbedire: l’uomo è per natura animale politico, perciò ogni atto secondo virtù, determinato in base a saggezza e retta ragione è anche un atto rettamente e saggiamente politico. I due elementi -retta ragione e valutazione morale in base alla “idoneità politica”- sembrano presentarsi simultaneamente nell’atto conforme a virtù.
Non dobbiamo dimenticare che l’aggettivo “politico” ha un significato che finisce con l’identificarsi col particolare concreto del rapporto onnicomprensivo tra l’uomo greco e la città; e qui, in definitiva, si trova la radice delle aporie presenti nella Nicomachea21 e che ci sforzeremo di mostrare qui di seguito.
E’ stata notata la presenza di un circolo vizioso nel rapporto tra bontà dell’uomo e fini dell’azione. Giacché «solo chi è virtuoso giudica rettamente ogni cosa, essendo egli il canone e la misura di esse» (1113a, 34)22 ed essendo, d’altra parte, la saggezza non in vista dei fini ma dei mezzi, l’aporia risulta delimitata tra questi termini: «per diventare ed essere buono debbo volere fini buoni, ma questi li riconosco solo se sono buono»23. Si potrebbe concludere che un atto scorretto non è mai propriamente cattivo, ma solo un errore o un equivoco:

Aristotele rivela di essere consapevole della lotta morale (1102b, 14ss) [...] ma tende a ribadire la concezione secondo la quale l’uomo che compie un’azione errata, non sa al momento dell’azione che questa è errata [...] Aristotele non riconosce abbastanza la possibilità che un uomo faccia deliberatamente ciò che sa essere errato24.

L’ambiguità del pensiero di Aristotele consiste qui nel fatto che egli intende il fine del proponimento una volta come finis operis (ed è questo che rende buono o cattivo il soggetto agente) ed un’altra come finis operantis (e allora è il soggetto agente o giudicante che rende buono o cattivo l’atto, attraverso il proponimento).
La questione che potrebbe sollevarsi, a questo punto, è, allora, in base a quale criterio l’uomo possa dirsi saggio e la sola risposta sembrerebbe ruotare attorno al consenso: saggio è chi si mostra in grado di porre quegli atti e assumere quegli atteggiamenti che riscuotono approvazione sociale (1094a, 28 – 1094b, 10). Ciò spiegherebbe, in effetti, perché Aristotele dia tanto rilievo alla lode ed al biasimo espressi dal senso comune su determinati comportamenti o faccia appello, sovente, nella sua etica, alla prassi giuridica.
Anche questa seconda strada senza uscita si diparte dall’inadeguatezza del concetto di volontà. Con maggiore precisione: mentre nell’aporia precedente, come si è visto, manca qualsiasi idea di coscienza morale, qui, invece, quella di autonomia dell’obbligazione. Secondo l’opinione del Copleston, ad Aristotele «manca un esatto concetto del dovere»; ed ancora: «la difficoltà sta nell’inserire l’obbligazione morale nel sistema di Aristotele»25.
Infatti, a dispetto delle esigenze di interiorità ed assolutezza implicate nell’idea alta che Aristotele si fa della vita buona -e che la vita politica non è, di per sé, in grado di soddisfare del tutto- egli resta dell’opinione che l’uomo contemplativo, cioè il virtuoso e saggio in sommo grado, se vuol essere perfetto non possa fare a meno di possedere anche i beni che sono propri della vita attiva.
Si consideri, a semplice titolo di esempio, il seguente passaggio della Nicomachea. Con espressione che richiama alla mente le celebri battute iniziali della sua Politica, Aristotele afferma:

Non a torto gli uomini sembrano concepire il bene e la felicità a seconda del loro genere di vita. La massa e le persone più rozze li trovano nel piacere: perciò essi prediligono una vita di godimento. Tre infatti sono i generi di vita più notevoli: quello suddetto, quello che mira alla vita politica, infine quello contemplativo. I più evidentemente appaiono simili agli schiavi, scegliendosi un’esistenza degna delle bestie [...] Le persone evolute ed attive ripongono il bene nell’onore. Questo è infatti all’incirca il fine della vita politica. Ma questo fine sembra essere cosa più superficiale di quello che cerchiamo. Esso infatti sembra dipendere più da chi conferisce l’onore che da chi è onorato: noi invece riteniamo che il bene sia qualcosa di individuale e di inalienabile. Inoltre gli uomini sembrano ricercare l’onore per convincersi di essere buoni: essi infatti aspirano ad essere onorati da chi è assennato, e da chi li conosce, e riguardo alla loro virtù; è evidente che, almeno di fronte a queste persone, la virtù è un bene superiore. Senz’altro si potrebbe ritenere che essa sia il fine della vita politica. Ma anch’essa risulta insufficiente: sembra infatti potersi dare il caso che uno, pur possedendo la virtù, dorma e resti inattivo nel corso della sua vita, e che inoltre sopporti nella più gran misura mali e sfortune; ma una persona che vive in tal maniera, nessuno la riterrebbe felice, se non per amore di tesi (1095b, 13 – 1096a, 3).

Così la polis risulta, in fondo, il criterio ultimo, per quanto necessariamente estrinseco, della moralità. Il soggetto che agisce e giudica, presentato nell’Etica a Nicomaco, non ha una reale autonomia morale al di fuori del suo rapporto con la città ed è questa che circoscrive, in uno con l’ambito della natura umana, gli ambiti della moralità; ma ciò facendo ne rimane, a sua volta, circoscritta.

di Giampiero Tre Re - Terradinessuno.wordpress.com

1 Il testo greco che prendiamo a riferimento qui e di seguito è quello consegnato in ARISTOTELIS, Ethica Nicomachea, recognovit Fr. Susemil, ed. III curavit O. Apelt, in aedibus B. G. Teubneri, Lipsiae 1912, riprodotto in ARISTOTELE, Etica nicomachea, tr. it., introduzione e note di C. Natali, Bari 20012. I rimandi si riferiscono all’edizione dell’Accademia di Berlino: Aristoteles graece ex recensione Immanuelis Bekkeri edidit Academia Regia Borussica, apud G. Reimerum, Berolini 1831. La versione italiana utilizzata, se non diversamente indicato in nota, è di Armando Plebe, edita in ARISTOTELE, Opere, vol. 7, Etica Nicomachea, Bari 19852. C. Natali avverte opportunamente che solo il primo dei dieci libri della Nicomachea si presenta come una “ricerca” (methodos) in senso tecnico (come, ad esempio, la parte centrale della Metafisica), mentre altri appartengono, a volte per dichiarazione dell’Autore stesso, a diversi generi espositivi: pragmateia (trattazione), dialettica… (cfr. Introduzione, in ARISTOTELE, Etica nicomachea, cit., IX-X) . Questo dato di fatto riguarda, comunque, più il tipo di argomentazione, di volta in volta adottata, che la sostanza della materia trattata e non tocca la definizione aristotelica, soggiacente all’intera opera, dell’etica in quanto tale.
2 Traduzione di C. Natali. La stessa definizione dell’uomo come creatura o “animale politico”_la_si ritrova, significativamente, nell’esordio della Politica (1253a, 3).
3 Il nostro si esprime specialmente contro i platonici (cfr. 1096b, 20-25): il bene supremo non può identificarsi con un’idea.
4 G. Reale preferisce rendere in questo modo: «…è un abito della scelta consistente nella medietà rispetto a noi stessi, determinata dalla ragione…» (I problemi del pensiero antico. Dalle origini ad Aristotele, Milano 19744, 551); C. Natali, invece, «la virtù è uno stato abituale che produce scelte…» (op. cit., 63).
5 G. REALE, op. cit., 554.
6 La sezione di maggiore interesse per noi è contenuta nella prima parte del terzo libro (1109b, 30 – 1115a, 3).
7 Su questo punto anche W. D. Ross afferma non esservi reali differenze tra akousion e ouch ekousion: «…unwilling and merely involuntary acts cannot be differentiated by the agent’s subsequent attitude», in Aristotle, London 1923, 98.
8 Così ad esempio V. GUAZZONI FOÀ, Dalle origini alla chiusura della scula d’Atene, in AA. VV., Storia del pensiero occidentale, vol. 1, Milano 1974, 293.
9 A. Plebe ritiene tale definizione risalente ad una fase anteriore del pensiero aristotelico. Ci troveremmo qui nel periodo di mezzo dello sviluppo della sua dottrina etica, epoca in cui Aristotele abbandona progressivamente il rigido schema ascensionale (dall’irrazionalità alla razionalità) tipico dell’intransigente Etica Eudemia per assumere lo schema ascensionale-discensionale dell’ultima fase, caratterizzata dall’introduzione della volontarietà (La filosofia greca dal VI al IV secolo, in M. DAL PRA (dir.), Storia della filosofia, vol. 3, Milano 1975, 308).
10 F. COPLESTON, Grecia e Roma, in Storia della filosofia, tr. it., vol. 1, Brescia 1967, 464.
11 Abbiamo preferito, su questo punto, seguire la versione italiana di C. NATALI, in ARISTOTELE, Etica Nicomachea, cit., 93. Il Ross (op. cit., 199), seguito dal Copleston (loc. ult. op. cit.) presenta il seguente schema:

desire
I desire A

B is the means to A

C is the means to B

deliberation
N is the means to M
perception
N is something I can do here and now
choice
I choose N
act
I do N

12 A proposito del vano tentativo di Aristotele di superare l’impostazione intellettualistica di Socrate cfr. Ross: «he takes up a decided stand against Socratic view that no one is willingly bad, that action follows necessarily on our state of belief (1113b, 14-17; 1144b, 17-30; 1145b, 22-28). On the whole we must say that he shared the plain man’s belief in free will but that he did not examine the problem very thoroughly, and did not express himself whit perfect consistency» (op. cit., 200). Cfr. anche Copleston, (op. cit., 465): «Aristotele, come prima di lui Platone, non ha propriamente un chiaro concetto del volere».
13 Cfr. REALE, op. cit., 556.
14 Anche il Ross mostra perplessità nell’attribuire una vera autonomia del volere dalla ragione in Aristotele, portando l’esempio della volontà negli animali e nei bambini.
15 Cfr. GUAZZONI FOÀ, op cit., 293.
16 Op. cit, 200
17 La nozione del piacere trattata nel settimo libro (1152a, 34-1154b, 35) risalirebbe, secondo Plebe, all’”etica di mezzo”, mentre quella che troviamo nel libro X (1172a, 15-1176a, 29), invece, ad un’epoca successiva. (op. cit., 309). Nel libro VII, infatti, il concetto di piacere si mostra ancora incorporato nella trattazione dell’incontinenza; nel X, al contrario, è presentato come perfezionamento della virtù e come premessa alla trattazione della sulla felicità, che sarebbe la caratteristica dell’ultimo Aristotele. Ci limitiamo qui a prendere in considerazione solo la dottrina esposta nel settimo libro, che, indipendentemente dalla nuova trattazione fattane da Aristotele, si inserisce, come vedremo, in maniera del tutto armonica nell’insieme dell’Etica Nicomachea.
18 Cfr. anche 1113a, 31-1113b, 1
19 J. DE FINANCE, Etica generale, tr. it., Bari 1975, 118.
20 Ibid., 118-120.
21 La rigida subordinazione dell’etica alla politica è un fatto determinante nell’aristotelismo anche per Copleston e Reale. Diversamente la pensa il Jaeger, per il quale essa sarebbe puramente esteriore. Tuttavia egli annota: «…questo punto di partenza [scil. la subordinazione dell'etica alla politica] fa sì che al suo concreto senso della realtà si presentino difficoltà insolubili» (W. JAEGER, Aristotele. Prime linee di una storia della sua evoluzione spirituale, tr. it., Firenze 1935, 546).
22 La versione italiana qui è di G. Reale, op. cit., 558
23 Ibid.
24 Copleston, op. cit., 463. La stessa aporia riaffiora anche altrove nella Nicomachea, segno che la percorre per intero: «la virtù [...] è il mantenere il giusto mezzo, e questo può essere determinato dalla saggezza, ma [...] il compito della saggezza non consiste soltanto nel mezzo per raggiungere i fini etici: senza di essa non è possibile neppure determinare esattamente quei fini…» (ZELLER-MONDOLFO, La filosofia dei greci nl suo sviluppo storico, parte II, vol. 6, 72; cit. in REALE, op. cit., 552).
25 Entrambe le citazioni in op. cit., risp. 463 e 465 13