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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

febbraio 05, 2010

Bugie, mistificazioni, Peda-demagogia: questa la loro strada

Tremonti è servito: i dilettanti allo sbaraglio delle politiche scolastiche hanno fatto il proprio dovere. Altro che “lavoro approfondito”! E noi – studenti, insegnanti, società civile – paghiamo. Cabina di regia pressoché sconosciuta, a parte l’improvvisamente potentissimo Max Bruschi, suggeritore di Gelmini, e alcune sempiterne, buone per ogni epoca (Maria Grazia Nardiello): la “semplificazione” pedestre fatta sulla scuola italiana (semplice, perché finalizzata esclusivamente al taglio) non ha ritenuto né utile né interessante ascoltare la scuola. Una circolare del 27/11 (mentre i regolamenti di licei, tecnici e professionali ricevevano pareri negativi dal Consiglio nazionale della Pubblica Istruzione e dalla Conferenza unificata Stato-Regioni; e persino le commissioni parlamentari stentavano a dire il proprio sì) richiamava gli insegnanti ad esprimere entro il 9/12 (12 giorni: wow!) opinioni e alternative (quanta democrazia!): e pensare che la “riforma” delle superiori era stata bloccata un anno prima (dicembre 2008) “per ascoltare la scuola”. In realtà per paura che l’“Onda”, scatenata anche dai regolamenti sulla elementare, si rafforzasse ulteriormente. Prepariamoci al trionfalismo di sempre: il povero Gentile verrà certamente chiamato in causa. E i media di regime saranno all’altezza: inglese al liceo classico per 5 anni: miracolo! Salvo scoprire che dal ’92, l’82% dei classici fa 5 anni di inglese. Solo la propaganda, d’altra parte, può appannare povertà culturale e tempi serrati, che obbligheranno le scuole a manovre affrettate e approssimative. Alcuni punti salienti della loro “rivoluzione”: una triste idea di scuola, nel loro mondo triste. Diminuzione drastica del tempo scuola, conseguenza del taglio di 7,6 miliardi di euro in 3 anni (previsti dalla Finanziaria 2009) e di relativi 130.000 posti di lavoro (tra parentesi: i precari esistono ancora, anche se nessuno ne parla più, o quasi). Rafforzamento della divaricazione profonda tra nati bene e parti deboli della società, cui sarà destinata una scuola sempre più misera: l’accanimento, infatti, è sui professionali, che – lo ricordo – accolgono l’81% dei ragazzi migranti, l’89% dei diversamente abili e registrano un tasso di abbandoni e ripetenze mostruosamente superiore a quelli dei licei. Cancellazione di qualsiasi possibilità di biennio unitario: questo vuol dire – di fatto – pietra tombale sull’innalzamento dell’obbligo scolastico (del resto è ovvio, in un paese in cui si tenta di equiparare un anno di apprendistato a un anno di scuola). Sui fantasiosi piani di studio – di cui circolano bozze ufficiose di tutti i tipi – basti dire che, come nel gioco delle tre carte, si spostano discipline in maniera schizofrenica, accorpando insegnamenti con logiche sconosciute ai più: Matematica e Fisica, ad esempio. Il regolamento sui professionali prevede “specifiche intese tra Miur, Economia e Regioni per la sperimentazione di nuovi modelli organizzativi e la gestione degli istituti professionali, anche in relazione all’erogazione dell’offerta formativa”, al momento ancora non stipulati. Dunque, un sistema scolastico a geografia variabile, con tante istruzioni professionali quante sono le regioni, con ricadute anche sul valore del titolo di studio: addio al principio di unitarietà del sistema scolastico, su cui si fonda il mandato costituzionale della scuola. Le scorribande nell’autonomia scolastica, con la creazione di un comitato tecnico (tecnico scientifico solo per i licei, sic!) non sono altro che le anticipazioni del ddl Aprea, con il suo consiglio di amministrazione e la soppressione degli organi collegiali. Ancora: le 17.000 cattedre da annullare nei prossimi due anni impongono la scelta “pedagogica” di coinvolgere nel taglio circa 1 milione di studenti che frequenta le classi intermedie del tecnico e del professionale: alla faccia della certezza del diritto. Nella scuola degli “sfigati”, quella del “saper fare” e non del “sapere” (tecnici e professionali) vengono drasticamente diminuite ore di laboratorio. Il liceo musicale è – al momento – una fantasia priva di previsione di spesa, come le ore in lingua straniera di una disciplina non linguistica, per la cui attivazione (formazione degli insegnanti) non si accenna a stanziare nemmeno un euro.
Bugie, mistificazione, peda-demagogia, procedure democratiche evase, impoverimento dell’impianto culturale e disinvestimento economico ai danni del più grande strumento di emancipazione, integrazione, cittadinanza. Ai sostanziali rilievi del Consiglio di Stato, nessuna risposta. Questa è la loro “riforma”. Quand’è che ci indignamo veramente?

di Marina Boscaino IFQ

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