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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

gennaio 26, 2010

Ryszard Kapuscinski: Perché è morto Karl von Spreti. Guatemala, 1970.

È un libro sconvolgente. Forse per questo motivo è uno dei pochi libri del grande reporter polacco Ryszard Kapuscinski che fino ad oggi non è mai stato tradotto in italiano. Ora, proprio nel giorno del terzo anniversario dalla morte avvenuta a Varsavia il 23 gennaio del 2007, esce nelle librerie grazie a una piccola casa editrice di Trento. “Perché è morto Karl von Spreti. Guatemala, 1970” (il Margine).
È uno dei libri più crudi, più ruvidi, più militanti di Kapuscinski. È sempre lui, il giornalista che raccoglie dati, notizie, umori, sentimenti, che mantiene il controllo delle emozioni davanti a una storia allucinante. Ma si percepisce l’orrore, la denuncia, l’insopportabilità di una realtà in gran parte dominata da interessi economici, strategici, stravolta da sfruttamenti di ogni tipo, uccisioni indiscriminate, torture, rastrellamenti, sevizie, imposizioni, rapine, umiliazioni.
La sua storia del Guatemala si intreccia fortemente con la ricostruzione dell’allora giovane Eduardo Galeano, “Guatemala, Pais ocupado”. Ma Kapuscinski non fa lo storico, l’analista. Kapuscinski vuole sapere cosa si nasconde dietro il sequestro e l’uccisione dell’ambasciatore tedesco Karl von Spreti, avvenuto nel 1970 per opera dei gruppi guerriglieri delle Far. Questo è il fatto concreto da cui partire per sciogliere la rete degli intrighi di Palazzo, per riannodare i fili di una memoria che si bagna nel sangue degli innocenti, nelle sofferenze di un popolo impoverito e reso schiavo dai rapporti di dominazione e di colonialismo. Kapuscinski non risparmia nessuno.
Solleva lo scandalo delle multinazionali che controllano il territorio, chiarisce la posizione ambigua degli Stati Uniti che preferiscono sostenere presidenti corrotti e sanguinari per sfruttare al massimo le risorse naturali piuttosto che dare libera espressione al popolo sfruttato e sottomesso. E soprattutto inchioda la Germania alle sue responsabilità davanti alla morte del conte Karl von Spreti, uomo di impegno, diplomatico con alle spalle una lunga esperienza di America Latina.
Kapuscinski parla di un atteggiamento “remissivo” del governo tedesco: “Già ai tempi del cancelliere Adenauer – scrive Kapuscinski – Bonn aveva inserito il Guatemala nella lista dei paesi privilegiati per quanto riguarda la concessione di aiuti. Ogni anno Bonn paga all’incirca tre milioni di dollari per mantenere la dittatura guatemalteca. Dopo gli Stati Uniti, la Repubblica Federale Tedesca è il secondo partner commerciale del Guatemala. È difficile stabilire il valore preciso degli investimenti tedeschi nel paese, ma è comunque consistente”.
Il 4 aprile 1970 arriva in Guatemala il ministro degli Esteri tedesco Herr Hoppe. L’ultimatum dei guerriglieri ha le ore contate. Scrive Kapuscinski: “L’alto funzionario non capisce nulla e si comporta come se fosse arrivato in un paese normale. Invece di andare dritto filato dall’ambasciatore statunitense, perché il tempo sta passando e l’ultimatum sta per scadere, il direttore Hoppe dà inizio ai suoi tentativi recandosi al protocollo diplomatico del ministero degli Esteri. Poi chiede di poter vedere il presidente che in quel momento – e Hoppe questo avrebbe dovuto saperlo – non ha nessun potere”.
Il colloquio non porta a nulla. Karl von Spreti viene ucciso. Kapuscinski spiega: “ n fondo il governo tedesco, quando Karl von Spreti era ancora vivo, avrebbe potuto minacciare la rottura dei rapporti diplomatici e commerciali con il Guatemala. Forse la sorte del conte sarebbe mutata: il Guatemala non può permettersi di perdere il mercato della Germania ovest dove vende la metà del suo caffè, il prodotto di cui il Guatemala vive. Eppure non fu posto alcun ultimatum del genere. Anzi, dopo la morte di von Spreti lo chargé d’affaires dell’ambasciata tedesca in Guatemala, Gerhard Mikesch, ebbe a dichiarare: la situazione venutasi a creare con l’assassinio dell’ambasciatore non ha danneggiato né danneggerà i buoni rapporti commerciali esistenti tra i due paesi. Il giro d’affari tra i due paesi è considerevole. Crediamo fortemente che la tensione si allenterà nel momento opportuno”.
Tutto questo avviene dentro una storia incredibile, la storia del Guatemala, paese occupato dai poteri delle grandi imprese straniere e dalle strategie geopolitiche in atto in quegli anni. Una storia nera, piena di chiazze rosse di sangue.
Nella prefazione il premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel scrive: “Le vicende storico-politiche del Guatemala, esposte con chiarezza e maestria in questo libro, evidenziano la tragica storia di resistenza di questo popolo: la colonizzazione del paese da parte dei latifondisti tedeschi e nordamericani, la dominazione subìta fin dall’epoca della conquista dagli spagnoli e successivamente da parte di imprese come la United Fruit Company, l’espulsione dei contadini indigeni verso le terre più aride e l’eterno dominio degli Stati Uniti e dei colonnelli conniventi. Elementi questi che hanno impedito al paese di raggiungere la democrazia”.
Ieri il libro è stato presentato in anteprima nazionale al teatro Cristallo di Bolzano – dove Kapuscinski venne a parlare all’università per il suo ultimo incontro pubblico della vita nell’ottobre del 2006 – con la presenza della moglie e della figlia del grande reporter polacco, con i giornalisti Ennio Remondino e Maurizio Chierici e la collaboratrice del premio Nobel Pérez Esquivel, Grazia Tuzi.
di Francesco Comina IFQ

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