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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

febbraio 02, 2010

Un teatro Candido come l’onestà

Ho visto Ottavia Piccolo a teatro, in questi giorni, a Roma. E penso che sia utile scriverne. Vi ricordate The dangling conversation, la splendida canzone di Simon e Garfunkel? Era la parodia, dolce e malinconica, della conversazione borghese, con la ricorrente domanda finto-curiosa e mondanamente scettica: “Ma il teatro è davvero morto”?
Se qualcuno ripetesse quella domanda oggi, ci sarebbe una buona ragione per rispondere: no, niente affatto. C’è ancora teatro. C’è ancora quello strano tipo di divertimento che o è doppio o non c’è: divertimento di essere a teatro, tra gli spettatori. Divertimento di fare teatro. E’ ciò che accade in queste sere a Roma al Teatro Manzoni con la Commedia di Candido, che è bravura, virtuosismo, citazione, celebrazione, esercizio di memoria. E’ una straordinaria capacità di guidare un plot inventato intorno ad alcuni celebri miti; l’aprirsi, il chiudersi, lo sbattersi di porte illustri e allo stesso tempo una gita spensierata in cui, in apparenza, tutto è permesso e in cui, invece, niente viola la regola di un rigore quasi perfetto.
La commedia di Candido vi viene incontro come una festa improvvisata e riuscita, una trovata che giureresti pensata, scritta e realizzata senza fatica, tanto per ridere. Infatti, come nell’acrobazia riuscita non si scorge il rischio, il pericolo, la fatica. Ed è naturale, alla fine, credere al sorriso compiaciuto di fine spettacolo, che intende dire, contando sulla realtà truccata della bravura: “Vedete, è facile”.
Qui la persuasione che si tratti di uno spettacolo felicemente e spensieratamente leggero si deve alla scrittura dell’autore – Stefano Massini – un gio 3coliere di materiali pesanti (Diderot, Rousseau, D’Alambert, Voltaire), a cui nulla sfugge di mano e tutto cade al punto giusto. Si deve a Vittorio Viviani, un attore che maneggia tre dei grandi personaggi di questa fiaba della cultura, soprattutto Voltaire, con un virtuosismo raro e uno straordinario effetto comico.
Si deve alla bravura impetuosa e giovane (non parlo di trucco, parlo di natura e di vita) di Ottavia Piccolo, protagonista di una vasta, ininterrotta, stagione di teatro che non riesce mai a diventare ieri. Qui Ottavia Piccolo è il punto vitale che fa girare e cambiare e rovesciare l’intrigo ideato da Massini. Lo fa con estro felice, come si racconta una storia ai bambini. Ottavia Piccolo trasforma lo spettacolo, da un testo colto e ambientato nel mondo del divertimento intellettuale, in una festa che non accetta limiti, allarga lo spazio, avvolge e travolge. Realizza dunque l’altro percorso di questo andare e venire del testo di Massini nel Settecento. L’autore propone un tiro al bersaglio di pensieri, atti e parole dei grandi dell’Illuminismo, di cui non si fa caricatura, ma divertito impossessamento. Gli spettatori sono guidati alla riscoperta e partecipazione della festa come strumento raffinato di comunicazione e protagonismo nel secolo e negli anni dell’Illuminismo. Dunque non variazione sul tema. Ma tema (alcune grandi idee che hanno cambiato il mondo) che diventa personaggio, che diventa racconto, che diventa sorpresa. E che – con attori come Viviani – è un esercizio di virtuosismo interpretativo. E, con la performance che domina la scena di Ottavia Piccolo, diventa spettacolo memorabile.
La regia di Sergio Fantoni sembra lontana e nascosta. Invece è all’altezza di una missione impossibile: tenere testa a Diderot, Rousseau, Voltaire e ad attori come Viviani e Piccolo.
di Furio Colombo IFQ

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