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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

febbraio 17, 2010

Quando la mafia usava il coltello

Dacia Maraini, figlia di Topazia e Fosco, ha avuto un’idea limpida. Riportare in vita Emanuele Notarbartolo, iniziale sostenitore di Garibaldi, viaggiatore cosmopolita, sindaco di Palermo a metà degli anni Settanta dell’Ottocento, poi presidente del Banco di Sicilia, assassinato con ventisette coltellate in una littorina nei pressi di Trabìa da due sconosciuti all’alba del febbraio 1893. Omicidio di mafia, il primo volto a colpire un esempio di pericolosa rettitudine. Sangue che suonasse da monito per demarcare la linea tra coraggio e possibilità di agire, incoscienza e senso dello Stato. Per delinearne tratti antichi e moderni al tempo stesso, la scrittrice, settantatreenne, adotta il futuro: “Ho ragionato su un Notarbartolo tridimensionale. L’aristocratico nell’età del latifondo, il padre affettuoso e il marito fedele. Pubblico e privato, in chi ha la schiena dritta non differiscono. Siamo stanchi di eroi cui dedicare distrattamente una via e manchiamo invece di modelli da introiettare. Notarbartolo lo era, anche se se lo sono dimenticati tutti. Persino a Palermo, dove pure brillò a lungo, quasi nessuno sa chi sia stato”. Lo Stabile di Palermo, le aveva ordinato uno spettacolo teatrale che mettesse in luce, l’epopea di un Don Chisciotte a disagio con la corruzione. Progetto fermo. Ragioni economiche alla base dello stop. Dacia non dispera, il testo è pronto. Qualcosa, domani, accadrà. “Notarbartolo non era un rivoluzionario, ma un cattolico non fanatico con un profondo senso della famiglia. Un assertore non demagogico dei principi legalitari, un uomo del fare che in assoluta controtendenza con i costumi dell’epoca, dedicò se stesso al bene comune , lasciando un segno del proprio passaggio. Reti idriche, stradali, ferroviarie. Un amministratore che invece di guardare al proprio interesse, andò a toccare quelli di una potenza in espansione. Pagò per questo e per una certa indisposizione a piegare il capo in omaggio alla vigliaccheria”. Gli altri accumulavano denari, a lui bastava il necessario. “Non solo non pensava all’arricchimento personale, Notarbartolo. Fece di più. Un salto anti-convenzionale rispetto alla conduzione degli affari dell’epoca. Non conosceva il significato della parola clientela e nell’assegnazione degli appalti, storicamente destinati ai soliti noti, optò per soluzioni differenti”. Fu l’inizio della fine. Si oppose alla corruzione nelle dogane, fenomeno diffuso, padre di loschi favori di ogni natura. “A prepotenze e arroganze, Notarbartolo opponeva indagini, fermezza e controlli”. Fu un sisma inatteso. “La classe politica inizialmente lo lasciò fare, poi si rivolse ai referenti mafiosi, alla ricerca di soluzioni che frenassero il desiderio di cambiamento di questo alieno capitato su una terra in cui l’abitudine a parlare un linguaggio cifrato, era legge”. Si addensarono nubi e minacce. Lo sequestrarono per ‘avvertirlo’ del pericolo, ma lui rimase sordo. Le pressioni della politica lo esautorano dal ruolo di primo cittadino, ma Notarbatolo è prezioso, tacitarne lo spirito è impossibile. Così gli toccano in sorte grane e ambiti in cui nessuno vuole mettere mani e naso. “Gli affidano una missione impossibile. Risanare la disastrata sanità locale. L’ospedale di Palermo dell’epoca, somiglia al lazzaretto manzoniano. Condizioni igieniche spaventose, figlie di inettitudine generalizzata e povertà derivante da crediti inevasi, che nessuno aveva pensato di far riscuotere” . Bisogna immaginarlo, con panciotto, cipolla, calvizie e baffi, il Marchese dell’epoca, impegnato a colpi di incontri e missive a riportare normalità istituzionale là dove a regnare è il caos. Maraini ne parla al presente. Una proiezione involontaria, una nostalgia inespressa. “Il paradosso di Notarbartolo è la sua fastidiosa efficienza. Non sa fermarsi sul ciglio, agire in superficie, dare la vacua impressione di incidere sulla viva carne dei problemi. L’apparenza non gli interessa. La concretezza è un indirizzo di vita. Fatti.
Vive per questo . Così, rimessi in piedi padiglioni e corsie, lo spostano di nuovo. Al Banco di Sicilia. Non una qualunque banca d’affari ma una potenza capace di battere moneta, offrire generosi crediti ai politici, giocare un ruolo da protagonista. Il Banco era scosso (di lì a poco, deflagrerà lo scandalo della Banca Romana) da malversazioni di ogni natura”. I paragoni sono inevitabili. “Sembra un Giorgio Ambrosoli del secolo precedente. Lo minacciano ma lui procede senza scomporsi. Quando finiva di faticare, cercava pace nella campagna a nord di Palermo, tra Cefalù e Termini Imerese”. Un piccolo appezzamento di terra in cui fumare sigari fino al tramonto, distante dalle ansie quotidiane. Lo uccisero lì, nella terra di mezzo tra vacanza e impegno, in una carrozza ferroviaria deserta, mentre si dirigeva in ufficio. Era metodico. Nessuna deviazione dai percorsi frequentemente battuti. A condannarlo fu anche la facile lettura dei suoi spostamenti. Maraini prende fiato, prosegue. “Il treno era pieno di gente ma Notarbartolo si trovò solo, per un probabile accordo dei suoi carnefici con i ferrovieri deputati alla tratta”. Si assopì e il risveglio coincise con il dolore. Un regolamento di conti selvaggio, due contro uno, in cui il grand guignol (coltelli triangolari a punta) e le ferite sulle mani furono testimoni dell’obiettivo (uccidere, non più minacciare) e della voglia della vittima di difendersi a ogni costo. “Lo buttarono giù dal treno e, neanche a dirlo, nessuno dei passeggeri offrì il benché minimo contributo alle indagini. Allora ad occuparsi della memoria del padre, si incarica il figlio, un’altra bella persona. Faceva l’ufficiale di Marina e della legge, non conosceva che le linee generali. Quando il giudice, per mancanza di elementi utili alla verità, decise di chiudere l’istruttoria, si mise in proprio”. Al suo fianco, solo l’amico più caro. In due, opposti al resto del loro universo di riferimento. “Tutti sapevano che ‘U cignu’, Raffaele Palizzolo, deputato ed esponente come Notarbartolo della Destra storica, era stato acerrimo nemico di suo padre. Notarbartolo gli aveva fatto sequestrare proprietà, terreni e denari sottratti con la frode. Alla base della vendetta, ardeva un odio ancestrale”. Il figlio di Notarbartolo si trasformò in Maigret. Cercò i testimoni, demolì l’alibi di uno dei killer, disvelò nessi e circostanze utili a istruire un nuovo processo. Viaggiò, anche. Da Tunisi a Palermo, spendendo l’esistente per offrire volti e nomi alla soluzione del giallo. “La Camera dei deputati (avvenimento enorme per i tempi), si piegò alla concessione dell’autorizzazione a procedere nel 1899. A Milano, Palizzolo venne condannato a 30 anni come mandante, ma nel frattempo la mafia si inventò un movimento di Opinione”. Una mossa demagogica, con la quale far filtrare l’idea che con la condanna di Palizzolo, venisse trascinata a fondo l’immagine dell’Isola. “Aderirono intellettuali, artisti, notabili, filosofi. Tutti a difendere un orribile figuro in nome di una presunta sicilianità. Intanto la questione invecchiava, i termini si confondevano, i testimoni sparivano e quando il processo d’appello si riaprì a Firenze, l’onda d’urto si era esaurita”. Palizzolo venne assolto per insufficienza di prove, Notarbartolo e la sua prova confinati in un oblìo senza ritorno. Quando parla di Notarbartolo, Maraini pensa alla mafia contemporanea: “Quella che non ha bisogno di gesti plateali perché è già dentro lo Stato, la stessa che lavora nei gangli dell’alta finanza e si espande al ritmo di acquisizioni estere, holding, affari fitti di scatole cinesi”. Se il protagonista del suo spettacolo le rammenta Borsellino: “Come lui, Paolo non era di sinistra ma credeva nello Stato, nel diritto del cittadino al buon governo”, e Palizzolo “ha invece qualche tratto di Totò Cuffaro”, chiuso nell’ufficio di via Ruggero Settimo a distribuire prebende, officiare richieste: “Scrivere anche orrende poesie, un emotivo, uno sfrontato”. Diverso da Notarbartolo che mai tradì la moglie, nonostante ne avesse avuto più occasioni: “Lo considerava un atto odioso. Eticamente improponibile. Ne ebbe occasione, ma a costo di passare per debole, rinunciò”. Perché, sostiene Dacia, la moralità: “Non è un vestito di gala o un manifesto da sventolare, ma una condizione dell’anima”. Per chi ha la fortuna, il privilegio, l’eretico lusso di possederne ancora una.
di Malcom Pagani IFQ

febbraio 12, 2010

Il mio nome è Victoria.

Da piccola si chiamava Analìa e viveva alla periferia di Buenos Aires con la sorella Clara, il padre Raul, fruttivendolo ed ex militare, e la madre Gabriela. Oggi, a 33 anni, si chiama Victoria Donda ed è la prima figlia di desaparacidos a sedere nel Parlamento argentino. I suoi veri genitori, Cori Pérez e José Maria Laureano Donda, detto Pato, erano due giovani montoneros, uccisi nel 1977. A denunciarli era stato il fratello maggiore di Pato, un militare che fece partorire la cognata nella prigione della Esma (la scuola per gli ufficiali della Marina diventata, sotto la dittatura, centro di detenzione e tortura), per poi consegnare Victoria a un’altra famiglia col nome di Analìa. Ritrovata grazie alle Abuelas de Plaza de Mayo, la “nipote n.78” Vicky Donda si racconta nell’autobiografia Il mio nome è Victoria (Corbaccio), che presenterà in Italia a febbraio.
Militante di sinistra fin da quando si credeva la figlia di un conservatore e da sempre guevarista (“La mia condotta è guidata da tre valori: lotta, solidarietà e coerenza” ci scrive da Buenos Aires), Donda fonde nel racconto il sollievo per la verità, l’orgoglio per l’eredità morale dei genitori (“Allo specchio voglio vedere gli occhi di mia madre”) e la rievocazione della storia argentina dalla dittatura alla presidenza de Kirchner.Spiega che il libro è servito “per mettere un punto a una parte della mia storia e dirmi: questo è cioò che ho costruito finora”. E sul significato della prola “famiglia” risponde: “Io amo senza condizioni i miei veri genitori Cori e Pato e poi Raul, Gabriela, mia sorella Clara. “Famiglia” sono le persone che ami e che contano su di te”.
di Lara Crino Il Venerdì
Dal pozzo profondo del dramma dei desaparecidos, le almeno 30mila persone che furono arrestate per motivi politici dalla polizia del regime militare e delle quali si persero le tracce tra il 1976 e il 1983 (un passato ancora troppo vicino per non macchiare l'anima dell'Argentina), appare il volto sorridente di Victoria. Victoria è nata, anzi rinata, a 27 anni, nel 2005. Quando ha scoperto che il suo nome, Analìa, non era quello che le aveva dato sua madre il giorno dell'estate del 1977 in cui la partorì dentro la famigerata Esma, il campo di concentramento di Buenos Aires. Quando ha scoperto che quello che fino a 27 anni era stato "suo padre Raul" in realtà era un militare, complice diretto della immonda carneficina di esseri umani, che l'aveva adottata in casa quando lei aveva solo 15 giorni. Quando ha scoperto, grazie al lavoro paziente delle Nonne di Piazza de Mayo, che sua madre Cori - arrestata quando era incinta di cinque mesi -, dopo averla data alla luce, era stata anestetizzata con una dose di Pentotal, portata sui famigerati "voli della morte" e gettata ancora viva nel Rio de la Plata. Quando ha scoperto che il suo vero padre José Marià Donda era stato giustiziato subito dopo l'arresto. Quando ha scoperto che tutto questo era successo per mano e sotto la diretta supervisione di suo zio, il fratello di suo padre, il famigerato Adolfo Donda, un militare pezzo grosso nel Groupos de tareas che gestiva gli arrestati dentro l'Esma. Lui aveva permesso, anzi autorizzato, che il fratello e la cognata fossero uccisi perché oppositori politici. E che quella bambina appena nata fosse affidata in regalo ad amici del regime che l'avevano ribattezzata "Analìa" attribuendogli una data di nascita fittizia. Un destino comune a centinaia di figli di desaparecidos, tutti nati durante la detenzione delle proprie madri nei centri di tortura disseminati in Argentina.
Victoria Donda oggi è la prima e più giovane parlamentare argentina figlia di desaparecidos. E' crollata davanti al nuovo mondo che le ha stravolto la vita. E' rinata. E' riuscita - sta forse ancora tentando di riuscirci o forse lo tenterà per tutta la vita - di rinascere due volte. Ha vissuto e rivissuto, visto e rivisto la propria vita con due nomi e identità diverse. Anche se lei è una sola persona: simbolo e contraddizione del suo paese, l'Argentina. Victoria ama portare orecchini grandi e vistosi da sempre. Forse perché da sempre ha saputo dentro di sé che la madre, appena partorita, le aveva cucito del filo blu nei lobi delle orecchie nella inutile speranza un giorno di poterla ritrovare. Victoria Donda, la "nipote numero 78" - come l'ha identificata l'associazione delle Nonne di Piazza de Mayo - ha subìto il destino sconvolgente di cambiare identità, di sapere quello che non avrebbe mai immaginato, cosciente in prima persona del male che ha colpito lei insieme a migliaia di altri giovani della sua generazione. Una cosa è intanto riuscita a fare: recuperare il suo nome, Victoria, quello che sua madre le aveva dato. Molte certezze le sono crollate addosso lasciando il posto a dubbi lancinanti accompagnati da sicurezze sconosciute e più forti. Quelle di una rivelazione che strappa la vita ma che riporta alla luce le origini di sangue. «Tutto mi hanno tolto ma non hanno potuto negarmi la mia vera identità e la mia vera famiglia». La sua storia oggi è un libro, "Il mio nome è Victoria" (appena pubblicato in Italia per i tipi del Corbaccio, 250 pagine, 17 euro). Un libro emozionante e scioccante. Una testimonianza di un lacerante viaggio umano che cerca di gettare una luce in un dramma recente, non solo argentino. Una storia di «intolleranza, violenza e menzogna, le cui conseguenze sono ancora vive e che non sarà conclusa finché anche l'ultimo bambino rubato durante la dittatura non ritrovi la propria identità, finché l'ultimo dei responsabili di quella barbarie non venga giudicato per i crimini che ha commesso, finché l'ultimo dei desaparecidos non abbia di nuovo un nome, una storia e una circostanza di morte conosciuta, e finché l'ultimo dei suoi parenti non sia finalmente in grado di dargli una sepoltura». Una storia ancora lontana dall'essere conclusa ma che non impedisce a Victoria di combattere con tutte le sue forze per quello in cui ha sempre creduto, anche quando pensava di essere figlia di un semplice funzionario dell'esercito argentino e non di due desaparecidos: libertà e giustizia.
di Iacopo Gori Il Corriere.it

febbraio 09, 2010

Ritorno all’uguaglianza

Un saggio di Richard Wilkinson e Kate Pickett evidenzia la stretta correlazione fra alte disuguaglianze sociali e bassi indici di “sviluppo umano” nei Paesi ad economia avanzata. Uno strumento utile per capire le nostre società e per ripensare una sinistra ancora smarrita dopo la fine ingloriosa dell’epopea blairiana.

“La ragione fondamentale per cui in alcune epoche della mia vita ho avuto qualche interesse per la politica o, con altre parole, ho sentito, se non il dovere, parola troppo ambiziosa, l'esigenza di occuparmi di politica e qualche volta, se pure più raramente, di svolgere attività politica, è sempre stato il disagio di fronte allo spettacolo delle enormi disuguaglianze, tanto sproporzionate quanto ingiustificate, tra ricchi e poveri, tra chi sta alto e chi sta in basso nella scala sociale, tra chi possiede potere, vale a dire capacità di determinare il comportamento altrui, sia nella sfera economica sia in quella politica e ideologica, e chi non ne ha”. Così scriveva Norberto Bobbio in un suo fortunato pamphlet pubblicato negli ultimi anni della propria vita (Destra e Sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica. Alla figura di Bobbio è dedicato il nuovo numero di MicroMega in edicola da venerdì 5 febbraio, contenente fra le altre cose un interessante saggio di Maurizio Franzini che interviene su alcuni degli argomenti trattati anche nel presente articolo).Eppure il tema della lotta alla disuguaglianza sembra essere stato quasi rimosso dall’agenda programmatica e finanche dalla retorica propagandistica delle formazioni progressiste europee (quantomeno quelle afferenti all’area del Pse). Fra le enormi responsabilità storiche e politiche che dobbiamo attribuire all’epopea del New Labour non vi è solo la scellerata guerra in Iraq a fianco di George W. Bush (rivendicata con ostinata arroganza da Tony Blair nei giorni scorsi di fronte alla commissione d’inchiesta del suo Paese), ma anche la cesura storica compiuta con le ragioni fondanti della sinistra europea: la lotta alla disuguaglianza. Sulla scia del motto denghista “arricchirsi è glorioso”, Blair ha accreditato presso la sinistra del continente gran parte dei luoghi comuni ereditati dal periodo thatcheriano, primo fra tutti quello sulla incompatibilità di una società dinamica, efficiente, competitiva e “felice” con le antiche ricette “egualitariste” del laburismo inglese. Ci è voluta la peggiore crisi globale dal dopoguerra – e il tracollo elettorale delle forze socialiste in quasi tutta Europa – per cominciare a rimettere in discussione alcuni degli assunti sui quali quella sfortunata epopea si è costruita. Un aiuto prezioso in questo senso ci viene proprio da un libro di due ricercatori britannici, Richard Wilkinson e Kate Pickett: La misura dell’anima. Perché le disuguaglianza rendono più infelici (pubblicato recentemente in Italia da Feltrinelli, pp. 299, euro 18). La tesi di fondo è che elevate disuguaglianze (elevati differenziali di reddito fra le varie fasce della popolazione) sono alla base della maggiore incidenza di una grande quantità di problemi sanitari e sociali nei paesi ad economia avanzata. Il libro raccoglie un’enorme massa di dati frutto di ricerche internazionali relative a otto parametri principali (scomposti nei singoli capitoli in molteplici sottoparametri): grado di fiducia sociale; disagio mentale (inclusa la dipendenza dall’alcol e dalle droghe); speranza di vita e mortalità infantile; obesità; rendimento scolastico dei bambini; gravidanze in adolescenza: omicidi; tassi di incarcerazione; mobilità sociale. Fra i paesi ricchi, all’aumentare della sperequazione dei redditi aumenta anche l’indice di diffusione di un dato problema e diminuisce la presenza di fattori positivi quali la “fiducia sociale”. Gli “estremi” dell’arco della disuguaglianza sono costituiti da Svezia e Giappone da una parte e Usa, Gran Bretagna e Portogallo dall’altra: l’eterogeneità dei Paesi accomunati da medesimi livelli di disuguaglianza ci mostra come essa non sia strettamente legata a fattori di matrice culturale né necessariamente dipendente da un unico modello economico-politico: un assetto egualitario può essere perseguito sia con politiche fiscali redistributive e generosi sistemi di welfare (Svezia) sia con una maggiore uniformità dei redditi di mercato, al lordo di imposte e sussidi (Giappone). Naturalmente, da un punto di vista metodologico, fotografare la correlazione fra alta disuguaglianza e alti livelli di disagio sociale non significa dimostrare automaticamente la sussistenza di un rapporto causa-effetto (tanto più nell’impossibilità di manipolare per via sperimentale le disparità economiche nei paesi che costituiscono il campione al fine di esaminare su base comparativa gli effetti di tali variazioni). Eppure gli argomenti con cui i due ricercatori cercano di provare questo legame di causalità sono spesso assai persuasivi, sia per i singoli parametri esaminati (che, come detto, sono trattati con il supporto di un'impressionante quantità di rilevamenti empirici), sia per l’impostazione più generale del rapporto fra disuguaglianza e “sviluppo umano”. Per questo ultimo aspetto il “meccanismo di trasmissione” è individuato dalla “qualità delle relazioni sociali”, giudicata tenendo conto della coesione sociale, della fiducia e del coinvolgimento nella vita della comunità. Il fatto che i due autori siano degli epidemiologi rende di particolare interesse la parte del libro relativa a “salute fisica e speranza di vita”. Da una parte si dimostra che la spesa pro-capite degli Stati per l’assistenza sanitaria e la disponibilità di apparecchiature all'avanguardia non sono necessariamente correlate al grado di salute della popolazione (macroscopico il caso degli Usa, con una spesa sanitaria enorme e livelli di performance del sistema imbarazzanti); dall’altro si sottolinea l’importanza crescente che nei paesi ricchi assumono i “fattori psicosociali” – molto più legati a dinamiche relazionali che al tenore di vita materiale in senso stretto – per il benessere fisico degli individui.Due sono infine i passaggi che contribuiscono a sfatare alcuni dei miti sui quali più ha insistito una certa sinistra “liberal” smaniosa di spostare il baricentro dell’iniziativa politica dall’“eguaglianza sostanziale” (roba da mettere in soffitta come un ferro vecchio, si diceva...) alla più moderna “eguaglianza delle opportunità”, dall’attenzione per i ceti più svantaggiati ad una visione interclassista preoccupata di non spaventare troppo i piani alti pena il venir meno delle ambizioni maggioritarie. In primo luogo le analisi di Wilkinson e Pickett dimostrano come le società più egualitarie sono anche quelle con una maggiore mobilità sociale. Là dove esistono grandi disparità nei punti di arrivo, la struttura sociale si cristallizza, la segregazione geografica dei poveri si accentua, le classi diventano ‘caste’ a tenuta stagna e “i poveri devono far fronte non soltanto alla propria indigenza, ma anche alla miseria dei propri vicini”. In secondo luogo questi studi mettono in evidenza come la disuguaglianza “non esplica i suoi effetti deleteri unicamente sulle persone meno abbienti, bensì sulla stragrande maggioranza della popolazione”. L’influenza positiva che le politiche egualitarie hanno sui parametri presi in esame in questa ricerca sono solo in minima parte riconducibili al miglioramento delle condizioni di chi “sta in basso”; non capire ciò, sostengono gli autori, “tradisce una mancata comprensione di importanti processi che condizionano le nostre vite e le società di cui facciamo parte”. Ecco un esempio tratto dal libro che aiuta a chiarire il concetto: “Se negli Stati Uniti la speranza di vita media è di 4,5 anni più bassa rispetto al Giappone non è perché il 10 per cento più povero degli americani ha una speranza di vita 10 volte più bassa (cioè di 45 anni), mentre il resto della popolazione vive mediamente altrettanto a lungo dei giapponesi. Come spesso afferma l’epidemiologo Michael Marmot, anche risolvendo tutti i problemi di salute dei poveri la maggior parte delle difficoltà associate alle disuguaglianze di salute resterebbero inalterate. In altre parole, anche considerando i soli americani bianchi, i loro tassi di mortalità sono più alti di quelli prevalenti nella maggior parte degli altri paesi sviluppati”.“Liberté, Égalité, Fraternité”, recita il motto della rivoluzione francese. Negli ultimi trent’anni, con la controrivoluzione neoliberista inaugurata dai governi di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, sembrava che l’Eguaglianza e la Fraternità fossero passate di moda. Col risultato che nemmeno la Libertà se l’è passata tanto bene. Oggi, invece, sono i vari Tony Blair a finire in soffitta. Speriamo che ci rimangano il più a lungo possibile.
di Emilio Carnevali Micromega.it

febbraio 05, 2010

Bugie, mistificazioni, Peda-demagogia: questa la loro strada

Tremonti è servito: i dilettanti allo sbaraglio delle politiche scolastiche hanno fatto il proprio dovere. Altro che “lavoro approfondito”! E noi – studenti, insegnanti, società civile – paghiamo. Cabina di regia pressoché sconosciuta, a parte l’improvvisamente potentissimo Max Bruschi, suggeritore di Gelmini, e alcune sempiterne, buone per ogni epoca (Maria Grazia Nardiello): la “semplificazione” pedestre fatta sulla scuola italiana (semplice, perché finalizzata esclusivamente al taglio) non ha ritenuto né utile né interessante ascoltare la scuola. Una circolare del 27/11 (mentre i regolamenti di licei, tecnici e professionali ricevevano pareri negativi dal Consiglio nazionale della Pubblica Istruzione e dalla Conferenza unificata Stato-Regioni; e persino le commissioni parlamentari stentavano a dire il proprio sì) richiamava gli insegnanti ad esprimere entro il 9/12 (12 giorni: wow!) opinioni e alternative (quanta democrazia!): e pensare che la “riforma” delle superiori era stata bloccata un anno prima (dicembre 2008) “per ascoltare la scuola”. In realtà per paura che l’“Onda”, scatenata anche dai regolamenti sulla elementare, si rafforzasse ulteriormente. Prepariamoci al trionfalismo di sempre: il povero Gentile verrà certamente chiamato in causa. E i media di regime saranno all’altezza: inglese al liceo classico per 5 anni: miracolo! Salvo scoprire che dal ’92, l’82% dei classici fa 5 anni di inglese. Solo la propaganda, d’altra parte, può appannare povertà culturale e tempi serrati, che obbligheranno le scuole a manovre affrettate e approssimative. Alcuni punti salienti della loro “rivoluzione”: una triste idea di scuola, nel loro mondo triste. Diminuzione drastica del tempo scuola, conseguenza del taglio di 7,6 miliardi di euro in 3 anni (previsti dalla Finanziaria 2009) e di relativi 130.000 posti di lavoro (tra parentesi: i precari esistono ancora, anche se nessuno ne parla più, o quasi). Rafforzamento della divaricazione profonda tra nati bene e parti deboli della società, cui sarà destinata una scuola sempre più misera: l’accanimento, infatti, è sui professionali, che – lo ricordo – accolgono l’81% dei ragazzi migranti, l’89% dei diversamente abili e registrano un tasso di abbandoni e ripetenze mostruosamente superiore a quelli dei licei. Cancellazione di qualsiasi possibilità di biennio unitario: questo vuol dire – di fatto – pietra tombale sull’innalzamento dell’obbligo scolastico (del resto è ovvio, in un paese in cui si tenta di equiparare un anno di apprendistato a un anno di scuola). Sui fantasiosi piani di studio – di cui circolano bozze ufficiose di tutti i tipi – basti dire che, come nel gioco delle tre carte, si spostano discipline in maniera schizofrenica, accorpando insegnamenti con logiche sconosciute ai più: Matematica e Fisica, ad esempio. Il regolamento sui professionali prevede “specifiche intese tra Miur, Economia e Regioni per la sperimentazione di nuovi modelli organizzativi e la gestione degli istituti professionali, anche in relazione all’erogazione dell’offerta formativa”, al momento ancora non stipulati. Dunque, un sistema scolastico a geografia variabile, con tante istruzioni professionali quante sono le regioni, con ricadute anche sul valore del titolo di studio: addio al principio di unitarietà del sistema scolastico, su cui si fonda il mandato costituzionale della scuola. Le scorribande nell’autonomia scolastica, con la creazione di un comitato tecnico (tecnico scientifico solo per i licei, sic!) non sono altro che le anticipazioni del ddl Aprea, con il suo consiglio di amministrazione e la soppressione degli organi collegiali. Ancora: le 17.000 cattedre da annullare nei prossimi due anni impongono la scelta “pedagogica” di coinvolgere nel taglio circa 1 milione di studenti che frequenta le classi intermedie del tecnico e del professionale: alla faccia della certezza del diritto. Nella scuola degli “sfigati”, quella del “saper fare” e non del “sapere” (tecnici e professionali) vengono drasticamente diminuite ore di laboratorio. Il liceo musicale è – al momento – una fantasia priva di previsione di spesa, come le ore in lingua straniera di una disciplina non linguistica, per la cui attivazione (formazione degli insegnanti) non si accenna a stanziare nemmeno un euro.
Bugie, mistificazione, peda-demagogia, procedure democratiche evase, impoverimento dell’impianto culturale e disinvestimento economico ai danni del più grande strumento di emancipazione, integrazione, cittadinanza. Ai sostanziali rilievi del Consiglio di Stato, nessuna risposta. Questa è la loro “riforma”. Quand’è che ci indignamo veramente?

di Marina Boscaino IFQ

11 maggio 2005

E sento
Fermezza nelle mie azioni
Velluto nel mio canto...

E quale amore, quale
Più struggente di questo
Più disperante e più
Tenace
Quale amore più feroce
Di quello che unisce
In un amplesso fecondo?

E io sono il Terzo,
Il Frutto,
Colei che vi avrebbe sanato,
Colei che si sarebbe presa cura
Io sono il Terzo
Il Giudice
La Bilancia e
Il Carnefice
Io sono il Riscatto
E
La liberazione

Elena Lippe

febbraio 03, 2010

Forse un mattino andando in un'aria di vetro

Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Eugenio Montale

febbraio 02, 2010

Un teatro Candido come l’onestà

Ho visto Ottavia Piccolo a teatro, in questi giorni, a Roma. E penso che sia utile scriverne. Vi ricordate The dangling conversation, la splendida canzone di Simon e Garfunkel? Era la parodia, dolce e malinconica, della conversazione borghese, con la ricorrente domanda finto-curiosa e mondanamente scettica: “Ma il teatro è davvero morto”?
Se qualcuno ripetesse quella domanda oggi, ci sarebbe una buona ragione per rispondere: no, niente affatto. C’è ancora teatro. C’è ancora quello strano tipo di divertimento che o è doppio o non c’è: divertimento di essere a teatro, tra gli spettatori. Divertimento di fare teatro. E’ ciò che accade in queste sere a Roma al Teatro Manzoni con la Commedia di Candido, che è bravura, virtuosismo, citazione, celebrazione, esercizio di memoria. E’ una straordinaria capacità di guidare un plot inventato intorno ad alcuni celebri miti; l’aprirsi, il chiudersi, lo sbattersi di porte illustri e allo stesso tempo una gita spensierata in cui, in apparenza, tutto è permesso e in cui, invece, niente viola la regola di un rigore quasi perfetto.
La commedia di Candido vi viene incontro come una festa improvvisata e riuscita, una trovata che giureresti pensata, scritta e realizzata senza fatica, tanto per ridere. Infatti, come nell’acrobazia riuscita non si scorge il rischio, il pericolo, la fatica. Ed è naturale, alla fine, credere al sorriso compiaciuto di fine spettacolo, che intende dire, contando sulla realtà truccata della bravura: “Vedete, è facile”.
Qui la persuasione che si tratti di uno spettacolo felicemente e spensieratamente leggero si deve alla scrittura dell’autore – Stefano Massini – un gio 3coliere di materiali pesanti (Diderot, Rousseau, D’Alambert, Voltaire), a cui nulla sfugge di mano e tutto cade al punto giusto. Si deve a Vittorio Viviani, un attore che maneggia tre dei grandi personaggi di questa fiaba della cultura, soprattutto Voltaire, con un virtuosismo raro e uno straordinario effetto comico.
Si deve alla bravura impetuosa e giovane (non parlo di trucco, parlo di natura e di vita) di Ottavia Piccolo, protagonista di una vasta, ininterrotta, stagione di teatro che non riesce mai a diventare ieri. Qui Ottavia Piccolo è il punto vitale che fa girare e cambiare e rovesciare l’intrigo ideato da Massini. Lo fa con estro felice, come si racconta una storia ai bambini. Ottavia Piccolo trasforma lo spettacolo, da un testo colto e ambientato nel mondo del divertimento intellettuale, in una festa che non accetta limiti, allarga lo spazio, avvolge e travolge. Realizza dunque l’altro percorso di questo andare e venire del testo di Massini nel Settecento. L’autore propone un tiro al bersaglio di pensieri, atti e parole dei grandi dell’Illuminismo, di cui non si fa caricatura, ma divertito impossessamento. Gli spettatori sono guidati alla riscoperta e partecipazione della festa come strumento raffinato di comunicazione e protagonismo nel secolo e negli anni dell’Illuminismo. Dunque non variazione sul tema. Ma tema (alcune grandi idee che hanno cambiato il mondo) che diventa personaggio, che diventa racconto, che diventa sorpresa. E che – con attori come Viviani – è un esercizio di virtuosismo interpretativo. E, con la performance che domina la scena di Ottavia Piccolo, diventa spettacolo memorabile.
La regia di Sergio Fantoni sembra lontana e nascosta. Invece è all’altezza di una missione impossibile: tenere testa a Diderot, Rousseau, Voltaire e ad attori come Viviani e Piccolo.
di Furio Colombo IFQ