______________________________________________

Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

febbraio 17, 2010

Quando la mafia usava il coltello

Dacia Maraini, figlia di Topazia e Fosco, ha avuto un’idea limpida. Riportare in vita Emanuele Notarbartolo, iniziale sostenitore di Garibaldi, viaggiatore cosmopolita, sindaco di Palermo a metà degli anni Settanta dell’Ottocento, poi presidente del Banco di Sicilia, assassinato con ventisette coltellate in una littorina nei pressi di Trabìa da due sconosciuti all’alba del febbraio 1893. Omicidio di mafia, il primo volto a colpire un esempio di pericolosa rettitudine. Sangue che suonasse da monito per demarcare la linea tra coraggio e possibilità di agire, incoscienza e senso dello Stato. Per delinearne tratti antichi e moderni al tempo stesso, la scrittrice, settantatreenne, adotta il futuro: “Ho ragionato su un Notarbartolo tridimensionale. L’aristocratico nell’età del latifondo, il padre affettuoso e il marito fedele. Pubblico e privato, in chi ha la schiena dritta non differiscono. Siamo stanchi di eroi cui dedicare distrattamente una via e manchiamo invece di modelli da introiettare. Notarbartolo lo era, anche se se lo sono dimenticati tutti. Persino a Palermo, dove pure brillò a lungo, quasi nessuno sa chi sia stato”. Lo Stabile di Palermo, le aveva ordinato uno spettacolo teatrale che mettesse in luce, l’epopea di un Don Chisciotte a disagio con la corruzione. Progetto fermo. Ragioni economiche alla base dello stop. Dacia non dispera, il testo è pronto. Qualcosa, domani, accadrà. “Notarbartolo non era un rivoluzionario, ma un cattolico non fanatico con un profondo senso della famiglia. Un assertore non demagogico dei principi legalitari, un uomo del fare che in assoluta controtendenza con i costumi dell’epoca, dedicò se stesso al bene comune , lasciando un segno del proprio passaggio. Reti idriche, stradali, ferroviarie. Un amministratore che invece di guardare al proprio interesse, andò a toccare quelli di una potenza in espansione. Pagò per questo e per una certa indisposizione a piegare il capo in omaggio alla vigliaccheria”. Gli altri accumulavano denari, a lui bastava il necessario. “Non solo non pensava all’arricchimento personale, Notarbartolo. Fece di più. Un salto anti-convenzionale rispetto alla conduzione degli affari dell’epoca. Non conosceva il significato della parola clientela e nell’assegnazione degli appalti, storicamente destinati ai soliti noti, optò per soluzioni differenti”. Fu l’inizio della fine. Si oppose alla corruzione nelle dogane, fenomeno diffuso, padre di loschi favori di ogni natura. “A prepotenze e arroganze, Notarbartolo opponeva indagini, fermezza e controlli”. Fu un sisma inatteso. “La classe politica inizialmente lo lasciò fare, poi si rivolse ai referenti mafiosi, alla ricerca di soluzioni che frenassero il desiderio di cambiamento di questo alieno capitato su una terra in cui l’abitudine a parlare un linguaggio cifrato, era legge”. Si addensarono nubi e minacce. Lo sequestrarono per ‘avvertirlo’ del pericolo, ma lui rimase sordo. Le pressioni della politica lo esautorano dal ruolo di primo cittadino, ma Notarbatolo è prezioso, tacitarne lo spirito è impossibile. Così gli toccano in sorte grane e ambiti in cui nessuno vuole mettere mani e naso. “Gli affidano una missione impossibile. Risanare la disastrata sanità locale. L’ospedale di Palermo dell’epoca, somiglia al lazzaretto manzoniano. Condizioni igieniche spaventose, figlie di inettitudine generalizzata e povertà derivante da crediti inevasi, che nessuno aveva pensato di far riscuotere” . Bisogna immaginarlo, con panciotto, cipolla, calvizie e baffi, il Marchese dell’epoca, impegnato a colpi di incontri e missive a riportare normalità istituzionale là dove a regnare è il caos. Maraini ne parla al presente. Una proiezione involontaria, una nostalgia inespressa. “Il paradosso di Notarbartolo è la sua fastidiosa efficienza. Non sa fermarsi sul ciglio, agire in superficie, dare la vacua impressione di incidere sulla viva carne dei problemi. L’apparenza non gli interessa. La concretezza è un indirizzo di vita. Fatti.
Vive per questo . Così, rimessi in piedi padiglioni e corsie, lo spostano di nuovo. Al Banco di Sicilia. Non una qualunque banca d’affari ma una potenza capace di battere moneta, offrire generosi crediti ai politici, giocare un ruolo da protagonista. Il Banco era scosso (di lì a poco, deflagrerà lo scandalo della Banca Romana) da malversazioni di ogni natura”. I paragoni sono inevitabili. “Sembra un Giorgio Ambrosoli del secolo precedente. Lo minacciano ma lui procede senza scomporsi. Quando finiva di faticare, cercava pace nella campagna a nord di Palermo, tra Cefalù e Termini Imerese”. Un piccolo appezzamento di terra in cui fumare sigari fino al tramonto, distante dalle ansie quotidiane. Lo uccisero lì, nella terra di mezzo tra vacanza e impegno, in una carrozza ferroviaria deserta, mentre si dirigeva in ufficio. Era metodico. Nessuna deviazione dai percorsi frequentemente battuti. A condannarlo fu anche la facile lettura dei suoi spostamenti. Maraini prende fiato, prosegue. “Il treno era pieno di gente ma Notarbartolo si trovò solo, per un probabile accordo dei suoi carnefici con i ferrovieri deputati alla tratta”. Si assopì e il risveglio coincise con il dolore. Un regolamento di conti selvaggio, due contro uno, in cui il grand guignol (coltelli triangolari a punta) e le ferite sulle mani furono testimoni dell’obiettivo (uccidere, non più minacciare) e della voglia della vittima di difendersi a ogni costo. “Lo buttarono giù dal treno e, neanche a dirlo, nessuno dei passeggeri offrì il benché minimo contributo alle indagini. Allora ad occuparsi della memoria del padre, si incarica il figlio, un’altra bella persona. Faceva l’ufficiale di Marina e della legge, non conosceva che le linee generali. Quando il giudice, per mancanza di elementi utili alla verità, decise di chiudere l’istruttoria, si mise in proprio”. Al suo fianco, solo l’amico più caro. In due, opposti al resto del loro universo di riferimento. “Tutti sapevano che ‘U cignu’, Raffaele Palizzolo, deputato ed esponente come Notarbartolo della Destra storica, era stato acerrimo nemico di suo padre. Notarbartolo gli aveva fatto sequestrare proprietà, terreni e denari sottratti con la frode. Alla base della vendetta, ardeva un odio ancestrale”. Il figlio di Notarbartolo si trasformò in Maigret. Cercò i testimoni, demolì l’alibi di uno dei killer, disvelò nessi e circostanze utili a istruire un nuovo processo. Viaggiò, anche. Da Tunisi a Palermo, spendendo l’esistente per offrire volti e nomi alla soluzione del giallo. “La Camera dei deputati (avvenimento enorme per i tempi), si piegò alla concessione dell’autorizzazione a procedere nel 1899. A Milano, Palizzolo venne condannato a 30 anni come mandante, ma nel frattempo la mafia si inventò un movimento di Opinione”. Una mossa demagogica, con la quale far filtrare l’idea che con la condanna di Palizzolo, venisse trascinata a fondo l’immagine dell’Isola. “Aderirono intellettuali, artisti, notabili, filosofi. Tutti a difendere un orribile figuro in nome di una presunta sicilianità. Intanto la questione invecchiava, i termini si confondevano, i testimoni sparivano e quando il processo d’appello si riaprì a Firenze, l’onda d’urto si era esaurita”. Palizzolo venne assolto per insufficienza di prove, Notarbartolo e la sua prova confinati in un oblìo senza ritorno. Quando parla di Notarbartolo, Maraini pensa alla mafia contemporanea: “Quella che non ha bisogno di gesti plateali perché è già dentro lo Stato, la stessa che lavora nei gangli dell’alta finanza e si espande al ritmo di acquisizioni estere, holding, affari fitti di scatole cinesi”. Se il protagonista del suo spettacolo le rammenta Borsellino: “Come lui, Paolo non era di sinistra ma credeva nello Stato, nel diritto del cittadino al buon governo”, e Palizzolo “ha invece qualche tratto di Totò Cuffaro”, chiuso nell’ufficio di via Ruggero Settimo a distribuire prebende, officiare richieste: “Scrivere anche orrende poesie, un emotivo, uno sfrontato”. Diverso da Notarbartolo che mai tradì la moglie, nonostante ne avesse avuto più occasioni: “Lo considerava un atto odioso. Eticamente improponibile. Ne ebbe occasione, ma a costo di passare per debole, rinunciò”. Perché, sostiene Dacia, la moralità: “Non è un vestito di gala o un manifesto da sventolare, ma una condizione dell’anima”. Per chi ha la fortuna, il privilegio, l’eretico lusso di possederne ancora una.
di Malcom Pagani IFQ

Nessun commento: