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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

gennaio 19, 2010

Incompiuti: Il miraggio di Napoleone

Jan Harlan, uno dei più stretti collaboratori del regista, svela in un libro i retroscena del film che il maestro non riuscì mai a realizzare
Cosa pensasse davvero il generale del suo omologo, non l’ha mai saputo nessuno. Voleva, Stanley Kubrick ma a differenza di altre volte, non riuscì. Non gli bastò mettere sotto contratto storici di fama, mobilitare governi e cinematografie dell’est Europa, tormentare finanziatori, accendere aste sul prezzo di ciascuna comparsa, soldato o figurante, pedina semplice senza mostrine. Dall’ossessione che accompagnò gli ultimi quarant’anni della sua esistenza, Kubrick ricevette solo ombre. Fantasmi. Illusioni. Un film su Napoleone Bonaparte. L’idea fissa che mai si sublimò, perché nessun produttore dell’epoca, puntò sul progetto fino in fondo. Costava troppo, la rivoluzione vista dal tavolo di mogano della potente Mgm. Cento milioni di dollari di oggi, quaranta dell’epoca. Troppi per chiunque considerasse l’opzione poco più che un rischio per intellettuali. Anni di ricerche, viaggi, consultazioni, Stanley pensava, scriveva, accumulava materiali. Studiava la figura, i vestiti nuovi dell’imperatore, l’ascesa, la caduta, l’esilio. In ogni follia, gesto inconsulto, volontà di dominio, Kubrick riconosceva il soggetto ideale per un racconto. Su Napoleone scrisse una sceneggiatura. Si impegnò per due anni. Dalla fine del 1967 al 1969. L’ipotesi (girarlo subito dopo un’altra impresa megalomane e visionaria, quella di 2001 Odissea nello spazio), non si concretizzò mai. Pe raggiungere l’obiettivo, Kubrick mise sotto contratto un luminare delle gesta napoleoniche, Felix Markham. Un professore inglese, esegeta delle imprese del condottiero, appassionato – come il suo committente – di dettagli. Oltre a Markham, per radunare informazioni, archiviare notizie, stendere biografie di personaggi minori legati in qualche modo a Napoleone, Kubrick non aveva badato a spese. Venti tra i migliori studenti di Oxford, impegnati notte e giorno a catalogare centinaia di libri, quadri e pubblicazioni varie. Date, luoghi, scaffali in cui incasellare lo sterminato materiale raccolto. Spazio per l’improvvisazione non era previsto. Oltre alla proiezione di una chimera, Kubrick teneva alla precisione cronologica e fattuale. Ogni cosa, a partire dalle divise, avrebbe dovuto possedere una perfezione viscontiana.
In Inghilterra è uscitoA dream movie rivisited , un volume che parla di rimpianto e di occasioni mancate, di tormento ed estasi creativa. L’ha scritto uno dei collaboratori più fedeli di Stanley il misterioso. Jan Harlan, a fianco dell’enigmatico maestro in molte vesti, da consigliere a producer, dagli inizi alla fine. E’ un libro per cui non bastano centinaia di sterline, un tomo di lusso che contiene la maggior parte del materiale preparatorio sopravvissuto al tempo e all’embargo severissimo che su tutta la vicenda , dopo il tramonto, aveva imposto Kubrick stesso. Tra le pagine, quelle scure superano le chiare. Si respira la tensione del regista, la sua chiusura verso l’esterno, la gelosia patologica, il sospetto, l’aspettativa per un volo che non ebbe la grazia di un paio d’ali. Aneddoti, testimonianze, sofferte istantanee private che, se Kubrick avesse potuto, non avrebbero mai visto luce o verità. Napoleone, era già in fase di avanzata preparazione. Sopralluoghi in Europa effettuati (previsti anche 40 giorni di lavorazione in Italia) piani stilati, speciali lenti Zeiss (un dogma in stile Von Trier con qualche decennio d’anticipo), per poter catturare una luminosità notturna, più vicina al vero del reale, poi utilizzata in un celebre passaggio visivo di Barry Lindon. Per il ruolo di Josephine, c’era Audrey Hepburn, per interpretare Napoleone, per il quale era in corsa anche Jack Nicholson, era stato scelto David Hemmings, l’attore dagli occhi liquidi al centro, pochi anni più tardi, delle fobie di Dario Argento in Profondo Rosso. La segretezza, per il più onirico tra gli autori del Novecento, era parte del tutto.
In Storia di un’amicizia, Riccardo Aragno l’amico italiano di Kubrick conosciuto grazie a Peter Sellers, che del regista tradusse tutte le sceneggiature da Arancia Meccanica a Eyes Wide Shut, fissa nella memoria l’attimo esatto in cui Kubrick ricevette il “no” definitivo. E’ sera. Kubrick è a cena. “Saranno state le otto e mezzo, squillò il telefono e Stanley si alzò per andare a rispondere”. Dall’altro capo del filo, i capi della Metro Goldwin Mayer. Dopo tanto trattare, era venuto il momento di decidere. Kubrick, che con la decisione di trasferirsi in Inghilterra , aveva già tracciato una linea divergente rispetto alle aspettative Usa, tornò al desco. “Per un lungo attimo sembrò che nulla fosse accaduto. Poi, con voce gelida, Stanley sillabò: La MGM ha detto che il film costerebbe troppo e che, agli americani, di Napoleone importa poco o niente”. Fu un colpo durissimo. Qualche anno dopo, quando Napoleon, era già rientrato nell’alveo dell’impossibile e, sul libro di Burgess, Kubrick stava realizzando l’incubo meccanico dei teppisti londinesi in arancione, Malcom McDowell, il protagonista del film, percepì da testimone oculare quanto quella storia apparentemente lontana avesse turbato il regista. A pranzo, davanti a una bistecca, McDowell osservava Kubrick mangiare. Un ritmo strano. “Un po’ di dolce, un po’ di bistecca. Napoleone, Malcom, mangiava in questo modo”. Kubrick spiegava, l’altro annuiva senza capire. Cercarono di consolarlo, a partire dal più grande tra i critici francesi dell’ultimo trentennio, Michel Ciment: “Parlando con lui, osservai che su Napoleone si erano sperimentati in molti. Perché vuoi provarci, Stanley, non credi sia un’ipotesi ridondante?. Mi bruciò: Dimmi un solo titolo sul tema che ti abbia colpito. Risposi di getto: Il Napolèon di Abel Gance. E lui: Ma pensi davvero che un Marat che si spidocchia e un Robespierre incipriato diano la cifra di ciò che ha rappresentato il 1789?. Non seppi contrastarlo e finii per dargli ragione”.
Con Kubrick era difficile fare il contrario. Nel libro di Harlan, l’autore svela strane teorie kubrickiane. “Stanley era convinto che se solo Napoleone avesse saputo giocare a scacchi, a riflettere, a non farsi dominare dall’impulso, non avrebbe impostato la suicida campagna di Russia”. Ci sono lettere, fotogrammi, squarci di privato, appunti. La sceneggiatura di Napoleon, con data in copertina (29 settembre 1969), venne trovata nei pressi di una miniera di sale di Hutchinson, in Kansas, zona in cui le case di produzione di Hollywood immagazzinavano i loro archivi. Nel 2000 apparve in Rete, prima che i detentori dei diritti di Kubrick minacciassero (invano) cause legali per bloccarne la diffusione. E’ un documento prezioso che regala informazioni sulla durata (tre ore complessive), la lunghezza delle riprese (5 mesi) e il periodo, l’estate del 1969, anno terribile anche per un altro grande regista, Roman Polanski.
Da Napoleone e dalla sua linea originale, capace di attraversare la Storia dominando gli eventi da lontano, Kubrick era rapito. Considerava Waterloo poco più che un incidente di percorso ed era affascinato dal tema del controllo, centrale nella sua poetica, non meno della violenza, promessa o mostrata, come il lato scuro ma non eliminabile del genere umano. Dopo aver scatenato aste tra Romania e Jugoslavia sul numero di divise da ordinare, in una corsa al ribasso rivelatasi inutile, Kubrick, scrive Harlan, è stato criptico anche con se stesso. “Leggendo lo script è impossibile dire se amasse o detestasse Napoleone” . La famiglia del regista “senza gelosie o paranoie mi ha permesso di cercare il materiale per il libro, hanno avuto fiducia”. Meno di quanta non abbiano profuso nel progetto Ridley Scott e Ang Lee. Su certi film, come insegna l’esperienza di Fellini, con il Viaggio di G. Mastorna, scritto con Brunello Rondi e Buzzati e poi inseguito invano per una vita, pesa una malìa. Non si faranno mai. “Eravamo seduti al tavolo, hanno letto e poi si sono alzati”. Forse, era soltanto paura del confronto.
di Malcom Pagani

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