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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

febbraio 12, 2010

Il mio nome è Victoria.

Da piccola si chiamava Analìa e viveva alla periferia di Buenos Aires con la sorella Clara, il padre Raul, fruttivendolo ed ex militare, e la madre Gabriela. Oggi, a 33 anni, si chiama Victoria Donda ed è la prima figlia di desaparacidos a sedere nel Parlamento argentino. I suoi veri genitori, Cori Pérez e José Maria Laureano Donda, detto Pato, erano due giovani montoneros, uccisi nel 1977. A denunciarli era stato il fratello maggiore di Pato, un militare che fece partorire la cognata nella prigione della Esma (la scuola per gli ufficiali della Marina diventata, sotto la dittatura, centro di detenzione e tortura), per poi consegnare Victoria a un’altra famiglia col nome di Analìa. Ritrovata grazie alle Abuelas de Plaza de Mayo, la “nipote n.78” Vicky Donda si racconta nell’autobiografia Il mio nome è Victoria (Corbaccio), che presenterà in Italia a febbraio.
Militante di sinistra fin da quando si credeva la figlia di un conservatore e da sempre guevarista (“La mia condotta è guidata da tre valori: lotta, solidarietà e coerenza” ci scrive da Buenos Aires), Donda fonde nel racconto il sollievo per la verità, l’orgoglio per l’eredità morale dei genitori (“Allo specchio voglio vedere gli occhi di mia madre”) e la rievocazione della storia argentina dalla dittatura alla presidenza de Kirchner.Spiega che il libro è servito “per mettere un punto a una parte della mia storia e dirmi: questo è cioò che ho costruito finora”. E sul significato della prola “famiglia” risponde: “Io amo senza condizioni i miei veri genitori Cori e Pato e poi Raul, Gabriela, mia sorella Clara. “Famiglia” sono le persone che ami e che contano su di te”.
di Lara Crino Il Venerdì
Dal pozzo profondo del dramma dei desaparecidos, le almeno 30mila persone che furono arrestate per motivi politici dalla polizia del regime militare e delle quali si persero le tracce tra il 1976 e il 1983 (un passato ancora troppo vicino per non macchiare l'anima dell'Argentina), appare il volto sorridente di Victoria. Victoria è nata, anzi rinata, a 27 anni, nel 2005. Quando ha scoperto che il suo nome, Analìa, non era quello che le aveva dato sua madre il giorno dell'estate del 1977 in cui la partorì dentro la famigerata Esma, il campo di concentramento di Buenos Aires. Quando ha scoperto che quello che fino a 27 anni era stato "suo padre Raul" in realtà era un militare, complice diretto della immonda carneficina di esseri umani, che l'aveva adottata in casa quando lei aveva solo 15 giorni. Quando ha scoperto, grazie al lavoro paziente delle Nonne di Piazza de Mayo, che sua madre Cori - arrestata quando era incinta di cinque mesi -, dopo averla data alla luce, era stata anestetizzata con una dose di Pentotal, portata sui famigerati "voli della morte" e gettata ancora viva nel Rio de la Plata. Quando ha scoperto che il suo vero padre José Marià Donda era stato giustiziato subito dopo l'arresto. Quando ha scoperto che tutto questo era successo per mano e sotto la diretta supervisione di suo zio, il fratello di suo padre, il famigerato Adolfo Donda, un militare pezzo grosso nel Groupos de tareas che gestiva gli arrestati dentro l'Esma. Lui aveva permesso, anzi autorizzato, che il fratello e la cognata fossero uccisi perché oppositori politici. E che quella bambina appena nata fosse affidata in regalo ad amici del regime che l'avevano ribattezzata "Analìa" attribuendogli una data di nascita fittizia. Un destino comune a centinaia di figli di desaparecidos, tutti nati durante la detenzione delle proprie madri nei centri di tortura disseminati in Argentina.
Victoria Donda oggi è la prima e più giovane parlamentare argentina figlia di desaparecidos. E' crollata davanti al nuovo mondo che le ha stravolto la vita. E' rinata. E' riuscita - sta forse ancora tentando di riuscirci o forse lo tenterà per tutta la vita - di rinascere due volte. Ha vissuto e rivissuto, visto e rivisto la propria vita con due nomi e identità diverse. Anche se lei è una sola persona: simbolo e contraddizione del suo paese, l'Argentina. Victoria ama portare orecchini grandi e vistosi da sempre. Forse perché da sempre ha saputo dentro di sé che la madre, appena partorita, le aveva cucito del filo blu nei lobi delle orecchie nella inutile speranza un giorno di poterla ritrovare. Victoria Donda, la "nipote numero 78" - come l'ha identificata l'associazione delle Nonne di Piazza de Mayo - ha subìto il destino sconvolgente di cambiare identità, di sapere quello che non avrebbe mai immaginato, cosciente in prima persona del male che ha colpito lei insieme a migliaia di altri giovani della sua generazione. Una cosa è intanto riuscita a fare: recuperare il suo nome, Victoria, quello che sua madre le aveva dato. Molte certezze le sono crollate addosso lasciando il posto a dubbi lancinanti accompagnati da sicurezze sconosciute e più forti. Quelle di una rivelazione che strappa la vita ma che riporta alla luce le origini di sangue. «Tutto mi hanno tolto ma non hanno potuto negarmi la mia vera identità e la mia vera famiglia». La sua storia oggi è un libro, "Il mio nome è Victoria" (appena pubblicato in Italia per i tipi del Corbaccio, 250 pagine, 17 euro). Un libro emozionante e scioccante. Una testimonianza di un lacerante viaggio umano che cerca di gettare una luce in un dramma recente, non solo argentino. Una storia di «intolleranza, violenza e menzogna, le cui conseguenze sono ancora vive e che non sarà conclusa finché anche l'ultimo bambino rubato durante la dittatura non ritrovi la propria identità, finché l'ultimo dei responsabili di quella barbarie non venga giudicato per i crimini che ha commesso, finché l'ultimo dei desaparecidos non abbia di nuovo un nome, una storia e una circostanza di morte conosciuta, e finché l'ultimo dei suoi parenti non sia finalmente in grado di dargli una sepoltura». Una storia ancora lontana dall'essere conclusa ma che non impedisce a Victoria di combattere con tutte le sue forze per quello in cui ha sempre creduto, anche quando pensava di essere figlia di un semplice funzionario dell'esercito argentino e non di due desaparecidos: libertà e giustizia.
di Iacopo Gori Il Corriere.it

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