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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

marzo 17, 2010

Elementari: Cronaca annunciata del disastro unico

Se ora a tenere banco è la riforma delle superiori, l’anno scorso a far discutere era stata la reintroduzione alle elementari del maestro unico, che da solo avrebbe dovuto insegnare in una classe con un orario di 24 ore settimanali. Il ministro della pubblica istruzione Mariastella Gelmini lo aveva descritto come l’eroe destinato a riportare la qualità nella didattica. Contro di lei protestarono moltissimi docenti, sostenendo che la riforma voleva solo dire la fine del tempo pieno. A sei mesi dall’inizio dell’anno, il maestro unico non è arrivato e il tempo pieno non è scomparso. Anzi, ha avuto un boom di richieste. Fatte in nome della possibilità, prevista dal decreto Gelmini, di tenere conto “delle esigenze, correlate alla domanda delle famiglie, di una più ampia articolazione del tempo-scuola”. Ma i conti non tornano. Cerchiamo di capire il perché.
I dati ministeriali dicono che a settembre il 34 per cento delle famiglie aveva richiesto le 40 ore (il tempo pieno), il 56 per cento le 30 ore (tempo prolungato), il 7 per cento le 27 ore e solo il 3 percento le 24 ore, coincidenti con la proposta del maestro unico. Il problema è che, per poter tagliare 87 mila maestri in tre anni, il ministro ha vietato le compresenze nelle nuove classi prime, ovvero che, per alcune ore, due insegnanti fossero “assegnati” alla stessa classe per lavorare con gruppi più ristretti e, quindi, meglio seguibili. Ancora adesso, però, i docenti del tempo pieno hanno 20 ore di lezione e 2 di compresenza. Due ore che per il ministero dovevano servire proprio per le sostituzioni. Ma non solo.
Gli istituti, però, hanno fatto di tutto per assecondare le richieste delle famiglie. Così in molte classi con richiesta di 30 ore, per le quali il ministero aveva destinato un organico per 27 ore, le restanti tre ore sono state riempite proprio con le ore eccedenti del tempo pieno, ma di altre sezioni. E anche laddove le famiglie avevano chiesto le 40 ore non è andato sempre meglio. Alla Rodari di Settimo Torinese i genitori dei bambini di una prima elementare hanno fatto osservare come i loro figli avessero undici insegnanti. “Gli insegnamenti regolari sono coperti da tre docenti” hanno precisato dall’istituto. Però, aggiungendo il maestro di religione, quello di inglese, quattro di altre classi che seguono i piccoli alla mensa, altri due di supporto per i più piccoli, si arriva a undici. Niente di stano, ma del maestro unico nessuna traccia.
“La scomparsa della compresenza ha creato un problema con le sostituzioni” spiega Teresa Olivieri, segretaria generale della Cisl Scuola di Torino: “Gli istituti devono pagarsi da soli le supplenze non annuali, ma non hanno i soldi. Così i bambini vengono smistati in altre classi, disturbando le lezione e creando problemi di agibilità: è pericoloso mettere 27 o 30 bambini in aule costruite per ospitarne 25”.
Quello dello smistamento è un fenomeno diffuso, ma un una scuola di Roma i genitori e gli insegnanti si sono ribellati, occupando l’istituto: “Mandare i bambini di prima in altre sezioni, anche seconde p quinte, non ci va giù” spiega Bruna Sferra, insegnante della Principi di Piemonte. “Avolte mancano le sedie. Li mettiamo per terra? Non sappiamo come fare. In altri istituti alcune colleghe sono state chiamate per una supplenza mentre coprivano l’ora alternativa a religione e si sono dovute portare dietro i ragazzi”.
Sempre nella capitale, alla Iqbal Maish (dal nome del bambino operaio pakistano, simbolo della lotta allo sfruttamento dei minori sul lavoro) la dirigente Simonetta Salacone ha spedito una lettera ai genitori sulla difficile situazione economica dell’istituto. Alla scuola resterebbero 63 mila euro per far funzionare la didattica e pagare le supplenze per tutto il 2010. “Dovrebbero durare fino a dicembre, ma fatti due calcoli, pensiamo di finirli ad aprile”. Alla Masih, con i fondi dell’istituto, hanno salvato le compresenze per i laboratori pomeridiani, ma anche per le uscite didattiche, dove i docenti devono essere uno ogni quindi alunni e due ogni venticinque. E quando i soldi finiranno e non si potranno più chiamare supplenti? “Per un giorno smisteremo i piccoli anche noi come si fa in altre scuole, poi vedremo” dice la Salacone. “Costringerci a procedere così però è gravissimo, si lede il diritto all’istruzione sia dei bambini che ospitano sia di quelli che vengono ospitati”.
“Quella della Gelmini non è stata una riforma, ma una pesante sforbiciata, che tocca la qualità” accusa Francesco Scrima, segretario generale della Cisl Scuola, “non è più possibile dedicare percorsi specifici, come prima grazie alle compresenza, a ragazzi con difficoltà di apprendimento né agli stranieri”
A risentire di più dei tagli è stato il Centro-Nord, dove da anni molti bambini frequentano il tempo pieno. Ma anche il Sud, dove difficilmente questo potrà diffondersi, visto che il ministero ha vietato l’apertura di nuove sezioni da 40 ore. Per le supplenze poi, ci si inventa metodi incredibili per andare avanti. Racconta Teresa Vicidomini, dei Cobas scuola di Salerno: “Ci sono state maestre di sostegno, precarie, che sono state spostate in una classe non loro per sostituire una collega malata. E si sono dovute portare dietro il bambino che seguono. L’illegalità pura”.
di Riccardo Bianchi

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