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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

gennaio 29, 2010

Franco Basaglia: C'era una volta la città dei matti

"Siamo Liberi!" è il grido ripetuto, eccitato e felice della folla di pazienti, di medici e di infermieri che, tutti insieme, hanno abbattuto le reti intorno all'ospedale psichiatrico di Gorizia e ora corrono all’esterno, inciampando ridendo, abbracciandosi. È una delle sequenze più emozionanti di C’era una volta la città dei matti…, il film di Marco Turco dedicato a Franco Basaglia. C’è un sapore di verità nelle immagini e nelle voci, perché con gli attori e con le comparse ci sono anche pazienti veri e il loto grido viene dal profondo, appartiene al loro vissuto.
C’era una volta la città dei matti ricostruisce la straordinaria rivoluzione dello psichiatra veneziano nel rapporto con la malattia mentale, che ha portato la legge 180, approvata nel maggio 1978. Prodotto dalla Ciao ragazzi di Claudia Mori per la RaiFiction, il film andrà in onda in due puntate su RaiUno il 7 e l’8 febbraio e poi sarà proiettato a Trieste nel corso del convegno internazionale dedicato a Basaglia a trent’anni dalla sua scomparsa, il 29 agosto 1980. “Sono contento che sia un film per la tv. Al cinema forse lo avrebbe visto chi già conosce Basaglia, il pubblico televisivo è molto più vasto” dice il regista. Che non sa esattamente quando ha avuto l’idea: “Basaglia è nell’aria, è sempre un punto di riferimento. Sapevo che sarebbe stata un’impresa difficile e la cosa che mi preoccupava di più era come mettere in scena la malattia mentale senza scivolare nel macchiettistico o nel grottesco involontario” racconta Marco Turco. L’aiuto fondamentale per ricostruire correttmanete il lavoro dello psichiatra è arrivato dalla comunità basagliana e soprattutto dai pazienti.
Scritta dal regista con Alessandro Sermoneta, Katja Kolja ed Elena Buccaccio, la sceneggiatura è “il risultato di una serie di interviste agli psichiatri e agli infermieri che con Basaglia erano entrati in contatto. Abbiamo filmato lunghe chiacchierate con ospiti di varie strutture, molti dei quali erano stati negli ospedali di Gorizia e al San Giovanni di Trieste. Peppe Dell’Acqua, responsabile dei servizi di salute mentale a Trieste, ci ha assistito sia in fase di sceneggiatura sia durante le riprese, e la presenza di una cinquantina di pazienti nel cast del film ha costretto gli attori a confrontarsi con la realtà”.
Basaglia è Fabrizio Gifuni, straordinario nel riproporre la voce, la postura e il dialetto veneto dello psichiatra. Un ruolo difficile, perché molto “di reazione” a ciò che si muove intorno: una realtà rumorosa, caotica, disordinata. E anche crudele, come nelle prime sequenze, quando Basaglia, giovane e brillante psichiatra, viene scoraggiato a intraprendere la carriera universitaria a Trieste per via delle sue idee anticonformiste e mandato a dirigere l’ospedale di Gorizia. È il 1961, Basaglia ela moglie Onagro (Sandra Toffolo) scoprono l’orrore delle gabbie, i letti di contenzione, le docce gelate, l’uso abituale dell’elettroshock.
Il film racconta con efficacia l’inizio di un lavoro difficile, destinato a rivoluzionare il rapporto tra il personale e i pazienti, per restituire loro una dignità e un’identità cancellata: la sequenza simbolica è quella dei comodini finalmente riaccostati a ogni letto, con i malati che ritrovano i loro oggetti, le fotografie, i ricordi di un passato sepolto all’ingresso in ospedale. Scompaiono le camicie di forza , cominciano le relazioni interpersonali e la libertà di muoversi, fino all’apoteosi delle reti abbattute.
La nuova realtà di Gorizia diventa pubblica grazie al servizio I giardini di Abele, realizzato nel ’67 da Sergio Zavoli per la Tv7 e ricordato nel film con uno spezzone di repertorio. Un altro documento d’epoca è girato al Trieste (dove Basaglia arrivò nel ’71), quando nell strade irrompe Marco Cavallo, un gigantesco cavallo di cartapesta realizzato dai malati, che vi hanno messo all’interno sogni e desideri, e in città comincia a snodarsi un corteo festoso cui partecipano i triestini.Trieste appare nella seconda parte del film, quella in cui si accenna alle critiche feroci di parte della stampa, agli attacchi di alcuni politici, agli ostacoli contro la legge in preparazione. “Ma tutto questo l’abbiamo raccontato in modo esenziale” dice il regista, “abbiamo privilegiato la forza delle emozioni”. Che vengono dai percorsi di alcuni malati. Come Margherita (un’intesa interpretazione di Vittoria Puccini), una ragazza bella e vitale, colpevole di ribellione al collegio, che l’ottuso bigottismo della madre condanna al silenzio dell’ospedale psichiatrico e che solo Basaglia restituirà alla vita. O Boris (Branko Djuric), reso muto dalla tragedia della guerra e legato a un letto per quindici anni. O, ancora, Furlan, l’ex partigiano Cicca-cicca, che non esce dall’infanzia. “Sono personaggi costruiti su storie vere, com’era vera la storia dell’infermiera Nives (Michela Cescon), sorta di sintesi degli infermieri che abbiamo incontrato: tutti ricordano Franco Basaglia come il punto di svolta della loro vita” dice il regista. Che ha avuto il piacere di ottenere l’approvazione di Alberta ed Enrico, i figli dello psichiatra, ai quali ha mostrato C’era una volta la città dei matti. Un film grazie al quale, spera, “schiariranno alcune falsità sulla figura e sulle parole di Basaglia. Tutti, anche i suoi detrattori, devono ricordare l’orrore da cui la sua opera è cominciata.
di Maria Pia Fusco Il Venerdì

gennaio 28, 2010

La solidarietà e la redenzione di Carlo Levi

Poetica
L'opera di Carlo Levi va intesa in questa duplice chiave: quella linguistica, tipica del letterato settentrionale che scopre innanzitutto un linguaggio del tutto inedito e sconosciuto alla civiltà, e di questo linguaggio sottolinea tutta la carica amara e ironica e talvolta grottesca e animalesca; e quella sociologico-politica, secondo cui si denunzia e si evidenzia, attraverso il realismo descrittivo e l'analisi oggettiva del racconto, la condizione di miseria e di disperazione in cui vivono in quelle terre abbandonate sia i galantuomini (cioè i possidenti) che i poveri.Lo stile pertanto riflette lo stato d'animo "di stupita, ferma, limpida scoperta di un mondo primitivo accompagnata da un sentimento di desolazione, e di qui nascono appunto i caratteri della sintassi, del lessico, della struttura stilistica: la forma semplice, spesso più propriamente dimessa, ma controllata e chiara. Chiarezza che è anche una caratteristica permanente del Levi scrittore per un preciso desiderio di essere inteso da molti [ ... ]. Controllo rigoroso proprio della serietà artistica del Levi, ma logicamente richiamato qui per il non facile compito tecnico di trasformare il saggio storico-sociale in libro artisticamente efficace. La sintassi è perciò semplificata, il periodo in grandissima prevalenza monoproposizionale. La proposizione non è soltanto breve, ma ha una costruzìone quasi sempre diretta. Rara la presenza dell'anacoluto che riecheggi quelli dei discorsi reali, rari anche gli andamenti dialettali" (Aurigemma).
Carlo Levi, Due uomini che si spogliano
Tematica
Parlando della paura della libertà, Aurigemma afferma che in esso Levi "affermava l'avversione allo stato astrattamente feroce, che fa degli uomini una unità materiale e indistinta, che può soltanto vivere riducendo gli individui in schiavitù, e insieme l'avversione alla religione che fa dei miti, riti; atteggiamenti in cui apparivano evidenti l'impressione suscitata nell'autore dalle dittature contemporanee e quel profondo rispetto per la libertà degli individui e dei piccoli gruppi che saranno costanti in tutte le sue opere" (Aurigemma).In effetti questi saggi costituiscono le premesse fondamentali per la comprensione delle sue opere perché indicano il duplice aspetto con cui egli si accostava al mondo contadino e meridionale: quello storico-politico e quello psicologico-sociale, motivi che costituiscono le caratteristiche di ogni suo saggio, che è sempre opera d'arte e di politica sociale.E così, sempre secondo Aurigemma "Il tema principale (di Cristo si è fermato ad Eboli) è costituito dall'affascinante scoperta dell'esistenza di una civiltà contadina essenzialmente autonoma, che vorrebbe e dovrebbe organizzarsi come tale, soffocata invece da una civiltà statolatrica e teocratica, forte di eserciti organizzati. Una civiltà ai contadini radicalmente nemica, sicché le sole guerre che tocchino il loro cuore sono le guerre che essi hanno combattuto per difendersi contro quella civiltà, contro la Storia, e gli Stati e la Teocrazia, le guerre combattute sotto i loro neri stendardi, senz'arte, senza speranza e destinate sempre ad essere perdute" (Aurigemma).Nero è il senso della condizione dei contadini sempre legata alla sofferenza e alla chiusura spirituale, come neri sono i vestiti dei contadini, i loro capelli e i loro occhi pieni di una particolare gravità, come la morte del contadino che sottolinea il primo incontro di Levi con la povera gente di Cagliano. Essi sono neri, come sono anche chiusi in se stessi; persino i ragazzi sono chiusi, quei ragazzi che altrove sono sempre estroversi.La grande istanza di questo libro è appunto nella scoperta di una nuova dimensione dell'anima umana, quella, finora del tutto sconosciuta, del contadino meridionale chiuso irreparabilmente in un destino di miseria e in una dignità interiore.Nel rapporto che essi stabiliscono con il nuovo dottore, Levi nota comunque in loro la presenza di "una speranza, una fiducia assoluta ".Questa speranza è il messaggio fondamentale dell'opera di Levi, questa fiducia che la sua denuncia possa contribuire a far sì che Cristo e la civiltà arrivino anche in Lucania, oltre Eboli, in mezzo a gente affamata e ammalata, disperata e chiusa nella dignità del suo dolore. Nessuno di noi può negare che egli abbia contribuito attivamente ad affrontare più decisamente la questione meridionale. Tema fondamentale dell'opera di Levi è quello dello statalismo e dell'antistatalismo dei contadini e della possibilità di fusione tra il loro mondo e quello della società borghese. Lo statalismo, infatti, sia fascista, sia democratico, sia paternalistico, è in netta antitesi con l'antistatalismo dei contadini. Sono due civiltà diverse e inassimilabili, contrapposte senza possibilità di fusione. Anche perché la borghesia è una classe degenerata, fisicamente e moralmente: incapace di adempiere la sua funzione e che solo vive di piccole rapine e della tradizione imbastardita di un diritto feudale. Finché questa classe non sarà soppressa e sostituita non si potrà pensare di risolvere il problema meridionale.Giustamente D. Fernandez ha affermato che "se Levi ha compreso il Sud contadino come nessun altro è stato capace di fare, lo si deve alla circostanza che egli ha saputo intuire la protesta implicita nel mondo arcaico e primitivo dei contadini contro l'uomo occidentale", cioè l'uomo civile e tecnologico.Il libro, cominciato in forma di confessione sommessa, man mano diventa un discorso-denuncia di fatti, di situazioni, di discorsi uditi, ma senza mai avere il tono del racconto immediato in senso assoluto, perché Levi seppe tenere una via mediana tra la tecnica del registrato e la struttura rielaborata del saggio critico-sociologico. Del resto il libro era anche una conferma delle sue teorie politiche già esposte in Paura della libertà, per cui l’indagine condotta sulla condizione dei contadini della Lucania non è altro che un primo assaggio di quella realtà contadina universale che in lui assume quasi un valore di categoria morale oltre che sociale nella moderna civiltà tecnologica.Ne L’orologio: Luigini e contadini, una distinzione socio culturale economica, con questa distinzione socio-culturale economica della società Levi intende sostituire gli schemi tradizionali delle opposte tendenze Comunismo-Vaticano, proletariato-borghesia; infatti conduce una serie di gravi obiezioni al marxismo: "Non avete mai pensato alla lentezza, alla pigrizia, alla incredibile immobilità di un pensiero che, dopo cent'anni, è rimasto quello che era? In qualunque altra epoca un secolo è sempre stato un tempo troppo lungo per conservare così fresca l'energia di un libro. Non si tratta del libro, ma di quelli che avrebbero dovuto leggerlo e della loro sordità e ottusità mentale. Di un secolo di pensiero che cosa è rimasto... in tutti coloro che pretendono di difendere queste idee, nei cosiddetti militanti, negli uomini politici? Alcune formulette catechistiche. Lotta di classe, sta bene: ma in loro è una nozione vaga, generica, vecchia come il mondo, una semplice frase del comune buon senso [ ... ] Dicono: borghesia e proletariato: una formuletta che forse, in altro tempo, era stata vera, e che oggi cos'è? Un luogo comune. Dove sono? Guardiamoci attorno: non li troviamo o li troviamo in mezzo a altre cose, sparse e come ramificate nella realtà. Sappiamo benissimo che dovremmo dire: non ci sono due forze, due poli, ma molti, moltissimi in una civiltà così differenziata".Sono critiche queste, che potrebbero sembrare qualunquiste - e forse tali sono apparse ai politici che le hanno rigettate - ma in realtà esse, con grande senso pratico, riflettevano e riflettono la crisi della classe politica italiana in questi ultimi quarant'anni. Del resto, questo che è il libro più politico di Levi fu scritto in occasione della caduta del governo Parri e di quella crisi che caratterizzò l'Italia quando venne meno il Partito d'Azione e fu messa in crisi la stessa Resistenza. Secondo Levi, la Resistenza si era scelto un presidente contadino, ma l'ha travestito da Luigino.La fine del governo Parri nel 1946 rappresentava per Levi l'inizio del processo involutivo della Resistenza e la crisi della libertà sognata dai partigiani italiani, le cui responsabilità pesano su tutti i Luigini di destra e di sinistra.L'opera di Levi resta estremamente coerente col suo ideale di solidarietà umana, con la sua ansia di redenzione dei popoli ingiustamente oppressi; perciò egli è uno dei più autorevoli scrittori psicologico-politici dei nostri tempi, in quanto ha esaltato sempre, in ogni occasione, l'autenticità dei valori del popolo dei contadini (intesi nella particolare accezione di produttori reali della società). In questa sua indagine egli ha portato la sua umanità di scrittore religioso e cantore di una speranza di rinnovamento morale del mondo. Qui è la forza del suo messaggio, qui è il coraggio con cui ha potuto attaccare la mafia e la prepotenza dei politici, qui è l'autenticità della sua parola poetica, la forza del suo stile semplice e penetrante di giornalista-poeta.
library.thinkquest.org

gennaio 26, 2010

Ryszard Kapuscinski: Perché è morto Karl von Spreti. Guatemala, 1970.

È un libro sconvolgente. Forse per questo motivo è uno dei pochi libri del grande reporter polacco Ryszard Kapuscinski che fino ad oggi non è mai stato tradotto in italiano. Ora, proprio nel giorno del terzo anniversario dalla morte avvenuta a Varsavia il 23 gennaio del 2007, esce nelle librerie grazie a una piccola casa editrice di Trento. “Perché è morto Karl von Spreti. Guatemala, 1970” (il Margine).
È uno dei libri più crudi, più ruvidi, più militanti di Kapuscinski. È sempre lui, il giornalista che raccoglie dati, notizie, umori, sentimenti, che mantiene il controllo delle emozioni davanti a una storia allucinante. Ma si percepisce l’orrore, la denuncia, l’insopportabilità di una realtà in gran parte dominata da interessi economici, strategici, stravolta da sfruttamenti di ogni tipo, uccisioni indiscriminate, torture, rastrellamenti, sevizie, imposizioni, rapine, umiliazioni.
La sua storia del Guatemala si intreccia fortemente con la ricostruzione dell’allora giovane Eduardo Galeano, “Guatemala, Pais ocupado”. Ma Kapuscinski non fa lo storico, l’analista. Kapuscinski vuole sapere cosa si nasconde dietro il sequestro e l’uccisione dell’ambasciatore tedesco Karl von Spreti, avvenuto nel 1970 per opera dei gruppi guerriglieri delle Far. Questo è il fatto concreto da cui partire per sciogliere la rete degli intrighi di Palazzo, per riannodare i fili di una memoria che si bagna nel sangue degli innocenti, nelle sofferenze di un popolo impoverito e reso schiavo dai rapporti di dominazione e di colonialismo. Kapuscinski non risparmia nessuno.
Solleva lo scandalo delle multinazionali che controllano il territorio, chiarisce la posizione ambigua degli Stati Uniti che preferiscono sostenere presidenti corrotti e sanguinari per sfruttare al massimo le risorse naturali piuttosto che dare libera espressione al popolo sfruttato e sottomesso. E soprattutto inchioda la Germania alle sue responsabilità davanti alla morte del conte Karl von Spreti, uomo di impegno, diplomatico con alle spalle una lunga esperienza di America Latina.
Kapuscinski parla di un atteggiamento “remissivo” del governo tedesco: “Già ai tempi del cancelliere Adenauer – scrive Kapuscinski – Bonn aveva inserito il Guatemala nella lista dei paesi privilegiati per quanto riguarda la concessione di aiuti. Ogni anno Bonn paga all’incirca tre milioni di dollari per mantenere la dittatura guatemalteca. Dopo gli Stati Uniti, la Repubblica Federale Tedesca è il secondo partner commerciale del Guatemala. È difficile stabilire il valore preciso degli investimenti tedeschi nel paese, ma è comunque consistente”.
Il 4 aprile 1970 arriva in Guatemala il ministro degli Esteri tedesco Herr Hoppe. L’ultimatum dei guerriglieri ha le ore contate. Scrive Kapuscinski: “L’alto funzionario non capisce nulla e si comporta come se fosse arrivato in un paese normale. Invece di andare dritto filato dall’ambasciatore statunitense, perché il tempo sta passando e l’ultimatum sta per scadere, il direttore Hoppe dà inizio ai suoi tentativi recandosi al protocollo diplomatico del ministero degli Esteri. Poi chiede di poter vedere il presidente che in quel momento – e Hoppe questo avrebbe dovuto saperlo – non ha nessun potere”.
Il colloquio non porta a nulla. Karl von Spreti viene ucciso. Kapuscinski spiega: “ n fondo il governo tedesco, quando Karl von Spreti era ancora vivo, avrebbe potuto minacciare la rottura dei rapporti diplomatici e commerciali con il Guatemala. Forse la sorte del conte sarebbe mutata: il Guatemala non può permettersi di perdere il mercato della Germania ovest dove vende la metà del suo caffè, il prodotto di cui il Guatemala vive. Eppure non fu posto alcun ultimatum del genere. Anzi, dopo la morte di von Spreti lo chargé d’affaires dell’ambasciata tedesca in Guatemala, Gerhard Mikesch, ebbe a dichiarare: la situazione venutasi a creare con l’assassinio dell’ambasciatore non ha danneggiato né danneggerà i buoni rapporti commerciali esistenti tra i due paesi. Il giro d’affari tra i due paesi è considerevole. Crediamo fortemente che la tensione si allenterà nel momento opportuno”.
Tutto questo avviene dentro una storia incredibile, la storia del Guatemala, paese occupato dai poteri delle grandi imprese straniere e dalle strategie geopolitiche in atto in quegli anni. Una storia nera, piena di chiazze rosse di sangue.
Nella prefazione il premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel scrive: “Le vicende storico-politiche del Guatemala, esposte con chiarezza e maestria in questo libro, evidenziano la tragica storia di resistenza di questo popolo: la colonizzazione del paese da parte dei latifondisti tedeschi e nordamericani, la dominazione subìta fin dall’epoca della conquista dagli spagnoli e successivamente da parte di imprese come la United Fruit Company, l’espulsione dei contadini indigeni verso le terre più aride e l’eterno dominio degli Stati Uniti e dei colonnelli conniventi. Elementi questi che hanno impedito al paese di raggiungere la democrazia”.
Ieri il libro è stato presentato in anteprima nazionale al teatro Cristallo di Bolzano – dove Kapuscinski venne a parlare all’università per il suo ultimo incontro pubblico della vita nell’ottobre del 2006 – con la presenza della moglie e della figlia del grande reporter polacco, con i giornalisti Ennio Remondino e Maurizio Chierici e la collaboratrice del premio Nobel Pérez Esquivel, Grazia Tuzi.
di Francesco Comina IFQ

gennaio 21, 2010

Shodo: l'arte della scrittura


In Occidente la parola "calligrafia" evoca esercizi di bella scrittura di altri tempi, l'opera paziente e minuziosa degli amanuensi,ma certamente niente che sia affine alla pittura o alla crezione artistica in senso stretto. In Oriente invece la calligrafia è intimamente legata alla pittura, è una vera e propria forma d'arte... anzi, qualcosa di più: una pratica di vita.
La parola Shodo , che viene comunemente tradotta con "arte della calligrafia", è composta da due ideogrammi che significano rispettivamente "arte della scrittura" e "via, percorso morale, insegnamenti di vita". Una traduzione che consente di avvicinarsi di più al suo significato più profondo è dunque "ricerca e comprensione della vita tramite la pratica della calligrafia".
E' quindi innanzitutto una disciplina che implica un lungo apprendistato e una pratica costante. In Oriente, come detto, è intimamente legata alla pittura, ne è anzi il fondamento. Un buon pittore è prima di tutto un buon calligrafo, dal momento che l'apprendimento delle due arti avviene parallelamente: entrambe infatti sono accomunate dai medesimi principi, utilizzano i medesimi materiali e si eseguono con procedure analoghe.
Come la vera pittura l'arte dello Sho richiede innanzitutto la padronanza del tratto, l'immediatezza del gesto, la continuità del ritmo, il controllo della forza impressa al pennello e non tollera ritocchi o correzioni.
Così si comprende perchè sia necessario dedicarsi all'esercizio costante della tecnica dei tratti che consente di arrivare alla spontaneità del gesto, approfondire la conoscenza dei materiali, attenersi ad una metodologia rigorosa, nonché arricchire la propria interiorità.
Ciò detto emerge una domanda: che cosa si scrive? Una parola, una frase, una poesia, una preghiera... ciò che importa è riuscire a trasmettere lo spirito, il senso, l'emozione o cos'altro si desidera sul foglio, in modo che le parole colpiscano prima gli occhi di chi le osserva, per poi andare più in profondità.
Lo Shodo è un'arte antica che si pratica con strumenti tradizionali e tuttavia sempre aperta a qualsiasi possibilità di arricchimento dello spirito e di espressione. Sono i suoi principi, sopra citati parlando della pittura, che restano immutati.

Pare che un grande maestro di calligrafia riferendosi al modo con cui impugnare il pennello abbia detto: "Se intendi scrivere un tratto, una linea, una curva, sia nello stile regolare che nel corsivo devi scrivere con tutta la tua forza". In altre parole ogni tratto, ogni ideogramma è un'espressione della forza dell'artista, intesa come la sua interiorità, la sua anima.
Una composizione rigida, regolare non si può chiamare calligrafia. La simmetria è abbandonata per realizzare una prospettiva spaziale con più fuochi. Si ricerca l'equilibrio nell'irregolarità e nell'asimmetria. Anche quando i tratti del pennello e i caratteri sono organizzati in posizioni apparentemente sbilanciate, vi è tuttavia uno scheletro stabile che lega ogni elemento e ne costituisce l'armonia.
Un altro grande calligrafo e poeta diceva: "Lo spirito deve essere tondo e il principio con cui si scrive è il cerchio". I gesti del calligrafo infatti si compiono su percorsi circolari, senza soluzione di continuità, immediati e ritmati.
Su un foglio bianco di carta di riso le tracce di un pennello espandono inchiostro nero. Linee scure, morbide, sinuose, forti, energiche, aspre, sembrano disporsi casualmente nello spazio, in libertà. Ad uno sguardo appena più attento subito appare evidente un ordine di composizione, emergono rapporti di pieni e vuoti, armonici e contraddittori. Si percepisce un ritmo, un fluire di gesti, una variabilità dell'intensità e ancora dell'altro, qualcosa che affascina lo spirito e lo rapisce in contemplazione, la stessa in cui è immerso l'artista mentre realizza l'opera.
Se volete avvicinarvi allo studio dello Shodo un primo passo potrebbe essere la lettura di questo breve manualetto introduttivo sulla tecnica dello stile fondamentale (in italiano) ad opera del maestro Nagayama Norio, che dopo una rapida introduzione storica e teorica, illustra con chiarezza come procedere per realizzare una buona opera di Shodo, presentando tutta una serie di esercizi di difficoltà gradualmente crescente. Più numerosi invece i titoli disponibili in lingua inglese.
La rete offre, a dire il vero, pochi siti veramente originali sull'argomento, tanto in italiano quanto in inglese, molti sono spesso i cloni di altri già presenti o comunque non forniscono notizie diverse da quelle già lette altrove. Su tutti questi potete comunque trovare qualche accenno alle differenze tra i vari stili di calligrafia giapponese (e, ovviamente, cinese, poichè è dalla Cina che quest'arte è poi arrivata nel Paese del Sol Levante), alla nomenclatura dei materiali necessari e alcune note storiche. Si veda per tutto questo ad esempio qui.
Di qualità decisamente superiore e, a mio parere, miglior sito (per quanto commerciale) offerto dal web sullo Shodo è quello dedicato all'arte di Eri Takase, non tanto per le informazioni contenute, quanto per la meravigliosa qualità e l'enorme quantità di opere riprodotte, suddivise per categorie.
Per chi invece desiderasse provare a praticare lo Shodo è d'obbligo una visita virtuale prima e fisica poi (se possibile) ad un centro Surimono. Il sito internet non è sicuramente di facile navigabilità, ma nei negozi troverete tutto il materiale necessario, originale e a costo contenuto, per provare a cimentarvi con la calligrafia giapponese.
Io stesso mi dedico allo Shodo, sebbene in veste di completo principiante. Nonostante questo, le mie calligrafie su carta di riso costituiscono in genere un'ottima alternativa ai più banali biglietti di auguri in occasione di matrimoni, lauree, inaugurazioni, compleanni o qualunque altra occasione particolare.

spazioinwind.libero.it/culturatradizionalegiapponese

gennaio 19, 2010

Incompiuti: Il miraggio di Napoleone

Jan Harlan, uno dei più stretti collaboratori del regista, svela in un libro i retroscena del film che il maestro non riuscì mai a realizzare
Cosa pensasse davvero il generale del suo omologo, non l’ha mai saputo nessuno. Voleva, Stanley Kubrick ma a differenza di altre volte, non riuscì. Non gli bastò mettere sotto contratto storici di fama, mobilitare governi e cinematografie dell’est Europa, tormentare finanziatori, accendere aste sul prezzo di ciascuna comparsa, soldato o figurante, pedina semplice senza mostrine. Dall’ossessione che accompagnò gli ultimi quarant’anni della sua esistenza, Kubrick ricevette solo ombre. Fantasmi. Illusioni. Un film su Napoleone Bonaparte. L’idea fissa che mai si sublimò, perché nessun produttore dell’epoca, puntò sul progetto fino in fondo. Costava troppo, la rivoluzione vista dal tavolo di mogano della potente Mgm. Cento milioni di dollari di oggi, quaranta dell’epoca. Troppi per chiunque considerasse l’opzione poco più che un rischio per intellettuali. Anni di ricerche, viaggi, consultazioni, Stanley pensava, scriveva, accumulava materiali. Studiava la figura, i vestiti nuovi dell’imperatore, l’ascesa, la caduta, l’esilio. In ogni follia, gesto inconsulto, volontà di dominio, Kubrick riconosceva il soggetto ideale per un racconto. Su Napoleone scrisse una sceneggiatura. Si impegnò per due anni. Dalla fine del 1967 al 1969. L’ipotesi (girarlo subito dopo un’altra impresa megalomane e visionaria, quella di 2001 Odissea nello spazio), non si concretizzò mai. Pe raggiungere l’obiettivo, Kubrick mise sotto contratto un luminare delle gesta napoleoniche, Felix Markham. Un professore inglese, esegeta delle imprese del condottiero, appassionato – come il suo committente – di dettagli. Oltre a Markham, per radunare informazioni, archiviare notizie, stendere biografie di personaggi minori legati in qualche modo a Napoleone, Kubrick non aveva badato a spese. Venti tra i migliori studenti di Oxford, impegnati notte e giorno a catalogare centinaia di libri, quadri e pubblicazioni varie. Date, luoghi, scaffali in cui incasellare lo sterminato materiale raccolto. Spazio per l’improvvisazione non era previsto. Oltre alla proiezione di una chimera, Kubrick teneva alla precisione cronologica e fattuale. Ogni cosa, a partire dalle divise, avrebbe dovuto possedere una perfezione viscontiana.
In Inghilterra è uscitoA dream movie rivisited , un volume che parla di rimpianto e di occasioni mancate, di tormento ed estasi creativa. L’ha scritto uno dei collaboratori più fedeli di Stanley il misterioso. Jan Harlan, a fianco dell’enigmatico maestro in molte vesti, da consigliere a producer, dagli inizi alla fine. E’ un libro per cui non bastano centinaia di sterline, un tomo di lusso che contiene la maggior parte del materiale preparatorio sopravvissuto al tempo e all’embargo severissimo che su tutta la vicenda , dopo il tramonto, aveva imposto Kubrick stesso. Tra le pagine, quelle scure superano le chiare. Si respira la tensione del regista, la sua chiusura verso l’esterno, la gelosia patologica, il sospetto, l’aspettativa per un volo che non ebbe la grazia di un paio d’ali. Aneddoti, testimonianze, sofferte istantanee private che, se Kubrick avesse potuto, non avrebbero mai visto luce o verità. Napoleone, era già in fase di avanzata preparazione. Sopralluoghi in Europa effettuati (previsti anche 40 giorni di lavorazione in Italia) piani stilati, speciali lenti Zeiss (un dogma in stile Von Trier con qualche decennio d’anticipo), per poter catturare una luminosità notturna, più vicina al vero del reale, poi utilizzata in un celebre passaggio visivo di Barry Lindon. Per il ruolo di Josephine, c’era Audrey Hepburn, per interpretare Napoleone, per il quale era in corsa anche Jack Nicholson, era stato scelto David Hemmings, l’attore dagli occhi liquidi al centro, pochi anni più tardi, delle fobie di Dario Argento in Profondo Rosso. La segretezza, per il più onirico tra gli autori del Novecento, era parte del tutto.
In Storia di un’amicizia, Riccardo Aragno l’amico italiano di Kubrick conosciuto grazie a Peter Sellers, che del regista tradusse tutte le sceneggiature da Arancia Meccanica a Eyes Wide Shut, fissa nella memoria l’attimo esatto in cui Kubrick ricevette il “no” definitivo. E’ sera. Kubrick è a cena. “Saranno state le otto e mezzo, squillò il telefono e Stanley si alzò per andare a rispondere”. Dall’altro capo del filo, i capi della Metro Goldwin Mayer. Dopo tanto trattare, era venuto il momento di decidere. Kubrick, che con la decisione di trasferirsi in Inghilterra , aveva già tracciato una linea divergente rispetto alle aspettative Usa, tornò al desco. “Per un lungo attimo sembrò che nulla fosse accaduto. Poi, con voce gelida, Stanley sillabò: La MGM ha detto che il film costerebbe troppo e che, agli americani, di Napoleone importa poco o niente”. Fu un colpo durissimo. Qualche anno dopo, quando Napoleon, era già rientrato nell’alveo dell’impossibile e, sul libro di Burgess, Kubrick stava realizzando l’incubo meccanico dei teppisti londinesi in arancione, Malcom McDowell, il protagonista del film, percepì da testimone oculare quanto quella storia apparentemente lontana avesse turbato il regista. A pranzo, davanti a una bistecca, McDowell osservava Kubrick mangiare. Un ritmo strano. “Un po’ di dolce, un po’ di bistecca. Napoleone, Malcom, mangiava in questo modo”. Kubrick spiegava, l’altro annuiva senza capire. Cercarono di consolarlo, a partire dal più grande tra i critici francesi dell’ultimo trentennio, Michel Ciment: “Parlando con lui, osservai che su Napoleone si erano sperimentati in molti. Perché vuoi provarci, Stanley, non credi sia un’ipotesi ridondante?. Mi bruciò: Dimmi un solo titolo sul tema che ti abbia colpito. Risposi di getto: Il Napolèon di Abel Gance. E lui: Ma pensi davvero che un Marat che si spidocchia e un Robespierre incipriato diano la cifra di ciò che ha rappresentato il 1789?. Non seppi contrastarlo e finii per dargli ragione”.
Con Kubrick era difficile fare il contrario. Nel libro di Harlan, l’autore svela strane teorie kubrickiane. “Stanley era convinto che se solo Napoleone avesse saputo giocare a scacchi, a riflettere, a non farsi dominare dall’impulso, non avrebbe impostato la suicida campagna di Russia”. Ci sono lettere, fotogrammi, squarci di privato, appunti. La sceneggiatura di Napoleon, con data in copertina (29 settembre 1969), venne trovata nei pressi di una miniera di sale di Hutchinson, in Kansas, zona in cui le case di produzione di Hollywood immagazzinavano i loro archivi. Nel 2000 apparve in Rete, prima che i detentori dei diritti di Kubrick minacciassero (invano) cause legali per bloccarne la diffusione. E’ un documento prezioso che regala informazioni sulla durata (tre ore complessive), la lunghezza delle riprese (5 mesi) e il periodo, l’estate del 1969, anno terribile anche per un altro grande regista, Roman Polanski.
Da Napoleone e dalla sua linea originale, capace di attraversare la Storia dominando gli eventi da lontano, Kubrick era rapito. Considerava Waterloo poco più che un incidente di percorso ed era affascinato dal tema del controllo, centrale nella sua poetica, non meno della violenza, promessa o mostrata, come il lato scuro ma non eliminabile del genere umano. Dopo aver scatenato aste tra Romania e Jugoslavia sul numero di divise da ordinare, in una corsa al ribasso rivelatasi inutile, Kubrick, scrive Harlan, è stato criptico anche con se stesso. “Leggendo lo script è impossibile dire se amasse o detestasse Napoleone” . La famiglia del regista “senza gelosie o paranoie mi ha permesso di cercare il materiale per il libro, hanno avuto fiducia”. Meno di quanta non abbiano profuso nel progetto Ridley Scott e Ang Lee. Su certi film, come insegna l’esperienza di Fellini, con il Viaggio di G. Mastorna, scritto con Brunello Rondi e Buzzati e poi inseguito invano per una vita, pesa una malìa. Non si faranno mai. “Eravamo seduti al tavolo, hanno letto e poi si sono alzati”. Forse, era soltanto paura del confronto.
di Malcom Pagani

gennaio 14, 2010

La musica che gira intorno

Per niente facili
Uomini cosi' poco allineati
Li puoi chiamare ai numeri di ieri
Se nella notte non li avranno cambiati.
Per niente facili
Uomini sempre poco allineati
Li puoi pensare nelle strade di ieri
Se non saranno rientrati.
Sarà possibile, si, incontrarli in aereo
Avranno mani e avranno faccia di chi
Non fa per niente sul serio.
Perché l'America così come Roma gli fa paura
È il medio oriente che qui da noi
Non riscuote nessuna fortuna.
Sarà la musica che gira intorno
Quella che non ha futuro
Sarà la musica che gira intorno
Saremo noi che abbiamo nella testa un
Maledetto muro.
Ma uno che tiene i suoi anni al guinzaglio
E che si ferma ancora ad ogni lampione
O fa una musica senza futuro
O non ha capito mai nessuna lezione.
Sarà che l'anima della gente
Funziona dappertutto come qui
Sarà che l'anima della gente
Non ha imparato a dire ancora un solo si.
Sarà la musica che gira intorno
Quella che non ha futuro
Sarà la musica che gira intorno
Saremo noi che abbiamo nella testa
Un maledetto muro.
Per niente facili
Uomini sempre poco allineati
Li puoi cercare ai numeri di ieri
Se nella notte non li avranno cambiati
Per niente facili
Uomini sempre poco affezionati
Li puoi tenere fra i pensieri di ieri
Se non ci avranno scordati.
Sarà la musica che gira intorno
Quella che non ha futuro
Sarà la musica che gira intorno
Saremo noi che abbiamo nella testa
Un maledetto muro.
Sarà la musica che gira intorno
Quella che non ha futuro
Sarà la musica che gira intorno
Saremo noi che abbiamo nella testa
Un maledetto muro

Ivano Fossati

gennaio 12, 2010

Leonardo ritrovato: Il profilo della bella principessa

Dal 20 Marzo al 15 Agosto 2010 si potrà ammirare il “Profilo della bella principessa”, opera attribuita al grande maestro Leonardo da Vinci e realizzata alla fine del 1400. Un grande capolavoro su pergamena che sarà esposto in Svezia a Goteborg, nell’Eriksbersghallen all’interno di una rassegna artistica interamente dedicata ad altri due grandi artisti italiani dell’epoca rinascimentale: Michelangelo e Raffaello.
Questo ritratto ha origine negli anni intorno al 1490, quando Leonardo da Vinci era ancora molto giovane e nella sua bottega lavorava interamente da solo, perché non aveva ancora il denaro sufficiente per pagarsi un assistente. Secondo Martin Kemp, massimo esperto mondiale sulle opere di Leonardo da Vinci e docente di storia dell’arte a Oxford, il dipinto raffigurerebbe Bianca Sforza, figlia del duca di Milano Ludovico Sforza, detto il “Moro” , la cui reggenza nel capoluogo lombardo durò fino all’anno 1500.
Di questo lavoro si erano perse le tracce fino al 1998, quando venne battuto all’asta da Christe’s per la cifra di 19.000 dollari. Già ora vale più di cento milioni di euro. Inizialmente si pensava fosse attribuibile alla scuola tedesca del 19° secolo. Il compratore Peter Silverman, un canadese incuriosito dai tratti e dalla bellezza dell’opera, decise di sottoporre la pergamena affidandola ad una equipe di esperti per una serie di analisi approfondite con lo scopo di capirne la provenienza e confermarne l’autenticità.
Non c’è voluto molto, grazie alle moderne tecniche di analisi del carbonio, a collocare il ritratto in un periodo temporale compreso tra il 1140 e il 1650. A dare una svolta definitiva al processo di indagine è stato il successivo ritrovamento grazie alle analisi multispettrale (un particolare tipo di studio fotografico basato sulla stratificazione dei colori) di una impronta digitale, molto simile a quella ritrovata in un’altra opera di Leonardo da Vinci, il “San Girolamo”, conservato nei Musei Vaticani.
Il dipinto sulla pergamena inoltre presentava elementi stilistici particolarmente coincidenti ad altri alcuni lavori giovanili di Leonardo conservati nel castello di Windsor: l’uso del gesso, il tratto e soprattutto l’uso della mano sinistra da parte dell’artista, che da sempre ha contraddistinto l’opera di Leonardo da Vinci, che era per l’appunto mancino. La conferma della paternità dell’opera è stata poi data professor Alessandro Vezzosi, direttore del Museo Ideale da Vinci e facente parte del team di esperti che ha partecipato al lavoro di riconoscimento.
La Svezia avrà così la possibilità di ammirare il tratto e il genio di uno dei nostri più grandi artisti e uomo di scienza. Speriamo di poterlo ammirare anche noi al più presto e dal vivo. Da sempre l’arte italiana vanta capolavori, patrimonio della nostra cultura la cui bellezza non invecchia mai e che tutto il mondo ci invidia.
di Adriano Ferrarato wakeupnews