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Il rapporto tra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere. Eugenio Montale

marzo 10, 2010

Il tradimento delle parole

Le parole possono venir tradite. E possono tradire. Possono essere tradotte, anche nella stessa lingua: concetti complessi possono essere “spacchettati” dal termine che li designa e srotolati, parafrasati. E così facendo possono essere illuminati o offuscati. Il primo è traduzione, il secondo tradimento.
Le parole possono rappresentare idee e concetti impressi così chiaramente e profondamente nell’animo da permettere che avvenga davvero la comunicazione, aldilà di ogni possibile distanza culturale, emotiva, anagrafica. Oppure possono diventare contenitori vuoti pronti ad essere riempite da ogni pregiudizio, dogma, ipocrisia che attraversi le menti di chi le usa.il primo caso vi è una traduzione, nel secondo un tradimento.La radice semantica è la stessa, “trado”, non a caso.
Le parole possono tradurre i nostri magmatici movimenti interiori perchè siano comprensibili a noi stessi, in primo luogo e agli altri, in secondo. L’analfabetismo emotivo, di cui tanto parla Garimberti, è proprio l’assenza di strumenti linguistico-emotivi per tradurre la densità del proprio sentire in “oggetti” concettuali manovrabili, analizzabili. Comprensibili, comunicabili. Quando questo succede, ed è una terribile forma di povertà!, si cerca l’approssimazione migliore. Ci si spiega per “esempi”, per semplificazioni. È un tradimento di cui testimonia l’insoddisfazione, l’ansia che a volte prende chi non riesce a spiegarsi.Non riuscire a “nominare” il magone che ti prende, non riuscire a spiegarlo, a possederlo, a comprenderlo alla fine, crea una vera e propria infelicità. Comprendere, in questo caso, è “accettare”. Gran parte della frustrazione, del dolore, della rabbia, dell’infelicità che le persone nutrono è l’incapacità ad accettare come “reale” quello che accade o quello che ci si trova ad essere. E questa incapacità è discendente in linea diretta da analfabetismo emotivo o da ristrettezza linguistiche. Così le persone spesso dicono “non è giusto”, intendendo “non posso, non voglio accettarlo!”.
Ecco perchè, intuitivamente, nelle società arcaiche alla parola veniva attribuito un valore magico. Perchè hanno davvero un valore “magico”. Ogni parola posseduta allarga un po’ l’interiorità. E dunque anche il valore di una persona, la sua capacità di incidere la realtà, di testimoniare la realtà aumenta con queste. Nome e Nume, parola e dio.
Poi però le parole possono tradire anche chi pensa di tenerle strette in pugno.Le parole, soprattutto quando ripetute spesso, assurgono a monumenti. Vengono ipostatizzate, marmorizzate. Fermate. Ma poiché niente di vivente può essere fermato, ecco che le parole muoiono in bocca a chi le rende immutabili.(“Attenti che non vi schiacci una statua!” ammoniva Zarathustra, rimproverando i discepoli che dicevano di “credere in lui”.)
Ecco allora parole come “Patria”, come “Dio”, come “democrazia”, “libertà”, “diritto”.
La ferocia di questa società viene tutta dall’aver imparato così bene a nascondere la propria violenza nelle parole. Dall’aver imparato che se si impoverisce a sufficienza il vocabolario emotivo delle persone, queste poi si reprimono da sole! Tutti resta embrionale, perfino lo scontento.L’unica cosa che cresce è l’infelicità, poiché l’infelicità è indispensabile a motivare l’economia del superfluo. Anche chi cerca di opporsi, casca negli stessi tranelli, nella stessa povertà.Oppone parole morte di libertà a parole morte di conformismo. Anche “Libertà” una parola morta, in bocca a chi non sa essere libero.Spiritualità, è una parola morta. Perchè partire dalle parole rende tutto più difficile, quando l’obiettivo è riuscire a rinunciare alle parole stesse.Chi è capace di restare sempre concentrato sul significato di una parola, mentre la usa, pronunciandone il “vestito” come una gentile concessione alla convenzione del comunicare?Questo è davvero un terribile, altissimo, percorso spirituale. Non conosco nessuno che ne sia capace, più che per pochi istanti di ispirata commozione. O di lucido ragionamento.Non c’è libertà più profonda prima della santità stessa, nè “potere” più grande!, dell’essere libero dalle catene delle parole. Anche rinchiudersi nel silenzio è solo un assedio senza speranza, se le “parole” si annidano nella mente.Ma come gestire uno strumento che ti rende schiavo sia possedendolo che rifiutandolo?L’unica soluzione che si intravede nelle vite di coloro che hanno davvero vissuto liberi, è trattare queste “ribelli” come delle serve affezionate, mai ammesse però all’interno della famiglia, del cuore e della mente. Fidandosi di esse, insomma, senza riporvi fede.Ma la lucidità, la forza, la stessa percezione dell’urgenza di questo compito può venire solo da un compiuto gesto di rinuncia.La rinuncia significa rinunciare a cercare sé stessi nelle parole.Detto altrimenti, rinunciare a tutta quella messe di piccole gratificazioni che provengono dalla relazione con altri, gratificazioni di orgoglio, di identità, di paure e sicurezze condivise.Nella pratica può farlo solo chi non si senta solo.Non c’è vero allontanamento dagli altri, anzi è il contrario, ma rinunciare a specchiarsi, definirsi, confortarsi nel rapporto con gli altri è la stessa cosa che meditare. Implica la focalizzazione sulla realtà, il costante ed estenuante respingere l’interpretazione e la simulazione che, della realtà, ci da la nostra mente. Interpretazione che trova sponda e cassa di risonanza nel rapporto con chi vede la realtà da una prospettiva simile alla nostra.Ecco che può succedere che gruppi di coloro che condividano “parole” e prospettive diverse possono finire per trovarsi ad essere reciprocamente incomprensibili come e più che se parlassero una lingua straniera. La presunzione di comprensione diventa un ostacolo insuberabile, ed un insuperabile alimento per il peggiore e più disgregante egocentrismo.
Non ci può essere percorso spirituale, profondità, purezza né in ultimo libertà per chi non abbia rifiutato il tradimento della realtà che le parole insinuano in ogni gesto e in ogni pensiero:il tradimento di credere a ciò che le parole rappresentano.
Ma il percorso di verità, perchè di questo si tratta, è anche un percorso, una lotta!, di liberazione. Un percorso che si snoda parallelo tanto negli anfratti della nostra educazione quanto nelle battaglie sociali e politiche. I pochi “partigiani delle parole” sono strettamente asserragliati sulle cime delle montagne della cultura, sotto costante attacco, al giorno d’oggi. La lotta di liberazione è combattuta da pochi operatori, insegnanti, poeti e scrittori, che sfogliano l’infinita ricchezza delle parole trovando proprio in questo regno di sfumature la più concreta, sovversiva libertà dal potere terribile che distorce le vite di chi non sa proteggersi.
“ho pensato spesso che sarebbe preferibile sostituire al governo, ad ogni governo, una libreria (…)”(Iosif Brodskj)
damianorama.wordpress.com

1 commento:

Anonimo ha detto...

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